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La giustizia per ricchi e le ragioni del NO.
Intervista a Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, che insieme alla giornalista Federica Alba Di Raimondo, hanno firmato il libro "La giustizia dei ricchi, perché la «riforma» distrugge l’uguaglianza tra i cittadini. Le ragioni del NO". Nel libro Di Raimondo e Facchini spiegano come dietro il referendum non c'è nessuna riforma tecnica bensì un progetto che non è altro che l’ennesimo tentativo di costruire un modello di giustizia penale di classe, pensato su misura per i più ricchi e più facilmente permeabile alle pressioni del potere politico ed economico. Intervista registrata per Tabula Rasa. Durata 18' ca.
March 5, 2026
Radio Onda Rossa
Il Ministro della Giustizia e l’Alta Corte disciplinare
“I magistrati se sbagliano vengono comunque assolti”. È una frase che viene pronunciata senza che l’autore si preoccupi di dimostrarla. In realtà, i dati ufficiali sui provvedimenti disciplinari proposti e adottati nei confronti dei magistrati inducono ad una valutazione assai diversa. La Costituzione (art. 107) e le norme vigenti (Decreto Legislativo 109/2006) consentono al Ministro della Giustizia e al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione di promuovere l’azione disciplinare nei confronti dei magistrati. I dati a disposizione mostrano che le azioni disciplinari sono state avviate dal Ministro in 24 casi nel 2023 (27%) e in 27 nel 2024 (34%). Quelle proposte dal Procuratore sono state 66 nel 2023 (73%) e 53 nel 2024 (66%). Queste percentuali dimostrano come la magistratura di fatto sia più severa del ministero della giustizia nel proporre l’apertura di un procedimento nei confronti dei giudici o dei pubblici ministeri. La valutazione dei vari casi segnalati e la decisione di stabilire eventuali sanzioni spettano alla Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura (art. 105 Costituzione). In questo caso sono disponili i dati dal febbraio 2023 al dicembre 2025: sono state emesse 199 sentenze, di cui 23 con l’esclusione dal procedimento per decesso o per cessata appartenenza dell’incolpato all’ordine giudiziario. Delle 176 sentenze effettive, sono state comminate 82 condanne (47%) e 94 assoluzioni (53%). Ovviamente è impossibile entrare nel merito di queste sentenze, ma si conoscono i dati delle impugnazioni. Sia il Procuratore sia il Ministro, oltre al magistrato incolpato, hanno la facoltà di ricorrere in Cassazione qualora ritengano che la sentenza sia ingiusta. La Procura Generale ha impugnato 13 sentenze (7%), mentre il Ministro ne ha impugnate 9 (5%). Quest’ultimo dato dimostra che il Ministro della Giustizia ha condiviso il 95% delle sentenze emesse dal Consiglio Superiore della Magistratura negli ultimi 3 anni. A questo punto resta da spiegare perché lo stesso Ministro abbia presentato (insieme alla Presidente del Consiglio dei Ministri) la proposta di revisione costituzionale che prevede di sottrarre l’azione disciplinare al Consiglio Superiore della Magistratura per attribuirla all’Alta Corte disciplinare, che verrebbe istituita se al referendum del 22-23 marzo vincessero i favorevoli. Occorre notare che l’Alta Corte si differenzia per diversi aspetti dall’attuale Consiglio Superiore. In particolare, attualmente del Consiglio possono fare parte magistrati sia di merito sia di legittimità. Invece, nell’Alta Corte potranno essere sorteggiati e insediati soltanto magistrati di Cassazione. Questa scelta si pone in contraddizione con quanto stabilisce la Costituzione vigente, che prescrive che “i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni” (Art. 107). Ma soprattutto è evidente il rischio che la mancanza di magistrati di merito in seno all’Alta Corte possa determinare una valutazione oggettivamente parziale dei comportamenti dei magistrati di ogni funzione sottoposti a giudizio disciplinare. Inoltre, se nell’Alta Corte disciplinare possono essere presenti pubblici ministeri soltanto di Cassazione, si crea un problema almeno di opportunità per le azioni disciplinari promosse dal Procuratore Generale di Cassazione, poiché quest’ultimo di fatto è il “capo” di quei pubblici ministeri. In questo caso la tanto sbandierata terzietà del giudice, su cui insistono i promotori della riforma costituzionale, è finita tranquillamente nel dimenticatoio. Infine, oggi il Procuratore Generale è tenuto per legge ad affiancare il Ministro della Giustizia nel promuovere l’azione disciplinare, in quanto è membro di diritto del Consiglio Superiore della Magistratura. Ma con l’approvazione della riforma il Procuratore sarà membro di diritto soltanto del Consiglio Superiore dei pubblici ministeri. Di conseguenza non è ragionevole che il Procuratore sia poi anche titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei giudici di fronte all’Alta Corte, poiché si creerebbe un’asimmetria interna all’ordine giudiziario. Perché per i provvedimenti disciplinari la separazione delle carriere non conta più nulla?   Rocco Artifoni
March 4, 2026
Pressenza
Non sono le mele, è il modello Milano che è marcio
Milano. A meno di un mese dall’omicidio di Abderrahim Monsouri, le indagini hanno fatto emergere un quadro diametralmente opposto alla prima versione fornita dagli agenti di polizia in servizio il 26 gennaio. Nella mattinata di ieri è arrivato, infine, l’arresto dell’agente Carmelo Cinturrino, mentre altri quattro colleghi, per il momento, […] L'articolo Non sono le mele, è il modello Milano che è marcio su Contropiano.
February 24, 2026
Contropiano
Banche e finanza: legalità senza giustizia
Dal podcast Unchained alle azioni collettive: come cittadini e movimenti sociali monitorano la finanza per difendere diritti e territori. Il podcast di Valori.it, “JP MORGAN: La banca che ha sostenuto Jeffrey Epstein e la banalità del male”, ultima puntata di Unchained – Storie di ordinario capitalismo selvaggio, parte da un cortocircuito potente: mentre a Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, viene di fatto impedito di aprire un conto corrente a causa delle sanzioni statunitensi con effetti extraterritoriali sull’intero sistema bancario globale, Jeffrey Epstein¹ – già condannato nel 2008 per sfruttamento della prostituzione minorile – continuava a beneficiare di relazioni privilegiate con una delle più grandi banche del mondo, JPMorgan Chase. Il racconto di Lorenzo Tecleme non indulge nel sensazionalismo. Al contrario, smonta la narrazione complottista e mostra qualcosa di più inquietante: non una cospirazione segreta, ma una rete di relazioni economiche alla luce del sole. Secondo ricostruzioni giornalistiche – tra cui un’inchiesta del New York Times – dirigenti della banca avrebbero consentito a Epstein operazioni anomale, linee di credito e movimentazioni che avrebbero dovuto attivare controlli antiriciclaggio. Dopo lo scandalo, il manager coinvolto ha lasciato l’istituto, ma la struttura che ha reso possibile quel rapporto è rimasta intatta. NON È UN’ECCEZIONE. È UN MECCANISMO La questione centrale non è il mostro individuale, ma il sistema finanziario che consente a certi attori di operare indisturbati finché producono profitto economico. Il podcast allarga poi lo sguardo: le banche non sono entità oscure che agiscono nell’ombra. Le banche operano legalmente in settori come combustibili fossili e industria bellica, e quando le regole sono controllate da chi ne beneficia, smettono di tutelare diritti, ambiente e democrazia. Ed è proprio qui che si manifesta la frattura tra legalità e giustizia: quando le regole sono scritte da chi ne beneficia, leggi e istituzioni smettono di essere uno strumento di equità e diventano un meccanismo di repressione e protezione degli interessi economici di multinazionali e gruppi finanziari, il cui obiettivo è il profitto, non la tutela dei territori e dei diritti umani. La legalità da sola non garantisce trasparenza: quando le regole restano opache e le decisioni non sono controllabili, si aprono spazi in cui corruzione e abusi possono prosperare, aumentando il rischio democratico. Non è una questione nuova. Nel 1972, nel suo storico discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Salvador Allende denunciava il potere delle multinazionali – chiamandole “sociedades transnacionales” – capaci di interferire nella sovranità degli Stati e di condizionare processi democratici. A oltre cinquant’anni di distanza, il nodo resta: > chi decide davvero le regole dell’economia globale? Chi stabilisce cosa sia > legale in uno Stato? E chi controlla i controllori? In questo quadro si inserisce un’altra domanda scomoda: quali interessi economici sostengono oggi derive autoritarie e nazionaliste? Il Transnational Institute (TNI), nel rapporto “Follow the money: The business interests behind the far right” (3 febbraio 2026)², analizza le connessioni tra settori emergenti della finanza alternativa (private equity, hedge fund), comparti sotto pressione come i combustibili fossili e frazioni di capitale domestico che utilizzano governi autoritari per ridefinire equilibri e regole. Non esiste un unico blocco monolitico: esistono convergenze di interessi materiali. Comprenderle è condizione per un antifascismo economico, che non sia solo morale. Questo significa anche nominare ciò che spesso resta implicito: il lobbying. Gruppi di pressione sulle istituzioni europee che operano stabilmente per orientare direttive, regolamenti e politiche pubbliche. Vale per le lobby dei combustibili fossili, per il settore finanziario e per reti come ELNET³, attiva nel rafforzare relazioni politiche tra Unione Europea e Israele. Le istituzioni non sono mai neutre: sono attraversate da interessi economici. Ma non tutte le pressioni sono equivalenti. Esiste una differenza sostanziale tra il lobbying esercitato da grandi gruppi economici per massimizzare profitti e la pressione politica esercitata da movimenti sociali che rivendicano diritti umani, beni comuni e cancellazione del debito. Le istituzioni sono sempre terreno di conflitto: la questione è quali interessi riescano a imporsi. Anche l’industria militare è sostenuta da investimenti bancari: fondi e ETF possono finanziare aziende produttrici di armi impiegate in conflitti. La mancanza di trasparenza non è inevitabile, ma una scelta di governance. Un esempio concreto è quello della General Dynamics, l’unico produttore statunitense dei corpi bomba della serie Mark 80, inclusa la MK‑84 (“Hammer”). Un’inchiesta di Al Jazeera (“The Rest of the Story”, febbraio 2026) ha documentato l’uso di queste munizioni termiche e termobariche nel conflitto a Gaza, ricostruendone la catena di fornitura e le implicazioni umanitarie. Il loro impiego in aree densamente popolate solleva gravi questioni di diritto internazionale. «Come facevano i nazisti nei campi di concentramento: le bombe disintegrano l’intera materia organica». Per quasi 3.000 persone, tra donne e bambini, non ci sono corpi da seppellire né funerali da celebrare. MOVIMENTI PER IL DISARMO E LA GIUSTIZIA ECONOMICA Non a caso movimenti come BDS Italia chiedono un embargo militare, mentre reti civili italiane — Sbilanciamoci!, Fondazione PerugiAssisi, Rete Italiana Pace e Disarmo, Coordinamento No Nato, No Rearm Europe e Operazione Colomba della Papa Giovanni XXIII — organizzano formazione, proteste e campagne per il disarmo e la riduzione delle spese militari, tra cui la campagna “Ferma il riarmo”. In Italia, ReCommon agisce come osservatorio critico dei flussi di denaro pubblico e privato: monitora investimenti di grandi gruppi bancari in progetti fossili, denuncia legami tra finanza, grandi imprese energetiche e governi, pratica azionariato critico nelle assemblee societarie e fa pressione affinché garanzie pubbliche non sostengano progetti climaticamente distruttivi. Vari movimenti europei —  Finance Watch, Tax Justice Network, Attac, CADTM Italia, Eurodad — sono lobby di cittadine e reti transnazionali⁵ che producono studi, proposte legislative, organizzano monitoraggi e campagne per promuovere disarmo, giustizia economica e tutela dei diritti. Anche reti religiose – come Caritas Internationalis con la campagna “Cambiare la rotta: Trasforma il debito in speranza” in vista del Giubileo 2025 – e diverse Chiese riformate hanno chiesto la remissione del debito come imperativo morale. Movimenti del Sud globale denunciano da decenni un sistema finanziario che estrae ricchezza (materie prime e sfruttamento lavorativo) dai Paesi poveri, chiedendo la cancellazione del debito pubblico ritenuto insostenibile. Tutto questo non è un elenco accessorio: è il contesto in cui il caso Epstein acquista senso politico. Se la finanza può isolare una funzionaria ONU attraverso sanzioni extraterritoriali e al tempo stesso sostenere, per anni, un cliente già condannato per pedofilia perché economicamente redditizio, allora la questione non è morale ma strutturale e democratica. DEMOCRAZIA E TRASPARENZA NELL’ECONOMIA GLOBALE Quando il potere economico condiziona la scrittura delle leggi, quando le lobby operano in assenza di trasparenza e senza reali meccanismi di controllo pubblico, la legalità oggi sostiene un sistema sempre meno vincolato alla giustizia e alla tutela dei diritti umani. La crisi non è episodica: è strutturale. Si manifesta nelle leggi cucite ad personam, nella difficoltà di tutelare l’ambiente e i territori, nell’aumento della repressione e criminalizzazione del dissenso, nella progressiva erosione della sovranità democratica delle comunità. È una forma di corruzione istituzionale che svuota dall’interno il principio stesso di responsabilità pubblica e incrina il patto tra istituzioni e cittadini che versano le tasse. Il podcast di Valori.it dimostra che non servono teorie su cupole segrete né riti satanici per spiegare l’impunità delle élite economiche. Analizzare i flussi finanziari è un atto di consapevolezza democratica. Significa chiedersi dove finiscono i nostri risparmi, quali interessi sostengono e quali mondi rendono possibili. Significa anche capire come la legalità possa divergere dalla tutela dei diritti umani, dell’ambiente e dei territori. Unchained rende visibile la routine economico-amministrativa che chiamiamo capitalismo, mostrando che la banalità del male non è un’eccezione. È un sistema che può essere interrotto e trasformato solo diventando consapevoli, contrastando l’influenza delle lobby economiche. Agendo come cittadini, consumatori e correntisti responsabili, capaci di tutelare diritti e territori da decisioni guidate e esclusivamente dal profitto. La trasparenza è fondamento della democrazia.   NOTE A PIÈ DI PAGINA 1. Jeffrey Epstein: nel 2008 si dichiarò colpevole in Florida per reati legati allo sfruttamento sessuale di minori, beneficiando di un controverso patteggiamento. Il suo rapporto con JPMorgan Chase è stato oggetto di cause civili e inchieste giornalistiche. Documenti giudiziari e articoli del The New York Times (“JPMorgan Kept Jeffrey Epstein as a Client Despite Internal Warnings”, 2019–2023), insieme alla copertura di Reuters e Financial Times, hanno evidenziato che la banca lo mantenne come cliente per anni nonostante segnalazioni interne, sollevando interrogativi sull’efficacia dei controlli di conformità, inclusi gli obblighi antiriciclaggio (AML) e le procedure di know-your-customer (KYC). 2. Transnational Institute (TNI), “Follow the money: The business interests behind the far right” (3 febbraio 2026); TNI, “Corporate Power, A David and Goliath struggle for the 21st century” (2019).  Si veda anche l’iniziativa “Stop Corporate Impunity”, che promuove strumenti giuridici vincolanti per ritenere le imprese responsabili di violazioni dei diritti umani. Spesso citata come Global Campaign to Reclaim People’s Sovereignty, Dismantle Corporate Power and Stop Impunity è una rete globale che comprende oltre 250 organizzazioni, movimenti sociali, sindacati e comunità colpite dalle attività delle multinazionali: https://www.stopcorporateimpunity.org/ 3. European Leadership Network (ELNET), organizzazione attiva nel rafforzamento delle relazioni politiche tra Unione Europea e Israele, spesso descritta come uno dei principali gruppi di pressione pro-Israele, considerato braccio europeo dell’APAC (American Israel Public Affairs Committee). Per un approfondimento sulle dinamiche di pressione politica e mediatica, si veda la recente intervista video tra Alessandro Di Battista e Rula Jebreal (YouTube Live, febbraio 2026), in cui vengono discusse le relazioni tra lobbying internazionale, finanziamenti politici e quella che Jebreal definisce “israelizzazione” delle società occidentali, intesa come progressiva erosione dei diritti civili in nome della sicurezza. 4. Per informazioni sulle campagne BDS “Embargo militare” e “Banche Complici” scrivere via mail a: bdsitalia.embargomilitare@gmail.com . Articolo: Stop al commercio di armi e alla cooperazione militare con Israele: https://bdsitalia.org/index.php/campagne/embargo-militare; Petizione “Interrompiamo il transito di armi dai porti italiani”, campagna 2026: https://c.org/5qvKZbSvkb 5. Reti attive su regolazione finanziaria e debito: – Sbilanciamoci! (coalizione di oltre 50 organizzazioni italiane) – Finance Watch (contro-lobby cittadina presso l’UE) – Tax Justice Network (lotta a evasione fiscale e segretezza bancaria) – Attac (promozione della Tobin Tax e contrasto ai paradisi fiscali) – CADTM Italia (annullamento dei debiti illegittimi) – Eurodad (rete europea su debito e sviluppo)   Il mio precedente articolo: > Il problema siamo noi   Valentina Fabbri Valenzuela
February 22, 2026
Pressenza
Per un No sociale
IL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA NON È UNA QUESTIONE TECNICA. RIGUARDA LA POSSIBILITÀ CHE ESISTANO LIMITI AL POTERE DI CHI GOVERNA. E RIGUARDA, SOPRATTUTTO, LA POSSIBILITÀ CHE CHI STA IN BASSO POSSA PRENDERE PAROLA, DIFENDERSI, DISSENTIRE, ORGANIZZARSI. DIRE NO NON SIGNIFICA DIFENDERE LO STATUS QUO. NON SIGNIFICA IDOLATRARE LA MAGISTRATURA. NON SIGNIFICA ADERIRE ALLA NARRAZIONE SECONDO CUI IL PROCESSO PENALE SAREBBE UNO STRUMENTO DEL CAMBIAMENTO POLITICO. È UN NO CHE SA CHE LO STATO DI POLIZIA NON NASCE ALL’IMPROVVISO Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Il referendum sulla giustizia (22-23 marzo) non è una questione tecnica né una disputa tra addetti ai lavori. È un passaggio politico e costituzionale decisivo, perché in quella scheda si concentra un’idea di Paese. La posta in gioco è stata chiarita con una franchezza brutale quando Giorgia Meloni ha detto che vuole giudici che remino nella stessa direzione del governo. Non è un’uscita infelice: è un programma. È l’idea che il controllo sia un ostacolo, che la separazione dei poteri sia un intralcio, che l’autonomia della giurisdizione sia un problema. È un attacco a uno degli architravi della Costituzione: il principio per cui il potere esecutivo non può pretendere obbedienza dagli altri poteri dello Stato. Per questo il referendum non riguarda solo la magistratura e non riguarda solo la politica. Riguarda la democrazia. Riguarda la libertà. Riguarda la possibilità stessa che esistano limiti al potere di chi governa. E riguarda, soprattutto, la possibilità che chi sta in basso possa difendersi, parlare, dissentire, organizzarsi, lottare. In questo passaggio, sconfiggere il governo non è una formula propagandistica: è un obiettivo democratico concreto, da praticare e far crescere in ogni ambito sociale, politico e culturale. Perché ciò che è in corso non è un normale ciclo politico, ma una torsione profonda: un tentativo di riscrivere i rapporti tra cittadini e istituzioni, tra diritti e forza. Questo governo è espressione limpida di interessi neocorporativi e di classe. Il suo progetto economico e sociale produce disuguaglianze, concentra ricchezze, restringe il welfare, sposta risorse verso la spesa militare e la logica di guerra, riduce gli strumenti democratici di partecipazione e controllo. Ma un simile progetto non può reggersi solo sulla persuasione. Per far inghiottire a milioni di persone precarietà, lavoro povero, tagli ai servizi, aumento delle disuguaglianze e insopportabile concentrazione della ricchezza serve una leva più antica e più brutale: la repressione. È qui che la svolta sicuritaria mostra la sua vera natura. Non è una deviazione, non è un eccesso, non è un incidente. È un metodo di governo. L’attacco alla Costituzione e ai diritti si regge su due logiche complementari: la deregolarizzazione dei poteri forti e l’iper-regolamentazione dell’opposizione sociale e dei soggetti deboli. Se ai potenti tutto è permesso, la libertà dei subalterni si riduce. E infatti, mentre si garantiscono spazi sempre più ampi di impunità di fatto a chi sta in alto, si costruisce una rete di norme, reati, aggravanti, decreti e dispositivi emergenziali che colpiscono chi sta in basso e chi prova a contestare. Il decreto sicurezza, come altre misure di questi anni, non è la risposta a un’emergenza reale: è un tassello di un disegno repressivo. L’obiettivo è instaurare, sulle ceneri dello Stato di diritto o di quel poco che ne resta, uno Stato di polizia fondato sulla legislazione d’emergenza permanente. La criminalizzazione del dissenso non è un effetto collaterale: è il cuore del progetto. Nuovi reati, pene più alte, resistenza non violenta trasformata in reato, carcere usato come strumento di disciplina sociale, decreti contro le Ong, persecuzione della povertà, caccia ai senzatetto, limitazione sistematica della libertà di manifestare e di confliggere. Il messaggio è semplice e spaventoso: se non hai potere economico e mediatico per contare, e provi a contare nelle strade, verrai punito. Il diritto penale viene trasformato in un dispositivo di disincentivo al conflitto sociale. La paura diventa linguaggio di governo. La rassegnazione diventa obiettivo politico. Gli spazi della democrazia collettiva vengono ristretti con la forza. Dentro questo quadro, la riforma della giustizia non è una misura isolata. È uno snodo centrale, perché mira a stabilire la supremazia dell’esecutivo sull’esercizio della giurisdizione. Vuole orientare e controllare il lavoro dei magistrati e assoggettare i pubblici ministeri al potere politico. La storia dimostra che un simile rapporto tra politica e magistratura si risolve sempre a favore dei poteri forti e a scapito dei soggetti socialmente ed economicamente più deboli. È un meccanismo che non produce “ordine”: produce obbedienza. E produce selezione sociale della repressione. Perché in un Paese in cui lo Stato penale cresce e lo Stato sociale arretra, la giustizia non colpisce mai allo stesso modo. Colpisce chi non ha protezioni, chi non ha risorse, chi non ha accesso ai grandi strumenti della comunicazione e del potere. Garantismo e antipenalismo Per questo affrontare il rapporto tra politica e giustizia è imprescindibile. Ma va fatto nel modo giusto, riportando al centro garantismo e antipenalismo, non come bandiere di parte e non come alibi, ma come principi costituzionali. Il garantismo non è un favore ai potenti. È la condizione minima perché la giustizia sia uguale per tutti. È ciò che limita gli errori giudiziari. È ciò che impedisce che il processo diventi una forma di punizione anticipata. È ciò che rende la giustizia un servizio ai cittadini e non uno strumento nelle mani dei poteri forti, come troppo spesso è accaduto. Solo assicurando a tutti il diritto di difesa, l’effettiva parità processuale, la terzietà del giudice e una durata ragionevole dei processi si può superare davvero l’attuale conflitto tra politica e magistratura. E solo così si può difendere la democrazia da una deriva autoritaria. Dire No, però, non significa difendere lo status quo. Non significa idolatrare la magistratura. Non significa aderire alla narrazione secondo cui il processo penale sarebbe lo strumento naturale del cambiamento politico e morale del Paese. Quella idea, che ha attraversato decenni di storia italiana, è stata una delle cause profonde della trasformazione dello Stato sociale in Stato penale. Ha alimentato l’antipolitica e ha legittimato la scorciatoia per cui, di fronte a problemi sociali e politici, si invoca la repressione e si delega alla giustizia ciò che dovrebbe essere affrontato con diritti, politiche pubbliche, redistribuzione e partecipazione. In quelle stagioni, chi sosteneva che il processo penale dovesse restare un accertamento di reato e non uno strumento di lotta politica è stato emarginato. Eppure aveva ragione. Da quella rimozione è nato un senso comune tossico: che la giustizia debba essere dura, esemplare, vendicativa; che la garanzia sia un intralcio; che i diritti siano un lusso; che la libertà sia sospetta. Oggi paghiamo quella storia. E se non la guardiamo in faccia, la nostra critica sarà formale, sterile, incapace di cogliere la posta in gioco. Non basta dire che questa riforma è sbagliata. Bisogna dire che è sbagliata dentro un disegno più ampio di politiche sicuritarie, di criminalizzazione del conflitto sociale, di uso del diritto penale come governo della paura. O si critica nella sua interezza la finalità repressiva degli interventi legislativi del governo, o la critica resterà un esercizio retorico. E si finirà, ancora una volta, intrappolati nella falsa alternativa tra due blocchi speculari: da una parte chi vuole piegare la magistratura al governo, dall’altra chi usa la magistratura come surrogato della politica e come clava morale, oscillando tra “legge e ordine” e “giustizia esemplare” a seconda del bersaglio. Bisogna rifiutare entrambe le strade. Questo No deve essere un No sociale, perché ciò che viene colpito non è solo un principio astratto ma la carne viva del conflitto democratico. È un No che parla a chi sciopera, a chi occupa, a chi blocca una strada perché non ha altri strumenti, a chi difende la casa, il lavoro, il territorio, l’ambiente, la scuola pubblica, la sanità. È un No che parla a chi vive precarietà e povertà, a chi subisce fogli di via, denunce, misure preventive, processi costruiti per logorare, isolare, intimidire. È un No che sa che lo Stato di polizia non nasce all’improvviso: nasce quando la repressione diventa normale, quando l’emergenza diventa permanente, quando la libertà viene trasformata in sospetto. La libertà è conflitto Non si può ignorare che tutto questo si inserisce in un disegno unitario: la modifica costituzionale sul premierato, che stravolge la forma di governo; la rottura dell’unità del Paese con l’autonomia differenziata, che minaccia i diritti fondamentali; e, in parallelo, l’espansione dello Stato penale, con un governo tra i più giustizialisti degli ultimi anni, capace di istituire decine di nuovi reati e di inasprire continuamente il quadro repressivo. È un progetto complessivo: restringere la democrazia, ridurre i diritti, rafforzare l’esecutivo, punire il dissenso. Siamo in un passaggio storico in cui la forza si scaglia contro il diritto con la determinazione di contendergli ogni spazio. Non sarà un passaggio breve. E proprio per questo non possiamo essere ingenui. Pensare che questa riforma serva solo a dividere le carriere è un errore. La separazione è stata di fatto già avviata da riforme precedenti, a Costituzione invariata: ormai non c’è più nulla da separare. Qui il punto è un altro: il tentativo di trasformare la giustizia in una funzione subordinata al governo e, insieme, di consolidare un clima politico e culturale in cui il diritto penale diventa la lingua con cui lo Stato parla ai cittadini. Per questo il No non può essere solo difensivo. Deve essere anche propositivo. Bisogna lavorare a una riforma vera della giustizia che faccia uscire il Paese dall’emergenza infinita e dal panpenalismo dilagante. Una riforma che riduca drasticamente l’area del penale, dimezzi reati e pene, restituisca centralità al diritto di difesa, garantisca davvero la durata ragionevole dei processi, riaffermi la terzietà del giudice, sottragga la giustizia alla propaganda e all’uso politico. Questa è la direzione democratica. Non l’ennesima torsione autoritaria. Non la trasformazione del pubblico ministero in un funzionario al servizio dello Stato di polizia. Non la normalizzazione dell’eccezione. Dire No significa non accettare un Paese in cui la protesta sociale diventa reato, in cui la povertà viene perseguita e la ricchezza viene protetta. Dire No significa rifiutare lo Stato penale e rivendicare lo Stato sociale. Significa difendere una democrazia in cui la libertà non sia scambiata per sicurezza e in cui la sicurezza non sia usata come pretesto per reprimere. La libertà è conflitto, diritti, garanzie. E oggi difenderle significa costruire un fronte antipenalista largo, determinato, popolare. Un No sociale, un No costituzionale, un No contro le politiche sicuritarie. Un No per la democrazia, per la giustizia uguale per tutti, per il diritto di dissentire. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per un No sociale proviene da Comune-info.
February 17, 2026
Comune-info
La relazione tra pubblico ministero e giudice
“I giudici sono condizionati dai pubblici ministeri”. Partono da questo assunto – di solito – i sostenitori della cosiddetta riforma della giustizia per motivare la necessità della netta separazione tra magistrati giudicanti e requirenti. In realtà si tratta di un’affermazione non dimostrata e contradittoria. Per varie ragioni: 1. La separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri esiste già, sia nelle norme sia nella realtà. La legge Cartabia del 2022 prevede che si possa passare da giudice a pubblico ministero (o viceversa) soltanto una volta nella vita e soltanto entro i primi nove anni di attività. Nei fatti negli ultimi anni i magistrati che hanno cambiato funzione sono tre su mille ogni anno. Quindi si tratta di una questione quasi totalmente inesistente. 2. Se comunque si volesse impedire ogni anno a tre magistrati su mille di cambiare funzione (e non è detto che sia utile obbligare qualcuno a continuare a ricoprire un ruolo che non vuole più svolgere) sarebbe sufficiente una piccola modifica alla legge Cartabia, anziché ricorrere ad una revisione della Costituzione. 3. La legge costituzionale di riforma prevede la duplicazione dell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura (CSM): uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri. Anche in questo caso non si capisce la necessità della proposta. Molti autorevoli giuristi, pur sostenendo la separazione delle carriere, hanno proposto di creare due sezioni all’interno dell’unico CSM, dato che sia i giudici sia i pubblici ministeri sono comunque magistrati. 4. Se si è convinti che giudici e pubblici ministeri debbano essere separati sia nelle funzioni sia nei CSM, è incomprensibile il fatto che nella nuova Alta Corte Disciplinare si ritrovino insieme a sanzionare i magistrati di ogni funzione, come prevede la riforma costituzionale. Prima si dividono le funzioni lavorative e poi si riuniscono giudici e pubblici ministeri per decidere i provvedimenti disciplinari. Nessuno finora ha spiegato il senso di questa scelta. 5. È opportuno ricordare che il pubblico ministero di fronte ad una notizia di reato per legge ha l’obbligo di compiere non solo le indagini necessarie per l’esercizio dell’azione penale, ma anche di svolgere accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini. Pubblico ministero e giudice in un processo svolgono funzioni diverse, ma che si fondano sulla stessa finalità: la ricerca della verità. Perché dovrebbero essere separati? 6. Separando le carriere e i CSM di giudici e pubblici ministeri, entrambi resterebbero comunque magistrati e di conseguenza con più affinità reciproca rispetto agli avvocati difensori. Non sarebbero più “conviventi”, ma pur sempre appartenenti alla stessa “famiglia”. Quindi, non verrebbe risolta la questione del presunto condizionamento. 7. Se davvero fosse necessario distinguere nettamente giudici e pubblici ministeri per evitare condizionamenti corporativi, sarebbe logica conseguenza separare anche i giudici di primo grado dai giudici d’appello e dai magistrati di cassazione. Perché ad esempio ci potrebbe essere il rischio che il giudice di secondo grado sia portato a confermare le sentenze di primo grado, essendo stata pubblicata da un collega. Di conseguenza forse in futuro dovremo attenderci ulteriori proposte di separazioni all’interno della magistratura giudicante. 8. Pensare che il pubblico ministero condizioni davvero il giudice, significa affermare che tutte le sentenze finora emesse sono viziate e di conseguenza andrebbero riformate. E anche pensare che i giudici non siano idonei alla funzione che ricoprono, poiché potenzialmente condizionabili. La presunta influenza dei pubblici ministeri sui giudici comporta un’evidente svalutazione dei giudici. I promotori della riforma della giustizia mostrano una scarsa opinione della professionalità e della indipendenza dei magistrati. Forse questo atteggiamento negativo e ostile nei confronti dell’ordine della magistratura è il motivo indicibile che ha spinto il governo a proporre e il parlamento ad approvare questa riforma costituzionale segnata da troppe contraddizioni e da scelte irragionevoli. Rocco Artifoni
February 16, 2026
Pressenza
Niente voto fuori sede al referendum sulla giustizia
Il referendum sulla giustizia del 22-23 marzo non prevederà il voto fuori sede, cioè la possibilità, per chi risiede fuori dal proprio comune di residenza per motivi di lavoro, studio o salute, di votare in un differente seggio elettorale.… Leggi tutto L'articolo Niente voto fuori sede al referendum sulla giustizia sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Per un NO sociale al referendum contro il governo. Il 14 marzo manifestazione nazionale a Roma
Il referendum del 22/23 marzo sulla controriforma costituzionale sulla giustizia varata dal governo Meloni è diventato una sfida politica e democratica a tutto campo. A tale scopo intendiamo dare vita ad un “Comitato nazionale per il NO sociale” nella scadenza referendaria. Siamo quelli che hanno animato le piazze di questi […] L'articolo Per un NO sociale al referendum contro il governo. Il 14 marzo manifestazione nazionale a Roma su Contropiano.
February 12, 2026
Contropiano
VERONA: ATTESA PER LA DECISIONE SULL’ARCHIVIAZIONE DEL CASO MOUSSA DIARRA, IL POLIZIOTTO POTREBBE ESSERE SCAGIONATO
Domani l’indagine dulla morte di Moussa Diarra affronta la valutazione della giudice Livia Magri, che dovrà decidere sulla richiesta di archiviazione presentata dalla PM Diletta Schiaffino. La giudice tuttavia potrebbe anche posticipare la delibera. L’archiviazione potrebbe scagionare definitivamente il poliziotto che ha sparato a Moussa nella mattina del 20 ottobre del 2024. La famiglia Diarra tramite i legali Fabio Anselmo, Paola Malavolta, Silvia Galeone e Federica Campostrini hanno presentato un documento articolato per opporsi all’archiviazione. Il Comitato verità e giustizia per Moussa Diarra, insieme alla Comunità Maliana, hanno organizzato un presidio questo giovedì 12 febbraio, davanti al tribunale di Verona di via dello Zappatore, tra le ore 9 e le ore 13, dove si deciderà sull’archiviazione. Facciamo il punto con Alberto del Comitato verità e giustizia per Moussa Diarra. Ascolta o scarica
February 11, 2026
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Le ragioni del referendum
Nei giorni scorsi ho partecipato a un dibattito organizzato dalla mia sezione ANPI sul referendum che si voterà a marzo e sabato 6/2/23 la Cassazione ha modificato il quesito che sarà sulla scheda da votare, modifica necessaria perché mancavano su quello proposto dal governo gli articoli che nel caso saranno […] L'articolo Le ragioni del referendum su Contropiano.
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