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L’ambasciatore USA a Tel Aviv: “Israele ha il diritto di conquistare tutto il Medio Oriente”
La domanda viene posta spesso. E’ Israele al servizio degli Stati Uniti oppure il contrario? L’intervista “strappata” all’ambasciatore Usa a Tel Aviv, Mike Huckabee, sembra sciogliere il quesito in termini quasi paradossali: e Wasington a essere “illuminata” dal nanerottolo che rappresenta l’avanguardia neocoloniale in Medio Oriente. Se non dal punto […] L'articolo L’ambasciatore USA a Tel Aviv: “Israele ha il diritto di conquistare tutto il Medio Oriente” su Contropiano.
February 25, 2026
Contropiano
Mestre, 26 febbraio, Corso di formazione per docenti: “La pace è ancora un diritto?”
GIOVEDÌ 26 FEBBRAIO 2026, DALLE ORE 8.30 AULA MAGNA LICEO ARTISTICO “M. GUGGENHEIM” DI MESTRE C.PO DEI CARMINI – DORSODURO Si svolgerà a Mestre (VE), giovedì 26 febbraio 2026, dalle ore 8.30 alle ore 13 presso l’aula Magna del Liceo Artistico “M. Guggenheim” di Venezia – Mestre C.po dei Carmini – Dorsoduro il Corso di Aggiornamento Regionale per tutto il personale della scuola (Valido ai fini dell’aggiornamento ex L.107/15) organizzato dal CESP del Veneto dal titolo “La pace è ancora un diritto?”. PROGRAMMA E RELATORI Ore 8.30/9.00: registrazione dei partecipanti 9.00 – 9.30 Lauso Zagato, Direttore onorario di Cestudir (Centro Studi sui diritti umani) Venezia Il diritto internazionale sotto attacco? Profili (anche storico- politici) e possibili sviluppi di una crisi 9.30 – 10.00 Carlo Tombola, tra i fondatori di Weapon Watch, già insegnante, autore di articoli e volumi sull’economia dei trasporti e sulla logistica militare Sulle strade delle armi Ore 10.00 – 10.15 Pausa caffè 10.15 – 10.45 Antonio Mazzeo, dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, insegnante pacifista, autore del volume La scuola va alla guerra, Manifestolibri La scuola italiana in tempi di guerra. La militarizzazione dell’istruzione 10.45 – 12.00 – Proposte – da parte dei relatori – di attività didattiche di educazione alla Pace e ai diritti umani; 12:00 – 13:30 Domande, dibattito e chiusura dei lavori. Introduce e coordina il dibattito la prof.ssa Ambra Formenti – docente dell’I.I.S. “M. Polo – Liceo Artistico” di Venezia Verrà rilasciato l’idoneo attestato di frequenza ai sensi della normativa vigente. L’iscrizione si effettua all’apertura del convegno, è gradita l’adesione preliminare: mariamiseo@libero.it. Qui tutte le info. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
#lascuolavaallaguerra #Venezia - Mestre, Giovedì 26 febbraio 2026, ore 8.30 - 13. La #pace è ancora un #diritto? Corso di Aggiornamento Regionale per tutto il personale della scuola
February 22, 2026
Antonio Mazzeo
Quando la burocrazia vale più dei carri armati
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di L.F. su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- “La proprietà è un furto”. Quando Proudhon scrisse questa frase provocatoria nell’Ottocento, intendeva smascherare il fatto che dietro ogni titolo di proprietà formalmente legittimo si nasconde spesso un’appropriazione originaria violenta, poi normalizzata attraverso il diritto. La proprietà non nasce dal nulla: nasce da atti di forza che vengono poi cristallizzati in documenti, registri, catasti. Ma c’è un rovesciamento ancora più cinico di questa dinamica: quando il catasto stesso, lo strumento che dovrebbe certificare la proprietà esistente, diventa il meccanismo attraverso cui si compie il furto, quando la registrazione burocratica non documenta una realtà preesistente, ma la trasforma a favore di chi controlla l’apparato amministrativo. È esattamente quello che sta accadendo in Cisgiordania. Il provvedimento invisibile che cambia tutto C’è un tipo di notizia che quasi sempre passa sotto la soglia dell’indignazione pubblica, perché non ha l’estetica dello drammaticità immediata: non è un bombardamento, non è una dichiarazione incendiaria, non è un video virale. È una delibera, una procedura, un fascicolo amministrativo. Eppure, nel lungo periodo, può valere più di un’operazione militare: perché produce irreversibilità. In questi giorni il governo israeliano ha approvato la ripresa e istituzionalizzazione della registrazione catastale delle terre in Cisgiordania, con un focus particolare sull’Area C – quella zona che costituisce circa il 60% della Cisgiordania e che secondo gli Accordi di Oslo dovrebbe essere sotto pieno controllo militare e amministrativo israeliano solo temporaneamente, in attesa di un accordo definitivo. Tradotto in modo comprensibile: si rimette in moto un dispositivo burocratico che decide, in ultima istanza, chi “esiste” giuridicamente sul territorio e chi no. Chi ha diritti documentabili e chi è solo un’ombra tollerata fino a revoca. Perché il catasto non è “solo tecnico” Il nodo non è il catasto in sé. In uno stato di diritto funzionante, un registro catastale dovrebbe essere uno strumento di certezza giuridica e tutela dei proprietari: sapere esattamente chi possiede cosa, proteggere i diritti di proprietà, facilitare transazioni trasparenti, impedire espropriazioni arbitrarie. Ma il nodo è il contesto: un territorio occupato militarmente da oltre 57 anni, frammentato amministrativamente in aree A, B e C con regimi giuridici differenti, sottoposto a ordinanze militari che si sovrappongono a leggi ottomane, giordane, israeliane, con archivi storici discontinui, documentazioni spesso incomplete o deliberatamente non riconosciute dalle autorità occupanti. In questo contesto specifico, il “tecnico” diventa immediatamente e inevitabilmente politico: perché tende a trasformarsi in una inversione dell’onere della prova che penalizza sistematicamente chi ha meno accesso agli strumenti burocratici del potere. Il labirinto impossibile Per capire quanto sia kafkiana la situazione, bisogna ricostruire il labirinto giuridico-amministrativo in cui si trovano intrappolati i palestinesi che devono “dimostrare” la proprietà delle loro terre. La Cisgiordania ha conosciuto, negli ultimi 150 anni, almeno cinque diversi regimi di proprietà terriera. Il primo, Impero Ottomano (fino al 1917): sistema complesso basato su categorie come miri (terre statali), mulk (proprietà privata piena), waqf (terre religiose), matruka (terre comuni). Molte terre non erano formalmente registrate perché la registrazione comportava tasse e coscrizione militare, quindi le famiglie spesso evitavano di registrare formalmente proprietà tramandate da generazioni. Il secondo, Mandato Britannico (1917-1948): tentativo di modernizzare il catasto, ma incompleto. Molte aree rurali rimasero fuori dalla registrazione sistematica. Il terzo, Amministrazione Giordana (1948-1967): continuò parzialmente il lavoro britannico, ma con discontinuità e lacune, specialmente nelle zone rurali e beduine. Il quarto, Occupazione israeliana (dal 1967): impose ordinanze militari che si sovrappongono a tutti i sistemi precedenti, dichiarando spesso “terre statali” quelle non registrate secondo criteri israeliani. Il quindo, Autorità Nazionale Palestinese (dal 1993, solo Aree A e B): competenza limitata e frammentata, senza continuità territoriale. Ora, immaginiamo di essere un contadino palestinese la cui famiglia lavora quella terra da generazioni. Quali documenti dobbiamo produrre per “dimostrare” la proprietà? L’impossibilità strutturale della prova Il primo problema è rappresentato dai documenti che non esistono. Molte famiglie palestinesi hanno ereditato terre di generazione in generazione senza mai formalizzare la proprietà secondo i criteri ottomani, britannici o giordani. Non per negligenza, ma perché: la registrazione comportava costi e rischi (tasse, coscrizione); in società tradizionali la proprietà era riconosciuta dalla comunità, non da un archivio statale; le terre comuni (per pascolo, raccolta legna) non avevano proprietari individuali registrabili. Risultato: non esiste un documento originario da cui partire per dimostrare la catena di proprietà. Il secondo problema sono i documenti che sono stati distrutti. Guerre, devastazioni, sfollamenti hanno fatto sparire archivi. Molti palestinesi hanno perso documenti durante la Nakba del 1948, durante la guerra del 1967, durante demolizioni di case, confische, evacuazioni forzate. Come provare la proprietà se il documento che la attestava è stato distrutto in un bombardamento o confiscato durante uno sfollamento? Il terzo problema sono i documenti che non vengono riconosciuti. Anche quando i documenti esistono, infatti, l’autorità militare israeliana spesso non li riconosce perché: non sono conformi agli standard israeliani di registrazione; sono in arabo ottomano antico, difficile da interpretare; mancano passaggi formali nella catena di trasmissione ereditaria; non seguono le procedure burocratiche israeliane imposte dopo il 1967. Un documento perfettamente valido sotto il diritto giordano quindi può essere semplicemente ignorato dall’amministrazione israeliana. Il quarto problema è legato invece all’inversione dell’onere della prova. Mentre in un sistema giuridico normale lo Stato deve dimostrare che una terra è pubblica prima di appropriarsene, qui funziona al contrario: la terra viene presunta statale (cioè israeliana) finché il palestinese non dimostra il contrario con documenti che, come abbiamo visto, spesso non esistono, sono stati distrutti, o non vengono riconosciuti. È come se ti dicessero: “Questa casa è mia, a meno che tu non dimostri con documenti vecchi di 100 anni, conformi a criteri che io decido unilateralmente, che è tua. E se non ci riesci, la prendo legalmente…”. Il quinto problema, infine, è il tempo come nemico. Molte terre palestinesi sono classificate come “non coltivate” o “abbandonate” perché: il proprietario non ha potuto accedervi a causa di restrizioni militari; sono state dichiarate “zone militari chiuse”; sono state separate dal villaggio dal Muro di Separazione. Il proprietario è in esilio e non può tornare Dopo un certo periodo di “non utilizzo” (determinato unilateralmente), queste terre vengono dichiarate “abbandonate” e quindi trasferibili allo Stato. Ma il non-utilizzo è spesso conseguenza diretta delle restrizioni imposte dall’occupante. È un meccanismo dunque che si autoalimenta: ti impedisco di coltivare la terra, la terra diventa “non coltivata”, posso dichiararla abbandonata, la registro come statale. Facciamo un caso reale, ripetuto migliaia di volte. Una famiglia palestinese possiede terre tramandate dal nonno. Il nonno le aveva ereditate dal padre, che a sua volta le aveva lavorate per decenni sotto gli ottomani. Nessuna registrazione formale, perché nella cultura tradizionale la proprietà era riconosciuta dalla comunità del villaggio. 1967: arriva l’occupazione israeliana. La terra è in Area C. Anni ’80: Israele dichiara parte di quella terra “zona militare” o “riserva naturale”. La famiglia non può più accedervi. Anni ’90: dopo anni di non-coltivazione forzata, la terra viene classificata come “abbandonata”. Anni 2000: viene assegnata a un insediamento coloniale o dichiarata “terra statale”. Ora: con il nuovo catasto, la famiglia dovrebbe “dimostrare” la proprietà… Ma con quali documenti? Il nonno non aveva registrato niente formalmente. Gli archivi ottomani (se esistevano) sono inaccessibili. L’amministrazione israeliana non riconosce la testimonianza della comunità come prova. La terra era stata resa inaccessibile da ordinanze militari israeliane. Risultato: la terra passa formalmente allo Stato israeliano. Legalmente. Burocraticamente. Senza sparare un colpo. Come funziona l’inversione dell’onere della prova Il principio pratico del nuovo catasto funziona così: se tu, palestinese, non riesci a dimostrare con documenti formali e catene complete di titolarità (spesso storicamente difficili o impossibili da ricostruire per tutte le ragioni appena spiegate) che quella terra è davvero tua secondo criteri stabiliti unilateralmente dall’autorità occupante, quella terra viene classificata come “terra dello Stato”. E una volta che la terra diventa formalmente “dello Stato” nei registri ufficiali, tutto ciò che segue – pianificazione territoriale, permessi edilizi, infrastrutture, destinazioni d’uso, assegnazioni a coloni – tende a muoversi inesorabilmente in una sola direzione. Non serve dichiarare urlando “annessione formale”. La fai silenziosamente, con timbri, mappe catastali, registri amministrativi che trasformano l’assenza di documenti in perdita di diritti. È l’annessione burocratica: meno visibile, più duratura, molto più difficile da contestare o rovesciare. L’architettura dell’irreversibilità Il provvedimento catastale assume un significato che va ben oltre la singola misura amministrativa. Non è un atto isolato, è un tassello di una strategia sistematica di annessione a bassa visibilità mediatica. Una strategia che non punta solo al controllo militare temporaneo del territorio (che potrebbe essere reversibile in caso di accordo politico), ma alla sua trasformazione giuridico-amministrativa permanente: rendere la presenza palestinese più fragile, più contestabile sul piano formale, più revocabile in qualsiasi momento; rendere invece il controllo israeliano più “normale”, più amministrativo, più profondamente radicato nelle carte e nei computer, più difficilmente discutibile sul piano pratico anche da parte della comunità internazionale. Quando un insediamento coloniale viene costruito, può (in teoria) essere smantellato, come è successo a Gaza nel 2005. Ma quando la proprietà della terra sottostante viene trasferita formalmente nei registri dello Stato, quando le mappe catastali ufficiali riflettono una realtà diversa, quando gli archivi amministrativi consolidano una situazione di fatto in situazione di diritto, l’irreversibilità diventa molto più profonda. È la differenza tra occupazione (che il diritto internazionale riconosce come situazione temporanea e reversibile) e sovranità amministrativa de facto (che crea fatti compiuti difficilissimi da smantellare). “L’Ordine del Caos”: il diritto come strumento di dominazione Insomma, nei conflitti contemporanei la dominazione non passa soltanto attraverso la forza militare bruta, ma sempre più attraverso l’architettura del diritto e della burocrazia (è questo il tema centrale del libro L’Ordine del Caos, Ombre corte, scritto dall’autore dell’articolo, ndr). Non è l’assenza di leggi, non è il puro caos hobbesiano. È qualcosa di più insidioso: l’uso selettivo, asimmetrico e strumentale delle regole formali per produrre ordine per alcuni e caos per altri. È la moltiplicazione di regimi giuridici sovrapposti e contraddittori che rendono impossibile la certezza del diritto per chi è debole, ma offrono mille strumenti legali a chi è forte. Il diritto internazionale viene solennemente proclamato nelle conferenze e nelle risoluzioni ONU (la Cisgiordania è “territorio occupato”, gli insediamenti sono “illegali secondo il diritto internazionale”, l’annessione è vietata). Ma sul terreno, la realtà materiale cambia giorno dopo giorno attraverso dispositivi tecnici che producono conseguenze giuridiche sostanziali. Si approva un piano regolatore che rende impossibile costruire case palestinesi dichiarando il 70% dell’Area C “zona militare” o “riserva naturale”. Si istituisce un regime di permessi edilizi talmente complesso che il 98% delle richieste palestinesi viene respinto. Si demoliscono costruzioni “abusive” mentre pochi chilometri più in là crescono insediamenti con piscine e centri commerciali. E ora: si registra catastalmente la proprietà secondo criteri che favoriscono sistematicamente una popolazione a scapito dell’altra. È l’ordine del caos: non l’assenza di regole, ma la proliferazione controllata di regole contraddittorie, la loro applicazione selettiva, il loro uso come strumento di ingegneria sociale e territoriale. Ordine perfetto per chi controlla l’apparato burocratico-militare. Caos kafkiano per chi lo subisce. La normalizzazione attraverso la tecnocrazia C’è un elemento ulteriore, ancora più sottile, in questa strategia: la normalizzazione attraverso il linguaggio tecnocratico. Un catasto suona neutrale. Suona addirittura progressista, modernizzante: “finalmente portare certezza giuridica”, “superare la confusione amministrativa”, “garantire i diritti di proprietà”. Chi può opporsi a principi così ragionevoli? Ma è esattamente qui che si annida la trappola retorica che produce effetti reali. Perché il linguaggio tecnico-amministrativo nasconde le asimmetrie di potere che ne determinano l’applicazione concreta. Presentare come “modernizzazione amministrativa” quello che è sostanzialmente uno strumento di consolidamento dell’occupazione è un’operazione di mascheramento ideologico perfetta. È lo stesso meccanismo che funziona con le “Zone militari chiuse”, le “Riserve naturali strategiche”, i “Piani di sviluppo territoriale”, le “Procedure di sicurezza standardizzate”. Tutto suona tecnico, necessario, inevitabile. E proprio questa patina di inevitabilità tecnocratica è ciò che permette di procedere senza suscitare lo scandalo che una dichiarazione politica esplicita provocherebbe. Se Israele dichiarasse domani “annetto formalmente l’Area C”, ci sarebbe (o dovrebbe quantomeno esserci) una reazione internazionale immediata, condanne, forse anche sanzioni (quelle no… siamo consapevoli). Ma se si procede per via amministrativa – un catasto qui, una pianificazione territoriale là, una riclassificazione delle terre dall’altra parte – ogni singola misura sembra troppo piccola, troppo tecnica, troppo “interna” per giustificare una crisi diplomatica. E intanto, passo dopo passo, l’annessione di fatto si consolida in annessione di diritto registrata negli archivi dello Stato. La complicità silenziosa della comunità internazionale E qui arriva la domanda politica inevitabile, scomoda, che riguarda anche e soprattutto noi europei che amiamo proclamarci “difensori del diritto internazionale”: se diciamo di difendere il diritto internazionale, che cosa facciamo concretamente davanti a misure che, passo dopo passo, rendono permanente ciò che il diritto internazionale definisce espressamente temporaneo (l’occupazione) e trasformano in “amministrazione normale” ciò che è, sostanzialmente, appropriazione territoriale e consolidamento coloniale? Perché c’è una forma di complicità anche nel silenzio tecnocratico, anche nel “non è il momento”, anche nel “è troppo complesso per intervenire”, anche nel limitarsi a “deplorare” senza mai passare a conseguenze concrete. Quando l’Ue finanzia progetti di sviluppo in Area C che poi vengono demoliti sistematicamente dall’amministrazione militare israeliana, e si limita a “esprimere preoccupazione” senza trarne conseguenze politiche, sta di fatto normalizzando l’ordine del caos. Sta accettando che esistano regole per alcuni (Israele può demolire, espropriare, registrare catastalmente) e regole diverse per altri (i palestinesi devono dimostrare l’indimostrabile per mantenere diritti che il diritto internazionale riconosce loro in teoria). Quando si continua a parlare di “soluzione a due Stati” mentre il territorio dello Stato palestinese viene metodicamente frammentato, registrato, riclassificato, trasferito nei catasti israeliani, si sta di fatto fingendo che il tempo non conti, che l’irreversibilità materiale e giuridica che si accumula giorno dopo giorno sia reversibile con un accordo politico futuro. Ma la verità è che ogni giorno che passa senza conseguenze per queste misure rende più difficile, più costoso, più improbabile qualsiasi accordo futuro. Perché smantellare un insediamento è una cosa; smantellare una struttura di proprietà consolidata nei registri catastali, con transazioni economiche, con diritti acquisiti riconosciuti dal sistema giuridico israeliano, è tutt’altra cosa. Perché l’annessione non avviene solo quando viene dichiarata C’è una lezione generale, qui, che va oltre il caso specifico israeliano-palestinese e che illumina molti conflitti contemporanei. L’annessione non avviene solo quando viene dichiarata formalmente con un atto sovrano solenne. Avviene anche, forse soprattutto, quando viene registrata burocraticamente, amministrata quotidianamente, normalizzata nei file degli uffici catastali, consolidata nelle pratiche routinarie dello Stato. Questa è la forma di potere più insidiosa del XXI secolo: non quella che si manifesta con la violenza spettacolare e quindi genera resistenza e indignazione, ma quella che si infiltra nelle procedure, che si naturalizza nei formulari, che si sedimenta negli archivi. È il potere che non ha bisogno di giustificarsi ideologicamente perché si presenta come pura necessità tecnica. È il potere che non teme il dibattito politico perché si sottrae al dibattito collocandosi nel regno dell’amministrazione, dove solo gli esperti possono entrare e dove il cittadino comune si perde in labirinti di competenze sovrapposte, cavilli procedurali, rimandi infiniti. È il potere, insomma, che produce l’ordine del caos: un sistema che appare caotico e incomprensibile a chi lo subisce, ma che ha una sua logica ferrea, una sua razionalità strumentale perfetta per chi lo gestisce. Quando la proprietà diventa davvero un furto Torniamo alla provocazione iniziale: la proprietà è un furto? Nel caso del catasto in Cisgiordania, la risposta è inequivocabile: sì, quando lo strumento che dovrebbe certificare la proprietà diventa il meccanismo attraverso cui si compie l’appropriazione/espropriazione. Il catasto non sta documentando una realtà preesistente. Sta creando una nuova realtà giuridica che trasforma terre palestinesi lavorate da generazioni in “terre statali” israeliane semplicemente perché i criteri di prova sono stati costruiti in modo tale da rendere impossibile la dimostrazione della proprietà palestinese. È il furto perfetto: legale, burocratico, irreversibile. E silenzioso. La notizia del catasto in Cisgiordania sembra piccola, tecnica, noiosa. Non fa notizia come un bombardamento o un’evacuazione forzata. Ma nel lungo periodo è forse più decisiva, perché produce quel tipo di cambiamento che poi diventa “realtà sul terreno” difficilissima da smantellare. Quando tra vent’anni (se non prima) Israele dirà “ma ormai l’Area C è nostra da decenni, guardate i catasti, guardate le mappe, guardate le proprietà registrate, guardate le transazioni economiche, guardate le infrastrutture – come potete chiedere di smantellare tutto questo?”, quella argomentazione sarà supportata da migliaia di faldoni, database, registri ufficiali che sono stati riempiti proprio in questi anni, proprio con provvedimenti come quello di questi giorni. L’annessione non avviene solo quando viene dichiarata. Avviene anche quando viene registrata… nel silenzio. E noi, che cosa facciamo mentre i registri si riempiono? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando la burocrazia vale più dei carri armati proviene da Comune-info.
February 18, 2026
Comune-info
Roberto Zampardi, Amnesty International: diritti umani come base del diritto internazionale
In occasione della settimana di mobilitazione per la libertà d’insegnamento prevista dal 9 al 13 settembre 2026, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università insieme a Docenti per Gaza ha organizzato una serie di iniziative e percorsi didattici per le scuole con il titolo Crisi del diritto internazionale: catastrofe e opportunità. Nel video, diretto a studentesse e studenti della secondaria di primo grado ed dei primi tre anni della secondaria di secondo grado, la nostra docente Candida Di Franco introduce l’intervento di Roberto Zampardi di Fondazione Amnesty International Italia su: I diritti umani come base del diritto internazionale. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Salvo Vaccaro, UNIPA, la crisi del diritto e della politica per la settimana di mobilitazione
L‘Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha promosso dal 9 al 13 febbraio, insieme a Docenti per Gaza una settimana di mobilitazione per la libertà d’insegnamento, per ribadirne l’importanza e la centralità tra i diritti tutelati dalla costituzione. Nel video, diretto a studentesse e studenti della secondaria di secondo grado, la docente Candida Di Franco, componente dell’Osservatorio introduce l’intervento, di Salvo Vaccaro, docente di Filosofia politica presso l’Università di Palermo dal titolo La crisi del diritto e della politica come strumenti per il contenimento della violenza. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Referendum Giustizia | Vittoria dei 15 volenterosi
In direzione ostinata e contraria [vota NO ] La Corte di Cassazione dichiara che è ammissibile la richiesta di referendum dei 15 volenterosi. Inoltre ammette il nuovo quesito per il referendum nella versione formulata dai 15 giuristi promotori della raccolta di firme di 500mila cittadini. A questo punto il rinvio del referendum è qualcosa [...]
February 6, 2026
Effimera
Firmiamo per fermare Meloni – di Effimera
È partita la raccolta firme promossa da un comitato autonomo di giuristi e attivisti sindacali perché si tenga un referendum per cancellare la legge di modifica costituzionale in tema di giustizia varata dal governo Meloni (si veda n. 295 del 20 dicembre 2025: la Cassazione ha comunicato di avere ricevuto in data 19 dicembre 2025 [...]
December 23, 2025
Effimera
Per farla finita con gli stati nazionali
ALLA LINEA DI RICERCA “STATO NAZIONALE-DIRITTO INTERNAZIONALE-NECESSITÀ DELLA PACE CON LA GUERRA” BISOGNEREBBE SOSTITUIRE LA LINEA “ISTITUZIONI NON STATALI-DIRITTO TRANSNAZIONALE-TUTELA DI VIVENTI E NON VIVENTI”. VERSO UN DIRITTO TRANSNAZIONALE DAL BASSO ALTERNATIVA AL DIRITTO INTERNAZIONALE -------------------------------------------------------------------------------- Roma, 3 ottobre 2025 -------------------------------------------------------------------------------- Di fronte al regime planetario di guerra, sfruttamento e distruzione è urgente elaborare un’alternativa storico-politica. La rottura del diritto internazionale ha posto la questione dell’estensione della forza come agente di non-diritto. La scena del mondo è occupata da un potere senza diritto, che è un potere di guerra esteso in aree sempre più vaste di dismissione dei diritti. Di fronte alla liberalizzazione della forza, alla liberalizzazione degli atti di guerra, si è fatta palese la crisi delle istituzioni internazionali. Questa realtà è anche una realtà di guerra alla funzione normativa del diritto, guerra alle libertà sancite dal diritto ed è una guerra che si estende in tutta la lunghezza del piano del diritto, dalle libertà d’opinione e di dissenso alla libertà di protesta e di critica, alle resistenze e alle manifestazioni di contrasto all’oppressione. La finta tregua a Gaza che prosegue il massacro di palestinesi in Cisgiordania, il piano di “pace” di Trump per l’Ucraina in assenza di una proposta di mediazione dell’Unione Europea che negozia mentre vuole proseguire la guerra e si riarma, e le sessanta guerre sparse nel mondo, hanno prodotto una crisi umanitaria epocale. La guerra ibrida che è guerra di conquista, guerra genocida ed ecocida, guerra per le risorse energetiche e le terre rare, fomenta la propaganda per il riarmo. Gli investimenti in armi e in politiche di difesa contro i pericoli di invasione del nemico, esterno ed interno, alimentano la propaganda. La risalita al dominio e alla grandezza perduta, all’egemonia del dollaro e all’equilibrio strategico degli interessi tra le potenze globali; l’identità nazionale, le frontiere della patria e tutto l’armamentario corrotto dei “valori dell’occidente” e della difesa comune europea, è brandito da governi e stampa mainstream in una versione aggiornata della mobilitazione generale novecentesca. Le 33 pagine del documento di Strategia di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca di novembre esprimono “grande ottimismo per la crescita dei partiti patriottici”, mentre l’Europa andrebbe ricondotta ad “operare come gruppo di nazioni allineate”, dal momento che “l’unità politica fondamentale del mondo è e rimarrà lo Stato-nazione”. La dimensione razziale implicita in questa retorica proviene da un dispositivo di propaganda. I funzionari dell’amministrazione Trump hanno ripetutamente dichiarato il loro sostegno all’estrema destra in quasi tutti i paesi europei, celebrando il nazionalismo civilizzatore, l’enfasi identitaria, i leader forti, i valori giudaico-cristiani e i ruoli di genere tradizionali. La fine dell’ordine internazionale è l’effetto delle politiche delle élite centriste liberali che hanno aperto la strada del potere alla destra nazionalista. La realtà secolare dell’occidente è stata il suo primato bellico, razziale, coloniale, ereditato nella sovranità dello stato nazionale. Ma nella sequenza storica del diritto interstatale e del diritto internazionale proveniente dalla guerra, il potere di stato integrava il diritto di guerra nel diritto interno. Nelle diverse epoche storiche l’imposizione della forza bilanciava la forza del diritto che nell’antichità greca e latina dichiarava la costituzione della natura nella realtà della polis e e della civitas. Nel Medioevo il diritto come forza discorsiva del potere imperiale aveva generato lo stato di giustizia in cui il diritto era esteso all’esterno dello stato e ne limitava il potere. In epoca moderna il diritto interno allo stato istituiva il patto tra sudditi e sovrano, mentre nella seconda metà del XVIII si affermavano la separazione dei poteri e il diritto cosmopolitico. Ma al di sotto di questa storia di costituzione dei poteri ne scorre un’altra, quella dei rapporti tra territori e popolazioni che Michel Foucault ha indagato nelle trasformazioni delle diverse tecnologie di governo. In questa storia della governamentalità, la relazione binaria del popolo e dello stato, dei diritti e dei doveri, che è l’eredità negativa del rapporto dei sudditi con il sovrano, del rapporto di comando e obbedienza, si manifesta una relazione più necessaria, che è la relazione tra territorio e popolazione. A differenza del concetto giuridico-politico di popolo, che è tale in rapporto allo stato, la popolazione eccede il rapporto allo stato. La popolazione non è il popolo. Le popolazioni, sempre più sottratte al potere pubblico sono assoggettate a una governamentalità sociale, economica, razziale e di genere in rapporto a dispositivi burocratici e amministrativi che rientrano sempre meno nelle prerogative dello stato. Queste relazioni sono regolate da tecnologie di sicurezza su larga scala e la sicurezza viene esposta come principio di governo di fronte alle condizioni attuali di insicurezza, precarietà, esposizione al rischio, che sono condizioni reali delle popolazioni di fronte alle guerre, alle epidemie e alla catastrofe climatica. La tecnologia planetaria di sicurezza non include la sfera del diritto all’interno del potere pubblico come all’epoca del primo liberalismo, ma produce zone di extradiritto da normare, amministrare e disciplinare. Il potere giuridico di controllo e la stessa legalità sono assunti in una microfisica dell’azione legale che moltiplica i contenziosi. La sfera del diritto che regolava i rapporti tra popolo e stato e tra stato e cittadini non è più spazio di mediazione dei conflitti, delle controversie e dell’evoluzione dei diritti; piuttosto le potenti agenzie finanziarie, tecnologiche e belliche, sono contropoteri che dissolvono le prerogative dei poteri pubblici e producono una condizione di extradiritto in cui vige una forma residuale di diritto interstatale. Questa zona virtuale di extradiritto si estende a territorialità autonome, indipendenti e di autonomia relativa che il diritto pubblico statale comprendeva o come aree di conflitto o come regioni autonome all’interno dei confini dello stato: zone di transito, municipalità e comunità regionali, esperienze territoriali di costituzione di un diritto “dal basso”. Nell’esodo dalle istituzioni, le marginalità, le precarietà, le povertà, le fragilità e il disagio diffuso, abitano dunque zone esistenziali di extradiritto catturate in dispositivi di sfruttamento integrale della vita. La crisi dell’universalismo del diritto su cui insiste la crisi del globalismo politico-economico si era affermata nel primo decennio degli anni 2000. La progressiva dissolvenza del diritto internazionale si manifestava alla fine del XX secolo con le guerre “umanitarie” e con la guerra al terrorismo che dopo l’11 settembre diventava guerra permanente secondo la dottrina statunitense del “nuovo secolo americano”. La crisi accelerata del globalismo neoliberale ha prodotto in circa trent’anni l’impoverimento del mondo, l’estensione cosmica della ricchezza e del potere tecnologico delle grandi piattaforme e ha promosso autoritarismi, razzismi e discriminazioni sociali e di genere. Il fallimento della democrazia liberale, il tramonto delle istituzioni europee di welfare, il fallimento del progetto di costituzione politica dell’Unione Europea e la dismissione della transizione ecologica, inficiata dalle politiche di “greenwashing”, hanno alimentato la crisi da cui gli stati cercano di uscire investendo a debito sull’industria bellica, la difesa strategica e la cybersicurezza. I miliardi stanziati per il riarmo saranno sottratti alla sanità territoriale, alla tutela del territorio, agli asili pubblici, alle politiche attive del lavoro e a politiche di inclusione per le disabilità, ai servizi sociali e di assistenza, alle politiche per la cultura e per l’incremento strutturale dell’istruzione. Le promesse di sicurezza, benessere diffuso, libertà degli scambi, persone e merci, si sono infrante nelle cosiddette identità nazionali, che oggi riverberano in concetti tossici come patria, nazione, sovranità. Questa realtà copre la lunga distanza tra la propaganda della Nazione chiusa da confini invalicabili e da frontiere armate e i processi reali di esodo, disappartenenze, diserzione. La guerra rovescia la geopolitica e il suo armamentario teorico, scompone mappe e cartine, ipotesi e prospettive e fa emergere i rapporti reali tra territori e popolazione, realtà impreviste e fuori scala, molteplici geografie del diritto in luoghi, terre e autonomie, e soprattutto, estende la provvidenziale volontà di diserzione delle popolazioni. Il gesto di diserzione non è individuale, e non è in primo luogo diserzione dal fronte di guerra. É diserzione di popolazioni che abbandonano le istituzioni, abbandonano l’appartenenza agli stati nazionali, destituiscono la sfera pubblica. La doppia diserzione, di chi manca e di chi esercita un potere planetario, è un moto centrifugo, in terre deserte e naufragi, torture e deportazione e verso Marte e oltre. Mentre la geopolitica tiene conto solo delle traduzioni dei rapporti di forze tra stati e continenti in posizioni di diritto e strategie di dominazione, un’analisi storico-politica dei rapporti tra diritto, territori e popolazioni consente di includere nella ricerca istituzioni e culture non statali. Dunque, al realismo della geopolitica, che nega le alternative alla crisi delle forme di dominio tradotta nella guerra, proviamo a sostituire un’analitica dei rapporti tra diritto e popolazioni in cui considerare le rivendicazioni di diritti che provengono dalle reali condizioni di vita delle popolazioni. Al racconto geopolitico dello “status quo” del mondo, delle strategie di difesa e di riarmo e delle necessità di alleanze nel gioco dei grandi interessi, proviamo a sostituire l’analisi di una possibile costituzione transnazionale delle popolazioni. Alla linea di ricerca “stato nazionale-diritto internazionale-necessità della pace con la guerra” sostituiamo la linea “istituzioni non statali-diritto transnazionale-tutela di viventi e non viventi”. La crisi mondiale di governo della vita ha fatto emergere altri mondi, con storie politiche, istituzioni e tradizioni di autogoverno, di indipendenza, di territorialità comunitarie, di localismi indigeni e culture alternative alle costituzioni liberal-democratiche e autoritarie degli stati nazionali. Questa emergenza viene scoperta e rivendicata oggi, pur avendo tradizioni e culture storico-politiche millenarie, come la Cina, l’India e l’Oriente Pacifico, o una storia indigena nel continente amerindio, che è lontana dalla tradizione del sovrano e del diritto, ed è sostenuta da istituzioni ibride, imperiali, regionali, municipali, federali, claniche, tribali, in cui si articolano rapporti reali tra territorio e popolazione. Questi processi inaugurano una realtà storica di trasformazione che, mentre riduce le prerogative dello stato e intensifica le rivendicazioni della 2nazione”, lascia emergere nazioni indigene autonome, non costituite in stati nazionali ma in territori che sono terre abitate con costituzioni locali e regionali e che sono terre di resistenza, di difesa degli ambienti, e terre di esodo, di deportazione e di sterminio. In questi spazi, nei luoghi disertati, nelle zone di esilio permanente, nelle realtà estese di non-diritto, non è questione di ripristinare un diritto cosmopolitico, né un diritto internazionale, – ma di osservare l’esaurirsi del potere di sanzione delle Corti internazionali e di immaginare un modo alternativo di porre la questione del diritto, non più come vigenza universale dei rapporti tra stati, tra aree continentali o regionali più o meno coincidenti con le mappe geopolitiche, ma come insieme delle connessioni transnazionali di luoghi e aree di extradiritto. Negli scorsi anni è stato proposto un diritto della terra che tuteli i diritti di viventi, ecosistemi, ambienti, risorse e beni comuni. Ma l’insieme dei saperi giuridici e dei saperi provenienti dalle diverse esperienze di costituzione del diritto continuano a disfarsi nel perimetro ridotto del potere pubblico. Si tratterebbe invece di considerare la rottura del diritto internazionale non dalla parte del potere sovrano e dalla parte del potere di sanzione delle Corti, ma dalla parte del contrasto delle popolazioni alla guerra e alla forza. C’è un diritto che proviene dalla decolonizzazione, il diritto dei popoli che comprende il diritto all’autodeterminazione, che in una certa misura è stato iscritto all’interno del diritto internazionale post-bellico. Di questo diritto si può fare la genealogia, dalla Conferenza di Bandung alla lotta di liberazione algerina, dalla fine della dittatura dei colonnelli in Grecia alla liberazione del Vietnam. Questo diritto si è realizzato in larga parte nell’orbita dello stato nazionale e ha contribuito a produrre il potere nazionale di stato e i nazionalismi post-coloniali. Ma, parallela a questa genealogia, ne corre una post-coloniale che non ha in vista lo stato nazionale, che si oppone alla forza senza diritto degli stati e che rivela un profilo transnazionale. Si tratta dei diritti, delle resistenze e delle costituzioni delle popolazioni indigene amerindie, dei diritti municipalisti acquisiti in Chiapas, della costituzione federale curda in Rojava, del diritto all’autodeterminazione della popolazione palestinese. Questi diritti fanno del principio territoriale un principio di estensione oltre lo stato. In stati che contano per la forza di frontiere armate più che per le prerogative del potere pubblico, più per l’intensità delle guerre in corso che per la costituzione del libero mercato e più per le politiche di riarmo che per la loro costituzione continentale, un diritto transnazionale potrebbe costituire un’alternativa al diritto internazionale. Un’alternativa in cui operano norme di non confinamento e presidi transfrontalieri disarmati. Si tratterebbe insomma di decolonizzare il diritto e creare le condizioni per un diritto di diserzione, di resistenza e di destituzione della forza. E si tratterebbe di creare lungo questa direzione e nei luoghi di residenza, di transito e di abitazione temporanea, un diritto nomade, locale e generale. Un diritto meticcio che proviene da saperi, culture, soggettività e pratiche. Questa costituzione dovrebbe passare per un’elaborazione che riscriva alla radice la nozione, la pratica e l’esercizio del diritto. La nozione di un diritto che sia slegato dal potere, che sia praticato dalle e nelle realtà dei territori e che sia esercitato nella cura. Si tratterebbe di una pratica del diritto non fondata né sulla consuetudine, né sulla natura pattizia dei diritti, ma sull’estensione dei diritti della terra e dei diritti del mondo in rapporto alla biosfera e su tempi, spazi, ambienti, relazioni, desideri, interessi e passioni in aree non più statali. Si tratterebbe, infine, di un esercizio del diritto come presa di parola e come presa di posizione sullo stato del mondo, sulle condizioni del presente, sulle disponibilità di liberazione. In questa forma la possibilità del diritto risiederebbe nell’immaginazione. Risiederebbe in un movimento dell’immaginario, in un confronto tra la situazione concreta e un’invenzione del diritto. Dal momento che la società punitiva sanziona il mondo qualora ritorni alla terra, l’invenzione del diritto potrebbe essere il movimento inverso, il movimento di un diritto che revochi il potere. Perché sarebbe il diritto a una vita altra e a un mondo altro. Un diritto nell’esperienza di un respiro ritrovato. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per farla finita con gli stati nazionali proviene da Comune-info.
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