
Ricordare, per l’Olocausto e per tutto
Jacobin Italia - Tuesday, January 27, 2026
Articolo di Tomaso MontanariBuongiorno! Sia benvenuta ogni persona a questa celebrazione del Giorno della Memoria del 2026.
Sono particolarmente onorato di avere tra noi Helena Janeczek, cui appartiene una delle voci più profonde della letteratura italiana di oggi. Una scrittrice che ha scelto l’italiano: la nostra lingua, la sua lingua. Una scrittrice che avrebbe potuto scegliere il tedesco, lingua nella quale è cresciuta, tra parole polacche e più raramente yddish: in quel plurilinguismo, e pluriculturalismo, che era la ricchezza più preziosa del popolo ebraico, un popolo non confinato nella angustia identitaria di uno Stato nazione, ma che viveva all’incrocio di più identità, lingue e culture. Una diversità, e una libertà, che non erano tra gli ultimi motivi per cui era odiato dai fanatici della nazione, dell’identità e del sangue.
Una diversità, e una libertà, che sentiamo vicine come università per stranieri: dove nessuno è straniero e dove tutti proviamo a diventarlo, per essere sempre più vicini all’unica vera identità di tutte e tutti noi, quella umana.
Nei suoi libri – tra i quali ho particolarmente amato Le rondini di Montecassino, e naturalmente Lezioni di tenebra –, e nei suoi interventi pubblici, Helena Janeczek ha saputo tessere, nei modi più originali, il filo della memoria, mostrando come l’ombra della Shoah si stenda di generazione in generazione, investendo in modi diversi la sua stessa vita di persona proveniente da una famiglia duramente colpita, e indelebilmente segnata, dall’Olocausto degli ebrei pianificato e attuato dal nazismo tedesco, con la complicità e la partecipazione del fascismo italiano.
Le siamo profondamente grati per essere qua, oggi, ad aiutarci a comprendere il significato che ha, in questo 2026 appena iniziato e già così terribile, il Giorno della Memoria.
Oggi ricordiamo che il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa scardinò i cancelli di Auschwitz. Per chi si chiede, in questo sempre più dilagante e non innocente disprezzo per la storia, quale sia la differenza tra fascisti e comunisti la giornata di oggi risponde con un fatto: i fascisti hanno aperto Auschwitz, i comunisti l’hanno chiuso. Una differenza importante da ricordare in tempi in cui (come scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati, 1986): «In effetti, molti segni fanno pensare ad una genealogia della violenza odierna che si dirama proprio da quella dominante nella Germania di Hitler».
La legge istitutiva del Giorno della Memoria stabilisce di ricordare, specie nelle scuole, «quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti […] affinché simili eventi non possano mai più accadere». Accanto agli ebrei, agli antifascisti e a chi si era rifiutato di aderire a Salò, ricordiamo il popolo Rom, le persone omosessuali, con disabilità o con la pelle nera, i testimoni di Geova e tutte e tutti coloro che, solo per la loro «diversità», furono assassinati dai nazisti. E dal fascismo italiano: la legge prescrive di riflettere sulle «leggi razziali, e la persecuzione italiana dei cittadini ebrei», ricordandoci che non fummo affatto meno colpevoli dei tedeschi. Gli italiani non furono brava gente. Cosa che tendiamo a dimenticare oggi, quando vengono dedicate decine di strade e piazze a Giorgio Almirante (a Siena per ora solo il circolo di un partito), un fascista che ha scritto – su La difesa della razza, organo ufficiale della persecuzione antiebraica italiana di cui era segretario di redazione – frasi come «il razzismo nostro è quello del sangue»; o ancora: «in fatto di razzismo e di antigiudaismo gli italiani non hanno avuto né avranno bisogno di andare a scuola da chicchessia».
Questo non è un giorno dedicato a lezioni di storia, ma a un esercizio pubblico e solenne della memoria, cioè alla costruzione di un giudizio collettivo sul passato che impedisca che qualcosa di analogo torni ad accadere. Scrive ancora Primo Levi: «Incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire».
È il nocciolo, il messaggio di questa giornata: è avvenuto, quindi può accadere di nuovo. Anzi, sta iniziando ad accadere. Le parole di Levi acquistano un tono terribilmente attuale nel momento in cui la massima potenza economica e militare del mondo è guidata da Donald Trump – cui perfettamente si attagliano queste parole: «Un istrione la cui figura oggi muove al riso». Un istrione che usa la violenza dello Stato contro i diversi – mi riferisco alla polizia Ice, che compie delitti e terrorizza civili americani innocenti indossando divise trasparentemente ispirate a quelle delle SS naziste. Non si tratta ogni volta di misurare le differenze con Hitler e il nazismo, ma di andare appunto al nocciolo morale della questione: la sostituzione del diritto con l’arbitrio, l’odio razziale, un uso ideologico della violenza contro gruppi di umani ritenuti meno degni di altri, il terrore come strumento politico.
Onorare le vittime della Shoah e del nazismo significa impedire che altri umani possano fare una fine analoga. Per questo, non citare la parola «Gaza» nelle cerimonie ufficiali di oggi significa tradire la memoria di quelle vittime, e il senso stesso del Giorno della Memoria.
Il Laboratorio ebraico antirazzista ha espresso questo concetto nel modo più limpido e coraggioso: «Nel giorno in cui ricordiamo la fine di un genocidio, guardiamo a come fermarne un altro che è in corso». Dopo la Shoah, e pensando alla Shoah, fu un giurista ebreo a definire il reato di genocidio, fissandone le cinque caratteristiche essenziali. Oggi la comunità scientifica mondiale dei giuristi e quella degli storici si sono espresse – a larghissima maggioranza, nelle sedi più prestigiose e ufficiali –, concordando sul fatto che quello che Israele sta perpetrando a Gaza è un genocidio: e non è possibile celebrare la memoria di un genocidio passato tacendo di un genocidio presente. Allo stesso modo, domani sarà impossibile tacere sul fatto che alcuni disegni di legge presentati al Parlamento italiano hanno l’obiettivo di «tacciare le critiche all’ideologia sionista e allo Stato di Israele come antisemitismo […] equiparazione che serve a proteggere uno Stato e le sue politiche, colpendo e criminalizzando chi denuncia il colonialismo, l’apartheid, la violenza sistematica e le pratiche genocidarie esercitate in questi anni contro il popolo palestinese. Serve a trasformare l’antisemitismo e la memoria delle persecuzioni vissute anche dai nostri familiari da problema reale in arma politica di censura» (e queste sono ancora parole del Laboratorio ebraico antirazzista).
Quando, nel 1972, i terroristi palestinesi di Settembre nero uccisero 11 atleti israeliani a Monaco, un’altra grande scrittrice Natalia Ginzburg (alla quale abbiamo dedicato un’aula) scrisse un lungo articolo, in cui (dopo aver scritto: «io sono ebrea»), diceva: «A volte ho pensato che gli ebrei di Israele avevano diritti e superiorità sugli altri essendo sopravvissuti a uno sterminio. Questa non era un’idea mostruosa, ma era un errore. Il dolore e le stragi di innocenti che abbiamo contemplato e patito nella nostra vita, non ci danno nessun diritto sugli altri e nessuna specie di superiorità. Coloro che hanno conosciuto sulle proprie spalle il peso degli spaventi, non hanno il diritto di opprimere i propri simili con denaro e armi, semplicemente perché questo diritto non lo ha al mondo anima vivente». Ricordarlo, e ricordarlo oggi, serve a evitare il terribile rovesciamento per cui proprio la Giornata della Memoria possa servire a coprire ciò che sta accadendo di nuovo.
Allo stesso modo, è impossibile oggi tacere sul fatto che una celebre profezia di Primo Levi si sta oggi avverando. All’inizio di Se questo è un uomo, Levi racconta così l’avvio del razzismo antisemita in Germania: «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno inconsapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora al termine della catena, sta il Lager. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo». Oggi vediamo questo segnale ripetersi.
Oggi che troviamo normale parlare di «deportazioni» di migranti, magari in Albania. Oggi che troviamo normale che i diritti cambino in base al sangue. Pochi giorni fa è stata avanzata, da un deputato della Lega, una proposta di modifica agli articoli 63, 84, 92 e 122 della Costituzione «concernenti l’introduzione del requisito della cittadinanza italiana per nascita per l’assunzione degli incarichi di vertice dello Stato e delle regioni»: lo scopo è impedire che possa diventare presidente della Repubblica, delle Camere, del Consiglio o di una regione, chi non essendo cittadino per jus sanguinis, cioè nascendo da genitori di sangue italiano, ma avendo acquistato in seguito la cittadinanza non avrebbe «un legame originario e pieno con la Nazione». Tecnicamente, una legge razziale.
Del resto, da anni in Italia ascoltiamo parole inquietanti provenire dai vertici delle nostre istituzioni. Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha detto apertamente (cito): «Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere, o devono essere cancellate». La razza bianca. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni crede nell’esistenza della razza. In un suo libro del 2023 ha detto: «La razza è cosa siamo fisicamente, l’etnia è cosa siamo culturalmente».
La genetica e la biologia hanno da tempo dimostrato che le razze umane, semplicemente, non esistono. L’unica specie Homo sapiens, tutta originata da un nucleo primigenio in Africa (!), non conosce suddivisioni genetiche: i caratteri esterni (il colore della pelle, per esempio) non sono legati a un bagaglio genetico «razziale». E dunque «razza» è una parola che si può usare per gli animali, ma non per gli umani. Come se tutto questo non fosse accaduto, Meloni crede ancora nelle razze, e si è detta più volte convinta – la cito – che sia in corso «un’invasione pianificata e voluta» di migranti non bianchi e non cristiani. «Si chiama sostituzione etnica! E noi non la consentiremo!?», ha detto nel 2017, aggiungendo che «l’Unione europea è complice dell’immigrazione incontrollata, dell’invasione dell’Europa e del progetto di sostituzione etnica dei cittadini europei voluti dal grande capitale e dagli speculatori internazionali», specificando che sarebbe George «Soros, il finanziere che sostiene e finanzia in tutto il mondo l’immigrazione di massa e il disegno di sostituzione etnica». Sembra inverosimile che davvero qualcuno possa credere che un fenomeno enorme come la migrazione mondiale sia ascrivibile a un singolo burattinaio: fa paura che a crederlo sia la presidente del Consiglio. E ancora una volta il nemico è individuato nella grande finanza ebraica: Meloni considera l’ebreo Soros colpevole di «una pericolosa ingerenza negli affari degli Stati nazionali», esattamente come un secolo fa le informazioni della polizia politica fascista consideravano gli ebrei italiani complici della «teoria sionistica per la distruzione del senso di nazionalità». Se ci chiediamo quale matrice abbia questa folle teoria della sostituzione etnica, a rispondere è una delle schede del sito ufficiale della Presidenza del Consiglio dei ministri dedicate al contrasto all’antisemitismo – una pagina scritta ovviamente prima dell’avvento dell’attuale governo, e che per ora nessuno ha osato rimuovere:
Pregiudizi antisemiti: Grande sostituzione. Mito neo-nazista per cui i «bianchi» vengono sostituiti dai «non bianchi»
Un gruppo misterioso (spesso gli ebrei) complotta per sostituire l’identità occidentale.
La teoria della sostituzione è un mito neonazista secondo il quale i bianchi vengono sostituiti dai non bianchi. Spesso, come tante teorie cospirative, in ultima analisi gli ebrei vengono indicati come i veri colpevoli. Oggi la grande sostituzione è un mito della cospirazione di estrema destra, diffuso in Europa negli ultimi anni, composto da due fattori. Il primo sostiene che l’identità occidentale sia sotto assedio da parte di massicce ondate d’immigrazione da paesi non europei, portando a una sostituzione degli europei bianchi sul piano demografico. Il secondo afferma che questa sostituzione sia stata orchestrata da un misterioso gruppo come parte di un loro grande piano per dominare il mondo – cosa che faranno creando una società totalmente omogenea sul piano razziale. Questo gruppo viene spesso identificato con gli ebrei/sionisti.
Come vedete, oggi non ci occupiamo di pericoli remoti e di idee morte e sepolte: purtroppo no, ci occupiamo del presente, e del nostro immediato futuro. Siamo qua per onorare tutte le vittime del nazifascismo, a cominciare dagli oltre sei milioni di esse che appartenevano al popolo ebraico. E siamo convinti che onorarli significhi usare tutta la nostra voce e tutte le nostre forze per denunciare ogni nuovo riaccendersi di quella infezione nefasta che fu il nazifascismo, e per impedire che nessun altro, in nessun luogo e per mano di nessuno debba subire la stessa sorte.
Alla fine di questo incontro, chiederemo a Helena Janeczek di inaugurare l’aula dedicata ad Hannah Arendt, questa luminosa figura di donna, ebrea, cosmopolita, laica, antinazionalista e antifascista. Una delle più importanti pensatrici del Novecento. Tra le sue parole vorrei ricordare una frase riferita alla responsabilità della Shoah, che non ci sarebbe mai stata se la catena del comando e dell’obbedienza a Hitler e ai capi del nazismo fosse stata interrotta. Tutti, o quasi, obbedirono, e fu l’orrore. Per questo Hannah Arendt ci dice: «Nessuno ha il diritto di obbedire». Quando chi starà sopra di voi, nella vita, vi ordinerà o chi chiederà qualcosa che va contro la Costituzione, i diritti della persona umana, la vostra coscienza voi, ragazze e ragazzi, non avrete solo il diritto, avrete il dovere, di disobbedire. Di dire di no. Che a darvi quell’ordine sia un professore, un rettore, un capo, un presidente del consiglio. Oggi siamo qua per dire: mai più, mai più, mai più. E per ricordarci che questo «mai più» dipende anche da noi.
Grazie
*Tomaso Montanari è rettore dell’Università per Stranieri di Siena.
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