Per un No socialeIL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA NON È UNA QUESTIONE TECNICA. RIGUARDA LA
POSSIBILITÀ CHE ESISTANO LIMITI AL POTERE DI CHI GOVERNA. E RIGUARDA,
SOPRATTUTTO, LA POSSIBILITÀ CHE CHI STA IN BASSO POSSA PRENDERE PAROLA,
DIFENDERSI, DISSENTIRE, ORGANIZZARSI. DIRE NO NON SIGNIFICA DIFENDERE LO STATUS
QUO. NON SIGNIFICA IDOLATRARE LA MAGISTRATURA. NON SIGNIFICA ADERIRE ALLA
NARRAZIONE SECONDO CUI IL PROCESSO PENALE SAREBBE UNO STRUMENTO DEL CAMBIAMENTO
POLITICO. È UN NO CHE SA CHE LO STATO DI POLIZIA NON NASCE ALL’IMPROVVISO
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Il referendum sulla giustizia (22-23 marzo) non è una questione tecnica né una
disputa tra addetti ai lavori. È un passaggio politico e costituzionale
decisivo, perché in quella scheda si concentra un’idea di Paese. La posta in
gioco è stata chiarita con una franchezza brutale quando Giorgia Meloni ha detto
che vuole giudici che remino nella stessa direzione del governo. Non è un’uscita
infelice: è un programma. È l’idea che il controllo sia un ostacolo, che la
separazione dei poteri sia un intralcio, che l’autonomia della giurisdizione sia
un problema. È un attacco a uno degli architravi della Costituzione: il
principio per cui il potere esecutivo non può pretendere obbedienza dagli altri
poteri dello Stato.
Per questo il referendum non riguarda solo la magistratura e non riguarda solo
la politica. Riguarda la democrazia. Riguarda la libertà. Riguarda la
possibilità stessa che esistano limiti al potere di chi governa. E riguarda,
soprattutto, la possibilità che chi sta in basso possa difendersi, parlare,
dissentire, organizzarsi, lottare. In questo passaggio, sconfiggere il governo
non è una formula propagandistica: è un obiettivo democratico concreto, da
praticare e far crescere in ogni ambito sociale, politico e culturale. Perché
ciò che è in corso non è un normale ciclo politico, ma una torsione profonda: un
tentativo di riscrivere i rapporti tra cittadini e istituzioni, tra diritti e
forza.
Questo governo è espressione limpida di interessi neocorporativi e di classe. Il
suo progetto economico e sociale produce disuguaglianze, concentra ricchezze,
restringe il welfare, sposta risorse verso la spesa militare e la logica di
guerra, riduce gli strumenti democratici di partecipazione e controllo. Ma un
simile progetto non può reggersi solo sulla persuasione. Per far inghiottire a
milioni di persone precarietà, lavoro povero, tagli ai servizi, aumento delle
disuguaglianze e insopportabile concentrazione della ricchezza serve una leva
più antica e più brutale: la repressione.
È qui che la svolta sicuritaria mostra la sua vera natura. Non è una deviazione,
non è un eccesso, non è un incidente. È un metodo di governo. L’attacco alla
Costituzione e ai diritti si regge su due logiche complementari: la
deregolarizzazione dei poteri forti e l’iper-regolamentazione dell’opposizione
sociale e dei soggetti deboli. Se ai potenti tutto è permesso, la libertà dei
subalterni si riduce. E infatti, mentre si garantiscono spazi sempre più ampi di
impunità di fatto a chi sta in alto, si costruisce una rete di norme, reati,
aggravanti, decreti e dispositivi emergenziali che colpiscono chi sta in basso e
chi prova a contestare. Il decreto sicurezza, come altre misure di questi anni,
non è la risposta a un’emergenza reale: è un tassello di un disegno repressivo.
L’obiettivo è instaurare, sulle ceneri dello Stato di diritto o di quel poco che
ne resta, uno Stato di polizia fondato sulla legislazione d’emergenza
permanente.
La criminalizzazione del dissenso non è un effetto collaterale: è il cuore del
progetto. Nuovi reati, pene più alte, resistenza non violenta trasformata in
reato, carcere usato come strumento di disciplina sociale, decreti contro le
Ong, persecuzione della povertà, caccia ai senzatetto, limitazione sistematica
della libertà di manifestare e di confliggere. Il messaggio è semplice e
spaventoso: se non hai potere economico e mediatico per contare, e provi a
contare nelle strade, verrai punito. Il diritto penale viene trasformato in un
dispositivo di disincentivo al conflitto sociale. La paura diventa linguaggio di
governo. La rassegnazione diventa obiettivo politico. Gli spazi della democrazia
collettiva vengono ristretti con la forza.
Dentro questo quadro, la riforma della giustizia non è una misura isolata. È uno
snodo centrale, perché mira a stabilire la supremazia dell’esecutivo
sull’esercizio della giurisdizione. Vuole orientare e controllare il lavoro dei
magistrati e assoggettare i pubblici ministeri al potere politico. La storia
dimostra che un simile rapporto tra politica e magistratura si risolve sempre a
favore dei poteri forti e a scapito dei soggetti socialmente ed economicamente
più deboli. È un meccanismo che non produce “ordine”: produce obbedienza. E
produce selezione sociale della repressione. Perché in un Paese in cui lo Stato
penale cresce e lo Stato sociale arretra, la giustizia non colpisce mai allo
stesso modo. Colpisce chi non ha protezioni, chi non ha risorse, chi non ha
accesso ai grandi strumenti della comunicazione e del potere.
Garantismo e antipenalismo
Per questo affrontare il rapporto tra politica e giustizia è imprescindibile. Ma
va fatto nel modo giusto, riportando al centro garantismo e antipenalismo, non
come bandiere di parte e non come alibi, ma come principi costituzionali. Il
garantismo non è un favore ai potenti. È la condizione minima perché la
giustizia sia uguale per tutti. È ciò che limita gli errori giudiziari. È ciò
che impedisce che il processo diventi una forma di punizione anticipata. È ciò
che rende la giustizia un servizio ai cittadini e non uno strumento nelle mani
dei poteri forti, come troppo spesso è accaduto. Solo assicurando a tutti il
diritto di difesa, l’effettiva parità processuale, la terzietà del giudice e una
durata ragionevole dei processi si può superare davvero l’attuale conflitto tra
politica e magistratura. E solo così si può difendere la democrazia da una
deriva autoritaria.
Dire No, però, non significa difendere lo status quo. Non significa idolatrare
la magistratura. Non significa aderire alla narrazione secondo cui il processo
penale sarebbe lo strumento naturale del cambiamento politico e morale del
Paese. Quella idea, che ha attraversato decenni di storia italiana, è stata una
delle cause profonde della trasformazione dello Stato sociale in Stato penale.
Ha alimentato l’antipolitica e ha legittimato la scorciatoia per cui, di fronte
a problemi sociali e politici, si invoca la repressione e si delega alla
giustizia ciò che dovrebbe essere affrontato con diritti, politiche pubbliche,
redistribuzione e partecipazione. In quelle stagioni, chi sosteneva che il
processo penale dovesse restare un accertamento di reato e non uno strumento di
lotta politica è stato emarginato. Eppure aveva ragione. Da quella rimozione è
nato un senso comune tossico: che la giustizia debba essere dura, esemplare,
vendicativa; che la garanzia sia un intralcio; che i diritti siano un lusso; che
la libertà sia sospetta. Oggi paghiamo quella storia. E se non la guardiamo in
faccia, la nostra critica sarà formale, sterile, incapace di cogliere la posta
in gioco. Non basta dire che questa riforma è sbagliata. Bisogna dire che è
sbagliata dentro un disegno più ampio di politiche sicuritarie, di
criminalizzazione del conflitto sociale, di uso del diritto penale come governo
della paura. O si critica nella sua interezza la finalità repressiva degli
interventi legislativi del governo, o la critica resterà un esercizio retorico.
E si finirà, ancora una volta, intrappolati nella falsa alternativa tra due
blocchi speculari: da una parte chi vuole piegare la magistratura al governo,
dall’altra chi usa la magistratura come surrogato della politica e come clava
morale, oscillando tra “legge e ordine” e “giustizia esemplare” a seconda del
bersaglio. Bisogna rifiutare entrambe le strade.
Questo No deve essere un No sociale, perché ciò che viene colpito non è solo un
principio astratto ma la carne viva del conflitto democratico. È un No che parla
a chi sciopera, a chi occupa, a chi blocca una strada perché non ha altri
strumenti, a chi difende la casa, il lavoro, il territorio, l’ambiente, la
scuola pubblica, la sanità. È un No che parla a chi vive precarietà e povertà, a
chi subisce fogli di via, denunce, misure preventive, processi costruiti per
logorare, isolare, intimidire. È un No che sa che lo Stato di polizia non nasce
all’improvviso: nasce quando la repressione diventa normale, quando l’emergenza
diventa permanente, quando la libertà viene trasformata in sospetto.
La libertà è conflitto
Non si può ignorare che tutto questo si inserisce in un disegno unitario: la
modifica costituzionale sul premierato, che stravolge la forma di governo; la
rottura dell’unità del Paese con l’autonomia differenziata, che minaccia i
diritti fondamentali; e, in parallelo, l’espansione dello Stato penale, con un
governo tra i più giustizialisti degli ultimi anni, capace di istituire decine
di nuovi reati e di inasprire continuamente il quadro repressivo. È un progetto
complessivo: restringere la democrazia, ridurre i diritti, rafforzare
l’esecutivo, punire il dissenso.
Siamo in un passaggio storico in cui la forza si scaglia contro il diritto con
la determinazione di contendergli ogni spazio. Non sarà un passaggio breve. E
proprio per questo non possiamo essere ingenui. Pensare che questa riforma serva
solo a dividere le carriere è un errore. La separazione è stata di fatto già
avviata da riforme precedenti, a Costituzione invariata: ormai non c’è più nulla
da separare. Qui il punto è un altro: il tentativo di trasformare la giustizia
in una funzione subordinata al governo e, insieme, di consolidare un clima
politico e culturale in cui il diritto penale diventa la lingua con cui lo Stato
parla ai cittadini.
Per questo il No non può essere solo difensivo. Deve essere anche propositivo.
Bisogna lavorare a una riforma vera della giustizia che faccia uscire il Paese
dall’emergenza infinita e dal panpenalismo dilagante. Una riforma che riduca
drasticamente l’area del penale, dimezzi reati e pene, restituisca centralità al
diritto di difesa, garantisca davvero la durata ragionevole dei processi,
riaffermi la terzietà del giudice, sottragga la giustizia alla propaganda e
all’uso politico. Questa è la direzione democratica. Non l’ennesima torsione
autoritaria. Non la trasformazione del pubblico ministero in un funzionario al
servizio dello Stato di polizia. Non la normalizzazione dell’eccezione.
Dire No significa non accettare un Paese in cui la protesta sociale diventa
reato, in cui la povertà viene perseguita e la ricchezza viene protetta. Dire No
significa rifiutare lo Stato penale e rivendicare lo Stato sociale. Significa
difendere una democrazia in cui la libertà non sia scambiata per sicurezza e in
cui la sicurezza non sia usata come pretesto per reprimere. La libertà è
conflitto, diritti, garanzie. E oggi difenderle significa costruire un fronte
antipenalista largo, determinato, popolare.
Un No sociale, un No costituzionale, un No contro le politiche sicuritarie. Un
No per la democrazia, per la giustizia uguale per tutti, per il diritto di
dissentire.
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