
L’amministrazione della giustizia e il vivente
Comune-info - Wednesday, March 25, 2026L’esito del referendum potrebbe andare ben oltre la ricadute sul governo e aprire una riflessione sul ruolo del diritto. Per ragionare, ad esempio, su quanto e come le pronunce giuridiche risentano i rapporti di forza, ma anche sul bisogno di considerare forme diverse di riparazione del danno, oltre la detenzione
Foto di Element5 Digital su UnsplashL’esito positivo del referendum sulla giustizia, lo scampato pericolo di un’accelerazione ancor più autoritaria del governo delle relazioni fra i poteri, e tra questi e i sottoposti, diventa l’occasione per una riflessione sul ruolo del diritto.
Il diritto è una sovrastruttura (Marx) creata al fine di gestire i rapporti pubblici e privati, e, in quanto tale, soggetta a chi detiene i mezzi di produzione (la struttura del capitale). Questa ha permeato le società moderne, tanto da far apparire come naturale ciò che invece consegue a scelte che hanno modellato i nostri sistemi di convivenza (più o meno pacifica). Il capitalismo aggiorna sempre i suoi dispositivi di asservimento: dal controllo biopolitico di foucaultiana memoria (la scuola, gli ospedali, il carcere) in poi ogni professionista del settore diventa parte integrante del sistema. Al di sopra c’è il grande Leviatano, la macchina statale e delle altre entità sovranazionali, che utilizzano meccanismi e si servono di regole (e specialisti) idonei a preservare se stesse al di fuori di ciò che succede nelle società. In questo ambito, il diritto come professione viene acriticamente approvato, perché considerato giusto e indipendente dal potere a cui serve (Bourdieu). Tuttavia, troppo spesso le pronunce giuridiche risentono di rapporti di forza che scavalcano quella che dovrebbe essere la funzione originaria del diritto stesso. È il caso delle continue violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, e del mancato rispetto di Trattati o Convenzioni (gli Usa) fino all’altro ieri condivise.
Chi frequenta queste pagine sa bene come ogni critica alle istituzioni (pseudo)rappresentative passa da un approccio di apertura (inclusione) verso forme di alterità marginalizzate da strumenti di dominio consolidati (nazionali e non, pensiamo alla globalizzazione neoliberista). Accettazione del presente e riconoscimento dell’altro dovrebbero andare insieme. Consentendo, a chi ha capacità di discernimento, di poter scegliere in autonomia. Ad esempio, se prendiamo uno dei casi mediatici di cui, ancora, si discute troppo – la famiglia che vive nel bosco – , la vita “civile” (sempre più sinonimo di consumismo, alienazione e virtualità esistenziale) dovrebbe coabitare con forme meno mercificate. Cercando di garantire quanto è necessario allo sviluppo e alla crescita psico-fisica dei minori. Il nostro codice civile parla di diritto-dovere di istruire, educare ed allevare i figli, e di contribuire in base alle capacità materiali e alle risorse al mantenimento e al benessere. Il solito opportunismo politico lamentava l’ingerenza dello Stato nella vita domestica, come se non esistesse già il diritto di famiglia. Se diamo uno sguardo alle leggi e alle sentenze, a cosa viene considerato reato da perseguire e in che maniera, è ovvio che queste risentono di quanto detto sopra. Aggravate dal fatto che il clima o particolari contingenze politiche possono spingersi più avanti. Criminalizzando condotte “devianti” perché turbano l’ordine prestabilito. Lo stesso ordine che non è in grado di garantire uguaglianza di trattamento, pari opportunità e diritti. Pertanto, se il comportamento delittuoso deriva, ad esempio, da proteste a salvaguardia del lavoro, della salute, o dell’ambiente (le occupazioni di strade e immobili, la resistenza passiva) esso non fa altro che attualizzare, secondo questa logica repressiva, la vecchia figura del delinquente per indole, accantonandone le cause (il disagio sociale). Quindi, prima di iniziare a perseguire atteggiamenti integranti fattispecie di reato, è doveroso prendere in considerazione forme diverse di riparazione del danno. Una giustizia redistributiva che cancelli le diseguaglianze prodotte dalla morale del potere. E, una giustizia riparativa all’interno delle comunità di riferimento: responsabilità e rimedio oltre la mera detenzione (come avviene all’interno dell’esperienza zapatista).
Fino a quando la società sarà costituita da privilegiati, che stanno sopra, e sudditi esisterà la stratificazione sociale. Ingiustizia e diseguaglianze come corollari. Con comportamenti non allineati da contrastare. Dunque, è giunta l’ora di ripensare cosa è considerato reato. Cercando di approntare un complesso sanzionatorio proporzionato e limitato nel tempo, con luoghi di detenzione diversi e non isolati, tendenti alla effettiva rieducazione e al reinserimento sociale. Ma questo implica la messa in discussione del governo capitalistico mondiale.
LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI SUSANNA MARIETTI:
Come potrebbero mai credere ancora al mondo degli adulti?
LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI M.A. SAMRA E S.TROIAN:
La Palestina e la logica coloniale del diritto
L'articolo L’amministrazione della giustizia e il vivente proviene da Comune-info.