Guerre, oltre i confini dell’umano

Comune-info - Saturday, March 21, 2026
Foto di Phyllis Lilienthal su Unsplash

Quali risorse mettere in campo per fermare quest’orda di pazzi? In un delirio di onnipotenza patriarcale riemerge la voglia di guerra.
Non abbiamo ancora saputo con certezza a quante decine di migliaia ammonti il tragico conteggio delle vittime palestinesi, ed ecco che un’altra orribile notizia arriva a tramortirci. Centosessantacinque bambine iraniane massacrate da un missile che ha centrato una scuola elementare. Forse statunitense, forse guidato dall’intelligenza artificiale. Non ci vorresti credere e ti si chiude lo stomaco. Pensi che il mondo tratterrà il fiato e tutte le copertine, tutti i notiziari non parleranno d’altro. Macché. Violando i vecchi codici umanitari, ospedali e scuole sono ormai diventati obiettivi normali, accettabili danni collaterali. Si passa oltre. E poi a chi dare la colpa? La cosiddetta “intelligenza” artificiale in teoria non ha faccia né nome, anche se nella realtà di nomi ne ha parecchi, quelli dell’équipe di ingegneri che l’hanno creata e che ne sono oggettivamente responsabili, avendovi immesso una mortifera potenza incapace oltretutto di fermarsi davanti a un obiettivo sbagliato.

Chissà cosa direbbe Hannah Arendt se fosse viva adesso, quali parole aggiungerebbe a quella sua folgorante definizione entrata nella storia. La banalità del male. Si riferiva all’Olocausto del popolo ebraico che il mondo aveva ignorato e infine con orrore scoperto. Ma oggi ignorare un genocidio in diretta sugli schermi dei nostri smartphone è impossibile. Mentre l’inerme popolo palestinese viene sterminato nell’indifferenza della comunità internazionale, mentre le donne iraniane perennemente minacciate  di morte dagli ayatollah ora  rischiano la vita anche sotto le bombe di chi si erge a loro “salvatore”, avendo ben altri scopi che nulla hanno a che vedere con libertà, diritti e democrazia, quanto possiamo ancora considerare banale il male che imperversa nel mondo senza più alibi né mediazioni?

Viviamo uno sgomento che ci toglie le parole. Dobbiamo chiederci a quale grado di ferocia si può resistere senza reagire, a quale numero di morti si può arrivare prima che il mondo insorga. Sembrava che con le stragi a Sarajevo e a Srebrenica si fosse toccato il limite. Ma a Gaza abbiamo visto che il limite non esiste. Come statue mute guardiamo il succedersi di eventi su cui non possiamo in alcun modo intervenire ma solo assistere come se fossero scene di una terrificante serie televisiva. Il senso di impotenza prende alla gola. Cerchiamo un’impossibile spiegazione che ci aiuti a restare nei confini dell’umano.

Quale storia, quale dio, quale oscuro passato può mai spiegare la furia assassina che ha raso al suolo Gaza, il cinismo e l’indifferenza con cui Trump illustra al mondo le sue macabre imprese o la gelida sicurezza di Netanyahu e di buona parte del popolo israeliano quando rivendicano un folle diritto biblico al genocidio in nome di una Grande Israele destinata per disegno divino a dominare tutto il Medio Oriente?

Come su Comune dice l’antropologa, scrittrice e attivista argentina Rita Segato intervistata da Raul Zibechi (Contro la legge del potere di morte):

“Il genocidio di Gaza è totalmente diverso da tutti i precedenti genocidi che hanno colpito l’umanità. Perché tutti gli altri ancora invocavano la finzione giuridica, si nascondevano dietro l’ordine del diritto. […] Questo genocidio è un punto di svolta della storia. Perché nell’Olocausto si poteva vedere, in filmati, la sorpresa degli eserciti alleati quando entravano in un campo di concentramento. Si poteva percepire in coloro che arrivavano la perplessità e l’orrore che sperimentavano perché era stato nascosto al mondo ciò che stava accadendo nei lager, perché c’era ancora un simulacro giuridico vigente, esisteva ancora una grammatica giuridica. […] Non si può non sapere cosa sta succedendo a Gaza. Con questa esibizione senza pudore e senza alcun diritto che la contenga, si può dire che Gaza annuncia che una nuova legge è in vigore, che è la legge del potere di morte. Il potere della morte è la legge”.

Una nuova legge e un nuovo potere che tuttavia traggono origine da qualcosa di assai antico, quel nesso fra patriarcato, violenza e guerra che le femministe ben conoscono. Ne abbiamo piena consapevolezza e lo abbiamo sviscerato in mille occasioni, in mille saggi, in mille interventi.  Oggi dobbiamo però riconoscere che tutto questo impegnativo lavoro non è bastato a produrre la rivolta culturale necessaria a salvarci dall’abisso in cui stiamo precipitando. Sono crollate persino le cautele e le regole che in parte avevano contenuto lo sciagurato ricorso alle guerre di cui è costellata la storia, e come nulla fosse viene letteralmente archiviato quel diritto internazionale che aveva fatto sperare nel superamento almeno della peggiore barbarie.

Ora, dal profondo e oscuro grumo di una malintesa virilità mai sazia di potere, riemerge una voglia di guerra anche là dove sembrava impossibile, in un delirio di onnipotenza patriarcale suprematista, resa ancor più devastante dal connubio tra arcaica brutalità e avveniristiche tecnologie. Spogliate da ipocrite ragioni ideali, le guerre contemporanee nella loro nudità si mostrano per quel che veramente sono. In Palestina, in Ucraina, in Medio Oriente, in Africa e ovunque le guerre servono per accumulare profitti e risorse a vantaggio di una ristretta élite di oligarchi antidemocratici decisi a dominare il mondo come un’azienda, al di sopra di regole e leggi. La guerra è quindi un investimento commerciale spesso subappaltato a milizie private disposte a testare dal vivo la potenza delle nuove armi, la loro invincibilità tecnologica, la loro efficacia letale, senza scrupoli né remore.

“Ciò che accade nel presente – spiega sempre Segato – è che la fratellanza maschile, la fratellanza maschile che ora descrivo come corporazione maschile, basata sulla lealtà degli uomini tra loro e sul carattere gerarchico della mascolinità, è una struttura che si replica e riproduce in tutti gli ordini, in tutte le società, in tutte le gerarchie, in tutti i rapporti in cui vediamo potere e disuguaglianza. Sono repliche di questo primo e basale ordine corporativo. Da lì viene anche la guerra. Parlando una volta a Buenaventura, costa del Pacifico colombiano, uno spazio iperviolento, qualcuno del pubblico mi ha chiesto: «Come si finisce questa guerra, che non può finire con un patto o un’amnistia perché è una guerra totalmente informale?». Una tale guerra si ferma smontando il mandato di mascolinità, che è il dispositivo che permette di reclutare i soldatini che formeranno le fazioni belliche”.

Se questi sono i frutti del mandato maschile che ha pervaso di sé ogni spazio privato, pubblico e istituzionale, minacciando le nostre conquiste, i nostri diritti, i desideri, le differenze e le libertà, probabilmente ci troviamo di fronte alla lotta finale tra modi opposti di stare al mondo e di concepire il senso stesso della vita. Sembra rinascere l’incubo del prevalere di un potere tecnologico di stampo neonazista basato sul culto androcratico della forza e sulla superiorità della razza bianca. In altre parole, la quintessenza del machismo odiatore dei deboli, dei poveri e delle donne.

Difficile capire quali risorse si possano mettere in campo per fermare quest’orda di pazzi. Viene però da pensare che solo la forza immaginifica di una potente visione totalmente contrapposta potrebbe forse in parte riuscirvi, o almeno tentarlo. Il coraggio di gridare in tutte le piazze della terra che il mondo per salvarsi ha bisogno del femminile negato, di quei valori repressi, della capacità di cura e di accoglienza, del senso del limite e della reciproca protezione. Il coraggio di mettere già in pratica questa rivoluzione nello spazio privato e pubblico, influenzando e contaminando l’immaginario collettivo. Può trattarsi di quello che Adriana Cavarero in un suo libro chiama “transito dal piano della critica a quello dell’invenzione”. Una radicale, gioiosa e plurale differenza che potremmo chiamare mandato femminista. Una sfida impossibile? Forse, ma necessaria.

Pubblicato anche su Casadonnemilano.it

L'articolo Guerre, oltre i confini dell’umano proviene da Comune-info.