La festa di Sankranti porta il Bangladesh a RavennaPer la prima volta la comunità bengalese di Ravenna celebra pubblicamente il
proprio Capodanno tradizionale. Un evento che segna la crescita e il radicamento
di una presenza silenziosa ma in costante aumento.
Via Capodistria, quartiere periferico di Ravenna. Sabato 17 gennaio la comunità
bengalese della città ha celebrato per la prima volta Sankranti, la tradizionale
festa invernale che in Bangladesh segna il passaggio del sole dalla
costellazione del Sagittario a quella del Capricorno, una sorta di Capodanno che
coincide con l’inizio della stagione del raccolto. La data ufficiale sarebbe il
14 gennaio, ma a Ravenna hanno scelto il sabato successivo: una scelta
pragmatica che dice molto sulla natura di questa comunità, profondamente
inserita nei ritmi lavorativi della città.
L’organizzazione è stata curata dall’associazione Dhaka, realtà attiva nel campo
della mediazione culturale e dei laboratori doposcuola per i ragazzi bengalesi.
Alla festa hanno partecipato il Comune di Ravenna e diverse associazioni
interculturali del territorio. Una rete di collaborazioni che dice molto sul
livello di integrazione raggiunto.
Una comunità in crescita silenziosa
I numeri raccontano una storia che spesso sfugge alla cronaca. Al 1° gennaio
2025, i cittadini bengalesi residenti in provincia di Ravenna erano 1.011, di
cui 530 nella sola città capoluogo. Nel 2020 erano 682 in tutta la provincia,
388 a Ravenna città. In cinque anni la comunità è cresciuta del 48%, una
crescita costante alimentata dai ricongiungimenti familiari e dall’arrivo di
giovani in cerca di opportunità lavorative.
La comunità bengalese rappresenta oggi il 2,1% degli stranieri residenti in
provincia. Non è la prima – quella posizione spetta ai rumeni, seguiti da
albanesi e nigeriani – ma è in espansione. Dopo Ravenna, le concentrazioni più
significative si trovano a Cervia (231 residenti), Faenza (72) e Lugo (46).
A livello regionale, l’Emilia-Romagna conta 14.288 bengalesi. Ravenna è in una
posizione intermedia rispetto ai grandi poli: Roma con oltre 32.000 residenti,
Milano con più di 10.000, Venezia con circa 8.000, Bologna con 5.000. Non è un
grande polo, ma nemmeno una presenza trascurabile.
Il lavoro prima di tutto
Che la festa sia stata spostata al sabato dice molto sulla natura di questa
comunità. I bengalesi di Ravenna lavorano e lavorano molto. Li troviamo nei
ristoranti, nei bar, nei minimarket aperti fino a tarda sera, nei servizi. Sono
quella presenza silenziosa ma costante che tiene in piedi pezzi importanti
dell’economia cittadina.
A livello nazionale, più della metà dei lavoratori bengalesi – il 58% – è
inserita nel settore del commercio e della ristorazione, contro il 24% degli
altri lavoratori non comunitari. Sono percentuali che si riflettono anche a
Ravenna: negozi gestiti da bengalesi, ristoranti con turni lunghi, bar aperti
quando tutto il resto è chiuso.
Celebrare Sankranti di mercoledì 14 gennaio sarebbe stato impossibile per molti
per impegni lavorativi. Il sabato offre almeno qualche ora di respiro, un
margine per ritrovarsi senza sacrificare il lavoro che consente di mandare
avanti le famiglie.
Secondo la Banca d’Italia, il Bangladesh è il primo Paese beneficiario delle
rimesse dall’Italia, ricevendo il 19,2% dei flussi in uscita. Una cifra enorme,
che mostra quanto sia forte il legame con il Paese d’origine e quanto sia
pesante la responsabilità di mantenere la famiglia qui e sostenere quella
rimasta là.
La scelta del sabato è anche una dichiarazione: siamo qui per lavorare, ci
guadagniamo da vivere con fatica, ma vogliamo anche celebrare chi siamo.
Vogliamo che i nostri figli sappiano che Sankranti esiste, che la nostra
identità non si esaurisce dietro il bancone del minimarket.
Il senso di una festa
Sankranti è una delle feste più antiche del subcontinente indiano. Celebrata il
14 gennaio, come già detto segna il momento in cui il sole lascia il Sagittario
ed entra nel Capricorno. È una festa legata ai cicli della natura, al raccolto,
alla fertilità della terra. In Bangladesh assume il nome di Poush Sankranti o
Sakrain.
È una festa dedicata a Surya, signore dell’energia e della luce. Le famiglie si
riuniscono, preparano dolci tradizionali, fanno volare aquiloni colorati, si
scambiano doni e benedizioni. Per una comunità migrante, celebrarla significa
mantenere vivo il legame con la terra d’origine, trasmettere alle nuove
generazioni il senso di appartenenza a una cultura millenaria.
Che questa festa sia stata celebrata per la prima volta pubblicamente a Ravenna
ha un significato preciso: la comunità bengalese ha deciso di uscire
dall’invisibilità. Non è più una presenza silenziosa, confinata nei luoghi di
lavoro. È una comunità che rivendica il diritto di celebrare pubblicamente le
proprie tradizioni, che vuole contribuire alla vita culturale della città.
L’associazione Dhaka: mediazione e futuro
L’associazione Dhaka rappresenta uno di quei nodi essenziali che tengono insieme
una comunità migrante. La mediazione culturale è il primo campo d’azione:
aiutare i connazionali a orientarsi nella burocrazia italiana, nelle scuole, nei
servizi sanitari, nel mercato del lavoro.
I laboratori doposcuola sono l’altra attività fondamentale. I ragazzi di seconda
generazione, nati in Italia o arrivati da piccoli, vivono in una condizione di
bilinguismo e biculturalismo. Il doposcuola è lo spazio dove possono rafforzare
la lingua italiana, ma anche mantenere vivo il bengalese, imparare a leggere e
scrivere nella lingua dei genitori, conoscere la storia e la cultura del
Bangladesh.
La comunità bengalese in Italia è caratterizzata da una forte prevalenza
maschile – circa il 70% – e da un’età media molto giovane, attorno ai 30 anni.
Sono uomini che arrivano per lavorare, poi arrivano le mogli e i figli
attraverso i ricongiungimenti familiari. I bambini crescono tra due culture,
parlano italiano a scuola e bengalese a casa.
L’associazione Dhaka lavora su questo tessuto fragile e vitale, cercando di
creare spazi di incontro, di supporto, di elaborazione collettiva. La festa di
Sankranti è il momento in cui tutto questo diventa visibile, in cui la comunità
si mostra alla città.
Il Bangladesh e Ravenna: non solo migranti
Il Bangladesh a Ravenna non è solo immigrazione. Esiste anche una dimensione
commerciale. Nel 2021 il Terminal Container Ravenna ha inaugurato una linea
navale diretta con Chattogram, il principale porto del Bangladesh. È l’unica
linea diretta in Italia, un collegamento strategico che colloca Ravenna come
gateway privilegiato per gli scambi tra il Bangladesh e l’Europa.
La scelta di Ravenna non è casuale: il porto ha una posizione baricentrica per
le aziende del nord Italia, un efficiente sistema di retroporto e ottimi
collegamenti ferroviari verso Germania, Svizzera, Austria e Benelux. La linea
diretta riduce i tempi di transito a 18-20 giorni, circa la metà rispetto alle
rotte tradizionali. Un vantaggio enorme per le industrie del tessile e
dell’abbigliamento, settori nei quali il Bangladesh è tra i principali
produttori mondiali.
Questa connessione commerciale non ha un rapporto diretto con la crescita della
comunità bengalese residente – le dinamiche migratorie rispondono ad altre
logiche – ma crea un contesto in cui il Bangladesh è presente a Ravenna non solo
attraverso le persone, ma anche attraverso le merci e gli scambi economici. È
una presenza multidimensionale.
Una festa che parla al futuro
La festa di Sankranti a Ravenna è un evento piccolo: poche centinaia di persone
riunite in via Capodistria in un sabato pomeriggio per celebrare una ricorrenza
che la maggior parte dei ravennati ignora, ma è un evento denso di futuro. Dice
che una comunità esiste, cresce, si radica. Dice che Ravenna è una città sempre
più plurale. Dice che l’integrazione non è cancellazione, ma capacità di
mantenere vive le proprie tradizioni mentre si costruisce una vita nuova.
E dice anche che questa integrazione si costruisce nei margini, negli spazi
ritagliati tra un turno e l’altro, nel sabato scelto al posto del mercoledì
perché quel giorno si lavora. È un’integrazione laboriosa, nel senso più
letterale del termine.
La presenza del Comune, della Casa delle Culture e delle associazioni mostra che
esiste uno spazio pubblico dove questa pluralità può esprimersi. Non è scontato.
È il frutto di un lavoro paziente, di mediazioni, di costruzione di fiducia
reciproca.
I 1.011 bengalesi di Ravenna sono mille persone che vivono, lavorano, crescono
figli, pagano tasse, frequentano scuole, aprono negozi, pregano nelle moschee,
celebrano le loro feste. Sono parte del tessuto sociale della città, anche
quando restano invisibili. La festa di Sankranti è un modo per dire: guardate,
siamo qui. E il fatto che la città abbia risposto, partecipando, sostenendo,
riconoscendo, è forse il segnale più importante di tutti.
Tahar Lamri