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AFGHANISTAN: ATTACCHI PAKISTANI SU LARGA SCALA. COLPITE KABUL E KANDAHAR.
Guerra aperta tra Pakistan e Afghanistan. Islamabad hanno condotto raid aerei contro obiettivi militari in Afghanistan e dichiara di aver ucciso 274 talebani tra Kabul, Kandahar e Paktia. Il ministero della difesa di Kabul afferma di aver risposto con raid aerei in Pakistan. I due eserciti si sarebbero affrontati anche via terra nella zona del valico di frontiera di Torkham. “La pazienza è finita” dice il Governo pakistano, tornato a schierare il proprio potenziale militare a seguito di un attacco suicida rivendicato dai talebani pakistani, autonomi ma affiliati a quelli afghani, che ha ucciso più di 30 persone in una moschea sciita di Islamabad.  Sull’altro fronte il governo talebano afghano sostiene di “volere una soluzione pacifica”, ha dichiarato il portavoce Zabihullah Mujahid in una conferenza stampa, confermando inoltre la presenza di “aerei pachistani in volo sopra l’Afghanistan”. Difficile al momento capire esattamente cosa stia accadendo sul terreno afghano dove da decenni è presenti l’ong italiana Emergency. I centri sanitari dell’organizzazione hanno ricevuto finora nove feriti, ma il bilancio è fortemente parziale. “Nella notte tre pazienti sono giunti al nostro ospedale di Kabul dall’area di Pul-e-Charkhi, zona est della capitale, e sei hanno raggiunto il nostro posto di primo soccorso a Gardez (provincia di Paktia, a sud di Kabul)”, spiega Dejan Panic, direttore del programma di Emergency in Afghanistan. “Quattro di questi sono stati già trasferiti a Kabul e due arriveranno nelle prossime ore”, ha precisato, aggiungendo che è probabile che “il numero di feriti possa aumentare”. Emergency, ha affermato poi Panic, chiede “la fine immediata delle ostilità” tra i due Paesi, sostenendo che “questa nuova escalation di violenza rischia di far ripiombare” l’Afghanistan “nell’incubo della guerra” e che un eventuale allargamento del conflitto può avere “conseguenze imprevedibili” sull’intera regione. Su Radio Onda d’Urto l’intervista al giornalista Emanuele Giordana, già direttore di Lettera 22, e attuale direttore di Atlanteguerre.it. Ascolta o scarica
February 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Coercizione senza consenso: gli Stati Uniti e il nuovo disordine imperialista
L’anno 2025 ha testimoniato un’escalation di minacce da parte degli Stati Uniti verso il Sud del Mondo. Nel giro di pochi mesi, Washington ha dichiarato che lo spazio aereo venezuelano era “completamente chiuso”, ha minacciato di invadere la Nigeria “a colpi di pistola” per proteggere i cristiani da un presunto […] L'articolo Coercizione senza consenso: gli Stati Uniti e il nuovo disordine imperialista su Contropiano.
January 29, 2026
Contropiano
Si rompe l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan
Ci sono volute le ruvide dichiarazioni di Trump per rompere l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan. Si tratta di una delle pagine rimosse dalla storia recente del paese. Con un sorrisetto beffardo, Trump riferendosi agli alleati della Nato, ha dichiarato alla Fox News: “Loro dicono di aver mandato un […] L'articolo Si rompe l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan su Contropiano.
January 26, 2026
Contropiano
“Coercizione Senza Consenso: Gli Stati Uniti e il Nuovo Disordine Imperiale”
L’anno 2025 ha visto l’intensificarsi delle minacce degli Stati Uniti contro il Sud Globale. Nel giro di pochi mesi, Washington ha dichiarato lo spazio aereo venezuelano “completamente chiuso”, ha minacciato di invadere la Nigeria “con le armi spianate” per proteggere i cristiani da un presunto genocidio e ha preteso che i […] L'articolo “Coercizione Senza Consenso: Gli Stati Uniti e il Nuovo Disordine Imperiale” su Contropiano.
December 16, 2025
Contropiano
Torino Film Festival 4/ Cinema Jazireh di Gözde Kural
È piuttosto normale, e in parte comprensibile, che alcuni paesi, conflitti o situazioni geopolitiche siano cinematograficamente sovra-esposti in certi periodi, mentre in altri tendano a farsi meno presenti, quasi a svanire. L’Afghanistan è uno di questi paesi. Molto presente nel ventennio dell’operazione “Enduring Freedom”, quando le bombe più potenti del mondo, sganciate dall’esercito più forte del mondo, distruggevano il paese più povero del mondo, e poi un po’ scomparso dal grande schermo, con il ritorno dei Talebani al potere in seguito al ritiro dell’U.S. Army nel 2021. È una regista turca, Gözde Kural, a filmare nuovamente, in modo magistrale, i colori, i silenzi e le atmosfere dell’Afghanistan sotto il tallone di ferro del regime talebano. Kural è già autrice di Dust (2016), un altro bellissimo lungometraggio su questo paese, per il quale dichiara di avere una vera e propria “ossessione”. Torna oggi con Cinema Jazireh, presentato prima in concorso a Karlovy Vary e poi al Torino Film Festival, con una storia in cui niente sembra quello che è, e dove la maschera appare per i meno forti come l’unico modo, provvisorio e precario, di non farsi calpestare. Un film di animazione di grande successo, The Breadwinner di Nora Twomey (2017), aveva già esplorato il tema del travestimento come strategia di sopravvivenza di una ragazza afghana che si traveste da uomo per cavarsela nel quotidiano, sotto un regime in cui le donne non hanno neanche il diritto di uscire di casa da sole senza essere maltrattate, insultate, punite anche severamente, esposte all’arbitrio degli auto-proclamati difensori della virtù, naturalmente nel nome di dio onnipotente (e di chi altri…). Esplorando la medesima idea, Kural segue qui il coraggioso tentativo di una giovane madre di ritrovare il proprio figlio, scomparso in seguito all’ennesima azione violenta degli “studenti” delle madrasse, in cui è rimasta coinvolta la sua famiglia. Leila (Fereshte Hosseini) è costretta così a farsi “uomo”, perché – come afferma nel film uno dei pochi personaggi che provano per lei empatia – in un paese così, più lunga e folta è la barba, segno di devozione, più la propria presenza è legittimata nello spazio pubblico. È un suggerimento interessante, perché questa superficiale estetizzazione della virtù non è propria soltanto dell’“arretrato” Afghanistan, ma diffusa e palesata anche nelle nostre società: Kural pensa innanzittuto alla sua Turchia, ma l’osservazione vale anche per i paesi europei e occidentali, e non solo per l’Islam, come conferma l’ottusa battaglia dei simboli religiosi. A essi si oppone maldestramente il laicismo alla francese in chiave apertamente anti-mussulmana e, del pari, a essi si richiama il fascio-cristianesimo trumpiano (cfr. il Segretario di Stato Marc Rubio in TV con la croce di Cristo stampata in fronte per il mercoledì delle ceneri): in hoc signo vinces! > Il mascheramento, in Afghanistan, è tradizionalmente sinonimo di scomparsa, > cancellazione, offuscamento della donna, sotto l’inconfondibile burqa azzurro > che è ormai diventato così familiare, anche grazie al cinema, nell’immaginario > occidentale. In questo film, ci si maschera invece per potersi mostrare, per > passare inosservati e poter così, al tempo stesso, esistere senza essere > aggrediti, muoversi per strada o chiedere informazioni, ma anche ballare o > ascoltare musica. Inaspettatamente, il film si immerge così in una realtà sotterranea, insospettata e sorprendente, in cui è ora l’uomo a divenire donna, per ritrovare un po’ di umanità. Tuttavia, poiché niente è come sembra, anche in questo mondo parallelo, che ha il titolo del film, gli oppressi divengono oppressori, in una catena che lega tra loro i più forti ai più deboli, scambiando continuamente i ruoli. È proprio qui che Leila spera di ritrovare il figlio e dove invece scoprirà chi, come lei, si maschera per vivere sognando di un mondo diverso, al riparo dalla violenza eppure riproducendola a sua volta. Cinema Jazireh è un ritratto intenso, dove la speranza non muore mai ma il terrore è sempre in agguato. Ed è interessante che l’ossessione della turca Gözde Kural porti a riflettere non solo sull’Afghanistan, ma anche sul proprio paese dove, sotto una maschera di modernità, sopravvivono irrisolte molte delle questioni sollevate nel film, come il controllo sociale, la corruzione politica, l’assenza di libertà, la violenza del regime, il peso asfissiante della religione. Uno dei più significativi “riconoscimenti” che, paradossalmente, questo lavoro poteva ottenere viene proprio dalla Turchia: inizialmente sostenitore del progetto, il Ministero della Cultura turco, scandalizzato, ha ritirato il proprio sostegno alla pellicola dopo averla visionata: in fin dei conti, un film come questo fa cadere molte maschere. Nell’immagine di copertina un fotogramma del film SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Torino Film Festival 4/ <em>Cinema Jazireh </em> di Gözde Kural proviene da DINAMOpress.
December 10, 2025
DINAMOpress
“L’ICE funziona come un esercito di occupazione. Lo so perché ne ho fatto parte”
Gli elicotteri dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sorvoleranno senza dubbio il mio quartiere in cerca di riparatori di tetti e giardinieri in questo “Veterans Day”, proprio come hanno fatto per settimane. Negli Stati Uniti, sei un bersaglio facile se hai la pelle scura e il tuo lavoro richiede di lavorare […] L'articolo “L’ICE funziona come un esercito di occupazione. Lo so perché ne ho fatto parte” su Contropiano.
December 6, 2025
Contropiano
Pakistan, inondazioni, cambiamento climatico e tensioni internazionali
Negli ultimi 10-15 anni abbiamo assistito a un allarmante aumento del numero, della frequenza e della natura irregolare delle inondazioni in Pakistan. Quando queste inondazioni colpiscono, causano un’immensa mortalità, morbilità e sfollamenti su larga scala. Solo pochi anni fa, nel Sindh, migliaia di anni di civiltà sono stati letteralmente spazzati via: moschee, templi, scuole, ospedali, vecchi edifici e monumenti. Anche quest’anno, le inondazioni in Pakistan hanno segnato un nuovo record. Da fine giugno 2025 a fine settembre, il Pakistan è stato sommerso da inondazioni che hanno devastato le province di Khyber Pakhtunkhwa, Punjab, Sindh e Gilgit-Baltistan, con oltre 1.000 morti, 3 milioni gli sfollati, e quasi 7 milioni di persone colpite. Ad aprile 2025, inoltre, l’India ha sospeso unilateralmente la sua partecipazione al Trattato sulle Acque dell’Indo del 1960, aggiungendo incertezza a una situazione già critica. La decisione indiana di sospendere il Trattato delle acque dell’Indo rappresenta un precedente storico: nonostante decenni di tensioni e crisi diplomatiche, il trattato era sempre stato rispettato da entrambe le parti. L’agricoltura, settore vitale per l’economia pakistana, è in ginocchio. Migliaia di ettari di terreni coltivati e 6.500 capi di bestiame sono andati perduti. I danni economici totali sono stimati in decine di miliardi di dollari. Come ricorda la giornalista Sara Tanveer in un suo recente articolo, il paradosso più crudele è che il Pakistan, con una produzione di appena 2,45 tonnellate di CO2 per persona all’anno, contribuisce meno dell’1% alle emissioni globali ma subisce le conseguenze più devastanti del cambiamento climatico. Due paesi, Cina e USA, producono il 45% delle emissioni globali, e i primi 10 sono responsabili di oltre il 70%. Eppure l’85% dei finanziamenti verdi va a questi stessi 10 paesi. Abbiamo chiesto a Sara Tanveer, scrittrice e giornalista free lance italo pakistana, di parlarci della situazione attuale del Pakistan per quanto riguarda le conseguenze della crisi climatica, e dei rapporti del Paese con India e Afghanistan. Ascolta o scarica l’approfondimento.
November 17, 2025
Radio Blackout - Info
BASTIONI DI ORIONE 06/11/2025 – IN QUESTA PUNTATA SPICCANO: LA FIGURA DI MAMDANI, ILLUSIONE DI UNIONE DAL BASSO O DURATURA REAZIONE AL TRUMPISMO; LE FOSSE COMUNI A DAR ES SALAAM, COME RISULTATO DELLE “URNE”; LE GUERRE DI TALEBANI INCRINANO LA DURAND LINE
Le molte meteore dell’empireo costellato da fulgide stelle di leader progressisti che si erigono a paladini dei più deboli ci rendono prudenti anche nei confronti di una figura così fresca e spontanea come Zohran Mamdani, figlio della regista indiana Mira Nair e di un docente ugandese, eletto sindaco della più emblematica e contraddittoria metropoli al mondo; abbiamo sentito la necessità di esprimere le nostre perplesse cautele con Giovanna Branca, giornalista che ha seguito per “il manifesto” le elezioni per il municipio di New York. Abbiamo poi proseguito con risultati di elezioni più sanguinose, andando in Tanzania con Elio Brando, africanista per l’Ispi, ne è scaturita una interessante analisi sul paese che si riteneva immune dalla necessità di esibire scontento e istanze di liberazione dal regime autocratico instaurato da Samia Suluhu, subentrata nella democratura alla morte di Magufuli, perpetuando il potere del Partito della Rivoluzione. Il numero di morti risultato dalla repressione ancora a distanza di una settimana oscilla tra 700 e 3000 nel paese che detiene una delle progressioni più ampie di sviluppo grazie alle sue infrastrutture. Questo ha dato il destro al nostro interlocutore per inquadrare quella economia nella regione. Un terzo contributo alla trasmissione è stato assicurato da Giuliano Battiston, che ci ha illustrato la situazione afgana a 4 anni dal ritorno dei talebani mentre è in corso una guerra vera e propria a cavallo del confine tracciato da Durand un secolo e mezzo fa, dividendo clan tra territorio pakistano e territorio controllato da Kabul. Tra terremoti, gender apartheid, remigrazione (9 milioni di profughi in Iran e PAkistan rischiano il rimpatrio), bombardamenti e indifferenza occidentale si assiste a nuove relazioni internazionali tra il potere dei talebani afgani e grandi potenze come Russia e India (motivo dei dissapori con Islamabad) ANOMALIA ZOHRAN? Come nella cultura pop dei film di Mira Nair si alleano i più diversi bisognosi anche nella squadra di suo figlio Zohran si è assistito a un successo derivante dal concentramento di bisogni che sono stati finalmente nominati, ed è bastato questo per travolgere l’establishment. Da ultimo persino Obama ci ha messo il cappello democratico su un’operazione del tutto nata dal basso che ha potuto contare sul moltiplicatore della rete social per ridicolizzare la tracotanza menzognera dello strapotere trumpiano dal lato della narrazione che s’impone, dando voce alla coalizione interclassista dei multimiliardari e dei deprivati redneck razzisti per tradizione e cultura della America Profonda che odia proprio i woke newyorkesi, i quali a loro volta rappresentano l’altro lato della narrazione dell’establishment. La vittoria di Zohran Mamdani non è ascrivibile al Partito democratico, che se l’è intestata. Chi ha portato alle urne l’America avversa a Trump sono stati gli argomenti condivisi da chi abita New York senza avere le risorse per sopravviverci, non la struttura del partito, né le sue strategie. Ma basta questo per collocare Zohran Mamdani in un circuito virtuoso di lotta sociale, senza la superficialità populista delle promesse, anche se queste sono lo specchio delle reali necessità per consentire la sopravvivenza dei newyorchesi alla New York delle lobbies che hanno appoggiato Cuomo? E riuscirà la squadra di avvocati subito schierata a salvarlo dallo strapotere di Potus? Un po’ questo è il centro della nostra chiacchierata con Giovanna Branca che ha seguito per “il manifesto” l’elezione per il sindaco della Grande Mela. CATASTE DI CADAVERI SOSTENGONO LE INFRASTRUTTURE DI DAR ES SALAAM Abbiamo sentito Elio Brando, perché ci eravamo lasciati il 18 ottobre con Freddie del Curatolo reduce dall’aver appena insufflato il dubbio ad alti funzionari governativi in una Dar es Salaam blindata che i giovani potessero assumere come modello la Generazione Z dei paesi limitrofi, ottenendo una risposta che non ammetteva repliche: «Qui non ne hanno bisogno». Avevamo immaginato alludessero al fatto che la Tanzania è un paese in pieno sviluppo, grazie alla collocazione strategica delle sue infrastrutture e dei suoi porti; probabilmente era invece una risposta minacciosa, che alludeva all’apparato repressivo connaturato al regime che Samia Suluhu Hassan ha ereditato dal sanguinario Magufuli, di cui era vicepresidente. E infatti già il 21 ottobre stesso si sono sollevate proteste con urne ancora aperte e dichiarazione di elezione della presidente, fino a una insurrezione stroncata con centinaia di morti, la cifra esatta delle cataste di cadaveri non è ancora chiara e forse non si saprà mai, ma si parla di più di 700 morti. Abbiamo preso spunto dalle violenze postelettorali in Tanzania per aprire una finestra sulla regione e per cogliere se l’establishment avesse compreso quanto una società in evoluzione rapida potesse ancora accettare dei giochetti della vecchia politica e quanto conta la generazione Z negli equilibri dei paesi africani più in sviluppo. Qui si innesca un’analisi dei movimenti di contestazione diversi che si sono affacciati nella regione, a cominciare dal Kenya per arrivare al Madagascar e ora in Tanzania, comparando le differenze tra le istanze e le forme di lotta e la composizione sociale dei “ribelli” e invece la composizione del dissenso e dell’opposizione nei paesi che compongono la regione africana che si affaccia sull’Oceano indiano. E poi le modalità della collaborazione tra i governi nella repressione in opposizione ai rapporti tra contestatori. Allargando un po’ lo sguardo Elio Brando ci ha aiutato da un lato a descrivere le compromissioni di potenze locali (Turchia, Sauditi, Emirates… Israele), che occupano direttamente o sovvenzionano proxy war o gruppi jihadisti e poi il coinvolgimento delle grandi potenze (Cina, Usa, Russia… India) per lo più relativo a infrastrutture e sfruttamento di risorse attraverso corridoi comunicativi e porti; dall’altro l’importanza per l’economia mondiale di siti come i porti tanzaniani – Dar es Salaam in primis –, di infrastrutture come il corridoio di Lobito e la risposta cinese corrispondente, ferrovie e infrastrutture in generale. Dove il colonialismo parla più cinese. ANCORA UNA GUERRA SULLA DURAND LINE In guerra con il Pakistan ma diplomaticamente riequilibrati con India, Sauditi, Emirates… Usa  Dall’ultimo vergognoso volo partito da Kabul nell’agosto del 2021 in Occidente è stata messa la sordina sull’Afghanistan, ma forse questo è il frutto di come si è sbagliato l’approccio, procedendo per preconcetti di cui si andava a cercare una conferma, senza realmente guardare il panorama del paese: di questo Giuliano Battiston ha discusso in un’intervista con un grande fotografo, Lorenzo Tugnoli per “Alias” e poi ripreso su “Lettera22”. Dopo la guerra, quella conclusa da Biden con la fuga precipitosa, bisogna cambiare ulteriormente le lenti dell’ottica con cui illustrare il paese dopo 4 anni di nuovo con i talebani al potere tra terremoti, apartheid di genere, povertà. E nei rapporti con l’esterno come si possono inquadrare le relazioni con le potenze che hanno riconosciuto il paese: la Russia, ma anche l’India, innescando così i conflitti con il Pakistan, con cui esplodono vere e proprie guerre al confine della Durand Line su questioni relative al rifugio concesso ai talebani delle famiglie pakistane del Waziristan (il Ttp), ma anche il rimpatrio forzato dei 9 milioni di rifugiati afgani a Quetta, Islamabad, Karachi… o in Iran. Una guerra che ha visto protagonisti Qatar e Turchia a intessere colloqui di pace.
November 11, 2025
Radio Blackout - Info
“ATTRAVERSARE LA NOTTE”: IL LIBRO CHE RACCONTA DELLE DONNE NELL’AFGHANISTAN DEI TALEBANI DI CRISTIANA CELLA
“Attraversare la notte: Racconti di donne dell’Afghanistan dei talebani” è un libro di Cristiana Cella, scrittrice e giornalista, pubblicato nel 2025 e edito da Altreconomia nella Collana Storie. All’interno del volume sono presenti anche le intense immagini scattate dalla fotografa Carla Dazzi. “Le donne afghane stanno attraversando una notte molto profonda” queste sono le parole dell’autrice che da anni fa parte del CISDA (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane), che dal 1999 ha contatti con con chi vive in Afghanistan. La speranza si mantiene grazie a queste associazioni che penetrano in territori irraggiungibili. La repressione nei confronti delle donne afghane è talmente pervasiva che “ti mangia da dentro”. Ogni comportamento può essere ed è punito. Si rischia il carcere se una donna parla a voce alta fuori da casa propria, se esce senza l’accompagnamento di un membro maschile della famiglia, se non è completamente coperta. Il tasso di suicidio tra le giovani è aumentato di tantissimo e il fatto più inquietante è che non si hanno più notizie dall’Afghanistan visto che le giornaliste sono state o arrestate o allontanate. Cristiana Cella apre delle finestre su Kabul, sul Nuristan, su un paesino tra le montagne. Nel volume ci sono 70 racconti ispirati dalle testimonianze raccolte dall’autrice in quattro anni, informazioni che servono a sostegno della resistenza delle donne afghane per rompere il silenzio colpevole. Secondo Cella l’Afghanistan è un popolo intero che è soggetto ai capricci dei talebani e le donne afghane non hanno alleati, sono sole. Sulla condizione delle donne sotto il repressivo regime dei talebani in Afghanistan abbiamo intervistato l’autrice del libro Cristiana Cella.  Ascolta o scarica  
November 7, 2025
Radio Onda d`Urto
PAKISTAN – AFGHANISTAN: PROLUNGATO IL CESSATE IL FUOCO, NONOSTANTE L’ATTACCO A UNA BASE PACHISTANA DI CONFINE
Oggi, venerdì 17 ottobre, un attentatore suicida si è fatto esplodere contro una struttura militare pachistana a Mir Ali, nel Nord Waziristan: fonti locali parlano di 7 vittime, tra cui 6 assalitori e un soldato di Islamabad. Nonostante questo, la tregua di 48 ore tra Pakistan e Afghanistan è stata prolungata: i due Paesi asiatici hanno fatto sapere che durerà fino all’esito dei negoziati che ci saranno a Doha. Da una settimana, la frontiera tra Spin Boldak (lato afghano) e Chaman (lato pakistano, nella provincia del Balucistan) è tornata a essere una zona di guerra aperta. A causa degli scontri, Islamabad ha ordinato la chiusura di valichi strategici, incluso il valico di Torkham— il più importante e trafficato—interrompendo il flusso di farina, carburante e medicinali. Dopo giorni di combattimenti continui, il 15 ottobre è stato concordato tra Pakistan e Afghanistan un cessate il fuoco di 48 ore. “A differenza dei decenni precedenti, dove gli scontri erano spesso limitati a milizie irregolari, questa volta si affrontano direttamente le forze armate statali”, spiega ai nostri microfoni Enrica Garzilli, specialista studi asiatici e profonda conoscitrice della storia di quei luoghi. “Islamabad considera l’attentato una violazione deliberata del cessate il fuoco, compiuta dai militanti del TTP (Tehrik-i-Taliban Pakistan), un gruppo islamista che opera contro lo Stato pachistano. Secondo le fonti di intelligence pachistane, i TTP sarebbero entrati dal lato afghano durante la tregua. L’attacco invia un forte messaggio politico: la tregua è vostra, non è nostra. Noi attraversiamo il confine quando vogliamo.” Le accuse tra Kabul e Islamabad sono reciproche: Islamabad accusa i talebani afghani di offrire rifugio al TTP, mentre Kabul accusa il Pakistan di ospitare l’ISIS-K e di violare la sovranità afghana con bombardamenti oltre frontiera e chiusure unilaterali dei valichi. Nell’intervista a Enrica Garzilli affrontiamo anche le radici profonde del conflitto, che risale al 1893, quando venne tracciata dai britannici la linea coloniale Durand, da sir Mortimer Durand, per separare l’allora India dalle tribù Pashtun dell’Afghanistan. “Tutt’oggi questa linea non è riconosciuta dall’Afghanistan e per le popolazioni locali si tratta di una costruzione coloniale, non di una barriera reale: famiglie, traffici e reti armate tribali la attraversano liberamente nei due lati“. Le vicende oggi sono drammatiche anche perché la chiusura di valichi come Torkham blocca gli aiuti umanitari in un Paese dove 20 milioni di persone dipendono da supporti esterni. Il 15 ottobre si è tenuta la conferenza dei paesi donatori, in Uzbekistan, a cui ha partecipato anche l’Italia, promettendo 35 milioni di euro con la chiara indicazione che i fondi siano erogati solo attraverso i canali ONU e destinati a priorità specifiche: sanità mobile nelle aree rurali, microborse per scuole femminili informali (i talebani proibiscono l’istruzione alle ragazze) e sostegno economico a vedove e donne vulnerabili. Esistono quindi di fatto due Afghanistan: uno militarmente controllato dall’Emirato talebano e un “Afghanistan umanitario” gestito e finanziato dall’ONU e da donatori internazionali. Ascolta su Radio Onda d’Urto l’intervista a Enrica Garzilli, specialista di studi asiatici. Ascolta o scarica
October 17, 2025
Radio Onda d`Urto