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Teologia dello sterminio
L’orrore del genocidio dei palestinesi a Gaza presenta due versanti differenti ma complementari. Il secondo riguarda direttamente la passività e/o la complicità dell’intero Occidente con il genocidio, nonostante e contro il “mai più” su sui è stata ufficialmente costruita la cultura di massa dopo la Seconda guerra mondiale e la […] L'articolo Teologia dello sterminio su Contropiano.
April 3, 2026
Contropiano
“Israele ha il diritto di esistere” è una stronzata psicopatica
Nel momento stesso in cui si accetta che Israele debba esistere come “stato ebraico” a prescindere da tutto, si accetta implicitamente che non ci sarà mai pace in Medio Oriente. Perché Israele non può esistere nella sua forma attuale senza una violenza incessante. Mostrate a un sionista una mappa in […] L'articolo “Israele ha il diritto di esistere” è una stronzata psicopatica su Contropiano.
April 2, 2026
Contropiano
L’amministrazione della giustizia e il vivente
L’ESITO DEL REFERENDUM POTREBBE ANDARE BEN OLTRE LA RICADUTE SUL GOVERNO E APRIRE UNA RIFLESSIONE SUL RUOLO DEL DIRITTO. PER RAGIONARE, AD ESEMPIO, SU QUANTO E COME LE PRONUNCE GIURIDICHE RISENTANO I RAPPORTI DI FORZA, MA ANCHE SUL BISOGNO DI CONSIDERARE FORME DIVERSE DI RIPARAZIONE DEL DANNO, OLTRE LA DETENZIONE Foto di Element5 Digital su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- L’esito positivo del referendum sulla giustizia, lo scampato pericolo di un’accelerazione ancor più autoritaria del governo delle relazioni fra i poteri, e tra questi e i sottoposti, diventa l’occasione per una riflessione sul ruolo del diritto. Il diritto è una sovrastruttura (Marx) creata al fine di gestire i rapporti pubblici e privati, e, in quanto tale, soggetta a chi detiene i mezzi di produzione (la struttura del capitale). Questa ha permeato le società moderne, tanto da far apparire come naturale ciò che invece consegue a scelte che hanno modellato i nostri sistemi di convivenza (più o meno pacifica). Il capitalismo aggiorna sempre i suoi dispositivi di asservimento: dal controllo biopolitico di foucaultiana memoria (la scuola, gli ospedali, il carcere) in poi ogni professionista del settore diventa parte integrante del sistema. Al di sopra c’è il grande Leviatano, la macchina statale e delle altre entità sovranazionali, che utilizzano meccanismi e si servono di regole (e specialisti) idonei a preservare se stesse al di fuori di ciò che succede nelle società. In questo ambito, il diritto come professione viene acriticamente approvato, perché considerato giusto e indipendente dal potere a cui serve (Bourdieu). Tuttavia, troppo spesso le pronunce giuridiche risentono di rapporti di forza che scavalcano quella che dovrebbe essere la funzione originaria del diritto stesso. È il caso delle continue violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, e del mancato rispetto di Trattati o Convenzioni (gli Usa) fino all’altro ieri condivise. Chi frequenta queste pagine sa bene come ogni critica alle istituzioni (pseudo)rappresentative passa da un approccio di apertura (inclusione) verso forme di alterità marginalizzate da strumenti di dominio consolidati (nazionali e non, pensiamo alla globalizzazione neoliberista). Accettazione del presente e riconoscimento dell’altro dovrebbero andare insieme. Consentendo, a chi ha capacità di discernimento, di poter scegliere in autonomia. Ad esempio, se prendiamo uno dei casi mediatici di cui, ancora, si discute troppo – la famiglia che vive nel bosco – , la vita “civile” (sempre più sinonimo di consumismo, alienazione e virtualità esistenziale) dovrebbe coabitare con forme meno mercificate. Cercando di garantire quanto è necessario allo sviluppo e alla crescita psico-fisica dei minori. Il nostro codice civile parla di diritto-dovere di istruire, educare ed allevare i figli, e di contribuire in base alle capacità materiali e alle risorse al mantenimento e al benessere. Il solito opportunismo politico lamentava l’ingerenza dello Stato nella vita domestica, come se non esistesse già il diritto di famiglia. Se diamo uno sguardo alle leggi e alle sentenze, a cosa viene considerato reato da perseguire e in che maniera, è ovvio che queste risentono di quanto detto sopra. Aggravate dal fatto che il clima o particolari contingenze politiche possono spingersi più avanti. Criminalizzando condotte “devianti” perché turbano l’ordine prestabilito. Lo stesso ordine che non è in grado di garantire uguaglianza di trattamento, pari opportunità e diritti. Pertanto, se il comportamento delittuoso deriva, ad esempio, da proteste a salvaguardia del lavoro, della salute, o dell’ambiente (le occupazioni di strade e immobili, la resistenza passiva) esso non fa altro che attualizzare, secondo questa logica repressiva, la vecchia figura del delinquente per indole, accantonandone le cause (il disagio sociale). Quindi, prima di iniziare a perseguire atteggiamenti integranti fattispecie di reato, è doveroso prendere in considerazione forme diverse di riparazione del danno. Una giustizia redistributiva che cancelli le diseguaglianze prodotte dalla morale del potere. E, una giustizia riparativa all’interno delle comunità di riferimento: responsabilità e rimedio oltre la mera detenzione (come avviene all’interno dell’esperienza zapatista). Fino a quando la società sarà costituita da privilegiati, che stanno sopra, e sudditi esisterà la stratificazione sociale. Ingiustizia e diseguaglianze come corollari. Con comportamenti non allineati da contrastare. Dunque, è giunta l’ora di ripensare cosa è considerato reato. Cercando di approntare un complesso sanzionatorio proporzionato e limitato nel tempo, con luoghi di detenzione diversi e non isolati, tendenti alla effettiva rieducazione e al reinserimento sociale. Ma questo implica la messa in discussione del governo capitalistico mondiale. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI SUSANNA MARIETTI: > Come potrebbero mai credere ancora al mondo degli adulti? -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI M.A. SAMRA E S.TROIAN: > La Palestina e la logica coloniale del diritto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’amministrazione della giustizia e il vivente proviene da Comune-info.
March 25, 2026
Comune-info
Intervista a Zilan Diyar: in Kurdistan un nuovo diritto internazionale esiste già
«La nostra formula per la Terza Guerra Mondiale è una: i confini statali per noi non sono importanti, ma all’interno di questi confini vogliamo difendere la nostra autonomia. È all’interno di questi confini che mettiamo in pratica i principi del nostro paradigma, come la libertà delle donne, l’amministrazione autonoma e il rafforzamento delle potenzialità locali, e diamo forza a tutte le differenze esistenti, di cultura, religione…» Zilan Diyar. Intervista a Zilan Diyar. A febbraio, a sostegno di Docenti per Gaza, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha lanciato una settimana di mobilitazione portando nelle classi il tema della crisi del diritto internazionale, sia come catastrofe che come opportunità. Questa intervista si inserisce in continuazione di quella linea di didattica collettiva volta a rivendicare il diritto costituzionale alla libertà d’insegnamento. Oggi, in occasione del Newroz, il capodanno curdo, proponiamo l’intervento di Zilan Diyar, giornalista e attivista curda del Movimento di liberazione delle donne del Kurdistan, di Women Weaving the Future per il confederalismo mondiale delle donne e già di Jineoloji Europa. Il titolo dell’intervento è “La crisi del diritto internazionale e la proposta del confederalismo democratico”. L’intervento di Zilan Diyar porta la prospettiva del movimento curdo sui recenti fatti nel Kurdistan siriano e iraniano, su come quella che Zilan definisce Terza Guerra Mondiale si stia manifestando in Medio Oriente oggi e su come la proposta del confederalismo democratico possa rappresentare un’alternativa allo Stato-nazione in grado di relazionarsi dialetticamente con esso. Il confederalismo democratico creerebbe così spazi e esempi concreti di convivenza pacifica tra popoli ed etnie diverse all’interno dei confini degli stati. Ci sembrava interessante e importante interrogarci sulla crisi del diritto internazionale intesa non solo come punto d’arrivo e distruzione, ma anche come opportunità e possibilità di trasformazione. Abbiamo voluto intervistare una rappresentante del Movimento di liberazione del Kurdistan per avere un punto di vista anticoloniale di genere da parte di un movimento che ormai da vent’anni sviluppa concretamente un modo alternativo di organizzare e pensare la società, rispetto allo Stato-nazione occidentale. Speriamo quindi che possa essere un contributo interessante per docenti, studentesse e studenti e per tutte e tutti coloro che credono che la scuola pubblica sia un luogo di costruzione di una cultura di pace, di una cultura dei diritti universali, ma soprattutto un luogo di sviluppo del pensiero critico e di responsabilità nei confronti del mondo che ci circonda. «ALCUNE NOSTRE PROSPETTIVE CAMBIANO, ALTRE LE MANTENIAMO: NON È CHE SOLO DISTRUGGENDO PUOI COSTRUIRE QUALCOSA DI NUOVO» ZILAN DIYAR. Il Newroz è una festa molto importante per il popolo curdo. Si celebra la rinascita della vita in occasione dell’equinozio di primavera ma, come rivela il detto: «Berxwedan jihan e», non solo. È kurmanji, una delle lingue curde rimaste illegali per decenni, e significa «La resistenza è vita». Al Newroz così si celebra anche la lotta per la liberazione dall’oppressione coloniale e patriarcale, e si ricorda il sacrificio di tutte le persone che hanno dato la vita per questo. Ringraziamo Zilan Diyar e vi auguriamo quindi un buon ascolto, ma anche una buona fine dell’inverno e un buon inizio di un nuovo anno di resistenza. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il nuovo ruolo del diritto penale
LA MORTE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, IN MOLTI PAESI, A COMINCIARE DALL’ITALIA, È ACCOMPAGNATA DA UNA TRASFORMAZIONE PROFONDA DEL RUOLO DEL DIRITTO PENALE. L’ULTIMO DECRETO SICUREZZA È INFATTI MOLTO PIÙ DI UN ENNESIMO ODIOSO PROVVEDIMENTO REPRESSIVO: È IL PASSAGGIO DALLA REPRESSIONE DEI REATI ALLA NEUTRALIZZAZIONE PREVENTIVA DEI CONFLITTI. STATO E FORZE DELL’ORDINE, DUNQUE, VENGONO UTILIZZATI NON PER GOVERNARE LE CAUSE SOCIALI DEI CONFLITTI, PRODOTTE DA UN SISTEMA ECONOMICO SEMPRE PIÙ DISEGUALE E VIOLENTO, MA PER INTERVENIRE CONTRO LE FORME CON CUI SI RIVELANO Sono 21 a Parma i denunciati per i fatti del 1° ottobre 2025, in una delle decine di manifestazioni di solidarietà, assai partecipate, promosse nelle città italiane per Gaza -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo decreto sicurezza non può essere letto come una semplice riforma dell’ordine pubblico. Non è solo un provvedimento repressivo, ma il segno di una trasformazione più profonda del ruolo del diritto penale nelle società contemporanee. Negli ultimi decenni il sistema penale ha smesso progressivamente di essere uno strumento residuale – l’extrema ratio – per diventare una tecnica ordinaria di governo dei conflitti sociali. Questo processo si è sviluppato parallelamente all’indebolimento delle politiche sociali e redistributive. Mentre si restringono gli spazi del welfare e si ampliano le disuguaglianze, cresce il ruolo degli apparati di controllo e punizione. Quando la politica rinuncia ad affrontare le cause materiali dei conflitti – precarietà, esclusione sociale, impoverimento – il diritto penale diventa il linguaggio attraverso cui lo Stato gestisce le loro conseguenze. Il decreto sicurezza rappresenta un passaggio ulteriore in questa direzione. Il punto non è soltanto l’inasprimento delle pene o l’introduzione di nuovi reati. Ciò che emerge è un cambiamento più profondo: il passaggio dalla repressione del reato alla neutralizzazione preventiva del conflitto. Tradizionalmente il diritto penale interveniva dopo la commissione di un illecito. Le nuove politiche sicuritarie operano invece prima che il conflitto si manifesti. L’obiettivo non è punire un fatto già avvenuto, ma prevenire l’emergere stesso del dissenso. Il fermo di prevenzione introdotto dal decreto sicurezza rappresenta un esempio evidente di questa logica. La possibilità di trattenere una persona durante una manifestazione sulla base di un “fondato motivo” di pericolo introduce una forma di gestione preventiva del dissenso che riduce il ruolo delle garanzie giurisdizionali. Il controllo del giudice interviene solo dopo, quando la limitazione della libertà personale è già stata prodotta. All’interno di questo quadro si colloca anche l’estensione delle perquisizioni sul posto previste dalla cosiddetta legge Reale. Il decreto amplia queste misure non soltanto alle manifestazioni di piazza ma a tutti i luoghi aperti al pubblico e agli spazi “caratterizzati da un consistente afflusso di persone”, una formula volutamente elastica che lascia ampio margine di discrezionalità alle forze di polizia. Parallelamente viene di fatto riesumato il vecchio fermo identificativo preventivo elaborato negli anni Settanta durante la stagione emergenziale del terrorismo, consentendo il trattenimento fino a dodici ore. Anche se è prevista una comunicazione al pubblico ministero, è evidente che nella prassi il controllo giudiziario rischia di restare puramente formale. In presenza di fermi di massa discrezionali – ad esempio ai caselli autostradali o nelle stazioni – migliaia di persone potranno essere impedite dal partecipare a una manifestazione prima ancora che questa abbia luogo. Il risultato è la normalizzazione di strumenti nati in contesti emergenziali e pensati per situazioni eccezionali. Ciò che in passato era giustificato come misura temporanea diventa una tecnica ordinaria di governo delle piazze. Un’altra dimensione fondamentale delle politiche sicuritarie riguarda la trasformazione dello spazio urbano in spazio di controllo. Strumenti come il Daspo urbano, le zone rosse e le misure amministrative di allontanamento producono una ridefinizione selettiva dell’accesso allo spazio pubblico. Misure nate per contrastare fenomeni specifici – come la violenza negli stadi o il cosiddetto degrado urbano – vengono progressivamente estese alla gestione ordinaria delle città e al controllo delle mobilitazioni sociali. In questo modo intere aree urbane possono essere sottratte alla fruizione di determinate categorie di persone attraverso provvedimenti amministrativi che spesso prescindono da una condanna penale. Il diritto amministrativo diventa così uno strumento di selezione sociale dello spazio pubblico. I principali destinatari di queste misure sono soggetti già collocati ai margini della cittadinanza piena: giovani delle periferie, migranti, lavoratori precari, persone senza dimora. La sicurezza diventa allora un linguaggio politico attraverso cui si disciplinano presenze ritenute indesiderabili nello spazio pubblico. La città non viene resa più sicura: viene resa più selettiva. Alcuni soggetti vengono espulsi, allontanati, resi invisibili. Questo processo rivela con particolare chiarezza la funzione politica delle politiche sicuritarie. Non si tratta soltanto di garantire l’ordine urbano, ma di governare le tensioni sociali prodotte da un sistema economico sempre più diseguale. Quando la politica rinuncia ad affrontare le cause dei conflitti sociali, la repressione diventa il principale strumento di gestione delle loro conseguenze. Da qui la necessità di sviluppare non soltanto una critica delle singole norme, ma una critica più generale del ruolo del diritto penale nella società contemporanea. Il sistema penale non è uno strumento neutrale di giustizia. Opera selettivamente, colpendo soprattutto i gruppi sociali più vulnerabili mentre lascia sostanzialmente intatti i rapporti di potere che producono disuguaglianza. Ciò che emerge sempre più chiaramente è che la sfera del giuridico non rappresenta una semplice tecnica di regolazione sociale. È un terreno profondamente politico nel quale si ridefiniscono continuamente i confini tra lecito e illecito, tra pratiche legittime e comportamenti da reprimere. Il diritto diventa così uno spazio di conflitto. Un luogo in cui si stabilisce quali forme di azione collettiva possono essere tollerate e quali devono essere criminalizzate. Negli ultimi decenni gli apparati dello Stato hanno costruito una poderosa infrastruttura penale capace di intervenire su ogni ambito della vita sociale. Al contrario, i movimenti sociali e le opposizioni politiche sono rimasti sostanzialmente disarmati sul terreno della giuridicità. Per questo non è più sufficiente difendere singoli diritti o contestare singole norme. È necessario sviluppare un intervento politico capace di rimettere in discussione l’espansione dell’apparato penale. Se si vuole tornare a far respirare la società bisogna allargare le maglie giuridiche che oggi la comprimono. Non può esistere una critica efficace dell’attuale ordine economico e sociale senza interrogarsi sul ruolo che il diritto penale svolge nel suo mantenimento. Negli ultimi decenni il penale è diventato uno degli strumenti attraverso cui vengono gestite le tensioni prodotte dalle disuguaglianze: invece di intervenire sulle cause sociali dei conflitti, si interviene sulle loro manifestazioni, trasformandole in problemi di ordine pubblico. Questo significa affrontare anche il nodo della legislazione d’emergenza accumulata negli ultimi decenni, all’interno della quale si annidano alcune delle tipologie di reato più insidiose: quelle costruite per colpire non tanto comportamenti individuali quanto pratiche collettive di protesta. Ma il problema riguarda anche la cultura giuridica che si è affermata nel tempo. L’idea che il conflitto sociale debba essere trattato come una questione di ordine pubblico ha progressivamente colonizzato l’azione degli apparati giudiziari, contribuendo a consolidare una vera e propria impalcatura giustizialista. Se si vuole capovolgere questa situazione non basta limitarsi alla difesa formale delle libertà civili o alla contestazione di singole norme. È necessario mettere in discussione l’intero paradigma che ha trasformato il diritto penale nel linguaggio dominante della politica. Ciò significa sottrarre il conflitto sociale alla sua continua criminalizzazione e rompere l’ideologia giudiziaria che negli ultimi decenni ha presentato la repressione come risposta naturale ai problemi della società. Per questa ragione accanto alle lotte sociali e alle vertenze territoriali diventa oggi necessario una forte e radicata critica antipenale capace di contestare l’espansione continua del diritto penale e di proporre un diverso paradigma di giustizia. Finché il penale resterà lo strumento attraverso cui lo Stato interpreta i conflitti sociali, ogni lotta rischierà di muoversi dentro uno spazio fortemente limitato. Ridurre il potere del diritto penale e restituire legittimità politica al conflitto collettivo diventa allora una delle condizioni fondamentali per riaprire spazi reali di democrazia. Perché una società che risponde ai conflitti sociali trasformandoli in reati non è una società più sicura. È una società che ha scelto di governare le proprie contraddizioni attraverso la repressione invece che attraverso la politica. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il nuovo ruolo del diritto penale proviene da Comune-info.
March 18, 2026
Comune-info
Verso la guerra civile
Provocare e moltiplicare la guerra civile, un elemento strategico, un asse vertebrale nel programma tecno-liberal-populista della cosca che governa a Washington. Un passaggio ineludibile che abbraccia non solo la «Patria» americana. ma esorta i «patrioti», vassalli, dei paesi minori a prendere parte a tale vasta impresa. Un’alternativa senza alternanza, o […] L'articolo Verso la guerra civile su Contropiano.
March 12, 2026
Contropiano
“L’USO DEI REATI ASSOCIATIVI CONTRO I MOVIMENTI SOCIALI”: A TORINO IL CONVEGNO DELLA RETE DI RESISTENZA LEGALE
La Rete di resistenza legale è un coordinamento nazionale di avvocate e avvocati che, in seguito al primo “decreto sicurezza” del governo Meloni, hanno avviato un confronto su “come opporsi all’attuale torsione autoritaria in ambito giudiziario, soprattutto in riferimento ai processi legati alla conflittualità e alla protesta sociale“. In particolare, l’esigenza di un piano di ragionamento e discussione collettiva tra penalisti che difendono militanti, attiviste e attivisti, nella aule dei tribunali italiani è nata dalla “consapevolezza della fase regressiva che stanno subendo i diritti fondamentali, in particolare il diritto al dissenso“. Una prima occasione di confronto nazionale organizzata dalla Rete di resistenza legale è il convegno “Vecchi e nuovi dispositivi della repressione penale: l’uso dei reati associativi contro i movimenti sociali”, che si svolgerà sabato 14 marzo 2026 nella sede dell’associazione Volere la luna, in via Trivero 16 a Torino. Il dibattito si svilupperà – attraverso gli interventi di avvocati/e di movimento e militanti imputati nei processi – a partire da alcuni casi in cui i teoremi contro le lotte sociali sono stati costruiti intorno all’accusa di associazione a delinquere come, per citarne alcuni, il processo Sovrano contro il centro sociale Askatasuna, le inchieste contro i movimenti per il diritto all’abitare di Roma, Venezia e del Giambellino a Milano, e quelle contro il movimento dei disoccupati di Napoli. Su Radio Onda d’Urto abbiamo presentato l’iniziativa insieme all’avvocato Giuseppe Romano, del foro di Venezia, esponente della Rete di resistenza legale e tra i relatori del convegno.  Ascolta o scarica. Di seguito il programma del convegno:
March 11, 2026
Radio Onda d`Urto
L’ambasciatore USA a Tel Aviv: “Israele ha il diritto di conquistare tutto il Medio Oriente”
La domanda viene posta spesso. E’ Israele al servizio degli Stati Uniti oppure il contrario? L’intervista “strappata” all’ambasciatore Usa a Tel Aviv, Mike Huckabee, sembra sciogliere il quesito in termini quasi paradossali: e Wasington a essere “illuminata” dal nanerottolo che rappresenta l’avanguardia neocoloniale in Medio Oriente. Se non dal punto […] L'articolo L’ambasciatore USA a Tel Aviv: “Israele ha il diritto di conquistare tutto il Medio Oriente” su Contropiano.
February 25, 2026
Contropiano
Mestre, 26 febbraio, Corso di formazione per docenti: “La pace è ancora un diritto?”
GIOVEDÌ 26 FEBBRAIO 2026, DALLE ORE 8.30 AULA MAGNA LICEO ARTISTICO “M. GUGGENHEIM” DI MESTRE C.PO DEI CARMINI – DORSODURO Si svolgerà a Mestre (VE), giovedì 26 febbraio 2026, dalle ore 8.30 alle ore 13 presso l’aula Magna del Liceo Artistico “M. Guggenheim” di Venezia – Mestre C.po dei Carmini – Dorsoduro il Corso di Aggiornamento Regionale per tutto il personale della scuola (Valido ai fini dell’aggiornamento ex L.107/15) organizzato dal CESP del Veneto dal titolo “La pace è ancora un diritto?”. PROGRAMMA E RELATORI Ore 8.30/9.00: registrazione dei partecipanti 9.00 – 9.30 Lauso Zagato, Direttore onorario di Cestudir (Centro Studi sui diritti umani) Venezia Il diritto internazionale sotto attacco? Profili (anche storico- politici) e possibili sviluppi di una crisi 9.30 – 10.00 Carlo Tombola, tra i fondatori di Weapon Watch, già insegnante, autore di articoli e volumi sull’economia dei trasporti e sulla logistica militare Sulle strade delle armi Ore 10.00 – 10.15 Pausa caffè 10.15 – 10.45 Antonio Mazzeo, dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, insegnante pacifista, autore del volume La scuola va alla guerra, Manifestolibri La scuola italiana in tempi di guerra. La militarizzazione dell’istruzione 10.45 – 12.00 – Proposte – da parte dei relatori – di attività didattiche di educazione alla Pace e ai diritti umani; 12:00 – 13:30 Domande, dibattito e chiusura dei lavori. Introduce e coordina il dibattito la prof.ssa Ambra Formenti – docente dell’I.I.S. “M. Polo – Liceo Artistico” di Venezia Verrà rilasciato l’idoneo attestato di frequenza ai sensi della normativa vigente. L’iscrizione si effettua all’apertura del convegno, è gradita l’adesione preliminare: mariamiseo@libero.it. Qui tutte le info. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente