
Come si combatte l’odio online?
Comune-info - Sunday, January 25, 2026Come l* giovani stanno reagendo, oltre che essere target di discorsi di violeza e disinformazione in rete.

Con l’avvento del web 2.0 e il diffondersi dei social media, il dilagare di discorsi d’odio online è diventato una delle sfide più complesse per le democrazie globali. Polarizzazione politica, crisi ideologiche e tensioni geopolitiche hanno alimentato un terreno fertile per disinformazione e propaganda, che compromettono ogni giorno gli sforzi di chi vuole costruire comunità libere da esclusioni e oppressioni. Oggi l’intelligenza artificiale sembra amplificare il problema, contribuendo alla creazione e alla proliferazione di contenuti falsi e narrazioni tossiche.
A pagarne le conseguenze più gravi sono le giovani generazioni e, in particolare, i gruppi socialmente vulnerabilizzati, spesso bersaglio di campagne d’odio e di discriminazione online e offline, ma anche attori che rifiutano le strumentalizzazioni e gli stereotipi vittimizzanti, mettendo in atto strategie creative per l’autodifesa e la contronarrazione.
Le bacheche dei social, infatti, non sono più soltanto luoghi di svago o informazione: per milioni di giovani sono diventate spazi conflittuali, dove si combattono battaglie discorsive e ideologiche. È quanto racconta l’indagine transnazionale condotta nell’ambito del progetto “Generative AI – Youth sector challenges and impact – recentemente divulgata sui canali di Marea Media – che ha raccolto le esperienze di persone appartenenti alla Generazione Z provenienti da Belgio, Giordania, Tunisia, Italia, Marocco e Francia.
Le loro storie, seppur diverse nei contesti e nelle specificità, si assomigliano nelle dinamiche che vengono messe in campo per danneggiare gruppi o individui appartenenti a determinate categorie, attraverso stereotipizzazioni e pregiudizi. In Belgio l’odio si traveste da satira corrosiva, in Francia esplode nell’islamofobia dopo crisi politiche e attentati, in Italia si mescola a un populismo sovranista che prende di mira migranti e minoranze.
Nei Paesi arabi, invece, la religione e l’appartenenza etnica diventano pretesti per etichettare, marginalizzare e infine isolare comunità Amazigh, siriane e migranti sub-sahariani.

Tuttavia, dietro lo schermo, la sofferenza che si genera a partire da questi attacchi virtuali è corporea, psicologica e dunque reale. Per proteggersi, c’è chi smette di condividere contenuti, chi si isola dal mondo virtuale, chi sceglie di abbandonare temporaneamente i social per rigenerarsi altrove. A denunciare un impatto profondo sul loro benessere psicologico sono soprattutto le donne, le comunità LGBTQ+ e le attiviste, che lamentano ansia, senso di esclusione e paura di esporsi.
Al contempo, l’indagine rivela come varie strategie di resilienza digitale sono messe in atto per limitare i danni psicologici, quelli subiti in prima persona e quelli rivolti a terzi a cui si assiste senza intervenire. Infatti, sovraesposti ad ambienti disfunzionali, questi nativi digitali hanno imparato a rispondere con le contro-narrazioni, a bloccare chi perpetra odio, a creare reti di sostegno che trasformano la vulnerabilità in forza collettiva.
In particolare, tra gli strumenti proposti dagli intervistati vi è una moderazione dei contenuti più rapida ed efficace; algoritmi trasparenti, testati tenendo conto dei dialetti locali e delle lingue minoritarie (oltre che di quelle maggioritarie); sistemi di monitoraggio guidati dalla comunità unitamente all’integrazione di un supporto per la salute mentale all’interno delle piattaforme; campagne educative che insegnino a riconoscere e a decostruire narrazioni degradanti che generano ostilità e frammentazione sociale.
A tal proposito, inoltre, i partecipanti sottolineano l’importanza dell’alfabetizzazione digitale e dell’educazione intersezionale nelle scuole come approccio preventivo. In sostanza, da queste soluzioni innovative e creative emerge un chiaro desiderio di cambiamento capillare e strutturale che rivela la necessità di sentirsi al sicuro quando connessi e di acquisire competenze essenziali per navigare il web senza sentirsi minacciati.
Allo stesso tempo, esperte ed esperti chiedono un approccio multidimensionale al problema, che incorpori più angolature e prospettive. L’analisi ha mostrato che il diritto penale può essere uno strumento, ma bisogna fare attenzione alle scorciatoie e alle strumentalizzazioni in chiave repressiva: servono politiche pubbliche efficaci, educazione ai media, leggi e regolamentazioni mirate, cooperazione internazionale e il coinvolgimento della società civile.
All’interno di questo contesto, operano in prima linea le associazioni giovanili nonché gli operatori e le operatrici sociali, che promuovono percorsi di prevenzione e sensibilizzazione sul tema. Per molte e molti di loro, l’IA è un fatto compiuto con cui confrontarsi, che non è solo la causa del problema, ma uno strumento che può a tutti gli effetti diventare anche parte della soluzione. In alcuni paesi europei, per esempio, si sperimentano già chatbot e visori di realtà virtuale per fornire consulenza online e rafforzare le competenze digitali delle giovani generazioni.
In questa direzione, dunque, si muove il progetto “Generative AI”, pensato per dare a ONG, educatrici e giovani strumenti innovativi contro l’odio digitale, a partire da percorsi di pedagogia informale e orizzontale condivisi e co-costruiti. L’iniziativa punta a sviluppare il pensiero critico, diffondere narrazioni alternative e positive, basate sull’incontro autentico con l’altro, e a preparare le giovani generazioni alle nuove competenze richieste dal mercato del lavoro. L’obiettivo ultimo è quello di trasformare l’intelligenza artificiale da minaccia a risorsa, capace di rafforzare i processi democratici e di costruire una società quanto più diversificata, accogliente ed equa possibile.
Il progetto Generative AI è supportato e cofinanziato dall’Unione Europea. Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espressi sono esclusivamente quelli degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’Unione Europea, della Commissione Europea o dell’Agenzia Esecutiva Europea per l’Istruzione e la Cultura (EACEA).L'articolo Come si combatte l’odio online? proviene da Comune-info.