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Visto familiare: il MAECI deve procedere per via telematica e fissare l’appuntamento in un’ambasciata diversa da Teheran
Il Tribunale di Roma ha accertato il diritto del nucleo familiare in Afghanistan (moglie e genitori) a ricongiungersi con il richiedente, rifugiato politico in Italia, ordinando altresì al Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale – e per esso all’Ambasciata d’Italia a Teheran (Iran) – l’immediata fissazione di un appuntamento al fine di poter procedere alla legalizzazione e/o produzione dei documenti apostillati e alla formalizzazione della domanda di visto; contestualmente, autorizzando la formalizzazione della domanda di visto in via telematica e disponendo che il MAECI, accettata la domanda in via telematica, fissi un appuntamento presso ambasciata diversa da Teheran. Il caso riguarda un nucleo familiare afghano che, ottenuto il nulla osta, da gennaio 2025 era in attesa di un appuntamento presso l’ambasciata d’Italia a Teheran per la consegna della documentazione. Adito il Tribunale, il MAECI fissava appuntamento a gennaio 2026, al quale il nucleo non poteva presenziare, in un primo momento per la mancanza di un visto di ingresso in Iran e poi a causa della guerra. Il Tribunale, richiamata la sentenza della Corte di Giustizia dell’UE C-1/23, decideva quindi, in accoglimento delle istanze difensive, stante l’eccessiva difficoltà a recarsi personalmente presso la sede competente e tenuto conto del coinvolgimento di minori, di autorizzare la formalizzazione della domanda in via telematica, posticipando la comparizione personale a una fase successiva. Tribunale di Roma, sentenza del 17 giugno 2026 Si ringrazia l’Avv. Anna Moretti per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni sul diritto al ricongiungimento familiare
I diritti non si classificano
SILVA MASO Quando, anni fa, ho deciso di aprire le porte di casa e iniziare ad accogliere persone, pensavo che significasse semplicemente offrire un posto dove dormire. Ho scoperto che, a volte, significa lasciarsi cambiare dalla storia che quella persona porta con sé. A. è rimasta a casa mia per circa sei mesi. Il tempo necessario per trovare un lavoro, sistemare i documenti e provare a ricostruire una vita che le era stata spezzata. La sera raccontava. L’infanzia. La scuola. Il parco. Le amicizie. Le risate. I sogni. Una vita normale. La stessa che potrebbe raccontare mia figlia. Poi, un giorno, tutto si è fermato. Con l’arrivo dei talebani non c’erano più il lavoro, la scuola, la libertà, il futuro. C’era solo la fuga. Sola. Senza lingua. Senza soldi. Senza più il riconoscimento di ciò che era stata. Con una sola possibilità: sopravvivere. Ha ricominciato dalle pulizie. Non perché fosse il suo destino. Ma perché quando ti portano via tutto, ricominciare è l’unico modo per non sparire. Una sera non sono riuscita a trattenere le lacrime. Non per il dolore dei suoi racconti. Ma per il silenzio che arrivava dopo. Le ho detto: «Mettiamoci nei panni dell’altra». Ci siamo scambiate i vestiti. Io ho indossato ciò che era riuscita a portare con sé nella fuga. Un regalo di suo fratello. Un frammento di casa cucito nella stoffa. Lei ha indossato i miei. L’empatia non è capire. È attraversare. È accettare il peso di una vita che non è la tua. Quel vestito non era un vestito. Era una madre lasciata indietro. Una lingua che non puoi più parlare. Una libertà strappata senza colpa. La paura di non avere più un posto nel mondo. Per questo, quando oggi sento parlare di Afghanistan, non riesco a separare il dibattito politico dal volto di A. L’Afghanistan dei talebani non è diventato un Paese sicuro 1. Le donne continuano a essere private dell’istruzione, del lavoro e della libertà di movimento. Il dissenso viene represso. I diritti fondamentali continuano a essere negati. Eppure l’Unione Europea ha ripreso i contatti con il regime talebano, ricevendone una delegazione a Bruxelles, con l’obiettivo di costruire accordi che possano facilitare anche il rimpatrio di cittadini afghani. La chiamano gestione dei flussi migratori. Ma quando la convenienza politica rischia di prevalere sulla tutela dei diritti umani, la domanda da porsi è un’altra: che valore hanno davvero quei diritti, se possono diventare negoziabili? Le politiche migratorie non riguardano numeri. Riguardano persone. Riguardano donne come A., che hanno perso tutto per poter continuare a vivere. Quando una scelta politica finisce per ignorare la realtà vissuta da chi fugge, il rischio è che una definizione amministrativa pesi più di una vita umana. A. ha diritto di vivere. Come ogni persona che fugge da guerra, persecuzione o violenza. Nessun accordo politico, nessuna categoria burocratica e nessuna ragione di opportunità potranno mai cambiare questo principio. I diritti non si classificano. Si garantiscono. 1. Per approfondire la situazione in Afghanistan consigliamo di seguire il lavoro del Coordinamento italiano in sostegno alle donne afghane (CISDA) e la lettura di questo articolo (NdR.) ↩︎
Afghanistan: allarmante aumento di bambini con malnutrizione acuta grave
La diminuzione di sostegni finanziari alle missioni umanitarie, la chiusura delle frontiere, l’incremento dei prezzi dei generi alimentari e la siccità hanno provocato l’incremento di oltre il 30% rispetto allo stesso periodo degli ultimi 3 anni del numero di bambini, la maggior parte di età inferiore a 1 anno, con complicanze mediche che richiedono cure salvavita nei centri ospedalieri di alimentazione terapeutica. Questo aumento segnala un deterioramento della situazione di sicurezza alimentare che la popolazione afghana si trova ad affrontare. La situazione critica sta mettendo a dura prova la capacità di Medici Senza Frontiere di rispondere efficacemente ai bisogni della popolazione. “I bambini arrivano da noi in una fase troppo avanzata del processo e spesso si presentano in condizioni critiche con complicanze mediche che si potrebbero prevenire – afferma Ana Lilia Banda, coordinatrice medica di MSF nel sud dell’Afghanistan – Ciò riflette non solo il peggioramento dell’insicurezza alimentare, ma anche il collasso dei sistemi progettati per individuare e trattare la malnutrizione in fase precoce. Una risposta efficace richiede diversi elementi di assistenza che funzionino tutti correttamente: dai servizi ambulatoriali che identificano e curano i casi senza complicanze, all’assistenza ospedaliera per i bambini in condizioni critiche. Ripristinare questa gamma completa di servizi contro la malnutrizione è essenziale per prevenire decessi evitabili”. Secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le significative riduzioni dei finanziamenti internazionali registrate dall’inizio del 2025 hanno portato alla sospensione o alla chiusura di 445 strutture sanitarie, tra cui 203 team mobili di assistenza sanitaria e nutrizionale nel 2025. Questi servizi svolgevano in precedenza un ruolo fondamentale nello screening a livello comunitario, nella diagnosi precoce e nella fornitura di cure. Allo stesso tempo, la chiusura delle frontiere legata alle tensioni geopolitiche regionali ha interrotto la catena di approvvigionamento di alimenti terapeutici nel paese e fatto aumentare i prezzi dei generi alimentari, compromettendone la disponibilità e peggiorando l’accesso complessivo al cibo per la popolazione, con ripercussioni particolarmente gravi sulle donne in gravidanza e sulle madri. La situazione è ulteriormente aggravata dalle ricorrenti condizioni di siccità, che hanno ridotto i raccolti e progressivamente intensificato l’insicurezza alimentare e le difficoltà economiche. “La malnutrizione non è solo un problema medico, ma anche sociale – afferma Banda di MSF – L’allattamento al seno esclusivo durante i primi 6 mesi di vita, seguito da un’alimentazione complementare adeguata, è essenziale per soddisfare i bisogni nutrizionali di un neonato. Ma quando le madri stesse non hanno abbastanza da mangiare, come possono nutrire i propri bambini? Stiamo vedendo molti bambini malnutriti di età inferiore a 1 anno, spesso accompagnati dalle loro madri o da chi se ne prende cura, che a loro volta hanno bisogno di assistenza”. Dall’inizio del 2026, i ricoveri presso il centro ospedaliero di alimentazione terapeutica supportato da MSF presso l’ospedale provinciale di Boost, nella provincia meridionale afghana di Helmand, hanno raggiunto un record mensile rispetto allo stesso periodo degli ultimi 5 anni. Tra gennaio e aprile 2026, i ricoveri di bambini colpiti da malnutrizione acuta grave con complicanze mediche hanno superato i 1.500, più del doppio rispetto al numero registrato nello stesso periodo del 2022. Il centro ospedaliero di alimentazione terapeutica di MSF a Kandahar ha accolto oltre 570 bambini malnutriti. Inoltre, più di 300 pazienti sono stati indirizzati verso altre strutture sanitarie. La domanda di cure è di gran lunga superiore a quanto le équipe di MSF possano sostenere, nonostante l’aumento della sua capacità. MSF ha già potenziato la propria risposta nelle province di Helmand e Kandahar. Tuttavia, con il picco stagionale di malnutrizione ormai in corso, si teme fortemente che l’aumento dei bisogni continui a superare l’attuale risposta umanitaria. MSF invita i donatori, le autorità sanitarie e le organizzazioni competenti a dare urgentemente priorità e a ripristinare i finanziamenti internazionali e nazionali per i programmi nutrizionali in tutto l’Afghanistan. Occorre inoltre garantire una fornitura ininterrotta di alimenti appositamente formulati e di forniture mediche essenziali. Senza un intervento immediato, la crisi rischia di aggravarsi, lasciando un numero sempre maggiore di bambini senza accesso alle cure salvavita di cui hanno urgente bisogno. MSF, che gestisce 7 progetti a Bamyan, Helmand, Herat, Mazar-i-Sharif, Kandahar, Khost e Kunduz, con particolare attenzione alla fornitura di servizi sanitari di secondo livello, attualmente fornisce sostegno nutrizionale ai bambini malnutriti nelle province di Helmand, Herat e Kandahar. Nel 2025, 9.388 bambini sono stati ricoverati nei centri ospedalieri di alimentazione terapeutica supportati da MSF, mentre 3.166 bambini sono stati inseriti nei centri di alimentazione terapeutica ambulatoriali. Medecins sans Frontieres
June 30, 2026
Pressenza
CISDA: Una piazza per le donne e il popolo dell’Afghanistan
“Libertà per le donne afghane!”, “Istruzione, Lavoro, Libertà”, “Coraggio, Dignità, Libertà”, “Free, free, afghan woman!” e “Azadi! Libertà!”: questi alcuni degli slogan intonati  durante la manifestazione “Donne di Herat – Istruzione Lavoro Libertà” dello scorso 21 giugno a Roma, in piazza Santi Apostoli. Una manifestazione organizzata, soprattutto, dalla comunità afghana italiana – la maggior parte residente a Roma, ma non solo – con l’aiuto e la partecipazione di diverse organizzazioni e associazioni vicine alle donne e al popolo dell’Afghanistan. La manifestazione si apre con un minuto di silenzio in ricordo di tutte le vittime dell’Afghanistan dei Talebani, con particolare enfasi sugli ultimi avvenimenti di Herat, in cui alcune donne sono state maltrattate e imprigionate per aver presumibilmente violato il codice di abbigliamento talebano; dopo questo episodio donne e uomini si sono riversati in una protesta tra le strade di Herat, accolti però dalla repressione dei Talebani, che hanno aperto il fuoco uccidendo una donna e un bambino (vittime confermate), e ferendo altri manifestanti. Un silenzio carico di emozione e di commozione e che racchiude, in realtà, dentro di sé un grido di stanchezza, rabbia, denuncia, forza, voglia e necessità di cambiamento. Al silenzio si susseguono poi voci, contributi, testimonianze e rappresentazioni legati da un unico filo rosso: la solidarietà e la vicinanza alle donne dell’Afghanistan, la denuncia forte e decisa nei confronti dei Talebani e il loro regime di terrore, la mobilitazione civile che a gran voce si oppone a qualsiasi forma di apertura verso il regime e la resistenza di un popolo che si batte per un Afghanistan libero. Le voci e la presenza delle associazioni e organizzazioni – come il Cisda, la Comunità di Sant’Egidio, Binario 15, Associazione Nawroz, Nove Caring Humans, Amnesty International, Partito Radicale – si sono susseguite alla voce e alla presenza dei singoli – come Stefano Liberti, Zahra Tofigh e Lucia Mazzanti (quest’ultima in veste di mediatrice dell’intero evento). Voci che hanno raccontato dell’Afghanistan, che hanno portato la voce diretta e indiretta delle donne e del popolo afghano, che hanno raccontato del proprio lavoro e del proprio contributo in solidarietà con le donne e con la comunità dell’Afghanistan e che hanno ampliato il grido di resistenza e di protesta. Ma le vere e i veri protagonisti sono state donne, ragazze, uomini e ragazzi afghani presenti alla manifestazione. Studentesse e studenti, attiviste e attivisti, rappresentanti di associazioni e organizzazioni, famiglie con le proprie bambine e i propri bambini; sono le testimonianze dirette di un popolo che soffre e ha sofferto, di donne e ragazze che hanno vissuto sulla propria pelle la privazione e negazione di ogni diritto fondamentale, di uomini e ragazzi che vogliono sconfiggere la narrazione tossica e patriarcale dei Talebani, di artiste e artisti che con la propria arte e con le proprie rappresentazioni hanno raccontato l’incubo di vivere sotto un regime di terrore, di privazione, di morte. La loro voce e le loro testimonianze sono state accompagnate da letture di poesie e racconti, da canti e da balli, da piccole ma potenti messe in scene teatrali, da grida e da gesti – il più emblematico: il “Signal For Help” internazionale (palmo rivolto verso l’interlocutore, pollice piegato all’interno e chiusura e apertura delle altre dita) utilizzato come gesto silenzioso per comunicare una situazione di pericolo, utilizzato soprattutto dalle donne in dinamiche di violenza. Voci, gesti e testimonianze di persone che sono riuscite a scappare dall’Afghanistan, ma che non per questo hanno dimenticato il loro popolo e le loro donne, e che cercano tutti i giorni di essere vicine e vicini a quel popolo e a quelle donne, di far sentire la loro voce, di battersi affinché più persone e donne possano scappare…ma soprattutto battersi affinché quel popolo e quelle donne possano liberarsi, una volta per tutte, dal terrore e dalla violenza del regime talebano e possano tornare a godere dei propri diritti e tornare a respirare e a vivere in un paese finalmente libero. Tanti i cartelli e gli striscioni: slogan e frasi che richiamano la lotta e la libertà del popolo dell’Afghanistan, messaggi di solidarietà e vicinanza alle donne afghane, denunce dirette contro i Talebani, una lista di tutti i divieti emanati dai Talebani e che gravano sulla vita e sui corpi delle donne afghane, messaggi di pace, di resilienza e di resistenza. E infine un grande striscione bianco, su cui bambine e bambini afghani hanno colorato e disegnato, facendo sentire anche la loro piccola – ma non per questo meno grande ed importante – voce per le donne e per un popolo che molti di loro non hanno neanche avuto modo di incontrare. Un coro di voci, di presenze e di contributi che hanno animato una piazza intera per quasi 3 ore e che ci ha tenuto a mandare un messaggio forte e chiaro: vicinanza e solidarietà al popolo e alle donne dell’Afghanistan, appoggio alla liberazione di un popolo contro un regime di terrore e di violenza, e opposizione alla complicità e al silenzio di gran parte della comunità e delle istituzioni europee e internazionali. Alessia Ghiraldo, attivista CISDA CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
June 28, 2026
Pressenza
“Guerra necessaria, mito occidentale”
A volte nella geopolitica, come in altri campi, ci sono cose che non si spiegano mentre avvengono e spesso anche dopo. Le guerre appartengono alla categoria delle cose che non si spiegano mai. Prima che scoppino non si percepiscono o si rifiutano i segnali di preavviso, mentre si combattono la […] L'articolo “Guerra necessaria, mito occidentale” su Contropiano.
June 28, 2026
Contropiano
Bruxelles tratta coi talebani sui rimpatri. Kabul legittimata in nome della “remigrazione”
L’arrivo di una delegazione ufficiale formata da cinque funzionari talebani a Bruxelles ha scatenato un vero e proprio terremoto politico. E non poteva essere altrimenti, dato che la UE continua a proclamarsi l’ultimo baluardo della democrazia e dei diritti, umani e civili (quelli sociali mai, ci mancherebbe…), e poi legittima […] L'articolo Bruxelles tratta coi talebani sui rimpatri. Kabul legittimata in nome della “remigrazione” su Contropiano.
June 27, 2026
Contropiano
Il diritto contro la forza: Fatou Bensouda e la difesa della giustizia internazionale
di Bruno Lai 15 giugno 2012: Fatou Bensouda, giurista gambiana, diventa Procuratrice capo della Corte Penale Internazionale, CPI. Resterà in carica nove anni, fino al 15 giugno 2021. Premessa storico-filosofica Il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel, nei suoi importanti Lineamenti di filosofia del diritto, scrive: «[…] poiché il rapporto tra gli Stati ha per principio la loro sovranità, […]
Afghanistan, la prossima guerra per procura dell’America
Un recente articolo pubblicato dall'”Interpreter” del Lowy Institute – finanziato dall’industria bellica statunitense, dalle grandi aziende tecnologiche, dalle banche e da altri interessi speciali occidentali – afferma audacemente che “l’Afghanistan sta rinunciando alle sue ricchezze minerarie, e al suo futuro“. La Cina viene accusata di scavare e rimuovere minerali grezzi […] L'articolo Afghanistan, la prossima guerra per procura dell’America su Contropiano.
June 13, 2026
Contropiano
Afghanistan: denunciamo detenzione di una operatrice sanitaria e crescenti restrizioni nei confronti delle donne
In Afghanistan un’operatrice sanitaria di Medici Senza Frontiere (MSF) è stata fermata dai rappresentanti del ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio (PVPV) mentre si recava, accompagnata dal marito, all’ospedale regionale di Herat, dove lavora nel reparto pediatrico supportato da MSF. È stata accusata di non aver rispettato il codice di abbigliamento imposto alle donne nel paese, è stata trattenuta per 2 giorni e, infine, rilasciata l’8 giugno dopo aver dovuto firmare – insieme al marito e ad altri membri della famiglia – un impegno scritto a indossare in futuro l’abbigliamento specifico imposto dal PVPV. MSF è indignata per l’arresto e la detenzione di una propria dipendente nell’ambito dell’applicazione delle norme sul codice di abbigliamento in vigore nella città. Questo episodio non è un caso isolato. Le donne in Afghanistan devono affrontare restrizioni molto severe alla libertà di movimento e all’accesso alla vita pubblica, che hanno conseguenze dirette sull’accesso alle cure e sulla fornitura di servizi sanitari in tutto il paese. MSF è a conoscenza delle segnalazioni secondo cui, nell’ultima settimana, un gran numero di donne è stato arrestato dai rappresentanti del PVPV a Herat. Il 9 giugno, una manifestazione contro le restrizioni imposte alle donne è stata dispersa con violenza dalla polizia, che ha fatto uso di armi da fuoco, bastoni e fruste, causando diversi feriti e nuovi arresti. Dal 2021, le donne in Afghanistan sono state sempre più escluse dalla vita pubblica. A loro è vietato l’accesso all’istruzione secondaria e superiore, è precluso l’accesso a molti ruoli nel settore pubblico e umanitario, hanno un accesso limitato all’assistenza sanitaria e sono escluse dagli spazi pubblici. Altre misure rivolte alle donne, come l’obbligo di indossare il burqa e di essere accompagnate da un mahram (accompagnatore maschile) quando escono di casa, compromettono ulteriormente l’accesso ai servizi medici essenziali e ostacolano la capacità delle operatrici sanitarie di fornire assistenza. Queste restrizioni colpiscono in modo sproporzionato le donne e i bambini, che spesso si affidano al personale medico femminile per ricevere cure in modo sicuro e nel rispetto della cultura locale. Il personale femminile rimane fondamentale per il lavoro di MSF in Afghanistan. MSF gestisce attualmente 7 progetti in 7 province, fornendo assistenza ostetrica, pediatrica, traumatologica e per la cura della tubercolosi. Le donne costituiscono il 45% del personale infermieristico che lavora per MSF nel paese; nei progetti incentrati sulla maternità rappresentano più della metà della forza lavoro e sono essenziali per fornire assistenza in spazi clinici riservati alle donne. Medecins sans Frontieres
June 12, 2026
Pressenza
L’orrore dell’ipocrisia
Quattro uomini sono stati bruciati vivi ad Amendolara (Cosenza) perché chiedevano di essere pagati per il lavoro svolto. Già questa frase dovrebbe bastare a scuotere un Paese nella cui Costituzione celebriamo che è fondata sul lavoro. Eppure rischiamo di fermarci all’orrore dell’episodio, alla crudeltà dei carnefici, alla commozione di qualche giorno. Sarebbe l’ennesima ipocrisia. Il caporalato non cresce nelle campagne come un’erbaccia spontanea. Vive dentro una filiera che pretende prezzi sempre più bassi, raccolti sempre più rapidi, costi sempre più ridotti. Vive nella nostra indifferenza quando riempiamo il carrello compiacendoci di fragole, pomodori e agrumi venduti a prezzi impossibili. Quei quattro braccianti afghani non lavoravano per il Pakistan. Le terre che coltivavano non erano pakistane. I prodotti raccolti sotto il sole cocente della Calabria non erano destinati ai mercati di Kabul o Islamabad. La domanda da porci non è chi abbia appiccato il fuoco, ma chi alimenti il sistema che rende possibile lo sfruttamento, il ricatto, la riduzione di esseri umani a forza lavoro usa e getta. Ci scandalizziamo davanti alle fiamme. Molto meno davanti ai salari da fame, ai contratti negati, ai ghetti, ai trasporti clandestini, alle schiavitù moderne che permettono di abbassare il prezzo di ciò che arriva sulle nostre tavole. Quattro uomini sono morti bruciati vivi. Se questa tragedia non diventerà una rivolta delle coscienze, allora il fuoco continuerà a bruciare anche oltre quella vettura: nelle campagne, nei supermercati e nelle nostre responsabilità. Fonte: Mosaico di pace Comune-info
June 3, 2026
Pressenza