Come si combatte l’odio online?
COME L* GIOVANI STANNO REAGENDO, OLTRE CHE ESSERE TARGET DI DISCORSI DI VIOLEZA
E DISINFORMAZIONE IN RETE.
Con l’avvento del web 2.0 e il diffondersi dei social media, il dilagare di
discorsi d’odio online è diventato una delle sfide più complesse per le
democrazie globali. Polarizzazione politica, crisi ideologiche e tensioni
geopolitiche hanno alimentato un terreno fertile per disinformazione e
propaganda, che compromettono ogni giorno gli sforzi di chi vuole costruire
comunità libere da esclusioni e oppressioni. Oggi l’intelligenza artificiale
sembra amplificare il problema, contribuendo alla creazione e alla
proliferazione di contenuti falsi e narrazioni tossiche.
A pagarne le conseguenze più gravi sono le giovani generazioni e, in
particolare, i gruppi socialmente vulnerabilizzati, spesso bersaglio di campagne
d’odio e di discriminazione online e offline, ma anche attori che rifiutano le
strumentalizzazioni e gli stereotipi vittimizzanti, mettendo in atto strategie
creative per l’autodifesa e la contronarrazione.
Le bacheche dei social, infatti, non sono più soltanto luoghi di svago o
informazione: per milioni di giovani sono diventate spazi conflittuali, dove si
combattono battaglie discorsive e ideologiche. È quanto racconta l’indagine
transnazionale condotta nell’ambito del progetto “Generative AI – Youth sector
challenges and impact – recentemente divulgata sui canali di Marea Media – che
ha raccolto le esperienze di persone appartenenti alla Generazione Z provenienti
da Belgio, Giordania, Tunisia, Italia, Marocco e Francia.
Le loro storie, seppur diverse nei contesti e nelle specificità, si assomigliano
nelle dinamiche che vengono messe in campo per danneggiare gruppi o individui
appartenenti a determinate categorie, attraverso stereotipizzazioni e
pregiudizi. In Belgio l’odio si traveste da satira corrosiva, in Francia esplode
nell’islamofobia dopo crisi politiche e attentati, in Italia si mescola a un
populismo sovranista che prende di mira migranti e minoranze.
Nei Paesi arabi, invece, la religione e l’appartenenza etnica diventano pretesti
per etichettare, marginalizzare e infine isolare comunità Amazigh, siriane e
migranti sub-sahariani.
Tuttavia, dietro lo schermo, la sofferenza che si genera a partire da questi
attacchi virtuali è corporea, psicologica e dunque reale. Per proteggersi, c’è
chi smette di condividere contenuti, chi si isola dal mondo virtuale, chi
sceglie di abbandonare temporaneamente i social per rigenerarsi altrove. A
denunciare un impatto profondo sul loro benessere psicologico sono soprattutto
le donne, le comunità LGBTQ+ e le attiviste, che lamentano ansia, senso di
esclusione e paura di esporsi.
Al contempo, l’indagine rivela come varie strategie di resilienza digitale sono
messe in atto per limitare i danni psicologici, quelli subiti in prima persona e
quelli rivolti a terzi a cui si assiste senza intervenire. Infatti, sovraesposti
ad ambienti disfunzionali, questi nativi digitali hanno imparato a rispondere
con le contro-narrazioni, a bloccare chi perpetra odio, a creare reti di
sostegno che trasformano la vulnerabilità in forza collettiva.
In particolare, tra gli strumenti proposti dagli intervistati vi è una
moderazione dei contenuti più rapida ed efficace; algoritmi trasparenti, testati
tenendo conto dei dialetti locali e delle lingue minoritarie (oltre che di
quelle maggioritarie); sistemi di monitoraggio guidati dalla comunità unitamente
all’integrazione di un supporto per la salute mentale all’interno delle
piattaforme; campagne educative che insegnino a riconoscere e a decostruire
narrazioni degradanti che generano ostilità e frammentazione sociale.
A tal proposito, inoltre, i partecipanti sottolineano l’importanza
dell’alfabetizzazione digitale e dell’educazione intersezionale nelle scuole
come approccio preventivo. In sostanza, da queste soluzioni innovative e
creative emerge un chiaro desiderio di cambiamento capillare e strutturale che
rivela la necessità di sentirsi al sicuro quando connessi e di acquisire
competenze essenziali per navigare il web senza sentirsi minacciati.
Allo stesso tempo, esperte ed esperti chiedono un approccio multidimensionale al
problema, che incorpori più angolature e prospettive. L’analisi ha mostrato che
il diritto penale può essere uno strumento, ma bisogna fare attenzione alle
scorciatoie e alle strumentalizzazioni in chiave repressiva: servono politiche
pubbliche efficaci, educazione ai media, leggi e regolamentazioni mirate,
cooperazione internazionale e il coinvolgimento della società civile.
All’interno di questo contesto, operano in prima linea le associazioni giovanili
nonché gli operatori e le operatrici sociali, che promuovono percorsi di
prevenzione e sensibilizzazione sul tema. Per molte e molti di loro, l’IA è un
fatto compiuto con cui confrontarsi, che non è solo la causa del problema, ma
uno strumento che può a tutti gli effetti diventare anche parte della soluzione.
In alcuni paesi europei, per esempio, si sperimentano già chatbot e visori di
realtà virtuale per fornire consulenza online e rafforzare le competenze
digitali delle giovani generazioni.
In questa direzione, dunque, si muove il progetto “Generative AI”, pensato per
dare a ONG, educatrici e giovani strumenti innovativi contro l’odio digitale, a
partire da percorsi di pedagogia informale e orizzontale condivisi e
co-costruiti. L’iniziativa punta a sviluppare il pensiero critico, diffondere
narrazioni alternative e positive, basate sull’incontro autentico con l’altro, e
a preparare le giovani generazioni alle nuove competenze richieste dal mercato
del lavoro. L’obiettivo ultimo è quello di trasformare l’intelligenza
artificiale da minaccia a risorsa, capace di rafforzare i processi democratici e
di costruire una società quanto più diversificata, accogliente ed equa
possibile.
Il progetto Generative AI è supportato e cofinanziato dall’Unione Europea.
Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espressi sono esclusivamente quelli
degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’Unione Europea, della
Commissione Europea o dell’Agenzia Esecutiva Europea per l’Istruzione e la
Cultura (EACEA).
L'articolo Come si combatte l’odio online? proviene da Comune-info.