
Rifiutare la facile strada dell’obbedienza
Comune-info - Thursday, January 29, 2026La legittimità della violenza dello Stato non si afferma apertamente, ma si suggerisce che chi la subisce avrebbe potuto evitarla. Così come non si vieta il dissenso, ma si etichetta chi scende in piazza come un irresponsabile. È la vecchia logica del patriarcato, una tendenza che non si ferma ai corpi (“consenso espresso”) ma si estende ai diritti civili. Del resto, il patriarcato – che oggi torna travestito da realismo, da pragmatismo, da difesa della sicurezza – non riguarda solo il maschile e il femminile, riguarda il potere e la sua intolleranza verso il conflitto. Siamo chiamati a rifiutare insieme la facile strada dell’obbedienza a tutto questo, a non diventare parte di quell’inferno, a invertire questa rotta
Roma, 8 marzo 2025. Foto Nilde GuiducciCi sono cambiamenti che non avvengono con il fragore di una rivoluzione, ma con il sussurro della consuetudine. Parole che scavano il diritto fino a svuotarlo. Sono segnali minimi, ma descrivono con precisione chirurgica il tempo che stiamo vivendo: un tempo che non nega la libertà, ma inizia a considerarla un errore e un intralcio.
Non si afferma apertamente la legittimità della violenza esercitata dallo Stato, ma si suggerisce che chi la subisce avrebbe potuto evitarla o che in qualche modo l’ha provocata. Non si vieta il dissenso, ma si etichetta chi scende in piazza come un irresponsabile: se gli capita qualcosa: “Se l’è cercata”. E alla fine il dissenso pian piano viene criminalizzato.
È una logica antica che riaffiora dalle pieghe della modernità. È la vecchia logica del patriarcato che oggi si rivela per quello che è veramente: l’impalcatura culturale di un potere autarchico.
Lo vediamo nel modo in cui viene affrontato il tema della violenza sessuale. Penso, per esempio, alla proposta di modifica dell’articolo 609-bis del Codice Penale italiano: dove prima si parlava di “consenso”, si propone ora di specificare “consenso espresso”. Può sembrare un dettaglio tecnico, ma le parole nelle leggi non sono mai neutrali.
Quando il consenso non è più inteso come libero, esplicito e attuale — ma come qualcosa che la vittima deve dimostrare di aver negato — il corpo della donna torna a essere presunto disponibile. Il silenzio diventa ambiguità, la paura diventa sospetto, l’immobilità viene interpretata come complicità. Alla donna si chiede ancora una volta di spiegare, giustificare, dimostrare. Di difendersi due volte.
Non si tratta di un caso isolato. È una tendenza che attraversa l’Europa: in Spagna, dopo l’approvazione della “Ley del solo sí es sí“, la riforma è stata già messa in discussione; in Francia, il dibattito sulla presunzione del consenso resta acceso. Questo ci dice che lo scontro è culturale prima ancora che giuridico.
Ma questa tendenza non si ferma ai corpi; si estende ai diritti civili. La stessa logica colpisce chi, come accaduto negli Stati Uniti, perde la vita difendendo un ideale. La narrazione pubblica smette di parlare di “cittadini impegnati” e inizia a parlare di “soggetti imprudenti”. La colpa non è di chi uccide o di chi opprime, ma di chi ha osato disturbare l’ordine. “Se fossero rimasti a casa…” è il mantra di questa nuova pedagogia dell’obbedienza. Così, anche il sacrificio politico viene svuotato di senso. Non si muore più per un attacco ai diritti, ma per un “eccesso di esposizione”. La responsabilità viene sistematicamente spostata dalla mano che colpisce al corpo che resiste.
Il patriarcato rivela la sua natura puramente politica. Non riguarda solo il maschile e il femminile; riguarda il potere e la sua intolleranza verso il conflitto. È la promessa di un ordine ingiusto, ma rassicurante: protezione in cambio di silenzio.
Dobbiamo smettere di leggere questi fatti come episodi isolati. Siamo davanti a un ritorno culturale profondo. Il patriarcato non torna mai dichiarandosi tale; torna travestito da realismo, da pragmatismo, da difesa della sicurezza. Torna dicendo che così tutto funziona meglio. Ma il risultato è sempre lo stesso: togliere la parola a chi non ha potere e chiamare questo silenzio “normalità”.
Di fronte a questo scenario, la scelta che ci attende è quella descritta da Italo Calvino nel dialogo finale tra Kublai Kan e Marco Polo ne Le città invisibili:
Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente. E Polo: – L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
Scegliere la democrazia, oggi, significa rifiutare la facile strada dell’obbedienza per intraprendere quella rischiosa dell’attenzione. Significa non diventare parte di quell’inferno che toglie la parola ai deboli per chiamarla normalità.
Solo insieme potremo invertire questa rotta. Con la tenacia e la pazienza di chi non molla ovunque uno abita, nei paesi, nei quartieri, nelle scuole, ovunque sia possibile l’incontro, il dialogo e la relazione. La nostra parola d’ordine: insieme.
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