Oltre il nichilismo capitalista

Comune-info - Thursday, March 26, 2026

Tutto può essere venduto e comprato. Questo nichilismo percettivo oggi minaccia la vita stessa sul pianeta. Come frenarlo? Secondo Amador Fernández-Savater, possiamo prendere spunto da lotte come quelle delle comunità indigene che quasi dieci anni fa hanno bloccato la costruzione del gasdotto Dakota Access Pipeline negli Usa. Dal pensiero critico di Silvia Federici, che parla di reincantare il mondo alludendo a pratiche per il recupero della conoscenza del corpo, il riciclo dell’acqua, le reti di cura. Dalle analisi di Achille Mbembe, che richiama la capacità di tante culture africane di opporsi alla colonizzazione. E ancora, dalla Laudato si’ di Francesco che non è un sermone moralizzante, ma un tentativo di risvegliare la connessione profonda con il mondo, così come dall’eco-spiritualità per laici di Jorge Riechmann

Pranzo alla Cascina Rapello, gestita dalla cooperativa Liberi Sogni in Brianza. Insieme ad altre associazioni nazionali, Liberi Sogni sta preparando la nuova edizione della Transizioni fest, quest’anno intitolata 𝑅𝑒𝑖𝑛𝑐𝑎𝑛𝑡𝑜, 𝐿𝑖𝑏𝑒𝑟𝑡𝑎̀, 𝐹𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖𝑡𝑎̀ (30 maggio/2 giugno)

“Abbiamo perso il cosmo” (D. H. Lawrence)

Laddove le mappe di ingegneri e politici indicavano solo uno spazio astratto e vuoto, c’era chi percepiva un territorio densamente popolato da presenze e forze vitali. Nello stesso luogo in cui alcuni vedevano un’opportunità e una possibilità di business, altri riconoscevano un territorio da celebrare, da proteggere, da non toccare. Nel corso del 2016, un’improbabile combinazione di popolazioni indigene e ambientalisti allestì un accampamento che bloccò bruscamente la costruzione del gasdotto Dakota Access Pipeline negli Stati Uniti. Quell’accampamento divenne un potente simbolo delle lotte contemporanee in difesa del territorio: contro le infrastrutture capitalistiche che organizzano lo spazio unicamente dal punto di vista del profitto, contro la creazione di luoghi in cui lotta e vita si intrecciano, dove si forgiano nuove alleanze e complicità.

L’origine di questo conflitto risiede in un violento scontro di percezioni. La percezione di ciò che è e di ciò che ha valore. Cosa vogliamo vedere e a cosa attribuiamo valore? Cosa vogliamo fare al riguardo?

I costruttori dell’oleodotto non vedevano nulla. O meglio, vedevano il nulla. Una terra morta su cui costruire. Le persone accampate a Standing Rock percepivano (con tutti i loro sensi) uno spazio abitato, in vitale continuità con altri spazi abitati. La terra dove sono sepolti i loro antenati, la terra attraversata dal fiume che fornisce acqua alle comunità. Presenza e forze vitali di cui fanno parte.

Cosa conta e cosa no? Da quale prospettiva valutiamo? Valutiamo cifre e numeri, o storie e ricordi? Non percepiamo le stesse cose, non le valutiamo allo stesso modo, agiamo in modo diverso. Lo scontro di percezioni apre una battaglia politica. Per ciò che è comune, per la definizione di vita in comune, di buona vita.

Feticismo delle merci

Marx ci ha insegnato a pensare al capitale come all’egemonia di una legge, la legge del valore, secondo la quale qualcosa ha valore se ha un prezzo, un valore di scambio. Se in altre società il mercato è limitato o contenuto all’interno del tessuto sociale delle relazioni – “incorporato”, come diceva Karl Polanyi –, nelle società capitaliste il valore di scambio viene liberato, posto al centro, e mina tutti gli altri valori.

Qualsiasi oggetto può entrare e circolare all’interno del sistema se assume la forma di una merce. Il denaro diventa il mediatore assoluto e distrugge tutti gli altri: i vecchi codici pre-capitalisti che un tempo governavano la produzione e la circolazione dei beni. Se qualcosa, che sia una persona o una cosa, una relazione o un processo, non può essere trasformato in una merce, è minacciato di inesistenza sociale.

Nulla è sacro, nulla è “intoccabile”, tutto può essere profanato: venduto, comprato, scambiato. In definitiva, per il capitale non esistono cose, persone, attività, conoscenze o credenze: esistono e circolano solo differenti maschere del valore di scambio. Ciò che è materia non ha importanza: è semplicemente un supporto per l’astrazione.

Ma il valore non è semplicemente una legge astratta che governa i fenomeni dall’esterno; è incarnato nella percezione, riprodotto attraverso i nostri sensi, diventando bocca, occhi, orecchie, lingua e pelle. Troviamo già argomentazioni di questo tipo in Marx. Nei suoi Manoscritti economico-filosofici del 1844 parla dell'”oscuramento dei sensi”, riferendosi a come la ricchezza sensoriale venga ridotta, sotto la legge del valore, a un unico senso: il senso del possesso. Il “feticismo delle merci” compare nelle prime pagine del Capitale, in riferimento al processo attraverso il quale le relazioni tra persone diventano relazioni oggettive tra cose.

Potremmo parlare di una de-intensificazione della percezione. Un impoverimento, un indebolimento, una standardizzazione. Percepire sempre la stessa cosa, sempre astratta, entrare in relazione solo con cose. Un’unica forma per ogni cosa, con un unico obiettivo: lo scambio con denaro. Atrofia della capacità di prestare attenzione al qualitativo e all’eterogeneo, della capacità di confrontarsi con il mistero e l’opacità.

Nulla esiste di per sé, nulla ha un valore intrinseco, nulla trova la sua ricompensa o il suo scopo in sé stesso; è semplicemente un mezzo, un’opportunità, un trampolino di lancio verso qualcos’altro. Valore di scambio, astratto, infinito, extra-terrestre. La logica del capitale, la sua radicale indifferenza al contenuto, diventa percezione. Questo nichilismo percettivo inghiotte ogni cosa e ora minaccia la vita stessa sul pianeta. Come possiamo frenarlo, fermarlo, imporgli un limite?

Il sacro come resistenza

Le categorie politiche classiche – diritto, legge, potere politico, Stato – falliscono in questo senso. Contengono, reagiscono, rimandano, ma sono incapaci di interrompere la dinamica espansiva del capitale. Tentano di regolare esclusivamente dall’esterno una battaglia che si combatte anche al suo interno: nella percezione di ciò che è e di ciò che ha valore.

Ma laddove la legge del valore vede solo equivalenze, altre sensibilità tracciano distinzioni. Dove il capitale percepisce risorse sfruttabili, altre prospettive riconoscono presenze vitali. Dove tutto sembra intercambiabile, qualcosa appare assolutamente insostituibile. Alla logica predatoria del capitale, l’accampamento di Standing Rock oppone una percezione della terra come qualcosa di indisponibile, non strumentalizzabile, inappropriabile. Distinta, separata, sacra. I partecipanti al presidio si definiscono “guardiani”, non “manifestanti”. Non avanzano richieste o pretese, ma affermano e difendono qualcosa. Molti di questi “protettori” hanno spiegato che le loro azioni derivano da un “dovere ancestrale”: prendersi cura della terra e dell’acqua per le prossime sette generazioni. Non chiedono “di più” di ciò che già esiste – salari o diritti maggiori – ma preservano l’esistenza dell’incommensurabile che è minacciato.

Oggi, da contesti molto diversi, movimenti e lotte contemporanee pongono limiti (qualitativi) al capitale traendo forza da varie forme di spiritualità. Di che tipo di spiritualità, non necessariamente religiose o istituzionalizzate, si tratta? Il sacro, come fonte di un’altra percezione, di un altro valore e di un’altra legittimità, è una forza di resistenza contro il nichilismo capitalista? Spiritualità politiche e materialiste: modi per reincantare e rianimare il mondo, per restituire concretezza a ciò che il nichilismo capitalista riduce a mero supporto, a maschera di valore. Questa intuizione permea una serie di pensieri contemporanei, in diverse forme, legati a movimenti collettivi.

Silvia Federici. Reincantare il mondo

In un libro pubblicato nel 2020, in concomitanza con l’ultima ondata femminista iniziata nel 2017, la studiosa Silvia Federici propone il “reincantamento del mondo” come compito politico. Cosa intende con questo? Max Weber parlava di “disincanto del mondo” per descrivere la razionalizzazione moderna che accompagna l’avvento del capitalismo. Silvia Federici radicalizza questa idea: il disincanto non è stato solo una questione culturale, ma un violento processo di espropriazione del sapere che aveva permesso alle donne di riprodurre autonomamente la propria vita. È così che Silvia Federici interpreta il fenomeno storico della caccia alle streghe.

Per affermarsi come tale, il capitale non solo ha privatizzato le condizioni di sussistenza indipendenti, costringendo la maggior parte della popolazione a lavorare per altri, ma anche il sapere delle donne: la conoscenza del corpo, dei cicli, delle piante, del sostentamento della vita, in gran parte soppiantata e sostituita da dispositivi tecnici e istituzioni che espropriano tale conoscenza e generano dipendenza.

Se il capitalismo implica e richiede questo disincanto del mondo – la distruzione e la privatizzazione della conoscenza vitale, delle connessioni sensibili con il mondo, che hanno origine nel corpo – allora una politica sovversiva ed emancipatrice deve necessariamente essere un processo di “re-incantamento del mondo”. Ma questo re-incanto del mondo non è né etereo né trascendente; non è un semplice “cambiamento di coscienza”. Consiste in pratiche di recupero della conoscenza del corpo, pratiche strettamente materialiste, storiche e conflittuali. Una nuova relazione con la terra, l’autonomia riproduttiva, la medicina di comunità, la conoscenza ecologica, il riciclo dell’acqua e la demercificazione del corpo. Ricostruire i beni comuni: non solo la terra, ma anche le reti di cura, la conoscenza collettiva, le economie cooperative e le infrastrutture quotidiane. Politicizzare la dimensione riproduttiva che permea la città, la cura, la salute e il cibo. Tutto ciò in diretto conflitto con i nuovi processi di privatizzazione e accaparramento della vita.

Le streghe erano donne pericolose per il capitale emergente perché possedevano la conoscenza che rendeva possibile la riproduzione della vita giorno dopo giorno. Per questo motivo, venivano perseguitate e sacrificate, la loro conoscenza espropriata e monopolizzata. Reincantare il mondo consiste nell’attivare un massiccio processo di diventare-strega, una riappropriazione e un riapprendimento delle conoscenze perdute dei corpi, rubate e depositate all’interno delle tecnologie di mercato.

Achille Mbembe. La brutalizzazione della materia

La diagnosi del presente, fatta dal pensatore camerunese Achille Mbembe, è desolante: il neoliberismo sta cedendo il passo a una fase predatrice del capitalismo che lui definisce “brutalista”. Il termine si riferisce al noto stile architettonico: masse di cemento, verticalità, strutture pesanti e inquinanti. Ma qui non si tratta solo di estetica, bensì di un modo di organizzare il mondo.

Cosa costruisce il brutalismo politico? Una costellazione di infrastrutture che organizzano la materia per il suo controllo e la sua estrazione: data center, sistemi di confine, megalopoli logistiche, zone militari, porti speciali. Architetture non di abitazione, ma di gestione dei flussi: la materia trasformata in energia, in informazione, in risorse. Viene scolpita, modellata, forgiata, eretta: per prosciugare, mutilare, schiacciare, saccheggiare.

Possiamo distinguere almeno tre strategie brutaliste.

La prima: fratturare. Rompere, scavare, frantumare. Far saltare in aria terreni e rocce per estrarre energia. Perforare e dissanguare i corpi. Penetrare le menti. Il mondo appare come una pelle che deve essere squarciata per accedere a ciò che contiene e appropriarsene.

La seconda: controllare. Mbembe analizza la gestione di migranti, rifugiati e stranieri in generale. Una rete di zone di attesa, centri di detenzione e campi di internamento filtra, classifica, espelle o elimina questi “corpi-confine”. La guerra è lo strumento per eccellenza per regolare queste popolazioni in eccesso.

La terza: astrarre. Convertire tutto in dati, in segnali, in informazioni leggibili dalla macchina. Il brutalismo artificializza la vita trasformandola in un automa globale: reti digitali, intelligenza artificiale, sistemi di sorveglianza e algoritmi. Tutto ciò che resiste – opacità, mistero, desiderio, inconscio – deve essere eliminato o “imbiancato”.

In questo modo, il pensatore camerunese sviluppa non solo una critica al capitalismo, all’estrattivismo e alla tecnopolitica, ma anche la descrizione di una guerra ontologica contro la materia. Materia da squarciare, materia da controllare, materia da astrarre. A questa ontologia della materia devastata, Mbembe ne contrappone un’altra possibile: quella di una materia vivente, ereditata dagli immaginari africani precoloniali.

Intervenendo nel dibattito aperto nei musei europei sulla restituzione degli oggetti rubati durante il processo di colonizzazione, Mbembe dice: non si tratta di restituire una serie di oggetti, perché gli “oggetti neri” non sono mai stati semplici oggetti, ma agenti attivi di un altro mondo. Un ecosistema partecipativo, un mondo popolato da una moltitudine di esseri, divinità, antenati e intercessori. In questo contesto, gli oggetti neri fungono da mediatori, intrecciando e connettendo passato, presente e futuro, il comune e il singolare, l’essere umano e altre forze vitali. Non sono entità statiche, ma esseri flessibili e viventi, dotati di proprietà magiche, depositari di ogni sorta di energia, utilità e potenzialità; invitano essi stessi alla trasmutazione e alla trasfigurazione, a una vita in continuo cambiamento e movimento. La materia non è “identità”, ma tessuto e divenire. Il brutalismo disfa questo tessuto e controlla il divenire.

Il mondo si è africanizzato. Il destino un tempo riservato agli schiavi neri, la più estrema riduzione dell’essere umano a merce e oggetto, è oggi una minaccia globale. Perché non trarre ispirazione, dunque, dalla resistenza che le culture africane opposero alla colonizzazione? Il culto animistico della materia come stimolo per una nuova immaginazione politica.

Papa Francesco. Un alleato inaspettato

Nell’enciclica Laudato si’ (2015), papa Francesco propone una coraggiosa reinterpretazione della tradizione cristiana dall’interno dell’istituzione stessa. Attingendo a una tradizione eterodossa – da San Francesco a San Giovanni della Croce – Francesco interviene in un importante dibattito teologico-politico. In gioco c’è la classica opposizione tra materia e spirito, così come il mandato biblico di “dominare la terra”. In risposta, Francesco propone una rialleanza con il mondo materiale.

L’idea fondamentale: è necessaria una “conversione ecologica integrale”. Prendersi cura del pianeta richiede una trasformazione radicale dei valori, incarnata nelle abitudini e negli stili di vita. Nessuna proposta ecologica è valida senza un cambiamento antropologico, senza la creazione di un diverso tipo di umanità.

Francesco sostiene questa proposta con quello che chiama il “Vangelo del creato”: siamo chiamati a essere strumenti affinché il mondo realizzi il suo potenziale di pace, bellezza e pienezza. Questo esige un cambiamento. Qualsiasi cosa di meno sarebbe un vero e proprio “peccato”. Si tratta di una condanna fortissima da parte della più alta autorità della Chiesa: inquinare, deforestare e sfruttare la terra sono peccati. È sbagliato trattarci come dei, dimenticare che noi stessi siamo terra (l’aria che ci dà il respiro, l’acqua che ci sostiene).

“Padroneggiare la terra”, come reinterpretato da Francesco, significa coltivarla e prendersene cura. Coltivarla significa liberarne il potenziale. Il creato non è finito: possiamo e dobbiamo estenderlo. Dio ha posto nel mondo delle “virtualità” (medicinali, cibo) che devono essere realizzate e utilizzate. Prendersene cura, d’altra parte, significa salvaguardare la terra, proteggerla e difenderla dai mali strutturali che la minacciano oggi: inquinamento, rifiuti, riscaldamento globale, perdita di biodiversità e guerre per l’acqua.

Tutte le creature sono connesse; ognuna dovrebbe essere apprezzata con affetto e ammirazione, ma tutti gli esseri hanno bisogno gli uni degli altri. La concezione francescana della materia è una sottile combinazione di singolarità intrecciate, un tessuto di fenomeni unici e irripetibili, dove nessuno può esistere senza gli altri. L’essere umano è “superiore” a tutte le altre creature? Sì, questo è un punto controverso che il testo di Francesco non evita, ma si traduce in una maggiore responsabilità di cura: essere giardinieri del mondo intero, amanti di tutte le forme di vita, custodi dell’intera rete che le sostiene.

Come possiamo realizzare questa conversione ecologica integrale? Non può essere un obbligo, un dovere morale, ma piuttosto una trasformazione del cuore, attraverso l’amore e la bellezza. La fiducia di Francesco si fonda sul seguente presupposto: se ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, il rapporto di cura con il mondo nascerà spontaneamente.

La Laudato si’ non è un sermone moralizzante, bensì di un tentativo di risvegliare quella sensibilità di connessione profonda con il mondo che già esiste in noi. Il ricordo dei luoghi che abbiamo amato. La contemplazione della bellezza del creato nelle piccole cose (“in una foglia, su un sentiero, nella rugiada, nel volto di una persona povera”). L’importanza di quella dimensione locale della vita in cui la cura e la creatività, la responsabilità e la comunità, possono davvero fiorire.

Infine, dice Francesco, osando riscrivere, anche su questo punto, una visione secolare: non risorgeremo soli, angeli incorporei in un paradiso smaterializzato, ma in paradiso saremo accompagnati da ogni creatura che sia mai esistita al mondo.

Jorge Riechmann. Esercizi di spiritualità ecologica

Guerra contro se stessi, contro gli altri, contro la natura: il modo di vivere dominante ci sta spingendo verso una vera e propria “fine del mondo” attraverso la conflagrazione. Come possiamo orientarci? “Eco-spiritualità per laici” di Jorge Riechmann è un quaderno di appunti e frammenti per abitare questa “fine” senza rassegnazione né false speranze.

Continuare a pensare, continuare a lottare, continuare a provare a vivere diversamente. Perché eco-spiritualità? Il termine si riferisce a esperienze di connessione sensibile con altri esseri, con la rete della vita. Esercizi di decentramento dell’ego che ci permettono (nelle parole di Riechmann) di sentirci uno tra i Diecimila Esseri della tradizione cinese.

Ci sono molti frammenti critici sul meccanicismo, quella concezione della materia che ha spianato la strada al capitalismo. Secondo Riechmann, non si tratta di rifiutare ogni forma di razionalità, ma di adottare una razionalità meno riduttiva, meno patriarcale, meno ostile, meno distaccata dal corpo, più connessa, pratica e radicata nella realtà. Cosa potrebbe essere più facile da mercificare di un universo preventivamente privato di vita, un universo-orologio, una macchina immensa, brulicante di oggetti inanimati?

Ma si tratta semplicemente di sostituire un discorso con un altro, il discorso meccanicistico con uno ecologico? No, è proprio qui che risiede la grande difficoltà. Possiamo inveire contro il capitalismo sfrenato, ma cambiare le nostre vite è tutt’altra cosa. Non si tratta solo di “avere ragione”, perché gli esseri umani sono creature complesse che non ascoltano la ragione, ma di sviluppare pratiche trasformatrici che integrino nuove verità nelle nostre vite.

L’ambientalismo non può essere semplicemente una nuova morale di sanzioni e punizioni; deve attivare e mobilitare il desiderio, l’anelito a vivere diversamente. Riechmann trae ispirazione dagli studi classici del filosofo Pierre Hadot sugli esercizi spirituali della filosofia antica: la verità non si raggiunge solo attraverso il discorso e la conoscenza, ma attraverso il lavoro su se stessi, il legame con gli altri, la relazione con il cosmo.

Il libro propone alcuni esercizi spirituali quotidiani, come suggerimenti e senza grandi ambizioni, modi per incarnare il discorso ecologico, per andare oltre la critica e il lamento, per riconnettersi con sensibilità al mondo e ai suoi esseri. Il saluto quotidiano agli animali con cui conviviamo, la contemplazione e la meditazione sul nostro posto nel cosmo, l’apprezzamento e il godimento della bellezza del mondo, la purificazione del desiderio.

Ad esempio, un’altra esperienza del tempo. Abbiamo interiorizzato soggettivamente la logica dell’accumulazione di capitale. Come possiamo porre fine alla voracità di chi non ha mai abbastanza, di chi trova tutto insufficiente e inadeguato? Immergendoci in un’attività, praticando quelle attività che racchiudono in sé la ricompensa, dando un nuovo significato alla vecchiaia e alla morte. Solo radicando l’ambientalismo nelle pratiche vissute possiamo sfidare la presa del capitalismo sul significato della vita e delle cose. Una “riforestazione interiore”. Amazzonizzarsi.

Portiamo dentro di noi il nichilismo, quell’indifferenza radicale verso ciò che ci circonda e ci pervade, compensata da ogni sorta di distrazione ed evasione. Il linguaggio poetico è il linguaggio che può toccare il desiderio e operare trasformazioni.

Lo spirituale – osiamo dire – non è altro che una certa “temperatura” del corpo: un grado di intensità nel nostro scambio con il mondo. La risensibilizzazione è una grande sfida politica. Di fronte all’equivalenza generale dei valori, il ripristino delle differenze. Dichiarare qualcosa come sacro. Organizzarci per difenderlo.

Pubblicato sulla nuova rivista web Lo Imposible (benvenuta!) e qui con il consenso dell’autore. Traduzione di Rebecca Rovoletto per Comune. Titolo completo originale Santificare la materia. La spiritualità politica contro il nichilismo capitalista

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