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Black: nero non è solo un colore
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 La terza parola del Contro Dizionario del Confine esprime molto di più di una sfumatura cromatica: è una presa di posizione, è l’incarnazione di una soggettività. «Nous les blacks» è l’espressione con cui molti soggetti razzializzati si autodefiniscono lungo la rotta tunisina e nel Maghreb, trasformando uno stigma in emblema di orgoglio e fratellanza. Nello sguardo dominante, “nero” è marchio di inferiorizzazione, ma gli aventuriers gli attribuiscono solidarietà, appartenenza, riconoscimento reciproco che va oltre l’appartenenza allo stesso Paese o l’uso comune di una lingua. “Noi neri” è un soggetto plurale non privo di tensioni: dentro le violenze delle frontiere, le gerarchie di classe e le eredità della tratta transahariana, Black attraversa tanto la migrazione quanto lo spazio della cittadinanza, affrontando le sfide di essere riconosciuti come cittadini in una società che esclude e discrimina. Black è allora una parola che racconta insieme oppressione, resistenza e ambivalenze delle relazioni di potere lungo le rotte degli aventuriers. BLACK Questa parola è stata curata da Filippo Torre, Luca Queirolo Palmas e Franck Yotedjie dell’Università di Genova. Filippo Torre ha, inoltre, curato l’edizione del Contro Dizionario del confine. Ogni identità collettiva si costruisce come posizionamento dentro uno spazio di relazioni. Nous les blacks è un’espressione ricorrente attraverso cui soggetti razzializzati si autodefiniscono lungo le diverse tappe dell’avventura migratoria dentro lo spazio tunisino e del Maghreb più in generale. Se per la società ospitante l’etichetta di «nero» è un segno di inferiorizzazione (si veda Jebri) che può operare fra i soggetti razzializzati in chiave di autocensura, delimitando ciò che si può dire, fare o rivendicare, nous les black si articola dentro una dimensione di orgoglio, di trasformazione di uno stigma in emblema. In qualità di autodefinizione si contrappone a or noir, che incarna lo sguardo espresso dai locali – les chefs arabes – che nei blacks vedono una risorsa da sfruttare (si veda Or noir). Eppure colore, oppressione, migrazione e solidarietà si depositano in contesti sociali e politici che sono attraversati essi stessi da dibattiti, presenze, lotte per il riconoscimento agite dai maghrebini neri; cittadini la cui presenza porta il segno di un passato legato alla schiavitù domestica, a secoli di tratta transahariana. La linea del colore nella migrazione si sovrascrive ed entra in frizione con la linea del colore dentro lo spazio della cittadinanza nel Maghreb. In particolare il processo attraverso cui si «diventa neri» lungo la rotta tunisina è stato alimentato dall’eredità storica della tratta di schiavi transahariana, dalla crescente delega del controllo delle frontiere europee al regime tunisino, dalla circolazione di discorsi e legittimazioni di tipo etno-nazionalista e sovranista che hanno raggiunto la loro massima espressione nel discorso del presidente Kaïs Saïed del febbraio 2023, con cui evocava «un piano criminale ordito all’alba di questo secolo per modificare la composizione demografica della Tunisia, al fine di trasformarla in un paese solo africano e offuscare il suo carattere arabo e musulmano». Il noi nero degli aventurier se da un lato agisce come denominatore di una fratellanza possibile, da attivare, dall’altro occulta lo spazio soggiacente delle disuguaglianze, di classe e di potere. Arnaqueur, kidnappeur, falsi cokseur, guardiani di prigioni e torturatori sono spesso predatori neri che agiscono contro altri neri; inoltre chi fa il viaggio attraverso il deserto è in termini di classe distinto da quanti arrivano con visti e aerei per iscriversi nelle università del Maghreb. Quanti sono in solidarietà durante il viaggio afferiscono allora a cerchie più ristrette, di frères e soeurs (si veda Frères/soeurs), di amici e parenti, di boys e uncles, di relazioni dettate spesso dall’anzianità e dalla protezione. Infine, questa dimensione binaria – nous les blacks, loro les arabes – nasconde gli incontri solidali e di interesse che spesso mettono insieme locali e aventurier. Per fare la traversata c’è sempre bisogno di un arab che procura il materiale necessario e che provi a corrompere le guardie; e ancora, durante le marce per attraversare le frontiere e il deserto ed evitare le deportazioni, sono spesso gli abitanti locali che, mossi da una solidarietà fondata sulla religione, offrono cibo e riparo ai viaggiatori nonostante i rischi della repressione a opera delle autorità. ESEMPI DAL CAMPO Noi parliamo di noi con il colore. Noi siamo gli africani neri, loro, gli arabi, sono gli africani bianchi. È un termine che usiamo fra noi. Non ci stanno designando altri, non è razzismo. Lo usiamo noi per chiamare noi che siamo qui. È la solidarietà fra noi neri, anche un sudanese è un nero, non c’entra la lingua. È la fratellanza, fratellanza di pelle, di colore. Non conta la nazionalità. I sudanesi, i senegalesi, sono black come noi, anche se parliamo lingue diverse. Black per noi è una parola universale, vuol dire fratello. Gli arabi invece li chiamiamo in diversi modi, suraka, mukala, mbozo, mkassa. Intervista con William, Corrispondente del Giornale delle rotte Quando diciamo nous les blacks è un modo per elevare il nostro colore, perché qui in Tunisia, e ovunque nel Maghreb, noi neri siamo discriminati, visti come meno di niente, noi soffriamo il loro razzismo. Intervista con Popina, Corrispondente del Giornale delle rotte Sono storie di fughe, di caccia, di torture, di violenze e anche di piccoli incontri solidali in cui devi decidere se fidarti o meno di chi hai di fronte. Perché nel viaggio c’è sempre chi conosce la strada e chi non la conosce; e i primi dipendono dai secondi, o attraverso la solidarietà o attraverso la compra-vendita di servizi. Quando chiedo a Buba se usava l’espressione we the blacks, quando stava in viaggio o negli accampamenti in Tunisia, ride. Sono i neri che mi hanno sequestrato, sono i neri che mi hanno torturato. Lui parla invece come leader di un gruppo in viaggio, usando spesso l’espressione my boys o attraverso il titolo attraverso cui veniva chiamato dai suoi boys: uncle. Il suo racconto è la storia di come il gruppo in viaggio sia l’unità di base della solidarietà, quasi l’unica, di come i boys si perdano e si reincontrino lungo le diverse stazioni che dal Gambia conducono alle coste del Mediterraneo. Estratto dei diari di campo, marzo 2025
Aventure: “Come viene, viene, e continuare comunque”
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Nelle rotte dell’Africa occidentale e del Mediterraneo centrale una parola viene usata da chi attraversa o tenta di farlo: “avventura“. È un termine che restituisce una mobilità esistenziale e sociale fatta di coraggio quotidiano, violenza strutturale, disuguaglianze radicali e solidarietà necessarie. Parla di sopravvivenza, desiderio di futuro e forza di spirito. Descrive donne e uomini che sfidano l’ingiunzione all’immobilità per provare, semplicemente, a vivere, per continuare a farlo con dignità, con forza. La parola, in questo Contro Dizionario del Confine, è stata redatta da Franck Yotedje, Vincenza Pellegrino e Luca Queirolo Palmas che l’hanno raccolta e ripensata insieme agli avventurieri.  Loro, ci regalano una poesia collettiva che hanno redatto insieme e che trova spazio nel The Routes Journal. Avventura Per me, l’avventura è la scuola della vita. È uscire dalla propria zona di comfort, aprire la porta all’ignoto, all’incertezza, al rischio, alla scoperta. Per me, l’avventura è un’esperienza che racconta i sentieri che ci si prepara a percorrere ancora prima di sapere dove conducono. È una destinazione sconosciuta, un futuro che si spera migliore, con tutte le difficoltà lungo il cammino, le cadute, le deviazioni, i colpi duri che ti spezzano e allo stesso tempo ti rendono più forte per continuare ad andare avanti. Per me, l’avventura è un evento inatteso, sorprendente, dal finale incerto, spesso rischioso. È la scoperta dell’ignoto, un impegno prezioso, una scommessa fatta con la speranza di costruire qualcosa di migliore. Per me, l’avventura è scoprire una vita nuova, è credere che, nonostante le prove, un giorno andrà meglio. L’avventura è partire senza una destinazione, lasciare la famiglia alle spalle, andare avanti, attraversare il deserto senza acqua, con la fame, il vento, il caldo e poi il Mar Mediterraneo. Camminare dicendosi nella testa: «come viene, viene» e continuare comunque. Perché l’avventura è reale. È vissuta. È una preistoria fatta di fatti veri. E questa storia, andrebbe insegnata, trasmessa, raccontata alle generazioni future. AVENTURE Migrante/immigrato è ormai una parola abusata nel linguaggio mainstream – sia quello accademico sia quello comune – ed è carica di controindicazioni: pietrifica una condizione, la rende eredità, attraverso un participio passato, o inchioda in un presente continuo che non lascia scampo al cambiamento, a risoggettivarsi sotto un’altra luce che non sia quella del movimento passato o del movimento perpetuo. Raramente abbiamo ascoltato la parola migrante/immigrato facendo ricerca fra coloro che provano ad attraversare il Mediterraneo centrale. I nostri interlocutori provenienti dall’Africa Occidentale e che abbiamo imparato a conoscere nelle loro peripezie fra Marocco, Algeria, Libia, Tunisia, ne privilegiano altre. Una fra tutte è avventura, e il modo soggettivo di definirsi è quindi quello di avventurieri. Con questo termine si allude a un campo di situazioni e significati che eccede il movimento in sé e mette in rilievo la dimensione del rischio, la sua assunzione volontaria, l’investimento personale, la gioia della scoperta e la trasformazione dello sguardo attraverso il viaggio e gli incontri, la costruzione di un sapere utile a destreggiarsi, l’aleatorietà e imprevedibilità delle situazioni. La parola aventure restituisce quindi, nei molti casi in cui viene citata, l’idea del movimento nello spazio come principale dinamica della mobilità esistenziale e sociale, principale concreto strumento di sottrazione all’inedia e allo sfruttamento, dimensione necessaria alla sopravvivenza ancor prima psichica e culturale che materiale per chi nasce e cresce in contesti dove la precarietà è tanta e il contesto aleatorio (in Africa come in tutto il mondo, verrebbe da dire). Ma in questo contesto la violenza è sempre dietro l’angolo (e maggiore è la necessità di nascondersi maggiore sarà la violenza derivante dalla non visibilità forzata), e diventa spesso violenza sessuale quando l’avventura è quella delle donne. Si tratta quindi di conservare tutta la portata semantica del termine avventura nel senso di «ingiunzione alla vita» (provare a vivere è un dovere), mettendo in secondo piano invece la dimensione romantica ed esotica che spesso viene evocata da questa parola, che in questo contesto non ha nulla della eccezionalità di eroismi individuali e si pone invece come epopea collettiva, come forza vitale dell’uomo e della donna comune davanti all’insufficiente e all’avverso. In tal senso altri sostantivi attraverso i quali le persone interdette al movimento identificano il proprio gruppo sociale (si veda Soldat) non sono (sol)tanto alternativi a quello di aventurier, quanto piuttosto integrati a esso, come due facce della stessa medaglia. Da un lato l’aventurier cerca di aprirsi una via di vita, cerca di darsi una vita altrimenti impossibile in contesti di origine fortissimamente disuguali, dall’altro il soldat è la figura di una base piramidale in cui il singolo aventurier vale poco o niente se non si unisce ad altri, non potrà sopravvivere se non ubbidisce, sa di avere poche speranze di riuscita. Se boza si riferisce all’atto di sfidare la frontiera, di tirare i dadi in una partita che si vince o si perde (si veda Boza), l’aventure inizia quando si lascia casa e ci si mette in una situazione di ricerca, senza una destinazione fissa, predeterminata. Il termine opera come un fattore distintivo che rimanda a due elementi: la dimensione generazionale, perché la popolazione degli aventurier è composta nella stragrande maggioranza da persone giovani dotate di una cospicua dotazione di capitale corporeo (forza fisica, resistenza, agilità, ecc.); e la classe sociale di appartenenza. Così da un lato troviamo gli aventurier (a volte anche designati come «quelli del deserto»), dall’altro gli studenti, quelli che si muovono con i visti e gli aerei. Una composizione sociale che ci permette di capire come le condizioni di mobility injustice configurino percorsi geografici e condizioni sociali di movimento radicalmente differenti già a partire dal paese di origine. Questa distinzione, se riafferma a volte un orgoglio subalterno, dall’altro offusca gli spazi di scambio e solidarietà che si danno in un contesto come quello tunisino in cui il razzismo di stato contro la popolazione black (si veda Black) non fa molti sconti in relazione ai documenti che si hanno in tasca. Sono tutti «oro nero» e in quanto tali vittime di deportazioni e tratta di stato verso la Libia (si veda Or noir). Capita allora che gli studenti e i loro spazi quotidiani divengano a volte un rifugio provvisorio per i loro fratelli più poveri, mettendo a disposizione abitazioni e relazioni. Gli stessi studenti quando prendono il mare divengono aventurier e bozayeur (si veda Boza). Aventure infine è riaffermare una sete di conoscenza e una forza dello spirito che spinge soggetti subalterni e razzializzati in una sfida continua al fine di cambiare la propria vita e quella delle proprie famiglie. Il termine, diffuso lungo tutte le rotte terrestri e marine nel Maghreb e in Africa subsahariana, è stato registrato dalla letteratura socio-antropologica più attenta sin dai primi anni 2000. ESEMPI DAL CAMPO Un viaggio ha una meta, l’avventura non ha destinazione. Cerchi solo una vita migliore, anche senza risorse ti metti in avventura. L’avventura è uno spirito, la capacità di far fronte all’ignoto. C’è il sogno, l’eldorado, per intraprendere il cammino, c’è la speranza che con la forza della volontà e la benedizione del cielo si arriverà in un luogo in cui i giorni saranno migliori. È uno stato dell’animo, più che un itinerario che si può descrivere. Prevede anche un pensiero da soldato, perché il cammino, si sa, è difficile. Come dice una canzone, «Io vado avanti con gli occhi chiusi» e un’altra ancora «La marcia indietro è rotta». Se sei aventurier non puoi che andare avanti. Intervista con il testimone numero 5 del rapporto State trafficking L’aventure è la stessa per le donne e per gli uomini. Ma alle donne viene chiesto di donare il corpo per ottenere qualche cosa. La donna ha più rischi dell’uomo quando decide di andare in avventura. Io stessa sono stata vittima di violenza sessuale. E se non sei sostenuta finanziariamente, la tua avventura è molto difficile. Dall’inizio della mia avventura non ho mai avuto sostegno, mi sono retta da sola, mi sono battuta da sola per arrivare sino in Tunisia. Per le donne è impossibile evitare la violenza sessuale, soprattutto nel deserto. E poi c’è la prostituzione, la donna si prostituisce per avere un po’ di denaro. La donna se non ha nessuno che la sostiene ha bisogno della prostituzione per avanzare nel cammino… Intervista con la testimone numero 2 del rapporto State trafficking  L’avventura? Il mio viaggio è stato… Andare verso nulla e senza niente e, quasi per magia, arrivare a una destinazione imprevista. Intervista con Kamto, una volta arrivato in Italia
Arnaqueur: la parola della promessa tradita
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu.  È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Arnaqueur è la prima parola. Quella che apre il Contro Dizionario.  L’ha redatta Enrico Fravega. L’ha ascoltata in Tunisia la prima volta, l’ha ritrovata nella pagina facebook di Marino Dubois, mama Africa, l’ha tessuta discutendo con le persone in movimento che ha incontrato negli Zitounes. Arnaqueur nomina una figura centrale e ambigua del viaggio: è chi regala la promessa di attraversare e al contempo tradisce la fiducia di chi parte. Non è solo un truffatore. È un nodo opaco delle reti informali che rendono possibile e al contempo rischiosa  la mobilità nel Mediterraneo Centrale.  La sua reputazione si costruisce sul tradimento di una promessa a cui non ha tenuto fede.  Le azioni dell’arnaqueur producono perdita economica per le persone in movimento e sono la traduzione di un mercato che, come tale, lascia spazio agli scambi, ma anche alla truffa. Come qualunque altro mercato.  Quando l’Arnaqueur viene identificato e denunciato, spesso tramite messaggi che passano sulle reti sociali come un tam tam, per lui è la fine. Esposto alla pubblica gogna, segnalato, isolato, paga il prezzo del suo inganno col corpo e con l’esclusione dalle reti sociali.  Questa voce  del Controdizionario mostra come il viaggio di chi cerca di arrivare in Europa non sia fatto solo di rotte e barche, di cammini, sentieri e strade percorse, ma di relazioni fragili, fiducia negoziata e violenze che passano anche attraverso le parole. ARNAQUEUR Utilizzato anche come sinonimo di voleur, escroc o fake-cokseur e derivato dal francese arnaquer («truffare»), questo termine, traducibile come «truffatore», identifica chi, attraverso il raggiro, trae un vantaggio economico dagli aventuriers che cercano di attraversare il Mediterraneo a partire dalle coste tunisine. Normalmente l’arnaque comporta la vendita di falsi passaggi per l’Europa, il mancato rimborso del denaro versato per il passaggio su tobà (si veda Tobà) non effettivamente partite, o la vendita di falsi visti che non va a buon fine. Può implicare anche il pagamento per beni che non sono poi resi disponibili (per esempio il mancato conferimento del motore fuoribordo o dei salvagenti). Molte delle piattaforme social che costituiscono l’infrastruttura informativa attraverso la quale bozayeurs (Si veda boza) e aventuriers organizzano la propria quotidianità e il proprio viaggio riportano dei veri e propri avis de recherche, corredati da tutte le informazioni necessarie a identificare l’arnaqueur, come nomi, cognomi, soprannomi, nazionalità, fotografie della persona e descrizione della truffa operata. La pubblicazione dell’avis de recherche si configura sia come una risorsa informativa per chi potrebbe trovarsi ad avere a che fare con il truffatore, sia come una forma di svalorizzazione del capitale sociale dell’arnaqueur. In questo senso l’avis de recherche si configura come una sorta di gogna social che permette l’identificazione dell’arnaqueur e, operando in modo non dissimile dal modo in cui funzionano le piattaforme di recensioni online (per esempio Tripadvisor, ma anche Google e lo stesso Facebook), rivela il ruolo cruciale della reputazione nelle reti informali attraverso cui prende forma il viaggio. Oltre alle sanzioni simboliche (biasimo e rifiuto sociale), qualora siano catturati, gli arnaqueurs possono essere soggetti a sanzioni negative economiche (multe) o fisiche. In altre parole, si applica loro il fakop (si veda Fakop). La figura dell’arnaqueur testimonia la densità e l’opacità delle relazioni che legano gli aventuriers alle reti degli intermediari che operano nello spazio stratificato delle migrazioni, e che si strutturano lungo linee reticolari legate all’amicizia, alla parentela, all’identità etnica o a relazioni di conoscenza maturate nel corso dei viaggi stessi. In questo quadro la rottura della relazione di fiducia attraverso la quale opera la truffa mostra l’importanza del legame sociale e delle forme di riconoscimento reciproco in tutte le interazioni e le negoziazioni che danno forma alla mobilità illegalizzata. ESEMPI DAL CAMPO TUNISIA…  Cocxeur disonesto  Nome: _viapi  Nazionalità: guineana  Era stato concordato che versassi il deposito il 10 seconda data il 20 ottobre… nessuna notizia nessuna risposta alle chiamate telefoniche arnaqueur. Mafia, come dice il tuo passeggero…  Post sulla pagina facebook marino dubois officiel
Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume a cura di Filippo Torre, è edito da Tamu.  È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. PRESENTAZIONE Cara lettrice, caro lettore,  quante volte hai preso in mano un dizionario? Sicuramente, hai iniziato da bambina. Se chiudi gli occhi, te ne ricordi il peso, la copertina rigida, l’odore delle pagine sottili ingiallite e sfogliate molte volte. Lo hai aperto per tradurre il mondo: le parole cercate, una alla volta, ti hanno salvato dall’incertezza, sciolto dubbi, rimesso ordine, riportato in un mondo sicuro perché comprensibile. Ti hanno regalato senso. Probabilmente più di uno, talvolta instillandoti il dubbio che del mondo non c’è un’unica versione possibile. In certi dizionari, pare che ogni cosa abbia il suo posto. Raccontandoti cosa vuol dire un termine che ti è sconosciuto, lo hanno trasportato da un’altra lingua che non è la tua. Ti hanno fatto viaggiare, ma solo per un breve momento.  Ora invece stai per entrare in un vocabolario che ti spingerà al movimento, un atlante linguistico che ti aiuterà a capire gli attraversamenti del Mediterraneo Centrale. Approfondimenti PAROLE IN MOVIMENTO: UN VOCABOLARIO PER CAPIRE LE FRONTIERE E CHI LE ATTRAVERSA Sul libro «Controdizionario del confine» Giovanna Vaccaro 15 Gennaio 2026 Lo farai attraverso le parole usate da chi migra cercando di raggiungere l’Europa a partire dall’Africa del nord, ma anche dalle persone che effettuano soccorsi in mare, da chi abita le isole, le comunità costiere, dai pescatori. Se l’hai visto in libreria e l’hai preso in mano, ti ha colpito la copertina di cartone color cartadazucchero, il dorso decorato da strane lettere che sembrano di un antico alfabeto, tanto antico quanto il movimento degli esseri umani su terra. Allora hai letto le parole, nella quarta di copertina. Se l’hai sollevato, ti ha sorpreso il suo formato tascabile e leggero e il titolo: Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale.  I dizionari classici portano verso o attraverso. Alcuni, come questo, Contro. Lo scoprirai qui, su Melting Pot, leggendo una voce alla volta per quarantadue settimane. Avrai la sensazione di trovarti in un mare aperto attraversato da rotte invisibili, pattuglie, attese, respingimenti. In questo spazio di limine, dove le frontiere non sono tracce ma pratiche, le parole possono aiutarti a non andare alla deriva. E per questo il Contro dizionario ti sarà utile. Questo testo non punta a nord: è una bussola strana. Non è rotta, nel senso che non va aggiustata. Però, come rotta, – nel senso di direzione – ti offre quarantadue parole, disposte in ordine alfabetico, come fari sparsi. Non sono le parole delle leggi, dei comunicati ufficiali o dei titoli di giornale. Sono invece quelle che circolano tra chi attraversa, soccorre, pesca, attende. Sono parole nate nel movimento, inventate, storpiate, riappropriate, ridisegnate, condivise da chi viaggia. Le si usa per indicare un alleato, riconoscere un pericolo, nominare una violenza o illuminare una speranza. Non è un dizionario che sta sulla cattedra: insegna, piuttosto, un sapere condiviso che ne ha permesso la scrittura.  Le sue parole rivendicano la forza della contaminazione tra tunisino, francese, italiano, siciliano. Sono libere e autentiche, perché portano dentro rabbia e desiderio, paura e ostinazione. Ti spostano, ti spingono a guardare il Mediterraneo centrale da un punto che raramente riesci a trovare nello spazio pubblico. Partono da una realtà: quella del confine come esperienza che attraversa i corpi, le lingue, le relazioni. Le sue parole sono strumento di sopravvivenza. In questo atlante linguistico, si scoprono le tracce lasciate da chi si muove in uno spazio che l’Europa rende sempre più mortifero, perché delega la violenza del controllo a polizie, governi e mercenari che eseguono e applicano le sue decisioni.  Attenzione: non si tratta di un manuale di magia. In quel caso, le parole raccolte come formule cancellerebbero la violenza. Qui, invece, la si nomina e la si riconosce. Se continuerai a leggere, scoprirai anche che questo Contro dizionario non serve solo a definire, ma a stare dentro: dentro un mare attraversato da disuguaglianze, dentro un linguaggio che resiste, dentro una mobilità che non accetta paralisi, che si oppone alla narrazione dominante fatta da un linguaggio che criminalizza “gli spostamenti di alcuni soggetti e gli sforzi di chi li sostiene”. L’autore è un intero equipaggio, quello della Tanimar. “Sembrano pirati”, avrai pensato. La ricerca da cui prende forma è collettiva, coordinata dalle università di Genova e Parma, attraversata da ricercatrici e ricercatori con sguardi, strumenti ed esperienze differenti, capaci di muoversi secondo traiettorie variabili. Dal 2021, gli autori hanno percorso il Mediterraneo centrale seguendo rotte molteplici in questo mare. Non hanno semplicemente osservato luoghi, piuttosto, seguito i movimenti di chi lo attraversa. In due occasioni il lavoro sul campo si è svolto a bordo di una barca a vela, la Tanimar, che ha dato nome all’autore collettivo di questo Contro dizionario: un equipaggio di ricerca in navigazione per un’etnografia del mare. Ma i ricercatori non sono gli unici autori. Le parole sono scritte a più mani, insieme a chi quelle parole le vive e le trasmette: persone in viaggio esperte di viaggio, magici narratori incontrati lungo il percorso, soggetti collettivi impegnati in pratiche di testimonianza, singole persone in viaggio ma anche soggetti dentro progetti abolizionisti collettivi, quali i corrispondenti della pagina Instagram The Routes Journal o i testimoni del rapporto State Trafficking. Gli incontri che lo hanno generato non sono episodici: sono trama continua di relazioni. Un lessico costruito camminando e stando accanto, seguendo parole che, come le persone, restano in movimento. Se queste persone non esistessero, il Contro dizionario non ci sarebbe. Non esisterebbe la copertina blu cartadazucchero, le quarantadue voci, ma neanche la descrizione di quel movimento e la narrazione profonda che descrive il confine. Non ci sarebbe il significato delle parole, ma anche il loro uso sociale e il loro potenziale di rottura.  Ora, caro lettore, cara lettrice, puoi finalmente iniziare. Comincia la prefazione e dalla settimana prossima il Contro dizionario ti lancerà all’aventure. PREFAZIONE DEL LIBRO  di Georges Kouagang In Camerun esiste una lingua chiamata camfranglais, talvolta chiamata francanglais o francamglais; è una forma mista, un vernacolo urbano nato dall’incrocio tra francese camerunense, inglese camerunense, Cameroonian Pidgin English ed elementi di lingue indigene del Camerun. Nasce come codice pratico e creativo utilizzato soprattutto dai giovani nelle aree urbane dove coesistono francofoni e anglofoni. Il camfranglais ha iniziato a emergere a metà degli anni ’70, subito dopo la riunificazione tra l’ex Camerun francese e l’ex Camerun inglese. È nato nei mercati, porti, scuole e stadi delle grandi città camerunensi. La sua popolarità è cresciuta dalla fine degli anni ’90 grazie anche al suo utilizzo nella musica urbana da musicisti come Koppo, Krotal e Ak Sang Grave, e anche da parte di alcuni scrittori. Spesso adoperato dai giovani (in particolare tra i dodici e i ventisei anni), è stato inizialmente più usato dagli uomini ma oggi più anche dalle donne. In contesti scolastici (soprattutto secondari) diventa un linguaggio nascosto utile per conversazioni tra coetanei, anche per comunicare in modo criptico rispetto agli adulti. Sul web e sui social è ampiamente presente, contribuendo alla formazione di un’identità urbana moderna, distaccata dai contesti coloniali o etnici. Mi chiamo Georges. Sono nato in Camerun e per anni ho lottato per i diritti del mio popolo. Sono un attivista; parlavo troppo, forse, in un paese dove la verità fa paura. Nel 2011 sono stato costretto a fuggire. La mia voce era diventata pericolosa. La mia vita un bersaglio. Ricordo ancora il giorno in cui ho lasciato casa. Non avevo niente con me, solo la speranza e una convinzione profonda: non sarei morto in silenzio. Il mio viaggio verso l’Europa è cominciato così. Lungo, difficile, spesso disumano. Attraversare il deserto, dormire sotto le stelle o sotto i colpi della polizia, ho sempre cercato di sopravvivere. Durante quel cammino ho imparato una parola nuova. Una parola che circolava sottovoce, come una formula segreta tra noi migranti: boza. La sentii per la prima volta in Camerun ma il suo vero significato lo capii in Marocco. Boza voleva dire «saltare il muro», entrare in Europa senza pagare, senza documenti, senza passare dalle mani dei trafficanti. Era il sogno di attraversare Melilla o Ceuta e gridare «ce l’ho fatta!» al mondo intero. Boza era libertà. Ma anche dolore. Con il passare del tempo la parola è cambiata. È diventata boza free, che significava più genericamente superare il confine via terra o via mare senza soldi, solo con il coraggio, solo con i piedi, solo con la voglia di vivere. Era un codice, una chiave che – come il camfranglais – usavamo tra noi, persone in movimento, persone che il mondo non voleva vedere e non vuole nemmeno oggi. Tra noi le parole erano un mezzo di comunicazione sicuro, invisibile agli occhi degli altri. Boza non era solo un termine: era una promessa. Una parola nata dalla strada, destinata a cambiare, a trasformarsi, come noi. Oggi sono in Italia. Vivo, continuo a lottare ma in un altro modo. Ogni tanto chiudo gli occhi e torno lì con la mente, a quel viaggio, a quel deserto, a quel confine. E sento ancora boza risuonare nella mia testa. Non è solo un ricordo: è la mia storia. È il mio nome inciso sulla strada verso la libertà. Ogni viaggio porta con sé una lingua. Una lingua fatta non solo di suoni e grammatica ma di urgenze, paure, speranze. Questo controdizionario nasce dall’ascolto di quelle parole che, troppo spesso, non trovano spazio nei documenti ufficiali, nei notiziari o nelle statistiche. Sono le parole dei migranti in transito: termini inventati, adattati, presi in prestito o trasformati, che circolano nei campi informali, nei centri di accoglienza, lungo le frontiere e nei luoghi di attesa. Parole che raccontano la geografia del viaggio, i rapporti di potere, la solidarietà, le strategie di sopravvivenza. A volte sono parole in codice, altre volte piccoli lampi poetici in mezzo al trauma. Raccoglierle non è solo un fenomeno linguistico: è un atto politico. Significa riconoscere che anche in condizioni estreme le persone continuano a nominare il mondo, a reinventare il linguaggio per raccontarsi e orientarsi. Significa accettare che esiste un vocabolario parallelo, precario, ma straordinariamente vivo, che nasce ai margini dei confini, nei silenzi delle istituzioni, nelle pieghe del quoti- diano. Il controdizionario non vuole tradurre i migranti ma piuttosto aprire un varco di ascolto. Ogni parola è qui accompagnata dal suo contesto, dalla sua origine, dalla voce di chi l’ha usata o raccolta. Perché capire queste parole non significa solo comprendere un lessico: significa comprendere una condizione umana. A chi legge, l’invito è di entrare in queste pagine con attenzione e rispetto. Non si tratta solo di parole: si tratta di vite che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle ascoltare.
Parole in movimento: un vocabolario per capire le frontiere e chi le attraversa
Controdizionario del confine. Parole alla deriva del Mediterraneo centrale (Tamu Edizioni, Novembre 2025) 1 raccoglie 42 parole dalla A alla Zeta, derivate dalle lingue coloniali e dall’arabo e innovate, manipolate, ibridate nel contesto dell’esperienza delle persone provenienti dall’Africa subsahariana o originarie della Tunisia verso l’Europa. Notizie/Arti e cultura «CONTRODIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE» Equipaggio della Tanimar, a cura di Filippo Torre (Tamu Edizioni, Novembre 2025) 21 Novembre 2025 L’Equipaggio della Tanimar 2, l’autore collettivo che prende il nome dalla barca a vela su cui hanno viaggiato nel cuore del Mediterraneo le ricercatrici e i ricercatori delle Università di Genova e Parma, ha raccolto queste parole da incontri, canzoni, diari di campo, testimonianze o post sui social network e le ha selezionate attraverso l’interlocuzione diretta con le persone in transito, in particolare, sul confine italo-tunisino. Parole di mare e di terra, fuori dalla storia ufficiale, recuperate e restituite in queste pagine con l’intento di esplorarne l’etimologia e il significato, ma soprattutto l’uso sociale e il potenziale sovversivo: parole di una lingua viva, in costante mutamento e movimento, parlata da chi, nel limbo determinato dalle politiche securitarie della fortezza Europa, si trova a muoversi sulla soglia tra il visibile e l’invisibile, subendo, resistendo e sfidando il razzismo, la violenza e l’emarginazione che da esse derivano, sia a livello istituzionale che sociale. Un contro-dizionario per una contro-narrazione in cui ogni parola è accompagnata da una o più testimonianze: esempi di campo che permettono di comprendere il loro significato o ri-significato pratico e profondo nella vita quotidiana delle persone in movimento. Una contro-narrazione dell’esperienza migratoria che, smarcandola dalla rappresentazione e narrazione dominante di massa indistinta di vittime o criminali, riesce a restituire la dimensione individuale, il protagonismo e la prospettiva di chi la vive, a partire dalle auto-definizioni di: adventurier, soldats, harraga, bozayeurz. PH: Roberta Derosas In questo contro-dizionario, che si fa innanzitutto luogo in cui si attraversano spazi geografici, marini e terrestri, spazi relazionali e sociali, spazi di auto-organizzazione, emarginazione o costrizione, si incontrano termini come: boutille (la parola “segreta” per indicare l’imbarcazione del viaggio in partenza), skadra (che indica la motovedetta militare tunisina che pattuglia le coste e riporta indietro), zitounes (che indica tutti i territori fatti di ripari di fortuna in cui vivono ammassate le persone in movimento) o centro (parola generica con cui vengono indicate tutte le tipologie di centro in cui si può finire una volta attraversato il Canale di Sicilia). Tra le pagine di Controdizionario di Confine trovano luogo anche le parole degli spazi virtuali, dei post di promozione dei viaggi, di “recensioni” su intermediari (cokseur), avvertenze su truffatori (arnaqueur) e le parole utilizzate da pescatori, abitanti, soccorritori. In un gioco di specchi, c’è spazio anche per un’espressione come or noir, oro nero: il termine con cui le persone in transito sanno di essere chiamate dai trafficanti e dagli sfruttatori autoctoni che traggono profitto dal traffico o dallo sfruttamento dei loro corpi. In questo archivio di parole di un Mediterraneo alla deriva, in cui si trovano parole segrete, alternative, armate, sacre, di solidarietà, speranza, resistenza, rabbia, sfida e rassegnazione non ci sono parole neutre perchè nella violenza e contraddizioni del confine marittimo che tradisce la sua stessa etimologia di “fine comune”, anche la parola “meteo” si carica di un significato di presagio, di opportunità o minaccia e di manifestazione della volontà divina. Mentre, il termine che, in assoluto, primeggia e ricorre come riferimento di tante altre parole è Boza, la parola della riuscita, del grido di vittoria sulla frontiera. Un contro-dizionario frutto di tanti viaggi che dovrebbe, a sua volta, viaggiare non solo tra gli esperti di migrazioni ma nelle scuole e tra i pubblici più vari, affinché nella narrazione dominante trovi spazio una rappresentazione dell’esperienza migratoria nella sua complessità che, travalicando vittimizzazione e criminalizzazione riesce a rendere conto non solo dell’ingiustizia prodotta dalle politiche europee e dagli accordi tra l’Unione europea e i Paesi del Nord Africa, ma anche della consapevolezza, della capacità di resistenza, di difesa, di auto-organizzazione collettiva e di autodeterminazione delle persone in movimento. L’avvertenza per fare buon uso e comprendere il senso profondo del lavoro che ha portato a questo prezioso dizionario si trova nella prefazione di Georges Kpuangang: “Chi legge è invitato a entrare in queste pagine con attenzione e rispetto. Non si tratta solo di parole: si tratta di vite che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle ascoltare”. PH: Roberta Derosas 1. A cura di Filippo Torre; Prefazione di Georges Kouagang. Consulta la scheda del volume ↩︎ 2. L’Equipaggio della Tanimar è composto da un gruppo di ricercatrici e ricercatori delle Università di Genova e di Parma che studia le forme di mobilità e l’abitare migrante nel regime di frontiera mediterraneo. Formato da sociologi, antropologi e giuristi, si occupa di migrazioni, immaginari e confini usando metodi etnografici, visuali e partecipativi. Dopo anni di ricerca sul confine mediterraneo, nel 2022 l’equipaggio ha navigato tra Pantelleria, Malta e le Isole Pelagie, esperienza da cui è nato il libro Crocevia mediterraneo (Elèuthera, 2023). Un secondo viaggio etnografico ha interessato, nel 2023, l’area dei porti tunisini di Kerkennah, Sfax, Mahdia e Monastir e un terzo, nel 2025, le isole dell’Egeo, tra Grecia e Turchia. Nel settembre 2025 l’equipaggio ha partecipato all’iniziativa politica f.Lotta, un’occupazione massiccia del Mediterraneo. ↩︎
La rappresentazione delle persone con background migratorio nella stampa cuneese: analisi linguistica e semantica
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Torino Corso di Laurea in Lettere LA RAPPRESENTAZIONE DELLE PERSONE CON BACKGROUND MIGRATORIO NELLA STAMPA CUNEESE: ANALISI LINGUISTICA E SEMANTICA Tesi di Michela Gallo (2024/2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE Secondo il XII Rapporto Carta di Roma 1 (report annuale, redatto dall’Associazione Carta di Roma, che monitora come i media italiani parlino di migrazione), nel 2024, la stampa italiana ha registrato un calo dell’attenzione verso il fenomeno migratorio: nei giornali nazionali si parla meno di migranti e, quando se ne parla, la questione assume sempre più una connotazione politica. Partendo da tale prospettiva, l’intento di questo elaborato è stato quello di indagare come si parli, invece, di persone con background migratorio nei giornali locali piemontesi. La ricerca si è focalizzata sull’analisi di quali siano state, nel corso del 2024, le etichette utilizzate per riferirsi a migranti nel contesto mediatico della provincia di Cuneo, prendendo in esame cinque settimanali afferenti alle zone del Saluzzese, Fossanese e Saviglianese. A partire dalla letteratura e da uno spoglio preliminare delle versioni digitali dei giornali selezionati si è costituito un elenco di parole chiave riferite alla descrizione di persone migranti.  Si è quindi verificata l’occorrenza di tali etichette all’interno dei giornali scelti, selezionando estratti di articoli di interesse per il tema. Il corpus che ne è derivato ha fornito dati quantitativi, indicando quali fossero gli appellativi più diffusi. Le analisi numeriche hanno poi condotto a riflessioni di tipo linguistico e semantico: i risultati hanno evidenziato il riferimento a frame ricorrenti e all’utilizzo di particolari strutture di frase. Da un lato, i dati ottenuti si sono rivelati in linea con le tendenze proprie della stampa nazionale; dall’altro, alcune etichette, hanno evidenziato tipicità proprie del contesto analizzato. Lo studio contribuisce, dunque, a fornire una lettura contestualizzata e su piccola scala di un fenomeno complesso, quale l’immigrazione e la sua rappresentazione mediatica. 1. Vai al rapporto ↩︎
Controdizionario del confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo centrale
Prefazione di Georges Kouagang Navigando in mare aperto bisogna sempre avere con sé strumenti per non andare alla deriva. Nell’oceano delle migrazioni contemporanee, solcato da fratture di classe, genere e provenienza, che come linee su una cartina tracciano confini tra chi può spostarsi comodamente e chi rischia la vita per sfidare frontiere militarizzate, anche le parole sono una scialuppa di salvataggio. L’Europa ha chiuso da anni i propri confini meridionali trasformando il Mediterraneo in un posto di frontiera, appaltandone il controllo a polizie nazionali e transnazionali o delegando colonialmente questa violenza strutturale ai governi autoritari di alcuni paesi di transito. Le persone la cui libertà di movimento è stata limitata hanno elaborato, ibridando lingue diverse o risignificando termini esistenti, un linguaggio non neutro – opposto alle retoriche occidentali criminalizzanti ed escludenti – frutto di scelte intrise di bisogni materiali, che restituisce il punto di vista di chi si sposta e il modo in cui il viaggio è vissuto, raccontato e nominato. Parole con cui chiamare alleati, luoghi e mezzi ma anche scovare nemici, pericoli e contraddizioni, descrivere forme di solidarietà e atti di violenza. Strumenti per conoscersi e riconoscersi tentando di rompere il confine. Il Controdizionario che le raccoglie è una bussola imprescindibile per chiunque voglia orientarsi nel mare delle migrazioni, intersecare le rotte e navigare insieme. * La scheda dl libro L’Equipaggio della Tanimar è composto da un gruppo di ricercatrici e ricercatori delle Università di Genova e di Parma che studia le forme di mobilità e l’abitare migrante nel regime di frontiera mediterraneo. Formato da sociologi, antropologi e giuristi, si occupa di migrazioni, immaginari e confini usando metodi etnografici, visuali e partecipativi. Dopo anni di ricerca sul confine mediterraneo, nel 2022 l’equipaggio ha navigato tra Pantelleria, Malta e le Isole Pelagie, esperienza da cui è nato il libro Crocevia mediterraneo (Elèuthera, 2023). Un secondo viaggio etnografico ha interessato, nel 2023, l’area dei porti tunisini di Kerkennah, Sfax, Mahdia e Monastir e un terzo, nel 2025, le isole dell’Egeo, tra Grecia e Turchia. Nel settembre 2025 l’equipaggio ha partecipato all’iniziativa politica f.Lotta, un’occupazione massiccia del Mediterraneo.
Contro l’integrazione. Ripensare la mobilità
Che importanza assume oggi la parola “integrazione”? 1 Nel dibattito sull’immigrazione occupa una posizione centrale: è penetrata nel senso comune ed è presente nei discorsi istituzionali, nelle agende politiche e nelle azioni pubbliche. Il suo uso è però problematico, perché presuppone una separazione culturale netta tra persone “autoctone” e straniere, facendo apparire le seconde come potenziali minacce alla sicurezza nazionale. Inoltre, il concetto di “integrazione” sembra descrivere in modo neutro il rapporto tra cittadini e non cittadini. Le norme che regolano le modalità di inclusione e, più in generale, il movimento delle persone appaiono in questa accezione “naturali” e non come il frutto di processi storici, spesso conflittuali. Il volume intende muovere una critica radicale all’idea di integrazione, sia in termini epistemologici sia da una prospettiva politica, con l’obiettivo di decostruire l’immaginario giuridico e materiale alla base del governo della mobilità e di de-naturalizzare lo sguardo sulle migrazioni. Enrico Gargiulo è professore associato presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università degli Studi di Torino, dove insegna Sociologia generale e Integrazione e valutazione delle politiche. Si occupa di cittadinanza, politiche di integrazione, polizia e strumenti di governo delle popolazioni. 1. L’elefante nella stanza si chiama integrazione. Intervista con Enrico Gargiulo, Francesco Ferri (Dinamo Press, 9 ottobre 2025) ↩︎
Reati culturalmente motivati: un approfondimento sulle mutilazioni genitali femminili
Questo articolo si concentra sull’analisi dei reati culturalmente motivati, con particolare attenzione al fenomeno delle mutilazioni genitali femminili, esaminandone le implicazioni culturali, giuridiche e internazionali all’interno delle società multiculturali. L’Italia, come molti altri Paesi europei, si può definire sempre più come “società multiculturale”. Secondo il professore di diritto penale Fabio Basile, quando si parla di cultura, si fa spesso riferimento ad una definizione “etnicamente qualificata”: un sistema complesso, composto da differenti visioni del mondo e modi di pensare, da concezioni diverse del giusto e dell’ingiusto, del bello e del brutto, del bene e del male. Queste modalità di percezione e interpretazione della realtà sono profondamente radicate e pervasive, e caratterizzano i gruppi sociali, evolvendosi e contaminandosi nel corso delle generazioni. Un aspetto cruciale, quando si affronta il tema dei pluralismo culturale, riguarda il “localismo” del diritto penale, infatti, questa materia, più di altri settori dell’ordinamento giuridico, tende ad assumere una dimensione locale, riflettendo i valori e le norme proprie del contesto culturale in cui è applicato. Da qualche decennio, il diritto penale ha iniziato a confrontarsi con il pluralismo culturale delle società contemporanee, elaborando per la prima volta concetti come il “reato culturalmente orientato” che richiede “una valutazione, umana e sociale, culturalmente condizionata dei comportamenti presi in considerazione” 1. DEFINIZIONE DI REATO CULTURALMENTE MOTIVATO I concetti di cultural defense e di reato culturalmente motivato vengono utilizzati in ambito penalistico europeo per descrivere un comportamento compiuto da un soggetto appartenente a una cultura minoritaria, che, pur risultando penalmente rilevante secondo l’ordinamento giuridico del Paese ospitante, è considerato socialmente accettato, giustificato e incentivato dal Paese d’origine. Tali condotte generano un conflitto tra la norma penale dello Stato d’accoglienza e una norma culturale, spesso profondamente radicata e talvolta anche rinforzata dall’ordinamento giuridico del Paese d’origine. In ambito penalistico, questa divergenza è definita “antinomia impropria”. Nel diritto penale di ciascun Paese, la gestione del pluralismo culturale dipende dall’adesione a uno dei due modelli teorici prevalenti: il modello assimilazionista e il modello multiculturalista. Il primo impone agli immigrati l’abbandono della propria eredità culturale, richiedendo una piena conformità ai valori, alle norme e alle pratiche della società ospitante. Al contrario, il modello multiculturalista si fonda sul riconoscimento della diversità culturale e sulla legittimazione delle pratiche minoritarie, promuovendo strategie politiche tolleranti e progressiste, purché compatibili con i principi fondamentali dell’ordinamento giuridico. Diverse democrazie occidentali hanno aderito formalmente al modello multiculturalista ponendo però dei limiti al suo esercizio: il rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo, per cui, ogni espressione culturale deve necessariamente armonizzarsi con i principi costituzionali e con le norme a tutela dell’individuo. I REATI CULTURALMENTE MOTIVATI: PERPLESSITÀ INTERPRETATIVE La crescente presenza di persone migranti nei Paesi europei, all’interno di società sempre più caratterizzate dal pluralismo culturale, solleva una serie di riflessioni anche in ambito penalistico. Una delle questioni più delicate riguarda il ruolo che le differenze culturali dell’imputato o imputata possono, o dovrebbero, avere nell’interpretazione e nell’applicazione del diritto penale. Non si tratta di offrire una giustificazione automatica ai comportamenti penalmente rilevanti, ma di interrogarsi su come il sistema giuridico possa confrontarsi con condotte che, pur configurandosi come reati, trovano origine in sistemi normativi e valori culturali differenti da quelli della società di arrivo. In questo senso, il problema non è tanto la “cultura” come attenuante o esimente, quanto la complessità del giudizio quando esso coinvolge individui portatori di tradizioni e visioni del mondo diverse. Non esiste una risposta univoca, anche perché i contesti culturali sono molto eterogenei, così come lo sono i reati che possono emergere in un quadro multiculturale. È però possibile individuare alcune tipologie di condotte che pongono particolari difficoltà interpretative, soprattutto quando alla base vi siano pratiche legate a convinzioni culturali radicate. Tuttavia, si possono individuare alcune macro-categorie di reati che emergono con maggiore frequenza, analizzandone dettagliatamente uno nei prossimi paragrafi: * Reati intrafamiliari: in alcune culture, il capofamiglia detiene un’autorità assoluta che giustifica l’uso della violenza per punire comportamenti ritenuti devianti. * Reati d’onore: forme di violenza volte a ristabilire l’onore familiare o personale, spesso collegate a comportamenti sessuali o relazioni non conformi alle norme del gruppo di origine. * Riduzione in schiavitù e sfruttamento di minori: pratiche tradizionali che giustificano la sottomissione di minori. * Reati contro la libertà sessuale: in contesti in cui la donna non gode di autonomia si verificano abusi giustificati dal ruolo familiare o dal genere, anche nei confronti di minorenni. * Mutilazioni genitali femminili e pratiche rituali: condotte giustificate come riti di passaggio o segni di appartenenza, che causano danni permanenti. Nel contesto processuale, il background culturale dell’imputato può assumere rilievo probatorio, offrendo al giudice una chiave interpretativa per una più completa e veritiera ricostruzione dei fatti 2. LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI E IL DIRITTO PENALE INTERNAZIONALE Come accennato sopra, il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili rappresenta un chiaro esempio di reato culturalmente motivato. Nel 1955 l’Organizzazione Mondiale della sanità l’ha descritto includendo: “tutte le pratiche che comportano la rimozione parziale o totale degli organi genitali femminili esterni o altri danni agli organi genitali, compiute per motivazioni culturali o altre motivazioni non terapeutiche 3”. Sono state formalmente riconosciute 4 pratiche: * Tipo I: consiste nell’escissione del prepuzio, con o senza la rimozione del clitoride. * Tipo II: prevede l’escissione del prepuzio e del clitoride, insieme alla rimozione parziale o totale delle piccole labbra. * Tipo III: comporta l’escissione parziale o totale dei genitali esterni e la cucitura della vulva (infibulazione). * Tipo IV: include tutte le altre pratiche dannose sui genitali, come le ustioni, i tagli o l’uso di sostanze corrosive 4. La mutilazione genitale femminile (MGF) è una pratica profondamente radicata in molte società extraeuropee, diffusa in circa 40 Paesi nel mondo, principalmente in Africa, Medio Oriente e alcune aree dell’Asia. Nonostante sia riconosciuta a livello internazionale come una violazione dei diritti umani, continua ad essere perpetrata a causa di un complesso sistema di credenze e tradizioni che varia da contesto a contesto. Alla base della MGF vi sono molteplici motivazioni, spesso intrecciate tra loro, che affondano le radici in fattori culturali, religiosi e sociali. Uno degli elementi principali è l’identità culturale: la pratica viene vista come un rito di passaggio, un segno di appartenenza alla comunità. Le ragazze che vi si sottopongono sono considerate adulte, pure e degne di rispetto, mentre chi si rifiuta rischia l’emarginazione o la stigmatizzazione. Un altro motivo ricorrente è legato alla concezione della sessualità femminile. In alcune culture, si crede che la mutilazione rimuova una parte “maschile” del corpo della donna, purificandola e rendendola più femminile. Questa convinzione si lega al desiderio di controllare la sessualità femminile, vista come potenzialmente pericolosa per l’onore familiare. Di conseguenza, la pratica viene giustificata anche come strumento per garantire la verginità prematrimoniale e la fedeltà coniugale, rafforzando l’idea che il corpo della donna debba essere controllato in funzione del prestigio e della reputazione della famiglia. In alcune aree, inoltre, esistono credenze secondo cui i genitali esterni femminili sarebbero impuri, poco estetici o addirittura nocivi per la salute. In questo contesto, la MGF viene vista come una pratica igienica, che renderebbe il corpo femminile più sano e gradevole. A queste credenze si aggiungono altre convinzioni, come l’idea che la mutilazione possa aumentare la fertilità della donna o migliorare il piacere sessuale del marito, rafforzando così il suo valore nel matrimonio. Non da ultimo, la MGF è spesso ritenuta una condizione necessaria per il matrimonio: una donna non mutilata può essere considerata “impura”, “disobbediente” o “inadatta” a diventare moglie, con gravi conseguenze sociali per sé e per la sua famiglia 5. In sintesi, la MGF non è solo una pratica fisica, ma il risultato di un sistema culturale complesso, che collega il corpo femminile a concetti di purezza, onore, salute e appartenenza. Vi è dunque un sistema di credenze che sostiene che questa pratica migliori la salute e lo status sociale delle donne coinvolte.  A seguito dei flussi migratori, diversi Paesi occidentali si sono trovati a confrontarsi con pratiche come la mutilazione genitale femminile, ritenute particolarmente gravi in quanto considerate lesive dei diritti fondamentali delle donne, in particolare della loro integrità fisica e libertà personale.  Tali pratiche sono state oggetto di una netta condanna da parte della comunità internazionale: diversi atti, tra cui il Protocollo di Maputo, impongono agli Stati l’obbligo di vietarle espressamente attraverso misure legislative efficaci e strumenti adeguati di tutela. In ambito europeo, tali pratiche sono considerate penalmente condannabili in tutti gli Stati, anche se con modalità diverse: alcuni Paesi, come Svezia, Regno Unito, Norvegia, Belgio e Spagna, hanno adottato leggi specifiche per contrastare queste pratiche, mentre altri, come la Francia, pur senza una normativa specifica, fanno ricorso alle disposizioni generali sul reato di lesioni personali. Nonostante ciò, la Francia risulta essere il Paese europeo in cui si sono celebrati più procedimenti giudiziari in materia. Infine, si è discusso della possibilità che il consenso espresso dalla donna possa escludere la punibilità delle mutilazioni. Tuttavia, molte legislazioni escludono esplicitamente questa possibilità, ritenendo che nemmeno il consenso possa giustificare una pratica che lede diritti umani fondamentali. IL CASO STUDIO E LA RISPOSTA NORMATIVA ITALIANA: LA LEGGE 7/2006 E L’INTRODUZIONE DI REATI SPECIFICI NEL CODICE PENALE Un caso particolarmente rilevante e rappresentativo del possibile sforzo ricostruttivo del contesto di riferimento, si è verificato a Verona nel 2006, quando, due genitori nigeriani avevano richiesto a una connazionale di praticare la aruè, una forma di mutilazione rituale, su due neonate. In primo grado tutti furono condannati, ma in appello la Corte di Venezia assolse i genitori, ritenendo che non ci fosse la volontà di ledere le figlie, bensì l’intenzione di seguire un rituale culturale ritenuto necessario nella loro comunità. La decisione si basò anche su testimonianze di esperti (antropologi, mediatori culturali, membri della comunità religiosa), che aiutarono il giudice a comprendere il contesto sociale e culturale del gesto. Questa sentenza ha sollevato un ampio dibattito in quanto il confine tra il rispetto delle differenze e la tutela dei diritti fondamentali rimane sottile e profondamente controverso: da un lato, c’è chi considera questo caso un esempio positivo di apertura al dialogo interculturale, dall’altro, alcuni temono che legittimare pratiche lesive possa legittimare azioni pericolose, soprattutto in casi in cui siano coinvolti minori o vittime vulnerabili.  In Italia, con la legge 9 gennaio 2006, n. 7, lo Stato ha introdotto una normativa penale specifica per vietare e punire le mutilazioni genitali femminili, scegliendo quindi di adottare una legge ad hoc. In particolare, l’art. 9 della legge ha aggiunto al codice penale gli articoli 583-bis, che introduce i reati di “mutilazioni genitali” e “lesioni genitali”, e 583-ter, che prevede pene accessorie specifiche per i sanitari coinvolti. Il tratto distintivo di questa normativa è la particolare severità sanzionatoria. Le pene previste per questi reati sono infatti più elevate rispetto a quelle normalmente applicabili per le lesioni personali.  Questa scelta legislativa è stata criticata da alcuni giuristi. In particolare, si sostiene che il maggior rigore sanzionatorio non sia giustificato da una maggiore gravità del danno fisico prodotto, ma piuttosto dalla motivazione culturale del reato. Secondo questa interpretazione, la legge 7/2006 sarebbe una norma simbolica, volta più a riaffermare i valori della cultura occidentale e a stigmatizzare pratiche culturali “altre” piuttosto che a tutelare in modo effettivo i diritti delle vittime. Ne deriverebbe, in ultima analisi, un atteggiamento intollerante da parte del legislatore, che punisce più duramente proprio perché il fatto è legato a tradizioni culturali diverse da quelle dominanti, rischiando solo di accumulare e fortificare pregiudizi nei confronti di comunità straniere, in base alle loro provenienze.  1. Sentenza della Cassazione n. 19808 del 9 giugno 2006 ↩︎ 2. I reati cd. «culturalmente motivati» commessi dagli immigrati: (possibili) soluzioni giurisprudenziali, di Fabio Basile, da Questione Giustizia ↩︎ 3. Si veda: “Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, Relazione sulle mutilazioni genitali femminili, 27 ottobre 2021” ↩︎ 4. Le mutilazioni genitali femminili. Analisi delle implicazioni culturali e commento alla “Legge Consolo”, L. Tranquilli, L. Gentilucci, S. Talebi Chahvar ↩︎ 5. Società multiculturali, immigrazione e reati culturalmente motivati (comprese le mutilazioni genitali femminili), di Fabio Basile, da Stato, Chiese e pluralismo confessionale ↩︎