Oltre il nichilismo capitalista
TUTTO PUÒ ESSERE VENDUTO E COMPRATO. QUESTO NICHILISMO PERCETTIVO OGGI MINACCIA
LA VITA STESSA SUL PIANETA. COME FRENARLO? SECONDO AMADOR FERNÁNDEZ-SAVATER,
POSSIAMO PRENDERE SPUNTO DA LOTTE COME QUELLE DELLE COMUNITÀ INDIGENE CHE QUASI
DIECI ANNI FA HANNO BLOCCATO LA COSTRUZIONE DEL GASDOTTO DAKOTA ACCESS PIPELINE
NEGLI USA. DAL PENSIERO CRITICO DI SILVIA FEDERICI, CHE PARLA DI REINCANTARE IL
MONDO ALLUDENDO A PRATICHE PER IL RECUPERO DELLA CONOSCENZA DEL CORPO, IL
RICICLO DELL’ACQUA, LE RETI DI CURA. DALLE ANALISI DI ACHILLE MBEMBE, CHE
RICHIAMA LA CAPACITÀ DI TANTE CULTURE AFRICANE DI OPPORSI ALLA COLONIZZAZIONE. E
ANCORA, DALLA LAUDATO SI’ DI FRANCESCO CHE NON È UN SERMONE MORALIZZANTE, MA UN
TENTATIVO DI RISVEGLIARE LA CONNESSIONE PROFONDA CON IL MONDO, COSÌ COME
DALL’ECO-SPIRITUALITÀ PER LAICI DI JORGE RIECHMANN
Pranzo alla Cascina Rapello, gestita dalla cooperativa Liberi Sogni in Brianza.
Insieme ad altre associazioni nazionali, Liberi Sogni sta preparando la nuova
edizione della Transizioni fest, quest’anno intitolata 𝑅𝑒𝑖𝑛𝑐𝑎𝑛𝑡𝑜,
𝐿𝑖𝑏𝑒𝑟𝑡𝑎̀, 𝐹𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖𝑡𝑎̀ (30 maggio/2 giugno)
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“Abbiamo perso il cosmo” (D. H. Lawrence)
Laddove le mappe di ingegneri e politici indicavano solo uno spazio astratto e
vuoto, c’era chi percepiva un territorio densamente popolato da presenze e forze
vitali. Nello stesso luogo in cui alcuni vedevano un’opportunità e una
possibilità di business, altri riconoscevano un territorio da celebrare, da
proteggere, da non toccare. Nel corso del 2016, un’improbabile combinazione di
popolazioni indigene e ambientalisti allestì un accampamento che bloccò
bruscamente la costruzione del gasdotto Dakota Access Pipeline negli Stati
Uniti. Quell’accampamento divenne un potente simbolo delle lotte contemporanee
in difesa del territorio: contro le infrastrutture capitalistiche che
organizzano lo spazio unicamente dal punto di vista del profitto, contro la
creazione di luoghi in cui lotta e vita si intrecciano, dove si forgiano nuove
alleanze e complicità.
L’origine di questo conflitto risiede in un violento scontro di percezioni. La
percezione di ciò che è e di ciò che ha valore. Cosa vogliamo vedere e a cosa
attribuiamo valore? Cosa vogliamo fare al riguardo?
I costruttori dell’oleodotto non vedevano nulla. O meglio, vedevano il nulla.
Una terra morta su cui costruire. Le persone accampate a Standing Rock
percepivano (con tutti i loro sensi) uno spazio abitato, in vitale continuità
con altri spazi abitati. La terra dove sono sepolti i loro antenati, la terra
attraversata dal fiume che fornisce acqua alle comunità. Presenza e forze vitali
di cui fanno parte.
Cosa conta e cosa no? Da quale prospettiva valutiamo? Valutiamo cifre e numeri,
o storie e ricordi? Non percepiamo le stesse cose, non le valutiamo allo stesso
modo, agiamo in modo diverso. Lo scontro di percezioni apre una battaglia
politica. Per ciò che è comune, per la definizione di vita in comune, di buona
vita.
Feticismo delle merci
Marx ci ha insegnato a pensare al capitale come all’egemonia di una legge, la
legge del valore, secondo la quale qualcosa ha valore se ha un prezzo, un valore
di scambio. Se in altre società il mercato è limitato o contenuto all’interno
del tessuto sociale delle relazioni – “incorporato”, come diceva Karl Polanyi –,
nelle società capitaliste il valore di scambio viene liberato, posto al centro,
e mina tutti gli altri valori.
Qualsiasi oggetto può entrare e circolare all’interno del sistema se assume la
forma di una merce. Il denaro diventa il mediatore assoluto e distrugge tutti
gli altri: i vecchi codici pre-capitalisti che un tempo governavano la
produzione e la circolazione dei beni. Se qualcosa, che sia una persona o una
cosa, una relazione o un processo, non può essere trasformato in una merce, è
minacciato di inesistenza sociale.
Nulla è sacro, nulla è “intoccabile”, tutto può essere profanato: venduto,
comprato, scambiato. In definitiva, per il capitale non esistono cose, persone,
attività, conoscenze o credenze: esistono e circolano solo differenti maschere
del valore di scambio. Ciò che è materia non ha importanza: è semplicemente un
supporto per l’astrazione.
Ma il valore non è semplicemente una legge astratta che governa i fenomeni
dall’esterno; è incarnato nella percezione, riprodotto attraverso i nostri
sensi, diventando bocca, occhi, orecchie, lingua e pelle. Troviamo già
argomentazioni di questo tipo in Marx. Nei suoi Manoscritti economico-filosofici
del 1844 parla dell'”oscuramento dei sensi”, riferendosi a come la ricchezza
sensoriale venga ridotta, sotto la legge del valore, a un unico senso: il senso
del possesso. Il “feticismo delle merci” compare nelle prime pagine del
Capitale, in riferimento al processo attraverso il quale le relazioni tra
persone diventano relazioni oggettive tra cose.
Potremmo parlare di una de-intensificazione della percezione. Un impoverimento,
un indebolimento, una standardizzazione. Percepire sempre la stessa cosa, sempre
astratta, entrare in relazione solo con cose. Un’unica forma per ogni cosa, con
un unico obiettivo: lo scambio con denaro. Atrofia della capacità di prestare
attenzione al qualitativo e all’eterogeneo, della capacità di confrontarsi con
il mistero e l’opacità.
Nulla esiste di per sé, nulla ha un valore intrinseco, nulla trova la sua
ricompensa o il suo scopo in sé stesso; è semplicemente un mezzo,
un’opportunità, un trampolino di lancio verso qualcos’altro. Valore di scambio,
astratto, infinito, extra-terrestre. La logica del capitale, la sua radicale
indifferenza al contenuto, diventa percezione. Questo nichilismo percettivo
inghiotte ogni cosa e ora minaccia la vita stessa sul pianeta. Come possiamo
frenarlo, fermarlo, imporgli un limite?
Il sacro come resistenza
Le categorie politiche classiche – diritto, legge, potere politico, Stato –
falliscono in questo senso. Contengono, reagiscono, rimandano, ma sono incapaci
di interrompere la dinamica espansiva del capitale. Tentano di regolare
esclusivamente dall’esterno una battaglia che si combatte anche al suo interno:
nella percezione di ciò che è e di ciò che ha valore.
Ma laddove la legge del valore vede solo equivalenze, altre sensibilità
tracciano distinzioni. Dove il capitale percepisce risorse sfruttabili, altre
prospettive riconoscono presenze vitali. Dove tutto sembra intercambiabile,
qualcosa appare assolutamente insostituibile. Alla logica predatoria del
capitale, l’accampamento di Standing Rock oppone una percezione della terra come
qualcosa di indisponibile, non strumentalizzabile, inappropriabile. Distinta,
separata, sacra. I partecipanti al presidio si definiscono “guardiani”, non
“manifestanti”. Non avanzano richieste o pretese, ma affermano e difendono
qualcosa. Molti di questi “protettori” hanno spiegato che le loro azioni
derivano da un “dovere ancestrale”: prendersi cura della terra e dell’acqua per
le prossime sette generazioni. Non chiedono “di più” di ciò che già esiste –
salari o diritti maggiori – ma preservano l’esistenza dell’incommensurabile che
è minacciato.
Oggi, da contesti molto diversi, movimenti e lotte contemporanee pongono limiti
(qualitativi) al capitale traendo forza da varie forme di spiritualità. Di che
tipo di spiritualità, non necessariamente religiose o istituzionalizzate, si
tratta? Il sacro, come fonte di un’altra percezione, di un altro valore e di
un’altra legittimità, è una forza di resistenza contro il nichilismo
capitalista? Spiritualità politiche e materialiste: modi per reincantare e
rianimare il mondo, per restituire concretezza a ciò che il nichilismo
capitalista riduce a mero supporto, a maschera di valore. Questa intuizione
permea una serie di pensieri contemporanei, in diverse forme, legati a movimenti
collettivi.
Silvia Federici. Reincantare il mondo
In un libro pubblicato nel 2020, in concomitanza con l’ultima ondata femminista
iniziata nel 2017, la studiosa Silvia Federici propone il “reincantamento del
mondo” come compito politico. Cosa intende con questo? Max Weber parlava di
“disincanto del mondo” per descrivere la razionalizzazione moderna che
accompagna l’avvento del capitalismo. Silvia Federici radicalizza questa idea:
il disincanto non è stato solo una questione culturale, ma un violento processo
di espropriazione del sapere che aveva permesso alle donne di riprodurre
autonomamente la propria vita. È così che Silvia Federici interpreta il fenomeno
storico della caccia alle streghe.
Per affermarsi come tale, il capitale non solo ha privatizzato le condizioni di
sussistenza indipendenti, costringendo la maggior parte della popolazione a
lavorare per altri, ma anche il sapere delle donne: la conoscenza del corpo, dei
cicli, delle piante, del sostentamento della vita, in gran parte soppiantata e
sostituita da dispositivi tecnici e istituzioni che espropriano tale conoscenza
e generano dipendenza.
Se il capitalismo implica e richiede questo disincanto del mondo – la
distruzione e la privatizzazione della conoscenza vitale, delle connessioni
sensibili con il mondo, che hanno origine nel corpo – allora una politica
sovversiva ed emancipatrice deve necessariamente essere un processo di
“re-incantamento del mondo”. Ma questo re-incanto del mondo non è né etereo né
trascendente; non è un semplice “cambiamento di coscienza”. Consiste in pratiche
di recupero della conoscenza del corpo, pratiche strettamente materialiste,
storiche e conflittuali. Una nuova relazione con la terra, l’autonomia
riproduttiva, la medicina di comunità, la conoscenza ecologica, il riciclo
dell’acqua e la demercificazione del corpo. Ricostruire i beni comuni: non solo
la terra, ma anche le reti di cura, la conoscenza collettiva, le economie
cooperative e le infrastrutture quotidiane. Politicizzare la dimensione
riproduttiva che permea la città, la cura, la salute e il cibo. Tutto ciò in
diretto conflitto con i nuovi processi di privatizzazione e accaparramento della
vita.
Le streghe erano donne pericolose per il capitale emergente perché possedevano
la conoscenza che rendeva possibile la riproduzione della vita giorno dopo
giorno. Per questo motivo, venivano perseguitate e sacrificate, la loro
conoscenza espropriata e monopolizzata. Reincantare il mondo consiste
nell’attivare un massiccio processo di diventare-strega, una riappropriazione e
un riapprendimento delle conoscenze perdute dei corpi, rubate e depositate
all’interno delle tecnologie di mercato.
Achille Mbembe. La brutalizzazione della materia
La diagnosi del presente, fatta dal pensatore camerunese Achille Mbembe, è
desolante: il neoliberismo sta cedendo il passo a una fase predatrice del
capitalismo che lui definisce “brutalista”. Il termine si riferisce al noto
stile architettonico: masse di cemento, verticalità, strutture pesanti e
inquinanti. Ma qui non si tratta solo di estetica, bensì di un modo di
organizzare il mondo.
Cosa costruisce il brutalismo politico? Una costellazione di infrastrutture che
organizzano la materia per il suo controllo e la sua estrazione: data center,
sistemi di confine, megalopoli logistiche, zone militari, porti speciali.
Architetture non di abitazione, ma di gestione dei flussi: la materia
trasformata in energia, in informazione, in risorse. Viene scolpita, modellata,
forgiata, eretta: per prosciugare, mutilare, schiacciare, saccheggiare.
Possiamo distinguere almeno tre strategie brutaliste.
La prima: fratturare. Rompere, scavare, frantumare. Far saltare in aria terreni
e rocce per estrarre energia. Perforare e dissanguare i corpi. Penetrare le
menti. Il mondo appare come una pelle che deve essere squarciata per accedere a
ciò che contiene e appropriarsene.
La seconda: controllare. Mbembe analizza la gestione di migranti, rifugiati e
stranieri in generale. Una rete di zone di attesa, centri di detenzione e campi
di internamento filtra, classifica, espelle o elimina questi “corpi-confine”. La
guerra è lo strumento per eccellenza per regolare queste popolazioni in eccesso.
La terza: astrarre. Convertire tutto in dati, in segnali, in informazioni
leggibili dalla macchina. Il brutalismo artificializza la vita trasformandola in
un automa globale: reti digitali, intelligenza artificiale, sistemi di
sorveglianza e algoritmi. Tutto ciò che resiste – opacità, mistero, desiderio,
inconscio – deve essere eliminato o “imbiancato”.
In questo modo, il pensatore camerunese sviluppa non solo una critica al
capitalismo, all’estrattivismo e alla tecnopolitica, ma anche la descrizione di
una guerra ontologica contro la materia. Materia da squarciare, materia da
controllare, materia da astrarre. A questa ontologia della materia devastata,
Mbembe ne contrappone un’altra possibile: quella di una materia vivente,
ereditata dagli immaginari africani precoloniali.
Intervenendo nel dibattito aperto nei musei europei sulla restituzione degli
oggetti rubati durante il processo di colonizzazione, Mbembe dice: non si tratta
di restituire una serie di oggetti, perché gli “oggetti neri” non sono mai stati
semplici oggetti, ma agenti attivi di un altro mondo. Un ecosistema
partecipativo, un mondo popolato da una moltitudine di esseri, divinità,
antenati e intercessori. In questo contesto, gli oggetti neri fungono da
mediatori, intrecciando e connettendo passato, presente e futuro, il comune e il
singolare, l’essere umano e altre forze vitali. Non sono entità statiche, ma
esseri flessibili e viventi, dotati di proprietà magiche, depositari di ogni
sorta di energia, utilità e potenzialità; invitano essi stessi alla
trasmutazione e alla trasfigurazione, a una vita in continuo cambiamento e
movimento. La materia non è “identità”, ma tessuto e divenire. Il brutalismo
disfa questo tessuto e controlla il divenire.
Il mondo si è africanizzato. Il destino un tempo riservato agli schiavi neri, la
più estrema riduzione dell’essere umano a merce e oggetto, è oggi una minaccia
globale. Perché non trarre ispirazione, dunque, dalla resistenza che le culture
africane opposero alla colonizzazione? Il culto animistico della materia come
stimolo per una nuova immaginazione politica.
Papa Francesco. Un alleato inaspettato
Nell’enciclica Laudato si’ (2015), papa Francesco propone una coraggiosa
reinterpretazione della tradizione cristiana dall’interno dell’istituzione
stessa. Attingendo a una tradizione eterodossa – da San Francesco a San Giovanni
della Croce – Francesco interviene in un importante dibattito
teologico-politico. In gioco c’è la classica opposizione tra materia e spirito,
così come il mandato biblico di “dominare la terra”. In risposta, Francesco
propone una rialleanza con il mondo materiale.
L’idea fondamentale: è necessaria una “conversione ecologica integrale”.
Prendersi cura del pianeta richiede una trasformazione radicale dei valori,
incarnata nelle abitudini e negli stili di vita. Nessuna proposta ecologica è
valida senza un cambiamento antropologico, senza la creazione di un diverso tipo
di umanità.
Francesco sostiene questa proposta con quello che chiama il “Vangelo del
creato”: siamo chiamati a essere strumenti affinché il mondo realizzi il suo
potenziale di pace, bellezza e pienezza. Questo esige un cambiamento. Qualsiasi
cosa di meno sarebbe un vero e proprio “peccato”. Si tratta di una condanna
fortissima da parte della più alta autorità della Chiesa: inquinare, deforestare
e sfruttare la terra sono peccati. È sbagliato trattarci come dei, dimenticare
che noi stessi siamo terra (l’aria che ci dà il respiro, l’acqua che ci
sostiene).
“Padroneggiare la terra”, come reinterpretato da Francesco, significa coltivarla
e prendersene cura. Coltivarla significa liberarne il potenziale. Il creato non
è finito: possiamo e dobbiamo estenderlo. Dio ha posto nel mondo delle
“virtualità” (medicinali, cibo) che devono essere realizzate e utilizzate.
Prendersene cura, d’altra parte, significa salvaguardare la terra, proteggerla e
difenderla dai mali strutturali che la minacciano oggi: inquinamento, rifiuti,
riscaldamento globale, perdita di biodiversità e guerre per l’acqua.
Tutte le creature sono connesse; ognuna dovrebbe essere apprezzata con affetto e
ammirazione, ma tutti gli esseri hanno bisogno gli uni degli altri. La
concezione francescana della materia è una sottile combinazione di singolarità
intrecciate, un tessuto di fenomeni unici e irripetibili, dove nessuno può
esistere senza gli altri. L’essere umano è “superiore” a tutte le altre
creature? Sì, questo è un punto controverso che il testo di Francesco non evita,
ma si traduce in una maggiore responsabilità di cura: essere giardinieri del
mondo intero, amanti di tutte le forme di vita, custodi dell’intera rete che le
sostiene.
Come possiamo realizzare questa conversione ecologica integrale? Non può essere
un obbligo, un dovere morale, ma piuttosto una trasformazione del cuore,
attraverso l’amore e la bellezza. La fiducia di Francesco si fonda sul seguente
presupposto: se ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, il
rapporto di cura con il mondo nascerà spontaneamente.
La Laudato si’ non è un sermone moralizzante, bensì di un tentativo di
risvegliare quella sensibilità di connessione profonda con il mondo che già
esiste in noi. Il ricordo dei luoghi che abbiamo amato. La contemplazione della
bellezza del creato nelle piccole cose (“in una foglia, su un sentiero, nella
rugiada, nel volto di una persona povera”). L’importanza di quella dimensione
locale della vita in cui la cura e la creatività, la responsabilità e la
comunità, possono davvero fiorire.
Infine, dice Francesco, osando riscrivere, anche su questo punto, una visione
secolare: non risorgeremo soli, angeli incorporei in un paradiso
smaterializzato, ma in paradiso saremo accompagnati da ogni creatura che sia mai
esistita al mondo.
Jorge Riechmann. Esercizi di spiritualità ecologica
Guerra contro se stessi, contro gli altri, contro la natura: il modo di vivere
dominante ci sta spingendo verso una vera e propria “fine del mondo” attraverso
la conflagrazione. Come possiamo orientarci? “Eco-spiritualità per laici” di
Jorge Riechmann è un quaderno di appunti e frammenti per abitare questa “fine”
senza rassegnazione né false speranze.
Continuare a pensare, continuare a lottare, continuare a provare a vivere
diversamente. Perché eco-spiritualità? Il termine si riferisce a esperienze di
connessione sensibile con altri esseri, con la rete della vita. Esercizi di
decentramento dell’ego che ci permettono (nelle parole di Riechmann) di sentirci
uno tra i Diecimila Esseri della tradizione cinese.
Ci sono molti frammenti critici sul meccanicismo, quella concezione della
materia che ha spianato la strada al capitalismo. Secondo Riechmann, non si
tratta di rifiutare ogni forma di razionalità, ma di adottare una razionalità
meno riduttiva, meno patriarcale, meno ostile, meno distaccata dal corpo, più
connessa, pratica e radicata nella realtà. Cosa potrebbe essere più facile da
mercificare di un universo preventivamente privato di vita, un
universo-orologio, una macchina immensa, brulicante di oggetti inanimati?
Ma si tratta semplicemente di sostituire un discorso con un altro, il discorso
meccanicistico con uno ecologico? No, è proprio qui che risiede la grande
difficoltà. Possiamo inveire contro il capitalismo sfrenato, ma cambiare le
nostre vite è tutt’altra cosa. Non si tratta solo di “avere ragione”, perché gli
esseri umani sono creature complesse che non ascoltano la ragione, ma di
sviluppare pratiche trasformatrici che integrino nuove verità nelle nostre vite.
L’ambientalismo non può essere semplicemente una nuova morale di sanzioni e
punizioni; deve attivare e mobilitare il desiderio, l’anelito a vivere
diversamente. Riechmann trae ispirazione dagli studi classici del filosofo
Pierre Hadot sugli esercizi spirituali della filosofia antica: la verità non si
raggiunge solo attraverso il discorso e la conoscenza, ma attraverso il lavoro
su se stessi, il legame con gli altri, la relazione con il cosmo.
Il libro propone alcuni esercizi spirituali quotidiani, come suggerimenti e
senza grandi ambizioni, modi per incarnare il discorso ecologico, per andare
oltre la critica e il lamento, per riconnettersi con sensibilità al mondo e ai
suoi esseri. Il saluto quotidiano agli animali con cui conviviamo, la
contemplazione e la meditazione sul nostro posto nel cosmo, l’apprezzamento e il
godimento della bellezza del mondo, la purificazione del desiderio.
Ad esempio, un’altra esperienza del tempo. Abbiamo interiorizzato
soggettivamente la logica dell’accumulazione di capitale. Come possiamo porre
fine alla voracità di chi non ha mai abbastanza, di chi trova tutto
insufficiente e inadeguato? Immergendoci in un’attività, praticando quelle
attività che racchiudono in sé la ricompensa, dando un nuovo significato alla
vecchiaia e alla morte. Solo radicando l’ambientalismo nelle pratiche vissute
possiamo sfidare la presa del capitalismo sul significato della vita e delle
cose. Una “riforestazione interiore”. Amazzonizzarsi.
Portiamo dentro di noi il nichilismo, quell’indifferenza radicale verso ciò che
ci circonda e ci pervade, compensata da ogni sorta di distrazione ed evasione.
Il linguaggio poetico è il linguaggio che può toccare il desiderio e operare
trasformazioni.
Lo spirituale – osiamo dire – non è altro che una certa “temperatura” del corpo:
un grado di intensità nel nostro scambio con il mondo. La risensibilizzazione è
una grande sfida politica. Di fronte all’equivalenza generale dei valori, il
ripristino delle differenze. Dichiarare qualcosa come sacro. Organizzarci per
difenderlo.
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Pubblicato sulla nuova rivista web Lo Imposible (benvenuta!) e qui con il
consenso dell’autore. Traduzione di Rebecca Rovoletto per Comune. Titolo
completo originale Santificare la materia. La spiritualità politica contro il
nichilismo capitalista
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L'articolo Oltre il nichilismo capitalista proviene da Comune-info.