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L’orrore dell’ipocrisia
Quattro uomini sono stati bruciati vivi ad Amendolara (Cosenza) perché chiedevano di essere pagati per il lavoro svolto. Già questa frase dovrebbe bastare a scuotere un Paese nella cui Costituzione celebriamo che è fondata sul lavoro. Eppure rischiamo di fermarci all’orrore dell’episodio, alla crudeltà dei carnefici, alla commozione di qualche giorno. Sarebbe l’ennesima ipocrisia. Il caporalato non cresce nelle campagne come un’erbaccia spontanea. Vive dentro una filiera che pretende prezzi sempre più bassi, raccolti sempre più rapidi, costi sempre più ridotti. Vive nella nostra indifferenza quando riempiamo il carrello compiacendoci di fragole, pomodori e agrumi venduti a prezzi impossibili. Quei quattro braccianti afghani non lavoravano per il Pakistan. Le terre che coltivavano non erano pakistane. I prodotti raccolti sotto il sole cocente della Calabria non erano destinati ai mercati di Kabul o Islamabad. La domanda da porci non è chi abbia appiccato il fuoco, ma chi alimenti il sistema che rende possibile lo sfruttamento, il ricatto, la riduzione di esseri umani a forza lavoro usa e getta. Ci scandalizziamo davanti alle fiamme. Molto meno davanti ai salari da fame, ai contratti negati, ai ghetti, ai trasporti clandestini, alle schiavitù moderne che permettono di abbassare il prezzo di ciò che arriva sulle nostre tavole. Quattro uomini sono morti bruciati vivi. Se questa tragedia non diventerà una rivolta delle coscienze, allora il fuoco continuerà a bruciare anche oltre quella vettura: nelle campagne, nei supermercati e nelle nostre responsabilità. Fonte: Mosaico di pace Comune-info
June 3, 2026
Pressenza
Nessuna legittimità dall’Europa a chi massacra i diritti delle donne e delle bambine afghane
Le dichiarazioni di principio sono una cosa, gli interessi politici un’altra, anche per l’Unione Europea. Il Parlamento Europeo ha fin dall’inizio condannato i Talebani e le loro politiche fondamentaliste contro i diritti umani, negando sempre il riconoscimento del governo talebano de facto. In questo modo, l’Unione Europea si è presentata come paladina dei valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, coerentemente con la propria storia e identità politica. Una crescente distanza tra principi e pratiche politiche Tuttavia, questa attenzione dichiarata alla difesa dei diritti delle donne e del popolo afghano appare sempre meno coerente con alcune scelte politiche concrete adottate in questa fase sia dagli Stati membri sia dalle istituzioni europee. Infatti, osservando provvedimenti, dichiarazioni e iniziative rivolte ai migranti afghani, emerge una direzione diversa: accanto alle prese di posizione ufficiali, si sono sviluppati contatti e colloqui con i rappresentanti del governo talebano finalizzati a facilitare i rimpatri degli afghani ritenuti “indesiderati”, anziché esercitare una reale pressione per l’allentamento delle loro politiche repressive. In questo quadro, la crescente pressione dell’opinione pubblica europea a favore di un contenimento dei flussi migratori ha contribuito a trasformare il rifiuto formale del riconoscimento del governo talebano in un dialogo sempre più pratico e operativo. Ne è un esempio la progressiva normalizzazione dei contatti tecnici, che hanno finito per sostituire il negato riconoscimento politico con relazioni di fatto con delegati talebani e con l’accettazione di ambasciatori designati da Kabul. Si arriva così all’annuncio dell’invito della Commissione Europea a rappresentanti talebani per un incontro “tecnico” a Bruxelles, previsto per giugno, volto a discutere la possibilità di espulsione di cittadini afghani presenti in Europa. Secondo il portavoce Markus Lammert, si tratterebbe di un “incontro di follow-up”, successivo ai colloqui già svolti in Afghanistan, nell’ambito del dialogo operativo sui rimpatri. Il rischio di legittimazione politica Un incontro, tuttavia, fortemente contestato. Il Relatore speciale sui diritti umani in Afghanistan per le Nazioni Unite, Bennett, ha espresso preoccupazione per il rischio che qualsiasi forma di rimpatrio possa violare il principio di non respingimento, alla luce delle diffuse violazioni dei diritti umani. Anche la diaspora afghana e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato l’iniziativa come un tradimento dei diritti fondamentali. Sul piano politico, la maggior parte delle forze europee ha sottolineato come non esistano incontri realmente “tecnici”, poiché ogni contatto rischia di contribuire a una normalizzazione del regime talebano e a conferirgli una legittimità indiretta. Riconoscere anche solo indirettamente una qualche legittimità ad attori che violano sistematicamente i principi dell’Unione Europea finisce per indebolirne l’autorevolezza morale e la credibilità come garante dei diritti fondamentali. Anche Cecilia Strada – nel video che pubblichiamo – ha esortato a non fare alcun compromesso con i Talebani e invitato la Commissione a desistere dai colloqui. Una diplomazia silenziosa di avvicinamento di fatto Le contestazioni hanno portato il 21 maggio il Parlamento Europeo a esprimere una posizione contraria all’iniziativa, nell’ambito della delibera che condanna il Codice giuridico adottato dai Talebani e, più in generale, contro il riconoscimento del loro governo e per un impegno a riconoscere l’Apartheid di genere come crimine contro l’umanità. Tuttavia, l’invito non è stato ritirato. L’iniziativa si inserisce infatti in un processo di avvicinamento graduale, spesso definito “tecnico” o “pragmatico”, che si traduce in una diplomazia silenziosa fatta di piccoli passi e contatti informali. Dietro la definizione di “dialogo tecnico” si nasconde l’ambiguità della attuale fase politica europea: il difficile tentativo di mantenere l’equilibrio tra il rifiuto formale di legittimare i Talebani e la volontà di interagire con loro su questioni operative come i rimpatri.   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
May 31, 2026
Pressenza
Afghanistan, il silenzio delle bambine diventa consenso
della redazione di Diogene (*) Foto USAID Afghanistan, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons Il nuovo decreto talebano sul divorzio non legalizza soltanto un abuso. Fa qualcosa di più spietato: prende il silenzio di una ragazza/bambina e lo trasforma in consenso. Ma quel silenzio non è libero. È il risultato di un sistema che ha chiuso le scuole alle adolescenti,
Ricongiungimento familiare: sede diplomatica irraggiungibile, l’obbligo dell’appuntamento si sposta a “qualunque” Ambasciata
Il Tribunale di Roma stabilisce, a fronte dell’impossibilità di recarsi a Teheran per cause oggettive (nel caso di specie l’Ambasciata è stata poi effettivamente ricollocata nei giorni immediatamente successivi all’ordinanza cautelare), la fissazione di un appuntamento presso qualunque ambasciata sia disponibile, affermando espressamente che “l’Ambasciata italiana a Teheran risulta temporaneamente ricollocata a Baku, la quale dovrà provvedere, in alternativa a quella di Teheran, alla fissazione di appuntamento, ovvero dovrà provvedervi altra sede raggiungibile dai familiari del ricorrente per la formalizzazione della domanda di visto del minore“. Nel caso di specie, un cittadino afghano soggiornante di lungo periodo in Italia – e nelle more del giudizio divenuto cittadino italiano – aveva ottenuto il nulla osta dalla Prefettura competente per il ricongiungimento con il figlio minore, e aveva presentato sin dall’aprile 2025 istanza di appuntamento all’Ambasciata italiana a Teheran per la legalizzazione dei documenti e il rilascio del visto. Nonostante i ripetuti solleciti e il decorso dei termini di legge, nessun appuntamento era stato fissato. Il giudice aveva quindi emesso già in sede cautelare, dapprima inaudita altera parte il 26 novembre 2025 e poi in contraddittorio il 14 dicembre 2025, ordine di fissazione urgente dell’appuntamento. Senonché, la situazione geopolitica aveva reso nel frattempo del tutto irraggiungibile la sede di Teheran: l’Ambasciata italiana era stata temporaneamente ricollocata a Baku, e i familiari del ricorrente – residenti in Afghanistan – si trovavano nell’impossibilità di ottenere un visto di ingresso in Iran da parte delle autorità iraniane. La pronuncia si inserisce peraltro in un filone già consolidato della medesima sezione, secondo cui le difficoltà operative di una rappresentanza diplomatica o la situazione geopolitica di un Paese terzo sono “del tutto ininfluenti e irrilevanti sul giudizio di ricognizione del diritto soggettivo“, potendo l’Amministrazione sempre “individuare altra ambasciata idonea al rilascio del visto“. La problematica del resto era già stata evidenziata in una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (C-1/23 PPU, 18 aprile 2023). La Corte, intervenendo in via pregiudiziale d’urgenza su un caso che coinvolgeva familiari di un rifugiato siriano impossibilitati a raggiungere qualsiasi sede diplomatica belga, ha stabilito che imporre la comparizione personale senza eccezioni “non consente di tener conto degli eventuali ostacoli che potrebbero impedire la presentazione effettiva della domanda e, quindi, rendere impossibile l’esercizio del diritto al ricongiungimento familiare, protraendo così la separazione del soggiornante dai suoi familiari e la situazione spesso precaria di questi ultimi“. La sentenza valorizza in modo deciso, nei casi in cui sia un rifugiato a chiedere il ricongiungimento, l’oggettiva difficoltà di raggiungere le ambasciate di persona, affermando che gli Stati membri devono “dare prova della flessibilità necessaria per consentire agli interessati di presentare effettivamente la loro domanda di ricongiungimento familiare in tempo utile, facilitando la presentazione di tale domanda e ammettendo, in particolare, il ricorso a mezzi di comunicazione a distanza“. Ne consegue, secondo la CGUE, che una normativa che imponga la presenza fisica senza alcuna eccezione “viola il diritto al rispetto dell’unità familiare sancito dall’articolo 7 della Carta” e costituisce “un’ingerenza sproporzionata” rispetto all’obiettivo, pur legittimo, di contrasto alle frodi. La formalizzazione delle domande di visto anche a distanza diventa quindi non solo possibile, ma doverosa ogni volta che la comparizione personale sia impossibile o eccessivamente difficile. Tribunale di Roma, sentenza dell’11 maggio 2026 Si ringrazia l’Avv. Giovanni Barbariol per la segnalazione. Notizie RICONGIUNGIMENTO E UNITÀ FAMILIARE: ORIENTAMENTO E ASSISTENZA LEGALE Grazie al progetto “Annick. Per il diritto all’unità familiare” difendiamo il diritto a vivere insieme ai propri familiari 20 Novembre 2025
“No good men”, amarsi a Kabul a ridosso del regime talebano
Ambientato a Kabul nel 2021, poco prima che gli americani si ritirassero dall’Afghanistan, No Good Men, film di aperura al Festival di Berlino, in uscita sugli schermi italiani il 28 maggio, è una storia d’amore che fa luce sul dramma di un Paese, unendo al racconto dei suoi usi e costumi ante-talebani, alle difficoltà della libertà di stampa, alla critica della condizione femminile svalutata, discriminata e violentata,  al susseguirsi di fatti che videro i Talebani prendere il potere, con drammatiche scene di fuga e disperazione in aeroporto, una sottile indagine psicologica dei sentimenti che coinvolgono un uomo e una donna che loro malgrado sfidano la morale corrente. Naru è una donna afghana che non si adegua alle convenzioni del suo Paese: è infatti l’unica operatrice televisiva, sa di essere brava e non le importa della diffidenza dei colleghi uomini.   Ha lasciato il marito e alleva da sola il figlio di pochi anni.  In un contesto fragile, minacciato dall’incombente regime talebano, lacerato da sparatorie, atti terroristici e opprimenti divieti, Naru lavora alla televisione Kabul News e frequenta un conosciuto giornalista investigativo, sfidando la mentalità del luogo, intollerante verso due persone sposate affiancate dal lavoro. L’analisi psicologica del film mette anche in discussione la popolare convinzione femminile, rivelata da interviste di Naru alle donne di Kabul, che in Afghanistan “there are no good men”, non vi siano uomini buoni. La conoscenza autobiografica della regista rende credibile la narrazione della vita di una capitale martoriata, sulla quale l’Occidente sa cinematograficamente ancora poco, le cui difficoltà umane e storiche rivelano aspetti universali che riguardano ogni individuo e territorio di questo nostro globo sempre più connesso e interdipendente. La regista afghana Shahrbanoo Sadat, nei panni di Naru, è protagonista del film, affiancata dall’ottimo attore Anwar Hashimi, il giornalista volto di Kabul News. Leggiamo nei titoli di coda che “No Good Men” è dedicato da Shahrbanoo Sadat alle vittime di un attentato del 2016 contro una stazione televisiva afghana. Shahrbanoo Sadat ha dichiarato alla stampa di voler onorare i colleghi colpiti dall’atto terroristico che lavoravano in quella stazione televisiva (Kabul TV), di cui lei stessa faceva parte. No Good Men (2026) Un film di Shahrbanoo Sadat con Shahrbanoo Sadat, Anwar Hashimi. Genere: Drammatico. Durata: 103 minuti. Uscita nelle sale: 28 maggio 2026     Bruna Alasia
May 18, 2026
Pressenza
Fifa: una nuova regola riconosce la nazionale femminile dell’Afghanistan
La Sport & Rights Alliance accoglie positivamente la decisione del Consiglio della Fifa di approvare alcuni emendamenti ai propri regolamenti di governance, che offrono un’opportunità storica per garantire l’equità di genere e i diritti umani nello sport. Questi cambiamenti consentono il riconoscimento ufficiale della nazionale femminile dell’Afghanistan in esilio, garantendo che le giocatrici possano tornare a rappresentare il loro paese nelle competizioni ufficiali della Fifa. “Per cinque anni ci è stato detto che la nazionale femminile dell’Afghanistan non avrebbe mai più potuto gareggiare perché gli uomini che hanno preso il nostro paese non lo avrebbero permesso”, ha affermato Khalida Popal, fondatrice e direttrice di Girl Power, ed ex capitana e cofondatrice della nazionale femminile dell’Afghanistan. “Sono molto orgogliosa di questa decisione della Fifa e lieta che la nostra mobilitazione collettiva non solo abbia cambiato il futuro delle donne afghane, ma abbia anche garantito che nessun’altra giocatrice debba compiere i sacrifici che hanno compiuto le nostre. È la rinascita della speranza e un messaggio forte a chi cerca di escludere le donne dalla società: non ci riuscirete. Il posto delle donne è sul campo, nella vita pubblica e ovunque si prendano decisioni”. La decisione, approvata il 29 aprile 2026 presso il Consiglio della Fifa, conferisce alla Federazione stessa l’autorità, in consultazione con la relativa confederazione, di iscrivere le squadre nazionali alle competizioni ufficiali quando l’associazione membro del paese d’origine è “impossibilitata a farlo”. “Questa decisione della Fifa è fondamentale per garantire che ogni associazione rispetti le proprie responsabilità in materia di equità di genere e diritti umani”, ha affermato Andrea Florence, direttrice esecutiva della Sport & Rights Alliance. “Si tratta di qualcosa che va oltre il calcio: si tratta di inviare il messaggio che nessun governo dovrebbe avere il potere di cancellare le donne dalla vita pubblica. Siamo entusiasti che la Fifa abbia ascoltato le donne afghane e colmato questa lacuna nei suoi statuti. Non vediamo l’ora di fare il tifo per loro negli anni a venire”. Dopo che i talebani hanno preso il controllo dell’Afghanistan nell’agosto 2021 e hanno successivamente vietato a donne e ragazze ogni attività sportiva, la nazionale femminile dell’Afghanistan ha vissuto e si è allenata in esilio, dispersa tra Albania, Australia, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti. Nonostante la resilienza dimostrata, le componenti della squadra sono state bloccate dalle competizioni ufficiali perché le regole della Fifa richiedevano l’approvazione della Federazione calcistica dell’Afghanistan, controllata dai talebani. Il nuovo emendamento pone fine a questo requisito. “La Fifa ha finalmente fatto la cosa giusta, colmando la lacuna che permetteva alle politiche discriminatorie dei talebani di essere applicate sulla scena globale”, ha dichiarato Minky Worden, direttrice delle iniziative globali di Human Rights Watch. “L’azione della Fifa dovrebbe servire da modello su come gli organismi sportivi internazionali dovrebbero rispondere quando gli atleti vengono sistematicamente esclusi a causa del loro genere, della loro etnia o del loro credo”. In un rapporto fondamentale pubblicato nel marzo 2025, “Non è solo un gioco. È parte di chi sono”, la Sport & Rights Alliance ha delineato il caso per il riconoscimento della nazionale femminile dell’Afghanistan, sottolineando che la continua esclusione della squadra rappresentava una violazione dei mandati della Fifa in materia di non discriminazione ed equità di genere. La successiva formazione da parte della Fifa della squadra di rifugiate Afghan Women United ha fornito una soluzione parziale, ma la decisione apre la strada per concedere alle giocatrici lo status di squadra nazionale e la piena partecipazione. “Le donne afghane sono state punite due volte: una volta dai talebani che le hanno cacciate dalle loro case, e una seconda volta dagli organismi sportivi globali che le hanno lasciate nel dimenticatoio”, ha dichiarato Steve Cockburn, responsabile per la giustizia economica e sociale di Amnesty International. “Il riconoscimento ufficiale della squadra di calcio femminile rappresenterà un passo verso la giustizia per tutte le donne afghane e la prova di ciò che si può ottenere quando la comunità internazionale si rifiuta di voltarsi dall’altra parte”. La Sport & Rights Alliance esprime la sua più profonda gratitudine a tutte le giocatrici, ai tifosi, alle tifose, agli allenatori, le allenatrici e alle persone attiviste di tutto il mondo, il cui instancabile impegno ha reso possibile questa giornata. Questa vittoria appartiene alle giocatrici, ma il suo impatto sarà sentito ben oltre il campo, stabilendo un precedente definitivo: le donne e le ragazze appartengono allo sport e a ogni luogo in cui scelgono di essere. Dichiarazioni delle giocatrici: “Negli ultimi anni abbiamo giocato sotto molti nomi — come rifugiate, come ‘Afghan Women United’ e come ospiti di altri club — ma nei nostri cuori siamo sempre state la nazionale. Poter indossare di nuovo ufficialmente la nostra bandiera è un’emozione che non riesco a descrivere”. – Nazia Ali, Afghan Women United, Australia. “Il traguardo di oggi onora il lungo e doloroso percorso che abbiamo intrapreso come calciatrici afghane, combattendo discriminazioni, maltrattamenti e molestie semplicemente per il diritto di praticare lo sport che amiamo. Molte di noi hanno compiuto enormi sacrifici, perdendo le proprie case, il proprio paese, la carriera e anni preziosi delle nostre vite calcistiche nella lotta per la dignità e la libertà. Eppure, ci siamo rifiutate di arrenderci. Oggi non si tratta solo di un riconoscimento; si tratta di assicurarci il nostro futuro. Questa squadra non sarà più un progetto temporaneo o simbolico: sarà permanente. Attraverso la nostra resilienza e i sacrifici di così tante giocatrici, stiamo inviando un messaggio chiaro al mondo: le donne afghane sono qui per restare”. – Sevin Azimi, Afghan Women United, Regno Unito. “Oggi il potere dei talebani non si estende più al mondo del calcio internazionale. Non è la fine dell’apartheid di genere nel nostro paese, ma è un segno che la lotta non è finita. Quando scenderemo di nuovo in campo come nazionale femminile dell’Afghanistan, invieremo un messaggio alle nostre sorelle: siamo con loro e nulla è impossibile”. – Maryam Karimyar, Afghan Women United, Portogallo Sport & Rights Alliance La missione della Sport & Rights Alliance è promuovere i diritti e il benessere di coloro che sono maggiormente colpiti dai rischi per i diritti umani legati alla pratica sportiva. Tra i suoi partner figurano Amnesty International, The Assist, Building and Wood Workers’ International (Bwi), Football Supporters Europe, Human Rights Watch, ILGA World (Associazione internazionale lesbiche, gay, bisessuali, trans e intersex), la Confederazione sindacale internazionale, Transparency International e la World Players Association (Uni Global Union). In quanto coalizione globale di organizzazioni non governative e sindacati leader, la Sport & Rights Alliance lavora per garantire che gli organismi sportivi, i governi e gli altri soggetti interessati diano vita a un mondo dello sport che protegga, rispetti e attui gli standard internazionali per i diritti umani, i diritti del lavoro, il benessere e la tutela dell’infanzia e l’anticorruzione. Amnesty International
April 29, 2026
Pressenza
Abolire la guerra: per questo Emergency vive
di Bruno Lai 21 aprile 1948: nasce Gino Strada. Gino Strada è un chirurgo di guerra fortemente determinato nel volere l’abolizione della guerra. Suole ripetere: «Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra». Ed aggiunge altre considerazioni del tipo: «Abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile», oppure: «Se la guerra non viene buttata fuori dalla
BRESSANONE TIENE APERTO IL DORMITORIO PER LAVORATORI MIGRANTI, IN CHIUSURA TUTTI GLI ALTRI CENTRI DELL’ALTO ADIGE
Nuovo presidio dalle ore 18 di questo pomeriggio in piazza Municipio a Bolzano, in concomitanza con il Consiglio comunale, per chiedere che i lavoratori alloggiati nei cosiddetti “centri per l’emergenza freddo” non vengano sbattuti in strada. Un centinaio di persone hanno risposto all’appello lanciato da Bozen Solidale, che torna in piazza per la seconda volta in una settimana, anche in seguito agli sgomberi della polizia locale dello scorso giovedì. “L’unico esempio positivo in tutto l’Alto Adige è quello di Bressanone, in cui la struttura per la cosiddetta emergenza freddo verrà riconvertita a struttura di accoglienza anche per il periodo estivo, dando di fatto continuità” alla decina di lavoratori di origine migrante che vi alloggiano. A Bolzano, unica città dell’Alto Adige che dispone di servizi diurni per le persone senza casa, stanno arrivando centinaia di persone espulse dagli altri dormitori, quelli di Merano, a Brunico e Laives; a queste si aggiungono le famiglie di migranti curde, pakistane e afghane espulse da Austria e Germania, paesi che stanno applicando rigorosamente il nuovo regolamento europeo sui paesi terzi sicuri. “Non è più una questione di umanità, ma una questione di dignità” quindi “rilanciamo il presidio per martedì prossimo, 21 aprile”, ci ha raccontato dal presidio Matteo di Bozen Solidale. Ascolta o scarica
April 14, 2026
Radio Onda d`Urto
Il sistema di divieti che cancella le donne
Negli ultimi anni in Afghanistan si è assistito all’imposizione progressiva di un sistema di restrizioni estremamente severe che colpiscono l’intera popolazione, ma che sono rivolte in modo particolare a regolamentare ogni aspetto della vita delle donne. A prima vista, molti di questi divieti possono apparire casuali, incoerenti, grotteschi, più frutto della demenza che della costruzione di un sistema giuridico organico. In realtà, delineano con chiarezza l’idea che i Talebani hanno della donna: un corpo-oggetto da sottrarre allo sguardo pubblico, da isolare e tenere lontano dalla vita sociale perché ritenuto peccaminoso e “impuro”. Un dispositivo ridotto a funzione biologica, contenitore della vita e strumento per la riproduzione e la crescita della prole. Un serbatoio di carne, forza ed energia da utilizzare a discrezione degli uomini, gli unici ai quali viene riconosciuto il diritto a una vita pienamente umana, seppur regolata da una lettura rigida e arcaica della Sharia e da un sistema interno di caste imposto dal codice talebano. Il 2 aprile 2026, le Nazioni Unite hanno pubblicato un’approfondita revisione giuridica, elaborata congiuntamente dall’Office of the High Commissione for Human Rights e da UN Women. Il documento, basato sulla Convention on the Eliminazioni of All Forms of Discriminativo Against Women, analizza le misure introdotte dalle autorità de facto afghane e il loro impatto su donne e ragazze. L’analisi esamina sedici tra i principali provvedimenti adottati dal 2021: dal divieto di istruzione secondaria e universitaria per le ragazze all’esclusione dal lavoro, dall’obbligo di mahram per gli spostamenti alle limitazioni alla libertà di movimento, dal codice di abbigliamento obbligatorio alle restrizioni nell’accesso alla sanità. A queste si aggiungono il divieto o la forte limitazione della partecipazione politica, la chiusura di spazi pubblici, le restrizioni ai media e alla libertà di espressione femminile, le discriminazioni nell’accesso alla giustizia, l’impunità per le violenze di genere, i limiti all’attività delle ONG con personale femminile, l’esclusione dalla formazione professionale, il controllo sulla vita privata e familiare, le restrizioni economiche e, più in generale, un sistema strutturato di segregazione di genere. Secondo il rapporto, l’insieme di queste misure configura una forma di discriminazione sistemica e istituzionalizzata, in violazione diffusa degli obblighi internazionali assunti dall’Afghanistan con la CEDAW. La revisione è pensata come uno strumento operativo per governi e attori internazionali, chiamati a valutare la conformità del Paese al diritto internazionale e a monitorare eventuali evoluzioni future, anche alla luce del dialogo diplomatico in corso con i talebani. Auspichiamo che questo documento sia sufficiente a frenare le crescenti tentazioni al riconoscimento del governo talebano e a spingere Stati e istituzioni internazionali ad assumere una posizione più netta contro quello che viene sempre più spesso definito un sistema di apartheid di genere. Perché mentre si moltiplicano i segnali di apertura diplomatica e le pressioni verso una normalizzazione dei rapporti con i talebani, il rischio è che questo sistema venga progressivamente accettato, se non legittimato. Che la cancellazione delle donne dallo spazio pubblico diventi un fatto compiuto, assorbito nella realpolitik internazionale. Qui l’articolo integrale con un elenco, parziale e non esaustivo, delle restrizioni finora imposte, redatto con il contributo di un gruppo di rifugiati e rifugiate afghani in Italia da qualche anno. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
April 13, 2026
Pressenza
La guerra al violino
Perchè i talebani distruggono gli strumenti musicali. di Giovanni Carbone Innanzitutto è meglio che faccia una piccola ammissione di colpevolezza, reciti un mea culpa per un veniale peccato da ragazzo, quindi assai in ritardo: c’era, a quel tempo, l’usanza di molti di andarsene, nelle calde serate d’estate – ma anche una giovane primavera bastava, eravamo giovani allora, meno afflitti dalle