Quando la burocrazia vale più dei carri armati

Comune-info - Wednesday, February 18, 2026
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“La proprietà è un furto”. Quando Proudhon scrisse questa frase provocatoria nell’Ottocento, intendeva smascherare il fatto che dietro ogni titolo di proprietà formalmente legittimo si nasconde spesso un’appropriazione originaria violenta, poi normalizzata attraverso il diritto. La proprietà non nasce dal nulla: nasce da atti di forza che vengono poi cristallizzati in documenti, registri, catasti. Ma c’è un rovesciamento ancora più cinico di questa dinamica: quando il catasto stesso, lo strumento che dovrebbe certificare la proprietà esistente, diventa il meccanismo attraverso cui si compie il furto, quando la registrazione burocratica non documenta una realtà preesistente, ma la trasforma a favore di chi controlla l’apparato amministrativo. È esattamente quello che sta accadendo in Cisgiordania.

Il provvedimento invisibile che cambia tutto

C’è un tipo di notizia che quasi sempre passa sotto la soglia dell’indignazione pubblica, perché non ha l’estetica dello drammaticità immediata: non è un bombardamento, non è una dichiarazione incendiaria, non è un video virale. È una delibera, una procedura, un fascicolo amministrativo. Eppure, nel lungo periodo, può valere più di un’operazione militare: perché produce irreversibilità.

In questi giorni il governo israeliano ha approvato la ripresa e istituzionalizzazione della registrazione catastale delle terre in Cisgiordania, con un focus particolare sull’Area C – quella zona che costituisce circa il 60% della Cisgiordania e che secondo gli Accordi di Oslo dovrebbe essere sotto pieno controllo militare e amministrativo israeliano solo temporaneamente, in attesa di un accordo definitivo. Tradotto in modo comprensibile: si rimette in moto un dispositivo burocratico che decide, in ultima istanza, chi “esiste” giuridicamente sul territorio e chi no. Chi ha diritti documentabili e chi è solo un’ombra tollerata fino a revoca.

Perché il catasto non è “solo tecnico”

Il nodo non è il catasto in sé. In uno stato di diritto funzionante, un registro catastale dovrebbe essere uno strumento di certezza giuridica e tutela dei proprietari: sapere esattamente chi possiede cosa, proteggere i diritti di proprietà, facilitare transazioni trasparenti, impedire espropriazioni arbitrarie. Ma il nodo è il contesto: un territorio occupato militarmente da oltre 57 anni, frammentato amministrativamente in aree A, B e C con regimi giuridici differenti, sottoposto a ordinanze militari che si sovrappongono a leggi ottomane, giordane, israeliane, con archivi storici discontinui, documentazioni spesso incomplete o deliberatamente non riconosciute dalle autorità occupanti.

In questo contesto specifico, il “tecnico” diventa immediatamente e inevitabilmente politico: perché tende a trasformarsi in una inversione dell’onere della prova che penalizza sistematicamente chi ha meno accesso agli strumenti burocratici del potere.

Il labirinto impossibile

Per capire quanto sia kafkiana la situazione, bisogna ricostruire il labirinto giuridico-amministrativo in cui si trovano intrappolati i palestinesi che devono “dimostrare” la proprietà delle loro terre.

La Cisgiordania ha conosciuto, negli ultimi 150 anni, almeno cinque diversi regimi di proprietà terriera.

Il primo, Impero Ottomano (fino al 1917): sistema complesso basato su categorie come miri (terre statali), mulk (proprietà privata piena), waqf (terre religiose), matruka (terre comuni). Molte terre non erano formalmente registrate perché la registrazione comportava tasse e coscrizione militare, quindi le famiglie spesso evitavano di registrare formalmente proprietà tramandate da generazioni.

Il secondo, Mandato Britannico (1917-1948): tentativo di modernizzare il catasto, ma incompleto. Molte aree rurali rimasero fuori dalla registrazione sistematica.

Il terzo, Amministrazione Giordana (1948-1967): continuò parzialmente il lavoro britannico, ma con discontinuità e lacune, specialmente nelle zone rurali e beduine.

Il quarto, Occupazione israeliana (dal 1967): impose ordinanze militari che si sovrappongono a tutti i sistemi precedenti, dichiarando spesso “terre statali” quelle non registrate secondo criteri israeliani.

Il quindo, Autorità Nazionale Palestinese (dal 1993, solo Aree A e B): competenza limitata e frammentata, senza continuità territoriale.

Ora, immaginiamo di essere un contadino palestinese la cui famiglia lavora quella terra da generazioni. Quali documenti dobbiamo produrre per “dimostrare” la proprietà?

L’impossibilità strutturale della prova

Il primo problema è rappresentato dai documenti che non esistono. Molte famiglie palestinesi hanno ereditato terre di generazione in generazione senza mai formalizzare la proprietà secondo i criteri ottomani, britannici o giordani. Non per negligenza, ma perché: la registrazione comportava costi e rischi (tasse, coscrizione); in società tradizionali la proprietà era riconosciuta dalla comunità, non da un archivio statale; le terre comuni (per pascolo, raccolta legna) non avevano proprietari individuali registrabili. Risultato: non esiste un documento originario da cui partire per dimostrare la catena di proprietà.

Il secondo problema sono i documenti che sono stati distrutti. Guerre, devastazioni, sfollamenti hanno fatto sparire archivi. Molti palestinesi hanno perso documenti durante la Nakba del 1948, durante la guerra del 1967, durante demolizioni di case, confische, evacuazioni forzate. Come provare la proprietà se il documento che la attestava è stato distrutto in un bombardamento o confiscato durante uno sfollamento?

Il terzo problema sono i documenti che non vengono riconosciuti. Anche quando i documenti esistono, infatti, l’autorità militare israeliana spesso non li riconosce perché: non sono conformi agli standard israeliani di registrazione; sono in arabo ottomano antico, difficile da interpretare; mancano passaggi formali nella catena di trasmissione ereditaria; non seguono le procedure burocratiche israeliane imposte dopo il 1967. Un documento perfettamente valido sotto il diritto giordano quindi può essere semplicemente ignorato dall’amministrazione israeliana.

Il quarto problema è legato invece all’inversione dell’onere della prova. Mentre in un sistema giuridico normale lo Stato deve dimostrare che una terra è pubblica prima di appropriarsene, qui funziona al contrario: la terra viene presunta statale (cioè israeliana) finché il palestinese non dimostra il contrario con documenti che, come abbiamo visto, spesso non esistono, sono stati distrutti, o non vengono riconosciuti. È come se ti dicessero: “Questa casa è mia, a meno che tu non dimostri con documenti vecchi di 100 anni, conformi a criteri che io decido unilateralmente, che è tua. E se non ci riesci, la prendo legalmente…”.

Il quinto problema, infine, è il tempo come nemico. Molte terre palestinesi sono classificate come “non coltivate” o “abbandonate” perché: il proprietario non ha potuto accedervi a causa di restrizioni militari; sono state dichiarate “zone militari chiuse”; sono state separate dal villaggio dal Muro di Separazione.

Il proprietario è in esilio e non può tornare

Dopo un certo periodo di “non utilizzo” (determinato unilateralmente), queste terre vengono dichiarate “abbandonate” e quindi trasferibili allo Stato. Ma il non-utilizzo è spesso conseguenza diretta delle restrizioni imposte dall’occupante. È un meccanismo dunque che si autoalimenta: ti impedisco di coltivare la terra, la terra diventa “non coltivata”, posso dichiararla abbandonata, la registro come statale.

Facciamo un caso reale, ripetuto migliaia di volte. Una famiglia palestinese possiede terre tramandate dal nonno. Il nonno le aveva ereditate dal padre, che a sua volta le aveva lavorate per decenni sotto gli ottomani. Nessuna registrazione formale, perché nella cultura tradizionale la proprietà era riconosciuta dalla comunità del villaggio. 1967: arriva l’occupazione israeliana. La terra è in Area C. Anni ’80: Israele dichiara parte di quella terra “zona militare” o “riserva naturale”. La famiglia non può più accedervi. Anni ’90: dopo anni di non-coltivazione forzata, la terra viene classificata come “abbandonata”. Anni 2000: viene assegnata a un insediamento coloniale o dichiarata “terra statale”. Ora: con il nuovo catasto, la famiglia dovrebbe “dimostrare” la proprietà… Ma con quali documenti? Il nonno non aveva registrato niente formalmente. Gli archivi ottomani (se esistevano) sono inaccessibili. L’amministrazione israeliana non riconosce la testimonianza della comunità come prova. La terra era stata resa inaccessibile da ordinanze militari israeliane. Risultato: la terra passa formalmente allo Stato israeliano. Legalmente. Burocraticamente. Senza sparare un colpo.

Come funziona l’inversione dell’onere della prova

Il principio pratico del nuovo catasto funziona così: se tu, palestinese, non riesci a dimostrare con documenti formali e catene complete di titolarità (spesso storicamente difficili o impossibili da ricostruire per tutte le ragioni appena spiegate) che quella terra è davvero tua secondo criteri stabiliti unilateralmente dall’autorità occupante, quella terra viene classificata come “terra dello Stato”. E una volta che la terra diventa formalmente “dello Stato” nei registri ufficiali, tutto ciò che segue – pianificazione territoriale, permessi edilizi, infrastrutture, destinazioni d’uso, assegnazioni a coloni – tende a muoversi inesorabilmente in una sola direzione.

Non serve dichiarare urlando “annessione formale”. La fai silenziosamente, con timbri, mappe catastali, registri amministrativi che trasformano l’assenza di documenti in perdita di diritti. È l’annessione burocratica: meno visibile, più duratura, molto più difficile da contestare o rovesciare.

L’architettura dell’irreversibilità

Il provvedimento catastale assume un significato che va ben oltre la singola misura amministrativa. Non è un atto isolato, è un tassello di una strategia sistematica di annessione a bassa visibilità mediatica. Una strategia che non punta solo al controllo militare temporaneo del territorio (che potrebbe essere reversibile in caso di accordo politico), ma alla sua trasformazione giuridico-amministrativa permanente: rendere la presenza palestinese più fragile, più contestabile sul piano formale, più revocabile in qualsiasi momento; rendere invece il controllo israeliano più “normale”, più amministrativo, più profondamente radicato nelle carte e nei computer, più difficilmente discutibile sul piano pratico anche da parte della comunità internazionale.

Quando un insediamento coloniale viene costruito, può (in teoria) essere smantellato, come è successo a Gaza nel 2005. Ma quando la proprietà della terra sottostante viene trasferita formalmente nei registri dello Stato, quando le mappe catastali ufficiali riflettono una realtà diversa, quando gli archivi amministrativi consolidano una situazione di fatto in situazione di diritto, l’irreversibilità diventa molto più profonda. È la differenza tra occupazione (che il diritto internazionale riconosce come situazione temporanea e reversibile) e sovranità amministrativa de facto (che crea fatti compiuti difficilissimi da smantellare).

“L’Ordine del Caos”: il diritto come strumento di dominazione

Insomma, nei conflitti contemporanei la dominazione non passa soltanto attraverso la forza militare bruta, ma sempre più attraverso l’architettura del diritto e della burocrazia (è questo il tema centrale del libro L’Ordine del Caos, Ombre corte, scritto dall’autore dell’articolo, ndr). Non è l’assenza di leggi, non è il puro caos hobbesiano. È qualcosa di più insidioso: l’uso selettivo, asimmetrico e strumentale delle regole formali per produrre ordine per alcuni e caos per altri. È la moltiplicazione di regimi giuridici sovrapposti e contraddittori che rendono impossibile la certezza del diritto per chi è debole, ma offrono mille strumenti legali a chi è forte.

Il diritto internazionale viene solennemente proclamato nelle conferenze e nelle risoluzioni ONU (la Cisgiordania è “territorio occupato”, gli insediamenti sono “illegali secondo il diritto internazionale”, l’annessione è vietata). Ma sul terreno, la realtà materiale cambia giorno dopo giorno attraverso dispositivi tecnici che producono conseguenze giuridiche sostanziali.

Si approva un piano regolatore che rende impossibile costruire case palestinesi dichiarando il 70% dell’Area C “zona militare” o “riserva naturale”. Si istituisce un regime di permessi edilizi talmente complesso che il 98% delle richieste palestinesi viene respinto. Si demoliscono costruzioni “abusive” mentre pochi chilometri più in là crescono insediamenti con piscine e centri commerciali. E ora: si registra catastalmente la proprietà secondo criteri che favoriscono sistematicamente una popolazione a scapito dell’altra.

È l’ordine del caos: non l’assenza di regole, ma la proliferazione controllata di regole contraddittorie, la loro applicazione selettiva, il loro uso come strumento di ingegneria sociale e territoriale. Ordine perfetto per chi controlla l’apparato burocratico-militare. Caos kafkiano per chi lo subisce.

La normalizzazione attraverso la tecnocrazia

C’è un elemento ulteriore, ancora più sottile, in questa strategia: la normalizzazione attraverso il linguaggio tecnocratico. Un catasto suona neutrale. Suona addirittura progressista, modernizzante: “finalmente portare certezza giuridica”, “superare la confusione amministrativa”, “garantire i diritti di proprietà”. Chi può opporsi a principi così ragionevoli? Ma è esattamente qui che si annida la trappola retorica che produce effetti reali. Perché il linguaggio tecnico-amministrativo nasconde le asimmetrie di potere che ne determinano l’applicazione concreta. Presentare come “modernizzazione amministrativa” quello che è sostanzialmente uno strumento di consolidamento dell’occupazione è un’operazione di mascheramento ideologico perfetta.

È lo stesso meccanismo che funziona con le “Zone militari chiuse”, le “Riserve naturali strategiche”, i “Piani di sviluppo territoriale”, le “Procedure di sicurezza standardizzate”. Tutto suona tecnico, necessario, inevitabile. E proprio questa patina di inevitabilità tecnocratica è ciò che permette di procedere senza suscitare lo scandalo che una dichiarazione politica esplicita provocherebbe.

Se Israele dichiarasse domani “annetto formalmente l’Area C”, ci sarebbe (o dovrebbe quantomeno esserci) una reazione internazionale immediata, condanne, forse anche sanzioni (quelle no… siamo consapevoli). Ma se si procede per via amministrativa – un catasto qui, una pianificazione territoriale là, una riclassificazione delle terre dall’altra parte – ogni singola misura sembra troppo piccola, troppo tecnica, troppo “interna” per giustificare una crisi diplomatica. E intanto, passo dopo passo, l’annessione di fatto si consolida in annessione di diritto registrata negli archivi dello Stato.

La complicità silenziosa della comunità internazionale

E qui arriva la domanda politica inevitabile, scomoda, che riguarda anche e soprattutto noi europei che amiamo proclamarci “difensori del diritto internazionale”: se diciamo di difendere il diritto internazionale, che cosa facciamo concretamente davanti a misure che, passo dopo passo, rendono permanente ciò che il diritto internazionale definisce espressamente temporaneo (l’occupazione) e trasformano in “amministrazione normale” ciò che è, sostanzialmente, appropriazione territoriale e consolidamento coloniale? Perché c’è una forma di complicità anche nel silenzio tecnocratico, anche nel “non è il momento”, anche nel “è troppo complesso per intervenire”, anche nel limitarsi a “deplorare” senza mai passare a conseguenze concrete.

Quando l’Ue finanzia progetti di sviluppo in Area C che poi vengono demoliti sistematicamente dall’amministrazione militare israeliana, e si limita a “esprimere preoccupazione” senza trarne conseguenze politiche, sta di fatto normalizzando l’ordine del caos. Sta accettando che esistano regole per alcuni (Israele può demolire, espropriare, registrare catastalmente) e regole diverse per altri (i palestinesi devono dimostrare l’indimostrabile per mantenere diritti che il diritto internazionale riconosce loro in teoria).

Quando si continua a parlare di “soluzione a due Stati” mentre il territorio dello Stato palestinese viene metodicamente frammentato, registrato, riclassificato, trasferito nei catasti israeliani, si sta di fatto fingendo che il tempo non conti, che l’irreversibilità materiale e giuridica che si accumula giorno dopo giorno sia reversibile con un accordo politico futuro. Ma la verità è che ogni giorno che passa senza conseguenze per queste misure rende più difficile, più costoso, più improbabile qualsiasi accordo futuro. Perché smantellare un insediamento è una cosa; smantellare una struttura di proprietà consolidata nei registri catastali, con transazioni economiche, con diritti acquisiti riconosciuti dal sistema giuridico israeliano, è tutt’altra cosa.

Perché l’annessione non avviene solo quando viene dichiarata

C’è una lezione generale, qui, che va oltre il caso specifico israeliano-palestinese e che illumina molti conflitti contemporanei. L’annessione non avviene solo quando viene dichiarata formalmente con un atto sovrano solenne. Avviene anche, forse soprattutto, quando viene registrata burocraticamente, amministrata quotidianamente, normalizzata nei file degli uffici catastali, consolidata nelle pratiche routinarie dello Stato. Questa è la forma di potere più insidiosa del XXI secolo: non quella che si manifesta con la violenza spettacolare e quindi genera resistenza e indignazione, ma quella che si infiltra nelle procedure, che si naturalizza nei formulari, che si sedimenta negli archivi. È il potere che non ha bisogno di giustificarsi ideologicamente perché si presenta come pura necessità tecnica. È il potere che non teme il dibattito politico perché si sottrae al dibattito collocandosi nel regno dell’amministrazione, dove solo gli esperti possono entrare e dove il cittadino comune si perde in labirinti di competenze sovrapposte, cavilli procedurali, rimandi infiniti.

È il potere, insomma, che produce l’ordine del caos: un sistema che appare caotico e incomprensibile a chi lo subisce, ma che ha una sua logica ferrea, una sua razionalità strumentale perfetta per chi lo gestisce.

Quando la proprietà diventa davvero un furto

Torniamo alla provocazione iniziale: la proprietà è un furto? Nel caso del catasto in Cisgiordania, la risposta è inequivocabile: sì, quando lo strumento che dovrebbe certificare la proprietà diventa il meccanismo attraverso cui si compie l’appropriazione/espropriazione. Il catasto non sta documentando una realtà preesistente. Sta creando una nuova realtà giuridica che trasforma terre palestinesi lavorate da generazioni in “terre statali” israeliane semplicemente perché i criteri di prova sono stati costruiti in modo tale da rendere impossibile la dimostrazione della proprietà palestinese.

È il furto perfetto: legale, burocratico, irreversibile. E silenzioso.

La notizia del catasto in Cisgiordania sembra piccola, tecnica, noiosa. Non fa notizia come un bombardamento o un’evacuazione forzata. Ma nel lungo periodo è forse più decisiva, perché produce quel tipo di cambiamento che poi diventa “realtà sul terreno” difficilissima da smantellare.

Quando tra vent’anni (se non prima) Israele dirà “ma ormai l’Area C è nostra da decenni, guardate i catasti, guardate le mappe, guardate le proprietà registrate, guardate le transazioni economiche, guardate le infrastrutture – come potete chiedere di smantellare tutto questo?”, quella argomentazione sarà supportata da migliaia di faldoni, database, registri ufficiali che sono stati riempiti proprio in questi anni, proprio con provvedimenti come quello di questi giorni.

L’annessione non avviene solo quando viene dichiarata. Avviene anche quando viene registrata… nel silenzio. E noi, che cosa facciamo mentre i registri si riempiono?

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