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Brescia, grave atto repressivo contro Dario Filippini, coordinatore provinciale della USB
Riportiamo di seguito il comunicato stampa dell’USB Brescia sulla vicenda di Dario Filippini, coordinatore provinciale della USB. Il GIP di Brescia ha condannato ad una pesante multa Dario Filippini, coordinatore provinciale della USB. Il motivo della condanna è la manifestazione del 30 dicembre scorso in Piazza Paolo VI, dove centinaia di bresciani participarono ad una pubblica assemblea per protestare contro l’arresto di Mohammad Hannoun e di altri dirigenti palestinesi,  accusati ingiustamente di terrorismo. L’assemblea si era svolta senza il minimo incidente, ma ciò nonostante è arrivata la condanna al dirigente sindacale. L’incredibile motivo è che Dario Filippini , pur avendo notificato alla Questura la manifestazione, non avrebbe rispettato I tempi di preavviso. Sulla base del Regio Decreto del 1931 la Questura di Brescia, da tempo impegnata  in una costante e diffusa iniziativa di rappresaglia repressiva verso i movimenti e le lotte, ha denunciato il sindacalista. E il tribunale ha emesso la condanna alla multa senza aver sentito l’accusato o la sua difesa. È un fatto gravissimo , che anticipa il nuovo decreto sicurezza che commina migliaia di euro di ammenda ai manifestanti sulla base di semplici procedure di polizia. È lo Stato di polizia che si diffonde ed afferma. La USB nell’esprimere totale solidarietà e pieno sostegno a Filippini, risponderà  a questa ingiusta condanna per vie legali e con la mobilitazione democratica. È necessario reagire alla politica repressiva e Stato di polizia che il Governo Meloni sta imponendo. Per questo manifesteremo a Roma il 14 marzo. USB invita tutte le forze e le persone che si sono mobilitate  in questi mesi a Brescia a partecipare a un INCONTRO PUBBLICO CONTRO LA REPRESSIONE MARTEDÌ 10 MARZO ORE 17 Presso la sede USB di Brescia ia Corsica 142 NO ALLO STATO DI POLIZIA Redazione Sebino Franciacorta
March 7, 2026
Pressenza
Bergamo: fermare la produzione e l’esportazione di armamenti
Stavolta gli aerei non hanno fatto rumore e hanno portato soltanto messaggi contro la guerra. Non stiamo descrivendo la realtà quotidiana di Gaza o dell’Iran, ma l’epilogo del presidio che giovedì 5 marzo è stato organizzato a Bergamo davanti ai cancelli della Battaggion SpA, un’azienda locale che tra il 2022 e il 2024 ha esportato in Israele tecnologie per la produzione di esplosivi. Oltre duecento persone si sono ritrovate per testimoniare la contrarietà alla fornitura di commesse industriali che di fatto alimentano i conflitti armati, in particolare in uno Stato accusato di genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. La Battaggion di recente ha ricevuto nuovi ordinativi per cinque milioni di euro ed è in attesa di autorizzazione governativa per l’esportazione. I promotori del presidio hanno proposto alla ditta bergamasca di chiudere la produzione di tecnologia militare, ampliando quella civile, in modo da salvaguardare tutti i posti di lavoro. Alla comunità locale, alle cittadine e ai cittadini, è stato chiesto di assumersi la responsabilità di prendere posizione, firmando una petizione rivolta alla Battaggion, affinché intraprenda la via della riconversione produttiva. Come ha dichiarato Michele Cremaschi, uno dei promotori dell’iniziativa, “verremo giudicati non dalle nostre parole, ma dalle azioni concrete che intraprendiamo”, per non continuare ad assistere impotenti alle tragedie delle guerre. I partecipanti al presidio – davanti ad un discreto schieramento di forze dell’ordine – hanno provato a dare un simbolico segno d’iniziativa, facendo volare oltre i cancelli della Battaggion decine di aerei di carta, che riportavano scritte per la pace e contro ogni guerra, comprese quelle avviate da Israele. Rocco Artifoni
March 6, 2026
Pressenza
UG: giudice archivia la querela di Coldiretti ai danni di un’attivista
Lunedì 2 marzo, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale Ordinario di Roma, ha ARCHIVIATO la querela intentata all’attivista di Ultima Generazione Miriam Falco, dal presidente nazionale di Coldiretti Ettore Prandini e dal segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo. L’ipotesi di reato di diffamazione per cui è stata querelata Miriam Falco, è riconducibile all’intervento dell’attivista di Ultima Generazione durante il programmo televisivo “Prima di domani” del 15 febbraio 2024, condotto su Rete 4 da Bianca Berlinguer. Il PM ha chiesto l’archiviazione del procedimento, ritenendo l’intervento di Miriam Falco espressione del diritto di critica, esercitato nel rispetto dei limiti di veridicità dei fatti, della rilevanza sociale e della correttezza espositiva, più ampi rispetto a quelli del diritto di cronaca. Si legge nel decreto di archiviazione: ”Miriam Falco, nel suo intervento ha attribuito la crisi del settore ittico al fatto che gli operatori sarebbero costretti a vendere il loro prodotto alla grande distribuzione ad un prezzo non sufficiente a coprire i costi, nonché al fatto che i contributi europei sarebbero appannaggio di un’unica associazione, Coldiretti, e non sarebbero invece distribuiti agli operatori in difficoltà. (…) Fatte queste premesse si deve, allora, osservare che l’opponente ha, anche nell’atto di opposizione, ribadito di non essere diretta beneficiaria dei fondi ma di svolgere una attività costante di sostegno ad operatori, sia del settore agroalimentare che ittico, per aiutarli a ricevere i contributi europei e/o nazionali. Tale attività, come emerge anche dagli articoli di stampa depositati in udienza, assume una importanza fondamentale poiché consente di accedere a risorse, nazionali ed europee, altrimenti di difficile fruizione. Ed allora il breve intervento dell’indagata, nel corso peraltro di una trasmissione televisiva, deve essere letto come l’espressione sintetica dell’analisi di un problema e, cioè, che le piccole aziende, gli operatori non riuniti in consorzi e, in generale, tutte le realtà di piccole dimensioni, avevano avuto difficoltà ad accedere a misure di sostegno, a differenza degli operatori associati, ai quali era infine andata la gran parte dei contributi. Ma anche se, come ritiene l’opponente, l’intervistata avesse voluto muovere una critica all’operato di Coldiretti, si tratterebbe di una critica lecita ed espressa in forme continenti” Miriam Falco, 38 anni, ha dichiarato: “Mi ha fatto molto piacere leggere nella sentenza che ho esercitato il mio legittimo diritto di critica, e che le mie valutazioni non sono avulse dai fatti reali ma anzi di evidente interesse pubblico. Sono andata in TV per raccontare onestamente come stanno le cose e sono contenta che sia stato riconosciuto. Mi fa meno piacere che persone con molto potere e molti mezzi (e molto tempo libero?) si mettano a denunciare una semplice cittadina che li sta mettendo in discussione su questioni che riguardano tutte e tutti. Far passare la critica come calunnia è la nuova avanguardia del bavaglio? Nessuno di noi ha intenzione di farsi intimidire e anzi ringrazio tutte le persone che con le donazioni ci permettono di non farci schiacciare da questi giochi di potere”. L A QUERELA TEMERARIA STRUMENTO DEL POTERE PER REPRIMERE IL DISSENSO La querela temeraria è un’azione legale infondata, presentata in malafede o con colpa grave, al solo scopo di intimidire o bloccare (SLAPP – Strategic Lawsuit Against Public Participation) il soggetto querelato, spesso giornalisti o attivisti. Spesso definita “bavaglio”, mira a limitare la libertà di espressione e il diritto di cronaca. Si tratta di un abuso del diritto che mira a proteggere interessi privati contro la libera informazione. Nel 2024 Il Parlamento europeo ha approvato una direttiva per proteggere i giornalisti e attivisti da azioni legali abusive. La direttiva permette ai giudici di archiviare rapidamente le cause manifestamente infondate e prevede sanzioni pecuniarie per chi abusa del sistema giudiziario. L’IITALIA HA IL RECORD EUROPEO DI QUERELE TEMERARIE Nonostante le direttive europee, l’Italia deve recepire pienamente le nuove norme per introdurre una reale deterrenza economica (sanzioni proporzionali) contro chi utilizza la querela come strumento di molestia legale, un comportamento spesso utilizzato da esponenti politici o grandi gruppi economici. Nel 2024 sono state censite 167 azioni legali di questo tipo in Europa. Ventuno arrivano dall’Italia, che per il secondo anno consecutivo è quello più colpito. Un segnale allarmante sulla contrazione dello spazio civico e sui limiti della nuova normativa europea anti-SLAPP. Ultima Generazione
March 6, 2026
Pressenza
Pace e disarmo, il movimento pugliese si mobilita: assemblea a Bari verso il 28 marzo
Il mondo pacifista pugliese si dà appuntamento questa sera alle ore 18 a Bari per costruire la partecipazione alla manifestazione nazionale del 28 marzo a Roma contro il riarmo e la militarizzazione del territorio. L’incontro, organizzato dalla Rete dei Comitati per la Pace di Puglia, si tiene alle ore 18 presso la Casa dei Comboniani in via Giulio Petroni 101. Come riporta anche Repubblica, le associazioni si sono riunite nella sede dei missionari comboniani per un’assemblea regionale che punta a dare voce ai territori. Al centro del dibattito non c’è solo la mobilitazione nazionale: l’assemblea lancia anche una petizione al Consiglio regionale della Puglia per ottenere una rappresentanza trasparente e partecipata nel Comitato Misto Paritetico Regione–Forze Armate, l’organismo che regola le cosiddette “servitù militari” — i vincoli imposti dalla presenza di installazioni militari sui territori. Interverranno Alfio Nicotra, coordinatore della Rete Italiana Pace e Disarmo, e Carlo Tombola, presidente di Weapon Watch, associazione specializzata nel monitoraggio delle attività militari. Sono previste anche testimonianze dirette da comunità che convivono con infrastrutture militari sul territorio pugliese. L’evento è aperto alla partecipazione anche online tramite Google Meet (meet.google.com/qxe-zcyt-uqp). Per informazioni: retecomitatipacepuglia@gmail.com Info su https://www.peacelink.it/calendario/event.php?id=12895 Peacelink Telematica per la Pace
March 6, 2026
Pressenza
In Lombardia si continua a lottare per difendere la sanità pubblica
In questi giorni, in 60 diverse strutture ospedaliere della Lombardia viene consegnata e protocollata la stessa lettera che chiede ai Direttori Generali del Servizio Sanitario Pubblico Lombardo di rigettare un nuovo provvedimento della Giunta Regionale Lombarda che punta ad affossare ancor più il Sistema Sanitario Nazionale in favore dei privati. I passaggi sono complicati e per capire meglio quali sono i nuovi marchingegni che faranno sì che il servizio pubblico scada ancor di più e le liste d’attesa crescano, vi invitiamo a leggerla. In particolare giovedì 5 marzo abbiamo seguito il gruppo di attivisti e attiviste che hanno a lungo volantinato davanti all’ospedale San Paolo e sono quindi entrati a consegnare la lettera. Battaglieri, generosi, giovani dentro, martellanti nel ricordare cosa siano i diritti, quale sia la storia di un servizio sanitario che era stata una conquista negli anni ’70 e che ora viene colpito a ripetizione. Sono gli uomini e le donne che sostengono gli sportelli salute che aiutano a far valere i propri diritti, accompagnando le persone a ottenere ciò che è stato loro prescritto, con i tempi indicati dal medico. In due parole: ciò che dovrebbe essere normale va reclamato; lasciar andare tutto significa abbracciare il privato (per chi può) o smettere di curarsi (per chi non può). Da tempo nelle piazze di Barcellona si grida: “Retallar en sanitat és assasinar.” In catalano suona bene, difficile ritrovare un ritmo in italiano: “Tagliare in sanità vuol dire assassinare”. Una semplice verità. Consultate www.sportellisalute.lo.it  Non è un semplice sito: è uno strumento di resistenza e di lotta, a cui unirsi e dare una mano. L’11 aprile, comunque, si andrà in piazza, numerosi, nel capoluogo lombardo. Foto di Andrea De Lotto Andrea De Lotto
March 6, 2026
Pressenza
Solo il 15% dei Comuni ha adottato un Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche
Ci sono leggi “sfortunate”, leggi “figlie di un dio minore”, di serie B, che non riusciranno mai a trovare piena applicazione. Anche quando si tratta di normative adottate per dare la possibilità concreta a milioni di persone di vivere, muoversi, studiare e lavorare in condizioni di pari dignità. E’ il caso delle leggi 42/1986 e 104/1992, che hanno previsto i Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA), quali strumenti in grado di monitorare, progettare e pianificare gli interventi finalizzati al raggiungimento di una soglia ottimale di fruibilità degli edifici per tutti i cittadini. Sono stati previsti 40 anni fa, appunto dalla legge 41/1986 e, con la successiva legge 104/1992, ne è stata stabilita l’estensione agli spazi urbani, quale modalità per monitorare e superare le barriere architettoniche insistenti sul territorio. I PEBA, in sostanza, devono rilevare e classificare secondo una scala di priorità le barriere architettoniche presenti su un territorio. Il piano individua anche le proposte progettuali di massima per l’eliminazione delle barriere presenti e fare la stima dei costi: oltre ad essere strumenti di monitoraggio, i PEBA illustrano la pianificazione ed il coordinamento sugli interventi per l’accessibilità poiché comportano una previsione del tipo di soluzione da apportare per ciascuna barriera rilevata, i relativi costi, la priorità di intervento. La legge prevede che i Comuni italiani, in quanto amministrazioni pubbliche, se ne debbano dotare. Di norma, l’approvazione del PEBA è oggetto di una delibera del Consiglio comunale ed è contenuto nella sezione dell’Amministrazione trasparente (o come Provvedimento o come strumento di Pianificazione del Governo del Territorio). Nonostante la legge del 1986 imponga un obbligo per le amministrazioni comunali, non tutti i comuni italiani si sono dotati del Piano. L’Associazione Luca Coscioni per saperne di più ha promosso un Osservatorio dei PEBA, a 40 anni dalla legge istitutiva, sui 119 comuni capoluogo di provincia. E’ stato consultato il sito internet con particolare attenzione per la sezione “Amministrazione trasparente” e, in assenza di informazione, è stato promosso, eventualmente, nei confronti dei Comuni un accesso agli atti per conoscere lo stato di attuazione del PEBA stesso. Dal monitoraggio sui 118 Comuni capoluogo (esclusa Roma, dove la competenza è in capo ai Municipi), al 24 febbraio 2026, emerge che: 43 Comuni (36,4%) hanno approvato un PEBA con delibera di Consiglio comunale, come previsto dalla normativa. Tra le Regioni con più capoluoghi figurano la Toscana (7 comuni su 11), Emilia-Romagna (5 comuni su 10), Lombardia (5 comuni su 12) ed il Piemonte (4 comuni su 8). Milano, Firenze, Venezia, L’Aquila, Potenza, Campobasso e Trento tra i capoluoghi di Regione che rientrano in questo computo; 16 Comuni (13,6%) hanno un PEBA non ancora approvato dal Consiglio o hanno adottato strumenti urbanistici alternativi, non previsti dalla normativa; 25 Comuni (21,2%) risultano in fase di redazione del PEBA; 34 Comuni (28,8%) risultano senza PEBA o con informazioni non reperibili/insufficienti. Tra le Regioni con più capoluoghi in questa categoria, vi sono la Sardegna (7 comuni su 12), la Calabria (4 comuni su 5), la Lombardia (4 capoluoghi su 12) e la Sicilia (4 comuni su 9), mentre tra i capoluoghi figurano Napoli, Bari e Cagliari. Roma, come si diceva, costituisce un caso a parte: l’Associazione ha inoltrato accessi agli atti ai 15 Municipi, ricevendo risposta solo da 4, ma nessuno di essi si è ancora adeguato. Questi dati – già critici nei capoluoghi, che in teoria dispongono di maggiori risorse tecniche e amministrative – indicano una realtà ancora più arretrata nel resto del Paese: “riteniamo ottimisticamente, sottolinea l’Associazione Luca Coscioni, che solo circa il 15% dei Comuni italiani abbia davvero adottato un PEBA, e l’effettiva realizzazione degli interventi previsti rappresenta una criticità ulteriore e ancora largamente irrisolta”. L’Associazione Luca Coscioni in questi anni nei tribunali ha conquistato un vero e proprio “diritto ai PEBA”, affrontando casi concreti di discriminazione. La giurisprudenza ha chiarito che l’assenza dei PEBA non è una semplice mancanza amministrativa, ma una lesione di diritti. “Possiamo dirlo con chiarezza: grazie alle nostre iniziative, ha sottolineato Alessandro Gerardi, consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni e legale che segue le iniziative dell’Associazione sull’accessibilità, si è costruito un vero e proprio diritto ai PEBA, come dimostrano i provvedimenti emessi dai Tribunali, sia in sede civile che amministrativa, con i quali i Comuni di Catania, Santa Marinella e Pomezia, sono stati condannati ad adottare il Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche in tempi certi.” L’Associazione Luca Coscioni invita le cittadine e i cittadini a farsi parte attiva in tutti i Comuni, in un primo momento chiedendo l’accesso agli atti ai sensi della Legge 7 agosto 1990, n. 241 e successivamente valutando anche la possibilità di un ricorso al Tribunale civile ex articoli 3 e 4, comma 1, legge n. 67/2006, che stabilisce “Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni” (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 6 marzo 2006, n. 54). Qui i materiali per attivarsi Giovanni Caprio
March 6, 2026
Pressenza
Governo italiano rispetti la Costituzione e promuova cessate il fuoco immediato
Di fronte all’escalation che minaccia di trascinarci in un conflitto mondiale, dopo che Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran e l’Iran ha reagito bombardando nove Paesi della regione e una base militare a Cipro, il governo spagnolo ha segnato una strada che l’Europa intera può percorrere: anteporre il diritto internazionale e la protezione delle popolazioni civili all’uso delle armi. Anche l’Italia può fare lo stesso. Chiediamo al governo italiano di: Rispettare la Costituzione: La nostra Costituzione è chiara: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. L’Italia deve rifiutare ogni coinvolgimento diretto o indiretto in operazioni militari contro l’Iran. Negare l’uso delle basi: Chiediamo che il nostro territorio e le basi militari sul suolo italiano non vengano concessi per operazioni di attacco unilaterale fuori dal diritto internazionale, che servirebbero solo a moltiplicare la sofferenza umana e l’instabilità globale. Promuovere una diplomazia dei diritti: Condannare il regime iraniano colpevole di una repressione interna feroce è un dovere morale, ma farlo attraverso i bombardamenti è una contraddizione insostenibile. La solidarietà verso chi lotta per la propria libertà non si esercita con il lancio di missili che colpiscono indiscriminatamente gli stessi cittadini che si dichiara di voler proteggere. Rifiutare la retorica del “regime change” e della “anticipazione strategica”, che hanno di fatto legittimato negli ultimi vent’anni interventi militari fuori dalla legalità internazionale, portando instabilità cronica e immani sofferenze ai civili e che hanno fatto perdere credibilità all’Occidente di fronte al resto del mondo. Rispettare la legge 185/90, che vieta la vendita di armi a Paesi in guerra, responsabili di violazioni dei diritti umani. Assumere un ruolo di mediazione in Europa: L’Italia può collaborare con il governo spagnolo e farsi promotrice di un cessate il fuoco immediato, adoperandosi per costruire un fronte comune con gli altri Paesi europei.  La guerra non è un destino inevitabile, è una scelta politica. È tempo che l’Italia dimostri che la politica può e deve essere uno strumento di pace, non di distruzione.   Emergency
March 6, 2026
Pressenza
“In fila per tre”: la militarizzazione delle scuole in provincia di Ancona
Le Marche, in particolare la provincia di Ancona, sono una regione in cui è particolarmente massiccia la presenza nelle scuole di militari e forze dell’ordine, impegnati in attività di formazione ed educazione. Un processo che risponde a protocolli tra i Ministeri dell’Istruzione, della Difesa e degli Interni in atto da diversi anni. Sotto l’aspetto di educazione e prevenzione, gli attivisti dell’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università evidenziano una malcelata azione di marketing militarista, tesa al reclutamento dei giovani nelle forze armate. Queste attività, fatte da personale in divisa, dovrebbero al contrario appartenere alle competenze certificate di professionisti civili dell’educazione, della formazione e dei servizi-socioassistenziali. Ma in tempi di guerra l’Italia ha bisogno di soldati. Crosetto ha in studio una proposta legislativa. Educazione alla legalità, prevenzione del bullismo, cyberbullismo, revenge porn; sono alcuni dei temi di cui si occupano le forze dell’ordine dentro le scuole, passando per la violenza di genere, l’ambiente e occupandosi perfino di letteratura. E’ il caso dell’evento dal titolo “CORAGGIO… un viaggio ideale nel tempo dal pensiero di Dante fino ai giorni nostri”, promosso il 30 ottobre 2025 dalla Questura di Ancona, dall’Associazione Nazionale della Polizia di Stato di Ancona e dalla Società Dante Alighieri di Ancona in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale Marche, con il patrocinio del Comune di Ancona, della Regione Marche e del CONI Marche. Nell’anno scolastico 2023-2024 in provincia di Ancona, sulle cattedre di oltre 80 istituti scolastici dalle elementari alle superiori, si sono avvicendati per docenze agenti di diverse specializzazioni, come l’anticrimine, polstrada e polizia postale, con l’ausilio anche di unità cinofile; un’attività che ha coinvolto oltre 12.000 studenti. Da settembre 2024 a giugno 2025, sono stati quasi cento gli incontri tenutisi nei plessi scolastici della provincia di Ancona con il progetto “Educhiamo insieme alla legalità”. Da gennaio è partito il “Tour della legalità”, che tocca i teatri più grandi della provincia, con studenti portati in orario scolastico. Stavolta l’iniziativa è della Prefettura di Ancona; si articola, come spiega la nota ufficiale, in “una serie di incontri tematici che si svolgeranno nei Comuni di Ancona, Jesi, Senigallia, Osimo e Fabriano, configurandosi come un percorso educativo sistemico e multidisciplinare volto ad affrontare alcune delle principali aree di vulnerabilità che interessano le giovani generazioni. I diversi appuntamenti approfondiranno temi di elevata rilevanza sociale ed educativa, quali il bullismo e il cyberbullismo e i rischi connessi all’uso del mondo digitale, l’etica e i valori fondanti della Repubblica, la violenza di genere e il femminicidio, il disagio giovanile e la devianza minorile anche in relazione all’abuso di sostanze, il rapporto tra sport e legalità, nonché i processi di integrazione e inclusione come espressione concreta di solidarietà, umanità e pace”. La tappa di Osimo, il 26 febbraio scorso, è stata condita “dalle splendide note della Fanfara dei Carabinieri, scortati da due Granatieri della Guardia del Presidente Sergio Mattarella”. Contemporaneamente da settembre è ripreso nelle scuole della provincia il progetto della Questura di Ancona “Educhiamo assieme alla legalità”. In questa edizione, “particolare attenzione verrà rivolta ai bambini delle classi V delle scuole primarie, che si preparano ad affrontare l’importante passaggio alla scuola secondaria di primo grado, con incontri specificamente dedicati, volti a favorire il tema dell’inclusione, della cittadinanza attiva e della legalità nel quotidiano, per avvicinarli alla figura del poliziotto e comprendere come si tratti di un amico sempre disponibile, al servizio della comunità per qualsiasi problema e/o difficoltà”. Oltre duecento gli studenti coinvolti nell’incontro di Ancona il primo marzo. La “campagna di prevenzione e sensibilizzazione della Polizia di Stato, avviata nel mese di settembre presso gli istituti scolastici del capoluogo e dei Comuni di competenza dei Commissariati di Fabriano, Jesi, Osimo e Senigallia, proseguirà nelle prossime settimane, anche grazie all’impegno dei poliziotti di prossimità, referenti dei Dirigenti scolastici, con il supporto delle Unità Cinofile della Questura, presenti in occasione dell’ingresso e dell’uscita dagli edifici scolastici, per garantire la sicurezza di studenti e personale docente”. Questa azione di polizia è già avvenuta a Jesi la mattinata del 25 febbraio, “nelle immediate vicinanze degli istituti scolastici, nelle aree adiacenti alle fermate degli autobus e nei punti di maggiore aggregazione studentesca”. Non mancano poi le giornate ‘speciali’, come quella vissuta ad Ancona in piazza Salvo D’Acquisto il 10 ottobre 2025, “dove la divisa ha incontrato i cappellini blu dei piccoli alunni della ‘Falcone’. Tra le attrazioni principali il cane poliziotto Jack, pastore olandese di tre anni. Gli artificieri hanno fatto conoscere il loro sofisticato robot”. Una mattinata che ha coinvolto oltre centocinquanta bambini delle elementari e delle medie dell’istituto comprensivo “Quartieri Nuovi”. Con la sospensione della didattica scolastica non mancano le attività estive, come quella che si è tenuta a Fabriano la scorsa estate con “i cani specializzati nel rinvenimento di stupefacenti ed esplosivi, il robot della Squadra Artificieri impegnato nella esecuzione di particolari e pericolose operazioni e l’allestimento di una ‘scena del crimine’”. Lì duecento i ragazzi impegnati il 24 luglio 2025 durante la ‘giornata di prossimità’ della Polizia di Stato nel Centro Estivo per ragazzi della Parrocchia di San Nicolò di Fabriano, grazie all’intesa tra il Questore di Ancona e il parroco don Aldo Bonaiuto. Quattro giorni dopo, nei centri estivi delle scuole comunali ‘Rodari’ e ‘Primavera’ ad Ancona, 200 bambini “hanno potuto assistere all’esibizione della squadra dei cinofili con i cani Nera e Oro, specializzati nella ricerca di materiale esplosivo. Durante l’incontro i poliziotti hanno simulato la partenza di un passeggero con un bagaglio con all’interno materiale esplosivo, subito intercettato dal labrador specializzato nella ricerca”. Analoghe iniziative si erano già tenute nel 2023 a Monte San Vito e a Loreto nel 2024. Dall’estate 2025, a rafforzare e consolidare questo tipo di attività, è arrivato il “Patto educativo provinciale” con cui le Istituzioni, il mondo religioso e le Forze di Polizia intendono contrastare situazioni di disagio giovanile che sfociano in episodi di devianza. In Prefettura il 25 luglio a firmare il protocollo, c’erano non solo tutte le istituzioni civili e militari, ma anche i vescovi di Ancona-Osimo, Jesi, Senigallia e Fabriano-Matelica. Una firma, quella dei vescovi, che apre le porte degli oratori e delle attività parrocchiali ad attività educative che prevedono anche il coinvolgimento delle forze dell’ordine. Nel territorio, l’unica voce politica critica rispetto a queste situazioni è stata quella del consigliere comunale Tommaso Cioncolini, con un’interrogazione al sindaco di Jesi Lorenzo Fiordelmondo (PD), che è anche vicepresidente dell’ANCI Marche. I sindaci, oltre ad essere totalmente acritici verso questa permanente presenza delle forze dell’ordine con funzioni educative nelle scuole, ci mettono anche del ‘proprio’; come la sindaca di Fabriano Daniela Ghergo (PD), che nell’estate scorsa ha promosso presso i giardini pubblici un corso di difesa personale per giovani e adulti, gestiti dall’AdS Tiger Team TKD di Fabriano, il cui slogan è “Memento audere semper “, e che utilizza per le proprie attività la scuola elementare “Allegretto di Nuzio”. Sempre a Fabriano, al Palacesari, altra struttura comunale, si svolgono le attività della Ginnastica Dinamica Militare. Insomma, a 52 anni dalla canzone di Edoardo Bennato la musica è più che mai quella di “In fila per tre”.   Leonardo Animali
March 6, 2026
Pressenza
La retorica sulla “politicizzazione della magistratura” è tossica e falsa
Durante questa campagna referendaria, il fronte del Sì alla riforma per la modifica costituzionale della giustizia – redatta dal Ministro Carlo Nordio – ha più volte ribadito a più tornata la fantomatica “politicizzazione della magistratura” ed ha più volte attaccato frontalmente quelle che sarebbe le “toghe rosse” (ovvero magistrati che avrebbero simpatie di sinistra o che siano aderenti a gruppi politici di sinistra), sottintendendo esplicitamente che la riforma sia in grado di risolvere o comunque arginare il problema del “correntismo” politico interno alla magistratura, descritto come fenomeno pervasivo e lobbistico volto alla spartizione delle poltrone nei ranghi della magistratura stessa. La retorica delle “toghe rosse” e della “politicizzazione della magistratura” nasce all’epoca del berlusconismo quando i magistrati, che hanno inquisito Silvio Berlusconi, venivano additati con l’espressione “toghe rosse”: un’arte molto astuta della destra per far apparire mediaticamente i processi di Berlusconi non come conseguenza dei reati da lui commessi (corruzione, concussione, evasione fiscale, prostituzione minorile etc… ) ma come una persecuzione politica attuata da magistrati di sinistra nei suoi confronti. Questa narrazione ha influito molto sul senso comune e sull’opinione pubblica, portando a pensare – sia a destra che a sinistra – che vi sia veramente una tendenza nella magistratura italiana ad interpretare la legge in modo fazioso secondo i propri ideali politici; che veramente esista una magistratura in Italia che preferisca “perseguire politicamente” i condannati o i processati piuttosto che guardare alla legge in modo imparziale. La retorica della “politicizzazione della magistratura” – oltre ad essere stata sulla bocca della destra italiana per tutti questi anni – è uno dei temi cari anche all’estrema destra italiana. Non dimentichiamoci del Piano di Rinascita Democratica del “venerabile” della P2 Licio Gelli, dei movimenti neofascisti degli anni Settanta, che trovano dei corrispettivi nel programma elettorale di CasaPound del 2013 che, al punto 13 “per una giustizia reale”, parla chiaramente della “estirpazione del lobbismo e della politicizzazione interna alla magistratura” come se vi fosse veramente questo tipo di problema cronico, risultando anche una minaccia stessa alla magistratura. Forse bisognerebbe raccontare un po’ di storia prima di parlare di questo argomento per ricordare che il correntismo politico nella magistratura ha avuto una valenza fondamentale per la preservazione della Stato di diritto facendo argine alle derive autoritarie nel nostro Paese e in tutta Europa. La bellissima relazione dal titolo “LE CORRENTI DELLA MAGISTRATURA: ORIGINI, RAGIONI IDEALI, DEGENERAZIONI” scritta dal giurista Mauro Volpi (1) per il corso straordinario organizzato dalla Scuola della Magistratura su “Le garanzie istituzionali di indipendenza della magistratura in Italia” a Roma il 5-7 novembre 2019, e pubblicata dalla rivista dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti (AIC), percorre molto bene la storia del correntismo politico nella magistratura dando una panoramica chiarificatrice. Il fenomeno dell’associazionismo nella magistratura italiana risale al 1909 quando a Milano si costituisce l’Associazione Generale tra i Magistrati d’Italia (AGMI), la prima associazione rappresentativa dei magistrati, che fa seguito ad anni di effervescenza successivi al cosiddetto ”Proclama di Trani” del 1904, con il quale 116 magistrati in servizio nel distretto della Corte di Appello di Trani chiedevano al Governo e al Ministro della Giustizia la riforma dell’ordinamento giudiziario. L’iniziativa derivava certamente dallo stato miserevole in cui versavano le condizioni professionali e le retribuzioni dei magistrati, ma alle rivendicazioni corporative si aggiungevano obiettivi di più ampio respiro come il rafforzamento dell’organo di autogoverno e il riconoscimento di adeguate guarentigie (in primis l’estensione anche ai pubblici ministeri della inamovibilità prevista per i giudici). La risposta del Governo e della politica fu sostanzialmente negativa, risolvendosi, accanto al riconoscimento di limitati miglioramenti economici, nella riaffermazione della inopportunità per i magistrati di intervenire in qualsiasi forma su questioni attinenti all’esercizio della loro funzione. In particolare il Guardasigilli Vittorio Emanuele Orlando in un’intervista al Corriere d’Italia del 23 agosto 1909 manifestava la sua ostilità all’associazione appena nata (2). La formazione dell’AGMI dimostrava un esempio di democraticità interna, nonchè la completa incompatibilità dell’associazionismo in magistratura con qualsiasi regime autoritario: già l’AGMI, che rappresentava soprattutto la “bassa magistratura”, che era contrastata dall’ “alta magistratura”, aveva al proprio interno una maggioranza moderata ed una componente più radicale, rappresentata soprattutto dal gruppo romano. Non è un caso che l’organizzazione dell’AGMI, fortemente radicata soprattutto nella “bassa magistratura” e caratterizzata da un orientamento prevalentemente moderato, sia venuta meno in conseguenza dell’ascesa al potere del fascismo. Mussolini non ne stabilì lo scioglimento, ma pretese di trasformarla in “sindacato fascista”: ciò determinò la decisione, adottata dall’Assemblea generale del 21 dicembre 1925, di sciogliere l’Associazione. Nell’anno successivo fu adottata la legge n. 563 del 3 aprile 1926 che stabiliva il divieto di associazione tra magistrati e, nel quadro della seconda epurazione della magistratura dopo quella attuata nel 1923, con Regio Decreto del 6 dicembre 1926 furono destituiti dalla magistratura i dirigenti dell’AGMI, a cominciare dal suo segretario generale Vincenzo Chieppa, accusati dal fascismo di avere assunto “un indirizzo antistatale”, di avere criticato “astiosamente” gli atti dell’esecutivo, di essersi “posti in condizioni di incompatibilità con le direttive politiche del governo”. L’associazionismo tra magistrati rinasce in seguito alla caduta del fascismo con la costituzione, il 21 ottobre 1945, della Associazione Nazionale Magistrati (ANM), la quale, nonostante la caratterizzazione originaria fortemente moderata, ispirata alla apoliticità e alla asindacalità, ha svolto progressivamente un ruolo propositivo sul terreno della politica della giustizia e anche rivendicativo, contribuendo all’evoluzione del ruolo della magistratura. Nel secondo dopoguerra, l’associazionismo tra magistrati, tramite l’ANM, rivendicherà l’eguaglianza tra i magistrati, la negazione di un ordine di tipo gerarchico, la non separatezza della magistratura dalla società, il riconoscimento di adeguate garanzie di autonomia e di indipendenza nei confronti degli altri poteri e il riconoscimento della natura della funzione giurisdizionale. Si tratta di aspetti qualificanti dell’associazionismo e del ruolo da esso svolto nel processo – seppur difficile – di “democratizzazione dell’ordine giudiziario”. Qui si inserisce la spiegazione della nascita delle cosiddette “correnti”, vale a dire di una pluralità di associazioni che esprimono orientamenti differenti relativi alla politica della giustizia e al ruolo dei magistrati. La nascita del correntismo politico all’interno della magistratura è stato un ottimo deterrente, facendo argine all’invadenza dei magistrati filo-fascisti ancora presenti nelle istituzioni della neonata Repubblica italiana. Questo è avvenuto perchè mai, con l’inizio della Repubblica, è avvenuta un’epurazione dei funzionari fascisti presenti nelle istituzioni repubblicane, ma piuttosto c’è stata una continuità dello Stato, come ha ben descritto il grande storico italiano Claudio Pavone: un situazione che si è trascinata per tutta la storia della Prima Repubblica, facilitando così l’attuazione della strategia della tensione in Italia anche grazie alla permanenza di fascisti negli apparati di Stato, permettendo un’infiltrazione sovversiva più agile. Ritornando al correntismo, le differenziazioni sono esistite fin dall’inizio. All’interno dell’ANM sono nate fin da subito due diverse concezioni della magistratura: la prima conservatrice, sostenuta soprattutto dai magistrati di Cassazione, che si è fondata su una concezione della funzione giudiziaria come mera applicazione, e non interpretazione, della legge e sulla centralità dell’assetto gerarchico, riproposto grazie ad un’interpretazione restrittiva dell’art. 107, c. 3, della Costituzione; e la concezione riformista, che già alla fine degli anni Cinquanta era diventata maggioritaria all’interno dell’ANM (con i Congressi di Napoli del 1957 e di Sanremo del 1959), anche grazie al forte rinnovamento generazionale, sostenendo il cambiamento della progressione in carriera attraverso promozioni “a ruoli aperti”, indipendenti dai posti disponibili in organico e avanzamenti basati su valutazioni che abbiano al centro l’anzianità di servizio. La diversità di concezioni è sfociata nella scissione dell’ANM, operata dagli alti vertici della magistratura, con la nascita nel 1961 dell’Unione Magistrati Italiani, preceduta nel 1960 dalla costituzione come corrente della Unione delle Corti. La scissione dell’UMI, che ha conquistato la maggioranza della componente togata (otto membri su quattordici) nelle elezioni consiliari del 1963, ha permesso all’ANM di liberarsi dall’ipoteca più conservatrice e di lasciare ampio spazio al rafforzamento della linea riformista. Questo processo ha accompagnato la nascita di diverse correnti facenti parte dell’ANM, non più legate alla distinzione del passato tra alta e bassa magistratura, ma a diverse concezioni sul modello di magistratura, prevalentemente burocratico-corporativo o politico-costituzionale e “chiuso” o “aperto” nei confronti delle società e delle sue istanze di trasformazione. Le prime tre correnti storiche si sono collocate quindi lungo l’asse destra-centrosinistra, che si è concretizzata rispettivamente nella nascita nel 1962 di “Magistratura Indipendente”, nel 1958 di “Terzo Potere” e nel 1964 di “Magistratura Democratica”. La stessa esperienza dell’UMI si è conclusa nel 1979 con il suo scioglimento e il rientro dei suoi aderenti nell’ANM, andando ad ingrossare le fila della componente più moderata. L’ANM è, ancora oggi, l’organismo rappresentativo dei magistrati ordinari italiani: non è un organo istituzionale, ma un’associazione che tutela l’autonomia e l’indipendenza della categoria e ne rappresenta le posizioni nel dibattito pubblico. L’associazionismo nella magistratura non è stato e non è solo un fenomeno italiano, ma si è manifestato e si manifesta in tutta Europa in molti ordinamenti democratici e nella creazione di organismi internazionali che raggruppano diverse associazioni nazionali. Non in tutti gli Stati democratici esiste una associazione nazionale della magistratura (come avviene in Italia, Germania e Portogallo), ma comunque operano diverse associazioni di dimensione nazionale. I due casi più significativi sono quelli della Francia e della Spagna, dove non solo vi è una pluralità di associazioni, ma queste si collocano in prevalenza lungo l’asse destra-sinistra o, se si preferisce, conservatori-progressisti. Se guardiamo alla storia con attenzione possiamo ben vedere come il correntismo è stato fondamentale nella democratizzazione dell’ordinamento giuridico. Questo non significa che le degenerazioni del correntismo non siano un problema, anzi lo sono eccome – come negli anni scorsi aveva giustamente sottolineato il l’ex PM antimafia Nino Di Matteo (schiero per il NO a questa riforma costituzionale) – ma la magistratura italiana ha dimostrato di essere in grado di fare pulizia al suo interno e di riuscire a fare argine da sola al problema. Il caso del giudice Luca Palamara (3), espulso dalla magistratura per lo scandalo che lo vedeva mediatore tra le correnti della magistratura per l’assegnazione di incarichi di rilievo, come quello di Procuratore della Repubblica, ne è un esempio: Palamara è stato indagato dalla stessa magistratura ed espulso. Da questo assunto non possiamo negare il fatto che i magistrati, in quanto cittadini, abbiano diritto alla libertà di espressione, abbiano diritto di avere un’opinione politica, abbiano diritto ad organizzarsi come abbiano diritto a decidere di esercitare il proprio ruolo senza aderire a nulla. Tutto questo discorso storico, culturale e politico è vergognosamente omesso – in malafede – da chi parla invano di “politicizzazione della magistratura” adducendo a qualche strana tendenza politica di massa nei magistrati. Non solo, a tutto questo si omette vergognosamente che il correntismo è un fenomeno estremamente minoritario nella magistratura italiana. Se si considerano i dati dell’ANM, gli iscritti sono 9.149 su un totale di 9.657 magistrati nel ruolo organico (adesione superiore al 95%) e solo il 23% degli iscritti all’ANM è aderenti a correnti, ovvero circa 2.100 magistrati. Interessante sapere che, da questo dato, si può estrarre un’ulteriore notizia: la maggioranza dei magistrati che aderisce alle correnti è membro di correnti di centro-destra. Quindi delle domande sorgono spontanee: veramente il correntismo della magistratura è un problema nell’Italia di oggi? Veramente il correntismo è l’origine di tutti i mali della magistratura contemporanea come sembra insinuare il Fronte del Sì? Evidentemente no. Basta infatti leggere la  Riforma Nordio per provare che non solo non “libererà” il giudice dal condizionamento delle correnti, ma che soprattutto non tratta il tema del correntismo. Questo significa che la narrazione tossica e falsa delle “toghe rosse” e della “politicizzazione della magistratura” (usata dalla destra per additare i magistrati di sinistra) è un diversivo, un’arma di distrazione di massa per spostare l’attenzione dai contenuti della Riforma Nordio che invece ha sì l’obiettivo di rendere più dipendente la magistratura dall’organo esecutivo della politica, ovvero il governo. Spesso quando ci si riferisce alla Riforma Nordio come ad una “riforma liberale” e quindi non una “riforma politica”. Questo assunto è errato, poichè trattasi propriamente di una “riforma liberale” è necessariamente una riforma politica, altrimenti sarebbe una contraddizione in termini. Ma anche in merito ci sono dei dubbi: davvero la Riforma Nordio è una “riforma liberale”? In molti hanno affermato che lo è in quanto libererebbe la magistratura dalle correnti, ma davvero si può definire “liberale” una riforma che dovrebbe “a parole” limitare la libertà d’espressione? Anzi possiamo definire che è una riforma illiberale proprio per i motivi opposti, ovvero renderà la magistratura più dipendente dalla politica. Le “democrazie liberali”, in senso politico, come quella italiana, implicherebbero il bilanciamento dei poteri degli organi di uno Stato e non l’invadenza dell’uno sull’altro. Ecco dunque che dobbiamo avere paura quando un Ministro come Carlo Nordio, attaccando frontalmente la magistratura, parla di “Sistema para-mafioso del Csm”, insinuando spartizioni di potere ed usando impropriamente le parole di Nino Di Matteo del 2019. E’ vergognoso soprattutto che lo dica un ex-magistrato, dimostrando di non avere nè rispetto per il ruolo che rivestito nè consapevolezza per il ruolo che riveste oggi in quando Ministro. Queste dichiarazioni sembrano delegittimare la magistratura agli occhi della popolazione e dell’opinione pubblica. La replica di Nino Di Matteo è stata dura: «A coloro i quali, in queste ore, cercano di strumentalizzare il mio pensiero, voglio precisare che, proprio perché ho sempre contrastato la degenerazione del sistema di autogoverno per le improprie ingerenze di correnti e cordate, oggi ho le mani ancora più libere nel denunciare che questa riforma  costituzionale, invece di risolvere il problema, finisce per aggravarlo, accentuando il rischio di un, sempre più stringente, controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura. Con grave rischio per la tutela delle garanzie e dei diritti di ogni cittadino». Per concludere, il correntismo nella magistratura è un fenomeno minoritario non  negativo di per sé, ma che, laddove degenera in spartizione di ruoli, diventa un problema. La nostra magistratura ha dimostrato di essere in grado di fare argine da sola al problema. Purtroppo non possiamo dire lo stesso della nostra classe politica, che permette a pregiudicati, indagati e condannati di sedere ai banchi del nostro Parlamento con tutti i privilegi del caso: situazione in cui l’immunità diventa spesso impunità.     (1) già ordinario di Diritto Pubblico Comparato nella Università di Perugia e membro laico del CSM dal 2006 al 2010 (2) Testo dell’intervista si trova in E. PAPA, Magistratura e politica, cit., 361-363. (3) Luca Palamara è un ex magistrato e politico italiano, ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). È stato il più giovane presidente dell’ANM da maggio 2008 a marzo 2012; dal 19 settembre 2020 è il primo presidente nella storia dell’ANM ad esserne stato espulso. Per quanto il suo caso sia diventato molto popolare nell’opinione pubblica di destra, Palamara era aderente alla corrente politica “Unità per la Costituzione”, corrente di centrodestra vicina all’UDC. Da tali vicende prende le mosse il libro-intervista Il Sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana, da lui realizzato con il giornalista Alessandro Sallusti e portato in scena a teatro da Edoardo Sylos Labini.   Per info: L. FERRAJOLI, Associazionismo dei magistrati e democratizzazione dell’ordine giudiziario, in Questione Giustizia, 4/2015, 179. F. VENTURINI, Un “sindacato” di giudici, cit., 263 ss. e A. MENICONI, Storia della magistratura italiana, Bologna, Il Mulino, 2012, 145 ss. M. De Nicolò, E. Fimiani, Dal fascismo alla Repubblica: quanta continuità? Numeri, questioni, biografie Viella, Roma 2019, pp. 239 https://ilpensierostorico.com/la-continuita-dello-stato-dal-regime-fascista-alla-repubblica/?print-posts=pdf Lorenzo Poli
March 5, 2026
Pressenza
Da Berlino contro la leva e la guerra
Arrivo a Postdamerplatz un po’ in ritardo, visto che tutti i treni per il centro sono bloccati. Con me, scendono dalla metro altri ragazzi e ragazze e immediatamente riconosco che sono lì per la mia stessa ragione. Sorrido tra me e me, mi sembra di essere qui come testimone del loro coraggio. Salendo le scale per raggiungere la piazza inizio a sentire musica e voci, esco dalla stazione e impiego un secondo ad abituare gli occhi al sole. Centinaia, nel giro di un’ora migliaia, di persone sono riunite nel cuore di Berlino, la maggioranza giovanissimi studenti e studentesse. Cartelli, striscioni, bandiere, volantini, canzoni, risa e grida sono accalcate in una folla colorata. Senza paura, uniti, vicini e compatti coprono completamente la sottile linea di piastrelle che  percorre la piazza in diagonale, a ricordo del muro. Tutti sono riuniti per mandare un chiaro messaggio, una ferma e irrevocabile obiezione alla guerra e alla crescente militarizzazione del loro Paese. Un categorico rifiuto a lasciare che il loro futuro gli venga strappato dalle mani. Non vogliono e non sono disposti a rimanere passivi di fronte al ripetersi di quell’odio che gli era stato detto sarebbe rimasto nel passato. Chiedono a gran voce il cambiamento che gli era stato promesso. La folla comincia a srotolarsi in un lungo corteo, che andrà a marciare pacificamente per il centro della città. Un bambino in piedi su un bidone ha in mano un megafono e con la limpidezza e risoluzione di chi non è più disposto a lasciare che altri decidano per lui, lancia un grido. Migliaia e migliaia di voci rispondono e presto si alza un coro, forte e coraggioso: “Siamo tutti antifascisti!” Ed ecco che, nel centro della Germania, lontana chilometri da tutto ciò che conosco, circondata da persone di ogni genere, etnia e credo, mi sento a casa. Una nuova energia mi riempie: oggi è proprio una bella giornata di sole. Margherita Pilati del Movimento Nonviolento   Movimento Nonviolento
March 5, 2026
Pressenza