Tag - guerre in medio oriente

Un sistema a guida suprema… il nostro
Non c’è più niente da per-donare a chi fa salire la borsa nera dei ricchi, che fanno brillare la pace negli occhi dei profughi stanchi e felici di rientrare nelle case, nelle scuole e negli ospedali che saranno privatizzati, ri-costruiti e pagati con il sangue dei morti e dei sopravvissuti. Non c’è più niente da per-donare a chi saziato di genocidio dice basta e si prepara a ri-asfaltare le vie del futuro, tutelato da un sistema a guida suprema che raschia il fondo dei poveri stabilizzati e blocca il pianto a dirotto, che non bagna il petto di chi non ha cuore. Non c’è più niente da per-donare alla governante sedotta e abbandonata da chi recita il suo teatro di guerra ed offre il suo sangue di Bacco che dissolve i confini tra l’uomo e il divino, in attesa di essere effigiato nelle banco-note come un santino… protettore di tutte le guerre. Non c’è più niente da per-donare a un dio guaritore… che fa il pazzo tra pazzi, pasciuto e cresciuto senza ri-morsi di coscienza, che esporta la democrazia con le armi e con le zattere della speranza affondata e polarizzata nelle ricchezze e nei profitti e nell’ora delle decisioni irrevocabili… rassegnate. Pino Dicevi
April 21, 2026
Pressenza
L’eredità (rivoluzionaria) della vittoria del No al Referendum
La netta vittoria del “NO” al referendum ha colto un po’ tutti di sorpresa, ed ora nel mondo della politica ognuno cerca di darne una spiegazione per il proprio tornaconto. La Meloni ancor prima del voto, quando ha capito che le cose si mettevano male, ha tenuto a precisare che non si votava sul gradimento del suo operato. Poi a cose fatte si è limitata a dare una “ripulitina” all’esecutivo eliminando qualche inquisito. La sinistra invece ha esultato credendo di potersi intestare una vittoria per la quale aveva fatto poco ed in modo contraddittorio, e aprendo le danze per le prossime elezioni, anche con ipotesi di consultazioni primarie, che nessuno capisce cosa possano avere a che fare con una seria riflessione politica all’indomani dell’esito referendario. Per quel che ci riguarda, come militanti del NO che hanno operato dal basso, abbiamo già sottolineato che si è trattato di una vittoria della gente comune in difesa della nostra Costituzione. È forse ora necessario sottolineare che stare dalla parte della nostra Carta fondamentale deve essere considerato, non come un fatto puramente difensivo, ma come un atto “rivoluzionario”, sia nell’originario significato etimologico di ritorno al punto di partenza, sia nel senso politico di rivolgimento radicale del presente. La nostra Carta e il ritorno ai valori dei suoi contenuti originari assumono oggi un valore “rivoluzionario” per la posizione anomala che la caratterizza rispetto al presente: per un verso essa è ancora pienamente vigente e spesso anche osannata (seppure tante volte in modo ipocrita), per altro verso essa rappresenta un passato ormai sempre più lontano da un presente in cui il comando capitalista e le necessità della politica istituzionale hanno come loro riferimenti centrali e ineludibili le logiche stringenti dell’occidentalismo e del neoliberismo. Siamo pertanto distanti anni luce da quella speranza (che oggi sappiamo illusoria) di una costante crescita democratica che animava i nostri padri costituenti, e che produsse una normativa costituzionale che ha rappresentato a livello globale uno dei punti più alti raggiunti da una visione di “Stato sociale” caratterizzato dal cosiddetto welfare keynesiano come tipico processo di mediazione tra capitale e lavoro in epoca fordista, compresi ovviamente tutti i limiti e le incongruenze  che un tale condizione di relativa (e strategicamente impossibile) pacificazione portava con sé.  Per questo insieme di ragioni stare oggi dalla parte della Costituzione e della sua sostanziale “inattualità” istituzionale, rappresenta, come si è detto, un atto rivoluzionario, ma a patto di saperne attualizzare e radicalizzare i contenuti in senso antagonista nei confronti del sempre più imperante dominio del più forte che muove oggi il denaro e le armi verso la catastrofe globale.  Se si vuole, come è giusto che sia, mettere a frutto la vittoria del NO al referendum da parte di chi lo ha sostenuto dal basso, bisogna allora e innanzitutto avere ben chiaro che le nostre mobilitazioni e il nostro agire politico devono avere sempre come loro riferimento prioritario “la piazza” e non “il palazzo”. Non ha dunque senso perdersi in inutili discussioni su punti programmatici di ordine generale, magari immaginando possibili “fronti progressisti” nella speranza di spostare a sinistra qualche virgola nelle intenzioni dei partiti istituzionali della sinistra, riuniti nel cosiddetto “Campo largo”. Devono essere, invece e sempre, le urgenze avvertite dalle larghe masse, e dai movimenti che le rappresentano, a dettare l’agenda della nostra mobilitazione.  Precisiamo, inoltre, che non vi è in questo tipo di orientamento nessuna logica settaria, in quanto si può ritenere possibile discutere con qualunque soggettività di sinistra anche istituzionale, purché il terreno del confronto resti quello della mobilitazione dal basso.  Seguendo la logica che abbiamo delineato, credo che possa apparire a tutti chiaro come il prossimo “NO” da urlare con forza in ogni luogo sia quello contro la guerra e contro il riarmo. Una spirale di morte che sta trascinando il mondo verso la fine e che comprende oggi ingiustificate guerre di aggressione trovando il suo peggiore punto d’approdo nelle follie di Trump, ed in modo ancora più sistematico nelle smanie distruttive e genocidarie dello Stato nazi-sionista di Israele.  Dobbiamo impedire che si possa anche solo lontanamente ipotizzare che venga messo in atto nel nostro paese quanto sta avvenendo in Europa e segnatamente in diversi paesi del nord in cui è stata reintrodotta la leva obbligatoria. Anche in questo caso il punto di riferimento può essere la nostra Costituzione e l’impegno a non disattendere il contenuto dell’Art. 11, che come sappiamo afferma “il ripudio della guerra”.  Naturalmente i modi della protesta e degli antagonismi sociali restano aperti e parzialmente fluidi, potendosi aprire a nuove possibili prospettive. Citiamo a puro titolo di esempio, senza avere spazio per poter approfondire, che nei prossimi mesi potrebbe essere presentata in Parlamento una nuova legge elettorale che ricalca nei fatti la ormai storica legge Scelba, detta legge truffa, risalente all’inizio degli anni Cinquanta.  Un’ultima questione. Capisco perfettamente che molti a sinistra avvertono come esigenza prioritaria quella di liberarsi da tutte le storture e le politiche autoritarie, liberticide e guerrafondaie della attuale destra al potere, sentendosi anche disposti a chiudere un occhio sulla natura neoliberista e sulla fedeltà occidentalista della sinistra istituzionale. Si tratta in ogni caso di un errore gravissimo. Non è con i compromessi che si sconfigge la destra. Portiamo centinaia di migliaia di persone in piazza contro la guerra e per la destra non ci sarà speranza. Poi eventualmente faremo i conti con chi prenderà il loro posto.        Antonio Minaldi
April 9, 2026
Pressenza
Non ci sono parole sufficienti per questa carneficina
Genocidio a Gaza Il piano israeliano è di riprendere l’occupazione di tutta Gaza di nuovo. L’esercito occupante non si limita a sparare dal cielo, ma si muove anche a terra. I carri armati israeliani sono avanzati ieri a nord-est del campo profughi di al-Bureij, nella Striscia di Gaza centrale. Negli attacchi aerei e dell’artiglieria sono stati assassinati ieri due persone. Altri sono stati feriti dai cecchini appostati oltre la cosiddetta linea gialla, a est di Khan Younis. Il rapporto del ministero della sanità informa dell’arrivo negli ospedali di due corpi senza vita, a causa di colpi di artiglieria, e 25 feriti. Il totale degli uccisi dalla fiorm adegli accordi di Sharm Sheikh è di 715. I feriti 1968. Dall’inizio dell’aggressione nell’ottobre 2023: 72.291 uccisi e 172.068 feriti. A Gaza non c’è nessun cessate-il-fuoco. Situazione umanitaria a Gaza Il dottor Atef Al-Hout, direttore del complesso medico Nasser a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, ha lanciato l’allarme sull’imminente rischio di un blocco totale dei servizi sanitari dell’ospedale a causa dell’esaurimento del carburante necessario per alimentare i generatori, unica fonte di energia dell’ospedale. Il dott. Al-Hout ha affermato che la crisi sanitaria nella Striscia di Gaza persiste dall’inizio della guerra, sottolineando che gli ospedali sono costantemente sotto pressione dall’inizio dell’aggressione israeliana a causa della carenza di forniture essenziali. I rifornimenti avvengono col contagocce e sono completamente vietati gli ingressi degli oli combustibili. “Quello che stiamo vivendo oggi è un palese disprezzo per la vita dei malati da parte dell’esercito occupante; i generatori sono l’ultima ancora di salvezza, per chi sta soffrendo gli effetti dei bombardamenti”. L’aggressione Israelo-statunitense contro l’Iran Le forze armate degli Stati Uniti hanno recuperato anche il secondo pilota del caccia F-15 abbattuto sui cieli iraniani. Con un’operazione di atterraggio di truppe, il pilota è stato prelevato e riportato ad una base militare in zona del Golfo. Il presidente col ciuffo ha minacciato l’inferno per l’Iran se non accetterà un accordo entro poche ore di oggi, data di scadenza del suo ultimatum di 10 giorni, del 26 marzo. Raid Usa e israeliani nell’area della centrale nucleare di Bushehr, che hanno allarmato i tecnici russi ivi presenti. Mosca aveva ritirato la maggior parte dei suoi tecnici e famiglie e messo in guardia da un pericolo di contaminazioni radioattive, in caso di distruzione del cuore dell’impianto. “Ci sarebbe un pericolo per tutta la regione, compresa Israele”, scrive la stampa moscovita. “Lo stretto di Hormuz è aperto alle navi che non sono legate a USA e Israele”, dice il capo della diplomazia iraniana, Araqchi. Navi commerciali giapponesi e turche, hanno attraversato lo Stretto, dopo quelle francesi, in seguito a trattative diplomatiche con Teheran e controllo dei militari iraniani a bordo. Al Consiglio di sicurezza è stato rinviato il voto sulla risoluzione per l’apertura dello Stretto “anche con la forza”. Il premio Nobel per la pace (2005) ed ex direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Mohamed El-Baradei, ha chiesto alla comunità internazionale, ai governi di Russia, Cina e Francia ed ai capi dei paesi arabi del Golfo di “fermare il pazzo che vuole trasformare il Medio Oriente in una palla di fuoco”. Il riferimento è a Trump. Paesi arabi del Golfo Il Ministero dell’Elettricità del Kuwait ha affermato che due centrali elettriche e un impianto di desalinizzazione sono stati presi di mira da attacchi di droni iraniani. “l’attacco ha causato danni materiali significativi e ha messo fuori servizio due unità di generazione di energia, ma non ci sono state vittime”, scrive la nota ufficiale. Negli Emirati è stato registrato un attacco con droni contro le industrie dell’alluminio, ma i danni sarebbero lievi e non ci sono vittime. Riad ha annunciato che tre attacchi iraniani sono stati sventati dalla forza di difesa anti-missilistica. “Obiettivo erano impianti petroliferi”. Quella iraniana è una strategia suicida, perché creerà attorno a sé il vuoto e alla conclusione dell’invasione, se il regime attuale si salverà, si troverà in gravi difficoltà politiche, avendo creato un campo di nemici. Cisgiordania Ieri sera, nella città di Beit Ula, a nord-ovest di El-Khalil (Hebron), un palestinese è stato ferito da colpi d’arma da fuoco sparati dalle forze di occupazione israeliane. Fonti mediche hanno riferito che le forze israeliane di stanza presso il muro di separazione a ovest di Beit Ula hanno aperto il fuoco contro alcuni palestinesi, ferendo un giovane alla schiena. L’uomo è stato successivamente trasportato in ospedale, dove le sue condizioni sono state definite moderate. Sempre ieri sera, coloni ebrei israeliani hanno incendiato due allevamenti di pollame nella città di Qusra, a sud di Nablus. Il gruppo di aggressori, sotto la protezione delle forze militari di occupazione israeliane, ha attaccato la parte meridionale della città e ha dato alle fiamme ai due allevamenti. I coloni ed i soldati hanno impedito ai mezzi dei vigili del fuoco di raggiungere gli allevamenti per spegnere l’incendio. In precedenza, quella stessa sera, alcuni coloni avevano attaccato la parte occidentale di Qusra e tentato di fare irruzione nelle case, ma erano stati affrontati dai residenti. Le forze di occupazione israeliane hanno quindi fatto irruzione nella zona e lanciato gas lacrimogeni, causando il ferimento di dieci palestinesi, tra cui sette bambini. Libano I soldati israeliani ripetono le scene viste a Gaza. Festeggiano dopo la demolizione, con la dinamite, delle case dei libanesi nei villaggi di confine. E postano sui social i video con il grido: “Ecco un regalo a tutti gli israeliani”. Documentano i loro crimini di guerra. Se ci fosse una giustizia internazionale, i loro generali sarebbero tra le sbarre, come per la guerra in Bosnia. I bombardamenti israeliani sono continuati incessanti sia su Beirut, sia in sud e nella Beqaa. In uno di questi è stata rasa al suolo una moschea, nel villaggio di Bar’asheet. La stampa di Beirut informa di 11 civili uccisi, ieri, sotto le macerie delle loro case. L’Unifil ha denunciato che unità israeliane hanno distrutto tutte le videocamere di sorveglianza sui muri delle basi dei caschi blu internazionali a Naqoura. Una buona notizia Il documentario “Inside Gaza”, che racconta la vita quotidiana dei corrispondenti palestinesi impegnati a seguire la guerra israeliana contro i territori palestinesi, ha vinto il Gran Premio e il Premio del Pubblico venerdì sera alla 33ª edizione del Festival Internazionale del Film Documentario di Figeira, in Francia. ANBAMED
April 5, 2026
Pressenza
La maglia si sfilaccia
La maglia della legalità borghese si sfilaccia nel labirinto dei piani militarizzati e i giovani e-lettori rompono i punti di sutura cuciti con fili spinati a corrente alter-nata, alimentata da società per azioni ministeriali che sanno ri-sanare ferite mafiose e lucrose con tante ma tante leggerezze… elefantiache. La maglia della legalità borghese si sfilaccia e le maga-gnate americane vanno a tutto vapore, annunciate e rin-negate da violenze atroci che cadono sulle spalle dei popoli non violenti, travolti sempre da una classe padrona e da guerre civili non dichiarate ma praticate con il beneplacito di chi sa… e non sa quello che fa. La maglia della legalità borghese si sfilaccia nell’urgenza cieca dei decreti-legge a pioggia battente sulle società civili colonizzate, sfigurate, disonorate e cro-settate con droni e missili pattuiti in un viaggio di piacere verso nuove terre, dove i mutilati di guerra corrono sul filo ster-minato delle stragi. La maglia della legalità borghese si sfilaccia e nello scenario petrol-gasato le mine vaganti dei SI-lurati e affondati ri-emergono… uniti dalla stessa dea che dalla sua testa d’uovo fa uscire stelle a strisce, fiamme tricolorate e un Premio Nobel per meriti di guerra. Pino Dicevi
March 28, 2026
Pressenza
L’indipendenza della magistratura per salvare lo Stato di diritto e la pace
La vigilia del voto referendario sull’ordinamento della magistratura rischia di essere coperta dai lampi di guerra e dalle avvisaglie quotidiane di una devastante crisi economica. Mentre si cerca di nascondere sotto il tema della separazione delle carriere la soppressione dell’autonomia degli organi di autogoverno e di disciplina della magistratura, e rimarrà affidata alla maggioranza semplice dell’attuale parlamento la riforma sostanziale delle leggi che riguardano l’ordinamento giudiziario (art.8 delle disposizioni transitorie della riforma), il governo Meloni cerca di ottenere consenso su rilevanti modifiche della Costituzione in nome degli errori che sarebbero stati commessi in passato da singoli giudici, o per abbattere quello che si suole definire come “sistema delle correnti”. Un sistema che è stato denunciato e sanzionato dalla stessa giurisdizione. Si arriva quindi ad attaccare (con il sorteggio) il diritto dei magistrati di scegliersi i loro rappresentanti nel CSM, presidio democratico che i costituenti avevano voluto alla fine della dittatura fascista, e che adesso si vorrebbe frantumare in tre parti. La riforma sulla quale si voterà al referendum, in base a dichiarazioni degli esponenti di governo disseminate negli atti parlamentari, è solo una parte di un disegno più ampio che intende trasferire potere dalla giurisdizione all’esecutivo, come si vorrebbe fare con gli interventi annunciati in materia di esercizio dell’azione penale, il cui ambito andrebbe stabilito dal governo. E poi potrebbe seguire lo sganciamento della polizia giudiziaria dai poteri di impulso delle procure. Ad ogni decisione scomoda per chi governa seguiranno attacchi personali e gogne mediatiche che in un prossimo futuro potrebbero tradursi in procedimenti disciplinari. Comunque vada il voto, gli attacchi ai giudici non allineati agli indirizzi della maggioranza continueranno, in un quadro normativo ancora confuso, tanto che, se la riforma costituzionale andrà a regime, si possono attendere numerosi conflitti di attribuzione che saranno sollevati davanti alla Corte Costituzionale. Di certo non si tratta di ripristinare criteri meritocratici, come sostengono i fautori del Sì alla riforma, semmai il merito sarà stabilito in base al conformismo delle decisioni dei giudici agli orientamenti di chi governa ed incide, attraverso una maggioranza parlamentare inattaccabile, sulla nomina dei componenti del CSM e della nuova Alta Corte di Disciplina. La riforma del sistema disciplinare, al di là della separazione delle carriere, rappresenta il fulcro della riforma costituzionale, che nelle dichiarazioni di diversi esponenti di governo non ha lo scopo di restituire efficienza, o di rendere la giustizia più accessibile ai cittadini, che soffrono continue restrizioni del diritto al patrocinio gratuito e la lunghezza insopportabile dei procedimenti civili, ma mira a riprendere il controllo sugli organi giurisdizionali. Non ci si può fermare ad un testo di riforma costituzionale che prevede una delega completa al governo, attraverso la solida maggioranza parlamentare di cui dispone, per riformulare l’intero ordinamento della magistratura e le regole di funzionamento dei nuovi organi di autogoverno, che dovrebbero essere modellati sulla separazione delle carriere. Magari senza accogliere neppure un emendamento dell’opposizione, come è accaduto per la riforma della magistratura che adesso si sottopone al referendum. Chi sostiene la necessità di limitare il dibattito al testo stringato delle diverse modifiche costituzionali sottoposte a referendum, come molti esponenti dell’avvocatura associata, è in evidente contraddizione con chi, dallo stesso schieramento, sostiene che la magistratura sarebbe un “cancro” del paese, o sarebbe composta da giudici ideologizzati, che anteporrebbero al dovere di applicare la legge (art.101 Cost.) la finalità di contrastare l’azione di governo. Anche la distinzione tra “testo” e “contesto”, come se gli elettori dovessero pronunciarsi solo su un quesito tecnico, peraltro formulato in modo che risente delle contraddizioni interne al testo di riforma, è un espediente per disorientare cittadini che non hanno competenze giuridiche e che in questi ultimi giorni sono bersaglio di una devastante campagna elettorale dei fautori del Sì basata esclusivamente sulla delegittimazione della magistratura. Una modalità di propaganda politica che spaccherà il paese per un tempo molto più lungo dei tempi previsti per la riforma costituzionale. L’indipendenza della magistratura dalla politica è una condizione essenziale per garantire lo Stato di diritto. Che non si limita alle garanzie formali dell’ordinamento democratico, ma che, per effetto degli articoli 2 e 3 della Costituzione, corrisponde ad una tutela rafforzata dei diritti fondamentali, dal diritto alla vita ed alla salute, al diritto al lavoro ed alla unità familiare, dal diritto alla libertà personale alla libertà di manifestazione del pensiero e di associazione nei cd. corpi intermedi, come le organizzazioni non governative. A chi esibisce casi singoli, errori giudiziari come il caso Tortora, o alimenta demagogia su falsi moralismi, come nel caso della cd. “famiglia nel bosco”, che sarà ricevuta da La Russa in Parlamento, si possono opporre centinaia di decisioni dei giudici che, giorno dopo giorno, di fronte a persistenti abusi di Stato o illegittimità istituzionali, hanno garantito i diritti fondamentali a cittadini comuni, ad esempio in materia di tutela ambientale, di diritto alla salute, o di diritto del lavoro, ed anche a persone immigrate, come nel caso delle mancate convalide dei trattenimenti amministrativi nei centri di detenzione per i rimpatri (CPR). Una giurisdizione indipendente garantisce il rispetto del principio di uguaglianza a salvaguardia dei diritti dei soggetti più deboli di fronte agli altri poteri dello Stato. Una giurisdizione indipendente è essenziale anche a livello europeo, mentre si attendono importanti decisioni della Corte di giustizia sulla legittimità della esternalizzazione dei rimpatri, della detenzione amministrativa e delle procedure di asilo in paesi terzi ritenuti “sicuri”. Il ruolo della giurisdizione diventa ancora più importante in un momento in cui l’Unione europea sembra dividersi su tutto, per il ricatto di alcuni paesi sovranisti e nazionalisti, ma sembra trovare un accordo, su forte impulso italiano, su politiche di ulteriore sbarramento delle frontiere. Che adesso sarebbero a rischio per arrivi di massa da paesi in guerra, arrivi che probabilmente non si verificheranno, ma che sono allarmi agitati per diffondere paura e conquistare consensi elettorali in favore dei partiti sovranisti che si candidano ad essere gli unici garanti dell’ordine e della sicurezza. La tenuta dello Stato di diritto è strettamente legata al rispetto del diritto internazionale. Chiunque si schieri con chi viola il diritto internazionale, anche quando si ritenga di intervenire per garantire i traffici commerciali, come quelli attualmente bloccati attraverso lo stretto di Hormuz, rischia di cadere in una spirale senza fine di attacchi, e di guerra ibrida, senza alcun rispetto delle Convenzioni internazionali. Solo la fine del ricorso alle armi, per risolvere le controversie internazionali (art.11 Cost.), ed il superamento del fossile come risorsa energetica dominante, con il ritorno ad una politica basata sul multilateralismo e sul ricorso alle fonti energetiche alternative, possono salvare il genere umano. Perché questa guerra globale, che sta devastando intere regioni del globo non lascerà indenne nessuno. In momenti come questi ritorna cruciale il ruolo della magistratura interna, delle corti europee e della giurisdizione internazionale. Senza l’affermazione della giustizia, a tutti i livelli, non ci sono prospettive di pace. Se Trump ha potuto imporre la sua politica economica, ed adesso la guerra vera in tutto il medio-oriente, e la finta pace, attraverso il Board of Peace, affermando un potere personale immune da qualsiasi controllo giurisdizionale, si deve ad una magistratura che negli Stati Uniti, non ha saputo sanzionare l’attacco sovversivo di Capitol Hill e che oggi fatica ad affrontare i dossier sui rapporti tra Epstein e l’attuale padrone della Casa Bianca. La Corte Suprema ha legittimato numerose aberrazioni dello Stato di diritto perpetrate negli Stati Uniti da agenti istituzionali, salvo un recente ripensamento sull’agenzia ICE che, nel contrasto dell’immigrazione, ha operato allo stesso livello delle bande criminali che doveva combattere, anche a costo di uccidere a freddo civili inermi. Vanno salvaguardate, oltre al diritto internazionale, ormai soppiantato dal diritto della forza, quelle giurisdizioni come la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale, che se non fossero state contrastate in tutti i modi, in Italia, ad esempio sul caso Almasri, dai governi di indirizzo populista e nazionalista, avrebbero potuto portare avanti fino ad una condanna i procedimenti contro i principali responsabili dello stato di guerra permanente che oggi oscura il futuro del mondo. Una condanna che, con adeguate sanzioni a livello internazionale, avrebbe potuto costituire un deterrente di fronte alle politiche basate sulle guerre di aggressione. Basti pensare a Putin e Netanyahu, ed ai loro accoliti, che sono i principali artefici, con gli Stati Uniti di Trump, della guerra in Ucraina e del conflitto in Medio-Oriente che, per effetto degli attacchi innescati da Israele, con il sostegno americano, e delle reazioni dell’Iran, sta bloccando, dopo i trasporti via mare, anche i principali impianti estrattivi, con il collasso economico dell’occidente industrializzato. Non basterà invocare l’intervento delle Nazioni Unite, da parte di chi si è schierato dalla parte dei nemici del multilateralismo, per prospettare soluzioni a guerre che sono soltanto la conseguenza delle politiche economiche imposte dalle destre, e dai potentati economici che le sostengono, a livello mondiale. Il conflitto asimmetrico nell’area del Golfo Persico non avvicina la democrazia in Iran, come non è arrivata la democrazia dopo anni di presenza americana in Afghanistan. La soluzione finale su Gaza, rispetto alla quale l’ONU è stato messo in una condizione di impotenza per effetto dei veti incrociati, rischia adesso di diventare la conferma definitiva della fine del diritto internazionale, per la mancanza di una giurisdizione che riesca a sanzionare i crimini di genocidio e di pulizia etnica. La giurisdizione, internazionale ed interna, viene delegittimata quando sarebbe più necessaria che mai. L’aumento irreversibile della disoccupazione, derivante anche dalle modalità proprietarie del ricorso all’intelligenza artificiale, la criminalizzazione di qualsiasi forma di dissenso, lo svuotamento dei diritti di associazione e di partecipazione, la negazione dei diritti sociali, segneranno una stagione di conflitti crescenti tra singoli cittadini, associazioni, corpi collettivi, comunità locali, ed autorità statali. La crisi economica devastante che si profila all’orizzonte, senza un ruolo effettivo dei controlli giurisdizionali, non deve risolversi nell’ennesima guerra tra poveri, a tutto vantaggio dei governi che ne sono i principali responsabili. Ed è adesso che deve intervenire una giurisdizione davvero indipendente dal potere politico, garanzia della certezza del diritto e del riconoscimento effettivo dei diritti fondamentali. In questa direzione, oltre al voto referendario per il No alla riforma costituzionale targata Nordio, sarà necessario l’agire quotidiano di tutte le forze che si stanno riaggregando in difesa dello Stato di diritto e della Costituzione democratica. Oggi sul referendum in materia di giustizia, domani nella prospettiva di un nuovo governo del paese, con un diverso ruolo in Europa e nel mondo. Perché il diritto della forza non prevalga sulla forza del diritto. Fulvio Vassallo Paleologo
March 20, 2026
Pressenza
Ciò di cui i bambini hanno più bisogno è la pace
Dichiarazione del Direttore regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa Edouard Beigbeder “Siamo solo a poche settimane dall’inizio del nuovo anno e già il bilancio delle violenze e dei conflitti sui bambini nella regione è devastante. I bambini sono stati uccisi, feriti, sfollati, arrestati e detenuti, e privati dell’istruzione e di altri servizi essenziali. I conflitti e le crisi in Medio Oriente e Nord Africa stanno vivendo continui focolai di tensione che stanno alterando la vita dei bambini, spesso in modo irreparabile. In Siria, le rinnovate violenze e gli scontri nel nord-est del Paese hanno causato lo sfollamento di quasi 200.000 persone, circa la metà delle quali bambini, e hanno interrotto i servizi essenziali. Secondo quanto riferito, almeno cinque bambini sono morti ad Ain Al Arab/Kobani a causa della mancanza di servizi sanitari e di provviste invernali. Nel Sudan, nel gennaio 2026, almeno 20 bambini sono stati uccisi, la maggior parte dei quali negli Stati del Kordofan e del Darfur. Milioni di bambini in Sudan hanno bisogno di assistenza salvavita, protezione e ripristino dei servizi essenziali. La carestia è già stata confermata ad Al Fasher, nel Darfur settentrionale, e a Kadugli, nel Kordofan, con quasi altre 20 aree a rischio poiché il conflitto limita la fornitura di aiuti umanitari fondamentali. In Iran, i recenti eventi hanno avuto conseguenze devastanti per i bambini e gli adolescenti. Secondo le notizie, più di 144 bambini sono stati uccisi, mentre molti altri sono rimasti feriti o sono detenuti. L’UNICEF sta esercitando forti pressioni sulle autorità iraniane affinché proteggano i bambini dalla violenza, ponendo fine a qualsiasi arresto o detenzione di minorenni. Il timore di un’ulteriore escalation in Iran sta inoltre causando gravi ripercussioni sui bambini e sui loro genitori. Esortiamo tutte le parti coinvolte ad allentare le tensioni e a dare priorità alla pace. Nella Striscia di Gaza, nonostante una fragile tregua abbia portato alcuni miglioramenti, la situazione rimane estremamente precaria e mortale per molti bambini. I bambini continuano a subire attacchi aerei e risentono del collasso dei sistemi sanitari, idrici e scolastici. Dall’inizio dell’anno, secondo le notizie, 37 bambini uccisi in tutta la Striscia di Gaza. La tregua deve reggere e si deve mantenere la promessa di porre fine alle sofferenze dei bambini di Gaza. In Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, l’aumento della violenza e dei conflitti continua a compromettere la sicurezza dei bambini, lasciando le famiglie in uno stato di paura e incertezza perpetua. A gennaio, due bambini sono stati uccisi in Cisgiordania e 25 sono rimasti feriti. In altre zone del Medio Oriente e del Nord Africa, i conflitti prolungati e i contesti fragili stanno aumentando i bisogni umanitari. I bambini dello Yemen continuano ad affrontare molteplici crisi, tra cui il conflitto in corso, l’insicurezza economica e la malnutrizione diffusa, mentre le famiglie in Libano continuano a lottare per riprendersi dalla recente guerra, affrontando al contempo la paura dei continui attacchi. La violenza, comprese le gravi violazioni contro i bambini, come l’uccisione e la mutilazione, è inaccettabile. I bambini devono essere sempre protetti, eppure il primo mese del 2026 in Medio Oriente e Nord Africa è già stato segnato dalla devastante perdita di giovani vite. L’UNICEF esorta tutti i Governi e le parti in conflitto a rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani e ad agire immediatamente per porre fine alla violenza, alle uccisioni, alle ferite, agli arresti, alle detenzioni e ai traumi inflitti ai bambini. Ciò di cui tutti i bambini hanno più bisogno è la pace”. UNICEF
February 7, 2026
Pressenza
Essere palestinesi in Italia
Sono nove i palestinesi arrestati con l’accusa di finanziare Hamas. Il personaggio più famoso è Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, [architetto e residente a Genova, ndr]. Non è la prima volta che viene indagato. Già negli anni novanta era stato messo sotto torchio ed uscito indenne perché i giudici avevano archiviato. Ora si torna al teorema, dimenticando la presunzione di innocenza. La stampa non va per il sottile. Non si accertano le fonti. Si insinua. Forse in Italia si è dimenticata l’inchiesta su Piazza Fontana e le false accuse contro gli anarchici. Saggezza dovrebbe consigliare prudenza, ma se il bersaglio è arabo…  [A ciò va aggiunto che alla direttrice di infopal.it, Angela Lano, a Torino sono stati requisiti tutti i dispositivi elettronici, ndr.] Intanto a Gaza Una terza ondata di piogge e vento forte sta mettendo a dura prova la vita degli sfollati palestinesi a Gaza. Migliaia di tende precarie sono state spazzate via, lasciando gli abitanti senza un tetto e soprattutto al freddo. Non è colpa del maltempo, come scrive la stampa, scorta mediatica del genocidio, ma è colpa della politica criminale dei generali israeliani che stanno impedendo i soccorsi e vietando l’ingresso di aiuti come case prefabbricate, coperte e mezzi di riscaldamento. La protezione civile palestinese ha compiuto diversi interventi per salvare famiglie intrappolate in tende assediate dalle acque. In un caso, il corpo di un bambino di tre anni è stato recuperato dal lago che aveva sommerso la tenda. Giornalisti nel mirino Il sindacato dei giornalisti palestinesi a Ramallah ha pubblicato uno studio sull’accanimento israeliano contro il settore dell’informazione a Gaza. “Non solo sono stati presi di mira gli operatori dell’informazione per cancellare la verità, ma sono stati presi di mira anche i loro familiari. Sono 706 i familiari di giornalisti assassinati in attacchi mirati”. L’ultimo caso è avvenuto alcune settimane fa a Khan Younis durante l’attacco contro la casa di Al-Astal, nel quale sono state uccise 15 persone, in prevalenza bambini e ragazzi, ed è stata assassinata la giornalista Hiba Al-Abadla. E in Cisgiordania L’offensiva dell’esercito israeliano è generalizzata in tutta la Cisgiordania, con apice di violenza a Jenin. Le devastazioni a Qabatia si elevano a crimini di guerra e contro l’umanità. Per vendetta collettiva, la cittadina è stata privata dell’elettricità, tagliando i fili della rete urbana. Le strade, la fognatura e la rete idrica sono state vandalizzate “dall’unica democrazia in Medio Oriente”. Oltre all’azione dei militari si registra un attacco dei coloni protetti dai soldati. A Makhmas, a nord di Gerusalemme, sono state tagliati o sradicati 40 ulivi. In Cisgiordania, i coloni ebrei con la protezione dell’esercito hanno compiuto 485 aggressioni nel mese di novembre, sradicando 1986 alberi da frutto, principalmente ulivi. Le azioni sono sempre finalizzate all’allargamento delle colonie ebraiche, con la distruzione dell’economia dei villaggi palestinesi che costringe i nativi all’emigrazione. Siria Le truppe israeliane si comportano in Siria come se fossero a casa loro. Espansionismo che ricorda la Germania prima della seconda guerra mondiale. Ieri, come in tutti i giorni precedenti, i soldati israeliani con i loro carri armati hanno occupato villaggi e controllato strade. Compiuto rastrellamenti e arresti. Distrutto raccolti e sradicato alberi. Una pratica che Israele ha sperimentato a Gaza e Cisgiordania occupate: distruggere l’economia per fiaccare la resistenza di un popolo e costringerlo alla deportazione. Libano Gli attacchi in Libano contro un governo arreso non hanno più l’obiettivo di colpire Hezbollah, ma di umiliare i politici di Beirut. Ieri l’IDF ha colpito a 140 km dal confine. È la politica del dominio. Neanche i caschi blu dell’Onu si sono salvati: un soldato delle forze internazionali è stato ferito dal fuoco israeliano. La denuncia dell’Unifil è puntuale: “Non c’erano pericoli in zona e la postazione Onu è ben segnalata”. L’avvertimento è chiaro: intimidire le forze internazionali per accelerare la loro partenza e preparare il terreno alla prossima offensiva israeliana in Libano per occupare il sud del paese. La stampa israeliana scrive che i piani militari sono pronti. Manca solo la luce verde di Trump, che Netanyahu tenterà di ottenere durante la visita prima di capodanno. Yemen L’Arabia Saudita ha concentrato al confine orientale dello Yemen 20 mila uomini, minacciando il Consiglio transitorio indipendentista sud-Yemenita. Il ministro degli esteri del governo yemenita in esilio non ha escluso un’alleanza di interessi con gli Houthi pur di sconfiggere i secessionisti. In una terra devastata dai conflitti e dalle interferenze esterne parlare di unità del paese è una forma di ipocrisia strumentale: le zone che i militari del Consiglio transitorio sud-yemenita hanno occupato (loro affermano di averle liberate) sono ricche di giacimenti di petrolio. I due paesi del Golfo padroni dello Yemen – in contrapposizione con Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – conducono le fila di una guerra per procura fingendo di essere alleati. ANBAMED
December 28, 2025
Pressenza
Sinistra antagonista e sinistra progressista: un matrimonio impossibile
A proposito dell’unità della sinistra antagonista, anche riguardo al 21 giugno e alla due piazze previste in contemporanea         È ormai un dato di fatto assodato che alla sinistra della sinistra istituzionale (a sinistra del Partito democratico) si muovano un numero enorme di sigle, partiti e partitini, associazioni territoriali e di scopo, che spesso litigano ferocemente tra loro, dividendosi anche sulle “virgole”. Naturalmente gli appelli all’unità sono continui, ma quasi sempre poco fruttuosi. Vi è innanzitutto una differenza di partenza: una parte fa appello all’unità dei “progressisti”, ipotizzando una alleanza con la sinistra istituzionale (Partito Democratico, 5stelle, ecc.), un’altra parte invece auspica la costruzione di un “campo antagonista” unito su posizioni radicali ed antisistema. Per essere più chiari: vi è una sinistra di movimento che ipotizza una profonda trasformazione delle istituzioni, fondandosi su valori di radicale uguaglianza e libertà nelle relazioni sociali, e sulla convivenza disarmata tra i popoli. E vi è poi una sinistra, che considerando utopistiche le ipotesi più radicali, guarda alla possibilità concreta di un ipotetico riformismo moderato. Schematizzando ancora: vi è da una parte l’assunzione privilegiata di un “radicalismo etico” centrato innanzitutto sui valori che caratterizzano un’ipotesi rivoluzionaria fatta propria dal “campo antagonista”, e dall’altra parte vi è “il campo largo” che pone al centro la mediazione politica intesa come l’arte del possibile. In realtà, in linea di principio questa distinzione non dovrebbe neppure esistere. La fermezza e l’indisponibilità dei valori “rivoluzionari” su cui si basa l’ipotesi futuribile di un mondo nuovo, dovrebbe sempre sposarsi alla flessibilità delle concrete scelte politiche praticabili. “La speranza nell’impossibile” che si coniuga e guida “l’arte del possibile”. Oggi questo rapporto si è spezzato. Il precario equilibrio tra “utopia” e “realismo” è venuto meno e non è ricostruibile nel breve periodo. La causa di questo divorzio credo che abbia le sue radici nella sconfitta storica che la sinistra ha subito a partire dagli anni Ottanta. Fino ad allora tutto era chiaro (almeno in una prospettiva radicalmente rivoluzionaria): “ Il partito unico della classe avrebbe guidato le masse alla presa del potere (secondo alcuni per via democratica, secondo altri attraverso la lotta armata) per realizzare il socialismo, fondato sulla socializzazione dei mezzi di produzione”.  Il crollo dell’URSS con le sue tante contraddizioni e aporie (secondo alcuni anche i suoi molti crimini) che avevano caratterizzato la sua storia sin dai tempi di Stalin, è il momento emblematico di questo passaggio.  A questo punto ricostruire un percorso finalizzato al mutamento rivoluzionario non è facile, ma resta necessario visto il volto sempre più cruento che assume il capitalismo dei nostri tempi. La nostra difficoltà si può misurare sul fatto che le forze rivoluzionarie non hanno più un modello sociale  e istituzionale alternativo da proporre e devono dunque affidarsi alla speranza che il cambiamento possa svelarsi nella ricerca del cammino da percorrere. Proprio in ragione di tutto questo dovrebbe essere chiaro come la nostra unica possibilità di sopravvivenza, e di possibile rinascita, stia tutta nelle pratiche che ho definito di “sinistra antagonista”. Solo riaffermando l’assoluta indisponibilità dei nostri valori primari e distintivi potremo ricercare la giusta via per uscire dalle  presenti difficoltà. Al contrario  la “sinistra progressista” del cosiddetto “campo largo”, date le attuali condizioni globali, in nome del realismo politico non potrà che scendere a patti sempre più compromissori e sempre più avvilenti e lontani dagli ideali di partenza. Facciamo un esempio di attualità e che riguarda i venti di guerra che percorrono il mondo. La sinistra antagonista, che per sua natura non può che privilegiare “la piazza” come luogo della sua autodefinizione e autoaffermazione, potrà porre in modo radicale una ipotesi di “pace disarmata universale” (ma anche unilaterale), come valore “sacro” (nel senso di inviolabile) cui fare riferimento, e che comprende anche la fine di tutte le alleanze militari (compresa la NATO) e l’esaltazione del  valore della diserzione. Questa ipotesi, molto probabilmente, non ha alcuna possibilità di successo, almeno nell’immediato, ma la grandiosità etica del messaggio che contiene può avere due fondamentali effetti positivi: per un verso ci identifica e ci qualifica in modo inequivocabile, per altro verso può avere un valore educativo di massa i cui effetti si vedranno col tempo. Al contrario la sinistra progressista del campo largo, che per ovvie ragioni non può che muoversi nell’ottica della centralità del “palazzo”, inteso metaforicamente come luogo del potere, in nome del realismo politico non potrà che restare imbrigliata in ipotesi che possono anche invocare (a parole) l’esigenza della pace, ma che infine devono prendere atto, con tutte le conseguenze del caso, dei venti di guerra come caratteri che dominano il presente della geopolitica.  Questo mio elogio di quanto ho definito “sinistra antagonista” o “campo antagonista”, mi porta a dover mettere l’esigenza della unità di tutte le forze che lo compongono, come obiettivo centrale, oserei definirlo anzi come il più importante degli obiettivi, per la nostra sopravvivenza innanzitutto, e poi per l’auspicabile crescita futura delle prospettive di lotta. A questo proposito però è necessario concludere con due opportune note critiche. La prima, cui ho già accennato, riguarda il fatto che tutti dovremmo essere consapevoli che si tratta di ricostruire un percorso che si è interrotto a causa di una sconfitta storica, che ci impone un impegno che è di militanza attiva, ma anche di disponibilità allo studio e alla ricerca, nella consapevolezza che molte cose sul piano della teoria e dell’agire politico sono tutt’altro che chiare o non ancora definite con certezza, con tutte le difficoltà che una tale situazione comporta. La seconda questione, strettamente legata alla prima, è che dovremmo fare tutti noi militanti della sinistra antagonista, un bagno di umiltà e di modestia, smettendo di avere quel tipico atteggiamento, che spesso caratterizza ciascuno di noi come fosse il solo erede del verbo marxista e della infallibilità del “partito unico”. Dovremmo infine essere consapevoli che abbiamo ancora tanto da capire, e che a volte un dubbio può essere più produttivo di mille certezze, a patto che si abbia realmente voglia di confrontarsi.     Antonio Minaldi
June 17, 2025
Pressenza