
Abbiamo già visto dove porta questa strada
Comune-info - Monday, March 2, 2026
Unsplash.comDove l’abbiamo già vista questa guerra? L’escalation militare di queste ore tra Iran, Israele e Stati Uniti riapre una ferita che conosciamo fin troppo bene. Il parallelo con il 2003 e l’invasione dell’Iraq non è solo retorica. Ancora una volta si parla di “attacco preventivo”, ancora una volta si evoca – più o meno esplicitamente – il cambio di regime come soluzione. E ancora una volta si mette in moto una spirale che rischia di incendiare un’intera regione.
La guerra regionale non è una fatalità, è una scelta politica. Una scelta che affonda le sue radici in una visione di potenza e dominio che, nel nome della sicurezza (di chi?) produce instabilità permanente. Lo abbiamo già visto in Iraq, in Siria, in Libia, in Afghanistan. Interventi esterni che hanno distrutto interi paesi e popolazioni, indebolito i processi civili, soffocato le trasformazioni dal basso.
Oggi assistiamo a contraddizioni drammatiche: in Iran e nelle diaspore c’è chi esulta per la morte della Guida Suprema, chi la piange, chi resta attonito. Ma eliminare figure apicali non significa smantellare un sistema politico pervasivo che dura da quasi cinquant’anni. Significa esporre milioni di persone a sofferenze imprevedibili oltre a negarne completamente l’autodeterminazione.
Come organizzazione che lavora nella regione da oltre trent’anni, condanniamo con forza questa nuova avventura militare promossa dall’asse Usa-Israele. È una scelta che indebolisce drammaticamente i percorsi di emancipazione e cambiamento dal basso, gli stessi che nel 2011 e nel 2019 avevano animato le primavere arabe contro autoritarismi e ingiustizie. I diritti non si esportano con i bombardamenti. Le democrazie non nascono dalle macerie.
Allo stesso tempo stigmatizziamo la narrazione mediatica dominante, che ripete acriticamente la formula dell’“attacco preventivo” e fatica a pronunciare parole semplici e necessarie: bambine, civili, famiglie. In queste ore si parla genericamente di “vittime” in una scuola femminile colpita in Iran, ma il bilancio terribile racconta di oltre cento bambine uccise. Le parole contano.
Denunciamo anche l’irrilevanza politica dell’Italia in questo scenario, ridotta a strumento logistico di una guerra non discussa né deliberata pubblicamente. Le basi sul territorio italiano, come Sigonella, non possono e non devono essere utilizzate per alimentare il conflitto regionale.
La nostra preoccupazione è massima per i Paesi in cui operiamo e con cui lavoriamo ogni giorno: oltre l’Iran e le monarchie del Golfo, la crisi sta già coinvolgendo il Libano e l’Iraq. E mentre l’attenzione internazionale si concentra su questo nuovo fronte, a Gaza e in Cisgiordania si intensificano le violenze dei coloni israeliani e le operazioni militari. Il rischio è che una guerra oscuri l’altra, moltiplicando l’impunità.
Condividiamo alcune testimonianze raccolte in queste ore.
IRAN Una nostra attivista iraniana della diaspora, da sempre critica verso il regime di Teheran, ci racconta la complessità di queste ore: «Sto vivendo sentimenti contrastanti. La società iraniana è molto più complessa di come viene descritta in Occidente. C’è chi festeggia, chi è in lutto, chi ha paura. Ma non è “eliminando” le alte cariche religiose e militari che si smantella un sistema radicato in cinquant’anni. Il rischio è di precipitare in uno scenario di instabilità senza fine, come in Iraq o in Siria. E intanto le vittime sono civili. Sono già tantissime. Sono bambine.»
IRAQ Un nostro collega iracheno racconta: «Ero seduto in un bar quando due razzi sono passati sopra le nostre teste. Tutti nel panico. Mia moglie mi ha chiamato, terrorizzata. La guerra porterà solo morte e collasso. In Iraq non vogliamo assolutamente un altro conflitto. Quello che sta accadendo è una violazione del diritto internazionale: distruzione di infrastrutture, intimidazione dei civili. A tutte le parti coinvolte: fermate immediatamente i bombardamenti. Dobbiamo imparare dalle guerre che abbiamo già sopportato. L’Iraq e il suo popolo meritano pace».
LIBANO Dal Libano ci arrivano notizie drammatiche. Dopo il lancio di razzi dal sud verso Israele, la risposta dell’esercito israeliano ha colpito il sud del Paese e i quartieri meridionali di Beirut. Decine di civili sono rimasti uccisi insieme a esponenti di Hezbollah. Le autostrade sono state immediatamente prese d’assalto da famiglie in fuga. La nostra collega Zaynab, che vive nel sud, è scappata nella notte sotto shock, impiegando ore per raggiungere un’area più sicura nel Monte Libano. I partner locali, come l’organizzazione Amel, hanno parte dello staff bloccato nel sud in attesa di evacuazione. Un comunicato israeliano ha intimato l’evacuazione totale di 53 villaggi (!) nel sud, mentre i bombardamenti continuano. A Beirut e in altre aree del Paese sono stati riaperti rifugi per accogliere le famiglie sfollate. Lo scenario evoca quello del 2024, con il timore di un’operazione israeliana di terra. Una delle scuole sostenute dal nostro progetto Qalam è stata dichiarata rifugio per sfollati. Stiamo conducendo valutazioni rapide per rispondere all’emergenza.
Un Ponte Per condanna con fermezza l’escalation militare in atto e ogni strategia di guerra volta a ridisegnare equilibri politici con la forza. Condanniamo inoltre il disinteresse totale verso il diritto internazionale, ormai ridotto a carta straccia. Avevamo costruito gli strumenti giuridici per evitare l’onnipotenza della legge del più forte e oggi questi strumenti sono quanto mai calpestati. Chiediamo la fine dell’uso strumentale dei territori e delle popolazioni come teatri di guerra per interessi imperialistici e coloniali. Le persone con cui lavoriamo – attiviste, insegnanti, operatori sanitari, comunità locali – chiedono una cosa semplice: vivere in pace, senza essere pedine di conflitti che non hanno scelto. Abbiamo già visto dove porta questa strada. Non possiamo accettare che la storia si ripeta, ancora una volta.
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