L’eredità (rivoluzionaria) della vittoria del No al Referendum

Pressenza - Thursday, April 9, 2026

La netta vittoria del “NO” al referendum ha colto un po’ tutti di sorpresa, ed ora nel mondo della politica ognuno cerca di darne una spiegazione per il proprio tornaconto. La Meloni ancor prima del voto, quando ha capito che le cose si mettevano male, ha tenuto a precisare che non si votava sul gradimento del suo operato. Poi a cose fatte si è limitata a dare una “ripulitina” all’esecutivo eliminando qualche inquisito.

La sinistra invece ha esultato credendo di potersi intestare una vittoria per la quale aveva fatto poco ed in modo contraddittorio, e aprendo le danze per le prossime elezioni, anche con ipotesi di consultazioni primarie, che nessuno capisce cosa possano avere a che fare con una seria riflessione politica all’indomani dell’esito referendario.

Per quel che ci riguarda, come militanti del NO che hanno operato dal basso, abbiamo già sottolineato che si è trattato di una vittoria della gente comune in difesa della nostra Costituzione. È forse ora necessario sottolineare che stare dalla parte della nostra Carta fondamentale deve essere considerato, non come un fatto puramente difensivo, ma come un atto “rivoluzionario”, sia nell’originario significato etimologico di ritorno al punto di partenza, sia nel senso politico di rivolgimento radicale del presente.

La nostra Carta e il ritorno ai valori dei suoi contenuti originari assumono oggi un valore “rivoluzionario” per la posizione anomala che la caratterizza rispetto al presente: per un verso essa è ancora pienamente vigente e spesso anche osannata (seppure tante volte in modo ipocrita), per altro verso essa rappresenta un passato ormai sempre più lontano da un presente in cui il comando capitalista e le necessità della politica istituzionale hanno come loro riferimenti centrali e ineludibili le logiche stringenti dell’occidentalismo e del neoliberismo.

Siamo pertanto distanti anni luce da quella speranza (che oggi sappiamo illusoria) di una costante crescita democratica che animava i nostri padri costituenti, e che produsse una normativa costituzionale che ha rappresentato a livello globale uno dei punti più alti raggiunti da una visione di “Stato sociale” caratterizzato dal cosiddetto welfare keynesiano come tipico processo di mediazione tra capitale e lavoro in epoca fordista, compresi ovviamente tutti i limiti e le incongruenze  che un tale condizione di relativa (e strategicamente impossibile) pacificazione portava con sé. 

Per questo insieme di ragioni stare oggi dalla parte della Costituzione e della sua sostanziale “inattualità” istituzionale, rappresenta, come si è detto, un atto rivoluzionario, ma a patto di saperne attualizzare e radicalizzare i contenuti in senso antagonista nei confronti del sempre più imperante dominio del più forte che muove oggi il denaro e le armi verso la catastrofe globale. 

Se si vuole, come è giusto che sia, mettere a frutto la vittoria del NO al referendum da parte di chi lo ha sostenuto dal basso, bisogna allora e innanzitutto avere ben chiaro che le nostre mobilitazioni e il nostro agire politico devono avere sempre come loro riferimento prioritario “la piazza” e non “il palazzo”. Non ha dunque senso perdersi in inutili discussioni su punti programmatici di ordine generale, magari immaginando possibili “fronti progressisti” nella speranza di spostare a sinistra qualche virgola nelle intenzioni dei partiti istituzionali della sinistra, riuniti nel cosiddetto “Campo largo”. Devono essere, invece e sempre, le urgenze avvertite dalle larghe masse, e dai movimenti che le rappresentano, a dettare l’agenda della nostra mobilitazione. 

Precisiamo, inoltre, che non vi è in questo tipo di orientamento nessuna logica settaria, in quanto si può ritenere possibile discutere con qualunque soggettività di sinistra anche istituzionale, purché il terreno del confronto resti quello della mobilitazione dal basso. 

Seguendo la logica che abbiamo delineato, credo che possa apparire a tutti chiaro come il prossimo “NO” da urlare con forza in ogni luogo sia quello contro la guerra e contro il riarmo. Una spirale di morte che sta trascinando il mondo verso la fine e che comprende oggi ingiustificate guerre di aggressione trovando il suo peggiore punto d’approdo nelle follie di Trump, ed in modo ancora più sistematico nelle smanie distruttive e genocidarie dello Stato nazi-sionista di Israele. 

Dobbiamo impedire che si possa anche solo lontanamente ipotizzare che venga messo in atto nel nostro paese quanto sta avvenendo in Europa e segnatamente in diversi paesi del nord in cui è stata reintrodotta la leva obbligatoria. Anche in questo caso il punto di riferimento può essere la nostra Costituzione e l’impegno a non disattendere il contenuto dell’Art. 11, che come sappiamo afferma “il ripudio della guerra”. 

Naturalmente i modi della protesta e degli antagonismi sociali restano aperti e parzialmente fluidi, potendosi aprire a nuove possibili prospettive. Citiamo a puro titolo di esempio, senza avere spazio per poter approfondire, che nei prossimi mesi potrebbe essere presentata in Parlamento una nuova legge elettorale che ricalca nei fatti la ormai storica legge Scelba, detta legge truffa, risalente all’inizio degli anni Cinquanta. 

Un’ultima questione. Capisco perfettamente che molti a sinistra avvertono come esigenza prioritaria quella di liberarsi da tutte le storture e le politiche autoritarie, liberticide e guerrafondaie della attuale destra al potere, sentendosi anche disposti a chiudere un occhio sulla natura neoliberista e sulla fedeltà occidentalista della sinistra istituzionale. Si tratta in ogni caso di un errore gravissimo. Non è con i compromessi che si sconfigge la destra. Portiamo centinaia di migliaia di persone in piazza contro la guerra e per la destra non ci sarà speranza. Poi eventualmente faremo i conti con chi prenderà il loro posto.    

  

Antonio Minaldi