
Uscire dalla gabbia della normalità
Jacobin Italia - Saturday, February 21, 2026
Articolo di Elisabetta Nardin, Gregorio Carolo, Miguel BenasayagMiguel Benasayag è un filosofo e psicanalista franco-argentino. Nel dibattito contemporaneo, la sua è una voce che mescola i saperi e le discipline: psicologia e antropologia, epistemologia e biologia. Da giovane, in Argentina, fu un membro della guerriglia Ejército Revolucionario del Pueblo e per questo conobbe più volte la prigione e la tortura. Grazie alla doppia nazionalità, alla fine degli anni Settanta ottenne rifugio politico in Francia, dove poté dedicarsi all’attività clinica e alla ricerca. Il suo impegno come intellettuale, nel corso dei decenni, si è sempre caratterizzato per una stretta partecipazione a esperienze collettive, come il Collettif Malgré Tous in Francia, i «laboratorios sociales» e la cooperativa Lavaca in Argentina.
Con lui abbiamo parlato di cos’è il lavoro oggi e di quali effetti ha nella vita delle persone, tra alienazione e tentativi di ribellione.
EN: Quali sono le richieste terapeutiche che ricevi rispetto all’ambito di lavoro? In che modo questo malessere si lega al contesto più generale dei cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni?
La prima cosa che mi viene da dire è che io ho due tipi diversi di pazienti. Nel mio studio privato, in casa, anche se ricevo persone che non pagano o che pagano pochissimo, ricevo comunque prevalentemente persone di estrazione piccolo-borghese, mentre in ospedale, al contrario, ho una lunga esperienza con le classi più popolari e con i migranti. Porto con me dunque una doppia esperienza, maturata in contesti molto diversi. Due tipi di problemi si intrecciano: uno è la perdita di speranza, il disagio legato alla paura dell’instabilità economica, l’altro è la crisi del senso di appartenenza.
Rispetto a trent’anni fa, è avvenuta una cancellazione di ogni pensiero legato alla classe sociale, ai legami sociali e a tutto ciò che ne consegue. Per le persone più fragili, i più poveri, i disoccupati o quelli che hanno un lavoro molto precario e faticoso, tutto questo è evidente: raccontano di provare la sensazione che la vita stia scorrendo accanto a loro, soprattutto in relazione al lavoro. Sentono di vivere un’esistenza che, in un certo senso, è stata loro rubata. Questo disagio è diventato sempre più profondo, a causa della perdita di ogni orizzonte di miglioramento della propria condizione. Non sembrano nutrire alcuna speranza che le cose possano andare meglio.n In relazione al lavoro, si prova un disagio puro. Non si avverte, per esempio, l’orgoglio di lavorare, di guadagnarsi il proprio denaro, è una condizione trasversale, che attraversa le
generazioni: una sensazione diffusa del «si salvi chi può». Ho seguito molti giovani, bambini e adolescenti che formulavano discorsi completamente scollegati dalla realtà. Dicevano di sognare bei lavori che permettessero loro di guadagnare tanti soldi, affermazioni del tutto irrealistiche considerate le loro condizioni, con possibilità concrete di trovare quei lavori praticamente inesistenti.
Da un po’ di tempo a questa parte, il discorso di classe è stato sostituito da un discorso legato all’appartenenza, ad esempio nel caso di molti musulmani. Ovunque ci fosse una piccola sala di preghiera, un imam, è cominciata a emergere una forma minima di islam politico, che genera una solidarietà, molto diversa, però, da quella di classe.
Negli ultimi trent’anni sembra essere scomparsa ogni narrazione capace di far comprendere la durezza della propria vita all’interno di un quadro più ampio. Per questo, chi parla di lavoro oggi parla di disagio, di tristezza. Raccontano di come si sentano costretti a spingere i propri figli a trovare un modo per sopravvivere. Questa è la sensazione più immediata per quanto riguarda i pazienti della popolazione ospedaliera, ma anche tra la piccola borghesia registro una perdita totale di un senso della società e di un senso collettivo.
Le persone credono di dover trovare un senso individuale al proprio lavoro; di conseguenza, tutto viene vissuto in modo individuale: sia il disastro ecologico, sia il problema del lavoro. Alcuni soffrono perché non riescono a trovare un lavoro che piaccia loro davvero, e finiscono per colpevolizzarsi; altri, invece, vivono nel lavoro una forma di alienazione, in cui il senso del lavoro è determinato dall’azienda, come se fosse un esoscheletro: non ci si chiede più 1che cosa produciamo?», «che cosa stiamo facendo?», ma solo se, come individui, «funzioniamo» bene o male.
Mi capita spesso di seguire artisti, musicisti, cineasti e attori: fanno molta fatica a comprendere che potrebbero adottare una griglia di valutazione diversa dal successo commerciale. Sono completamente schiavi dello sguardo esterno, mentre in realtà anche un artista può avere un endoscheletro, uno scheletro interno, e sviluppare la propria attività senza che questa venga valutata solo in base al successo economico o al riconoscimento pubblico. Per alcuni, per un reale bisogno di sopravvivenza, e per altri, a causa di una perdita totale di senso, diventa davvero impossibile immaginare un proprio significato, un proprio percorso, un desiderio autentico, perché tutto è esoscheletro: se sei un chitarrista, devi scegliere tra il tuo «io» e la chitarra. Se scegli la chitarra – quindi la musica, l’arte – sai che affronterai situazioni altalenanti. È un cammino difficilissimo, anche per chi fa parte di quell’élite privilegiata – non economicamente, ma per il fatto di avere una passione – e se scegli quel cammino difficile, ma sei completamente alienato, perché adotti una griglia di valutazione basata esclusivamente sullo sguardo esterno, allora la durezza di quel percorso diventa ancora più accentuata.
Per queste ragioni vedo il problema del lavoro legato a una perdita assoluta di visione, di appartenenza a qualcosa, e a una perdita del desiderio, perché tutto è alienato ed esterno a sé.
EN: Insomma, per esoscheletro si può intendere sia il riconoscimento di sé esclusivamente in presenza di uno sguardo altrui, sia l’adozione di regole esterne di valutazione della propria riuscita personale e professionale, percepite come uniche regole possibili. È così?
Sì, tutti i gruppi sociali sono attraversati da una sorta di imbuto che spinge la questione del senso verso il solo individuo, diventa tutto una questione de «Il mondo e io». L’individuo si percepisce, si sperimenta come solo di fronte al mondo. Ma questa condizione non è vivibile: quando ci si trova dentro questo dispositivo si finisce sistematicamente per esserne schiacciati. Da un lato, quindi, c’è una vita individuale assolutamente alienata, dall’altro c’è una globalità schiacciante.
Come psichiatra clinico, ascoltando i miei pazienti, spesso il lavoro diventa un inferno: tutte le problematiche che emergono – come, ad esempio, il bullismo – sono legate al fatto che al lavoro viene attribuito un sovrainvestimento simbolico: il lavoro diventa ciò che dà senso alla vita, e così le persone si trovano sempre più senza difese, senza alcuna distanza da esso. Si perde la capacità di distinguere tra lavoro e attività, dove per attività intendo tutto ciò che ha a che fare con i desideri, le passioni, ciò che nasce da un movimento interiore. Il lavoro, invece, porta spesso al disagio, perché si pensa che l’unica cosa che conti sia essere funzionali.
Esiste un’ignoranza profonda, una totale mancanza di riflessione sulla differenza fra questi due concetti; si dice: «Bisogna fare le cose, è peccato non lavorare», ma una cosa è lavorare per dovere, un’altra è sviluppare la propria attività. L’attività nasce da ciò che potremmo chiamare «tropismi» interni – come inteso ne L’epoca dell’intranquillità –, non si tratta di qualcosa di puramente individuale.
Quando cerchiamo un endoscheletro, questo non è mai solo individuale: ci lega a strutture più profonde, a radici pre-individuali: è lì che si trova il fondamento del desiderio, della passione e del senso.
EN: Come orizzonte sociale, è possibile puntare al benessere umano, contrapposto alla legge di mercato?
Non possiamo puntare al benessere; pensiamo, piuttosto, a ciò che oggi impedisce la vita, a ciò che la minaccia. Non si tratta di contrapporre benessere e disagio ma bensì di puntare a una forma di libertà in rapporto all’in-azione, un amore per la vita che vada oltre la nostra individualità. Tutto questo fa parte di una gioia – nel senso spinoziano – non in quanto benessere, ma che può essere accompagnata dal benessere. Altre volte la stessa gioia può presentificarsi con esperienze dure e faticose ma resta sempre all’interno di un’esperienza vitale.
La buona misura è la situazione, agire nella situazione, perché in ogni situazione si può trovare un senso, senza bisogno di una promessa finale. Benessere e felicità, invece, sono spesso trappole: la felicità spesso arriva per caso, puoi essere felice in qualunque condizione, così come puoi essere infelice, e ti chiedi: «Come facciamo? Io, come individuo, cosa posso fare?»Il benessere è troppo legato all’idea di una promessa, come nella canzone dell’Internazionale. La vera questione è: come possiamo rimanere fedeli al desiderio di libertà, in un mondo che è cambiato e che non segue più un Senso della Storia?
Ciò non significa che tutti quelli che hanno lottato si siano sbagliati, così come quelli che teorizzavano il comunismo con una prospettiva teleologica, semplicemente ci troviamo in un altro mondo rispetto al loro.
GC: Oggi nel mondo vengono riscontrati numerosi atteggiamenti di rifiuto nei confronti del lavoro, dal fenomeno delle Grandi dimissioni ai Tang ping in Cina. Anche qui in Italia, soprattutto tra i più giovani, inizia a essere rilevato un cambiamento nella sensibilità rispetto all’importanza del lavoro. Trovi che sia un segnale incoraggiante?
Sono d’accordo che si tratta di un fenomeno sociale, ma penso che non possa diventare massivo; è importante riconoscere quando un movimento non può diventare di massa, o si rischia di renderlo fallimentare. Un fenomeno come questo, invece, può servire a pensare, a cercare un’alternativa, può funzionare come una sorta di sveglia, ma non deve essere trasformato in un modello. Quello che fanno molti giovani – qui, in Argentina, in Francia – è significativo: sono una minoranza, ma una minoranza reale. Si rendono conto della «gabbia della norma», che la normalità è una gabbia immaginaria, capiscono che non è vero che, uscendo da quella gabbia, si muore o si viene schiacciati. Chi esce da solo dalla gabbia ha paura, rischia l’insuccesso, ma può diventare, invece, la rinascita di una marginalità gioiosa che esisteva negli anni Settanta e faceva parte di una messa in discussione della normalità, del modo di vivere, del senso stesso della vita.
Quest’idea della marginalità è poi scomparsa, è diventata patologica, dura, dolorosa.
In realtà, mi sembra che oggi si esprima con modi nuovi e attraverso nuove tecnologie: le persone sono più connesse, e questo fa sì che la marginalità non coincida più con l’isolamento. Come per ogni fenomeno sociale, è importante capire qual è il suo limite, per poter utilizzare al meglio la sua potenza. Spesso, nei momenti di ribellione, il problema è proprio non vedere che esiste un limite, e pensare che quel movimento possa diventare un modello globale. Poi arriva la delusione, la tristezza: «Abbiamo provato, e abbiamo fallito».
In questo vedo una delle lezioni più importanti: ogni movimento deve sperimentare, cercare di capire quali sono i limiti della propria potenza. Ciò non significa non agire, ma sapere come articolarsi con altre forze, con altri livelli della realtà. Concretamente, ad esempio, non credo che possa esserci una dissociazione massiva tra lavoro e società, non è realistico, ma può esserci un’influenza, come è accaduto con il movimento femminista: all’inizio era una minoranza assoluta, eppure ha lentamente contaminato molte donne, anche quelle che non avevano gli strumenti concreti per riflettere sulla propria condizione. Poco a poco, sono emersi pensieri autonomi, un nuovo immaginario sovversivo, che è proprio ciò che oggi manca.
Le persone non sanno più cosa si possa fare di diverso, la maggioranza dice: «In un mondo così duro, non c’è alternativa», e chi dissente spesso non lo dice apertamente, perché aderire a un’altra visione è difficile, rischioso, faticoso.
GC: Possono essere le lotte stesse a creare un senso di unità, a forgiare una visione alternativa?
Questo è un problema reale: la lotta crea un’unità, ma è un’unità costruita contro qualcuno e perciò risulta molto fragile. La storia lo ha dimostrato chiaramente: una volta che vinciamo, rischiamo di diventare l’altro, quello che combattevamo.
Perché accade questo? Perché manca un’unità organica, interna, radicata in un immaginario condiviso, in un desiderio comune, in una visione che non sia solo oppositiva ma generativa. Jean-Paul Sartre, nel suo romanzo L’ingranaggio, descrisse molto bene questa situazione. Nel libro, tutto comincia con una rivoluzione tradita: in un paese produttore di petrolio, ispirato all’Argentina, i rivoluzionari saliti al potere hanno tradito le aspettative popolari, mantenendo le concessioni petrolifere a un ricco e potente paese del nord e instaurando un regime dispotico. Dilaga una nuova ondata rivoluzionaria, il palazzo del governo viene espugnato e i vecchi rivoluzionari vengono processati, ma giunge ben presto la notizia che l’esercito del paese del nord incombe alla frontiera. Il leader della nuova rivoluzione, quello che ha appena cacciato i traditori, diventa a sua volta prigioniero dell’ingranaggio, sa che non riuscirà a resistere ai gringos. Nella scena finale si affaccia al balcone per salutare la folla, ma dentro di sé già pensa: «Non possiamo resistere». Quando incontrai Sartre, con un po’ di disagio, glielo dissi, per me quello era un punto fondamentale: l’ingranaggio. Molti anni dopo ho scritto anch’io qualcosa a riguardo: l’idea è che ogni rivoluzione, ogni grande progetto, arriva sempre al punto del ridicolo. Io feci parte del commando che, mitra a tracolla, espugnò il bunker di Anastasio Somoza in Nicaragua, conosco bene questa situazione: all’inizio si arriva, si prende il potere eroicamente, poi, però, i capi della rivoluzione dicono: «Contrordine, compagni. Gli Usa ci minacciano. Dobbiamo cambiare programma». E tu pensi: «Ma stronzo di merda, com’è possibile? Non avevi previsto che gli Stati uniti vi avrebbero minacciato?».
Non restano che due possibilità. La prima: non fare più nessuna rivoluzione, perché, effettivamente, una volta che prendi il potere, sei costretto a convertirti in dittatore, come è successo in Nicaragua. Dopo tutte le lotte e i combattimenti, se penso a quello che oggi è Daniel Ortega… meglio lasciar perdere. La seconda possibilità è riconoscere il limite dell’azione sovversiva, capire che non si può andare oltre una certa soglia. Io lavoro come biologo, neurofisiologo, non sono un «dottore in rivoluzioni», ma, mio malgrado, continuo a coordinare il lavoro con le comunità indigene e questo mi costringe a riflettere su questi temi, continuamente. La mia conclusione è questa, su cui anche gli indios oggi sono d’accordo: il più grande insegnamento è tenere conto del tetto della massa critica, non per impedirla, ma per capire come agire senza superarla. Il nostro mondo attuale, al di là di ogni ideologia, non è vivibile, la distruzione è totale, non è possibile continuare così. Per questo, le esperienze multiple che stanno emergendo – tra cui quella della dissociazione – sono molto interessanti, perché permettono di creare uno spazio, un po’ d’aria, dentro un meccanismo soffocante. Sono esperienze di uscita dalla gabbia e penso che siano possibili ovunque, anche dentro il lavoro, mettendo un piede dietro l’altro, possono arrivare dappertutto.
EN: Dissociazione non vuol dire insomma assentarsi da quanto sta accadendo, ma piuttosto esserne parte attiva?
La vedo come una sveglia: improvvisamente, un gruppo importante di giovani si rende conto che non era vero ciò che veniva dato per scontato. Se vuoi un esempio, pensa a Ionesco e al teatro dell’assurdo: l’assurdo non è che la vita non abbia senso, ma che le persone vivano normalmente dentro l’assurdo come se tutto fosse normale. Sono i «normali» a essere assurdi.
EN: La visione limitata, il poter contemplare il limite, accettare l’impotenza, è, dunque, l’unico modo per poter incidere sulla realtà?
Sì, vi porgo un altro esempio. Ciascun intellettuale convinto che scrivendo libri stia facendo la cosa più importante del mondo, è bene che sappia una cosa: scrivere libri, nel migliore dei casi, può servire se quei libri trovano settori attivi, capaci di trasformare quelle idee in esperienza. Altrimenti, restano parole. Ci sono persone, come Alain Badiou, convinti che nei loro libri ci sia scritto cosa fare e come farlo, ma questo significa non conoscere il proprio limite, non conoscere la propria massa critica. E quando non conosci il tuo limite, anche se sei un intellettuale impotente, puoi finire – paradossalmente – dalla parte del tiranno. È quello che è successo, per esempio, con Badiou, che ha finito per appoggiare Pol Pot, Stalin… È una sorta di fatalità: non conoscere i limiti della propria influenza può portare, anche senza volerlo, a sostenere il potere più violento.
*Miguel Benasayag è filosofo e psicoanalista franco-argentino. Tra le sue opere più celebri figurano L’epoca della passioni tristi (con Gérard Schmit), Elogio del conflitto (con Angélique del Rey), tra le più recenti: L’epoca dell’intranquillità (con Teodoro Cohen), ChatGPT non pensa (e il cervello neppure) (con Ariel Pennisi), Controffensiva: Agire e resistere nell’epoca della complessità (con Bastien Cany). Gregorio Carolo metalmeccanico, autore di Incoscienza di classe (Meltemi, 2026) e del podcast Le faremo sapere. Elisabetta Nardin psicologa e psicoterapeuta in formazione in terapia sistemico relazionale, attiva nell’associazione Fornaci Rosse (Vicenza) e nello Sportello di Primo Ascolto del Circolo Nadir (Padova).
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