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«Male» Adriatico: rigassificatori, opacità e democrazia sospesa
di Valentina Fabbri (*) Il festival INTO THE BLUE 2026 apre una crepa nel racconto della “transizione energetica”. Con un video. E domenica 14 giugno a Rimini appuntamento sui diritti della natura. In un pomeriggio affacciato sull’Adriatico, tra il porto e le spiagge romagnole — dove nidificano specie protette come il fratino e le tartarughe marine — si discute di
SDUC: un docufilm su come si ricostruiscono i legami di comunità
Storie di Donne, uomini e Comunità, il docufilm che racconta come alcune comunità di donne e uomini provano a immaginare futuri condivisi “La ricerca di donne, uomini e comunità diverse che rispondono a una medesima esigenza: ricostruire legami, immaginare futuri condivisi. Conflitti, distanze, scelte radicali, solitudini. Tentativi e speranze di una rinascita collettiva. In un mondo in crisi in cui
Roger Corman / Manuale di cinema indipendente
C’è qualcosa di straordinariamente americano nel titolo di questo libro: una vanteria formulata con la precisione di un bilancio contabile. Roger Corman, il più prolifico e longevo cineasta indipendente della storia di Hollywood, non si presenta ai lettori con l’umiltà del memorialista malinconico, ma con la sicurezza dell’imprenditore che conosce i propri numeri a memoria. Il titolo è già un manifesto, e il libro, scritto a quattro mani con il giornalista Jim Jerome e pubblicato per la prima volta nel 1990, mantiene coraggiosamente quella promessa. Breve e diretto come la produzione di uno dei suoi film, il volume è una raccolta di aneddoti sull’arte del fare cinema che si legge con piacere autentico. La critica statunitense lo ha accolto con affetto cinefilo e con la consapevolezza crescente – maturata nel tempo – che Corman vada letto non nonostante il genere, ma attraverso di esso. Il cinema di serie B non era per lui un rifugio di necessità: era una poetica. Un uomo che negli stessi anni distribuiva negli Stati Uniti i film di Bergman, Fellini e Truffaut – pellicole che avrebbero poi vinto l’Oscar come miglior film straniero – e che sceglieva comunque di produrre film di mostri giganti e motociclisti fuorilegge, stava compiendo una scelta estetica e culturale deliberata, non accettando un limite. Quello che emerge con chiarezza nel memoir di Corman, e che ha indotto alcuni critici americani a definire il libro lettura obbligatoria per gli studenti delle scuole di cinema, non è tanto la riflessione teorica sul linguaggio cinematografico quanto il pragmatismo tecnico del manuale pratico di sopravvivenza creativa: come essere frugali e ingegnosi quando si fa un film con pochissimi mezzi. Ma la frugalità, nel caso di Corman, non era impoverimento bensì disciplina formale. I budget risicati, le riprese lampo, i copioni scritti in pochi giorni e i set smontati prima ancora che gli attori avessero memorizzato le battute, diventavano nel suo cinema un vincolo produttivo che stimolava l’invenzione, esattamente come la forma sonetto costringe il poeta a trovare soluzioni che la prosa libera non avrebbe mai cercato. Dai primissimi film degli anni Cinquanta come It Conquered the World e Not of this Earth fino alle produzioni New World degli anni Settanta come Death Race 2000 e Piranha, il libro percorre una carriera in cui il genere funzionava come linguaggio popolare capace di veicolare istanze culturali tutt’altro che banali. The Wild Angels e The Trip erano cinema politico mascherato da exploitation; il ciclo di film da Poe con Vincent Price era un’incursione nel gotico letterario che molti registi “seri” non avrebbero saputo girare con altrettanta efficacia. Il volume include i ricordi di alcuni dei più importanti cineasti e attori che devono a Corman i loro esordi: John Sayles, Martin Scorsese, Jack Nicholson, Francis Ford Coppola, Peter Bogdanovich, Joe Dante e Jonathan Demme, tra gli altri. Queste testimonianze restituiscono la dimensione più preziosa del personaggio: quella del maestro. Scorsese ha ammesso di essersi aspettato in Corman un tipo alla Harry Cohn, grezzo e volgare, e la sorpresa di trovare invece un uomo di vasta e raffinata cultura, cinematografica e non, e dalla curiosità intellettuale autentica, è rivelatrice. Non si tratta di un’anomalia: si tratta della chiave per capire tutto. Corman sapeva perfettamente cosa stesse facendo e perché. Come osservato da più recensori americani, il libro riesce a trasmettere l’entusiasmo, l’ingegnosità e la strategia spericolata dell’autore con una verve che nessuna biografia più oggettiva e meno compiaciuta potrebbe eguagliare. È un memoir scritto dalla parte giusta della barricata, ai margini del mainstream cinematografico, e va letto come tale: non come documento neutro ma come atto di poetica, la dichiarazione di un autore che ha scelto consapevolmente il proprio territorio e lo ha coltivato con rigore. Il posto di Corman nella storia del cinema è al sicuro, data la sua influenza sui cineasti della controcultura degli anni Settanta e il suo ruolo di mentore per molti dei futuri grandi nomi di Hollywood. Ha trascorso decenni a combattere il sistema, raramente fallendo, e ha spianato la strada a moltissimi giovani cineasti, essendo determinante nel dare forma ad un cinema che ha plasmato mezzo secolo di cultura popolare americana. In questo senso il libro è anche un documento storico: la testimonianza di come Hollywood sia stata salvata non dai grandi studi, ma da figure di geniali outsider come Corman, capace di operare ai loro margini con intelligenza, ironia e una visione del cinema popolare che non aveva nulla da invidiare all’autorialità europea da lui stesso distribuita e fatta conoscere al pubblico americano. Come ho fatto cento film a Hollywood è un libro fatto esattamente come i film che descrive: rapido, efficace, costruito per funzionare. Non ha la pompa di certi paludati memoir cinematografici, ma ha qualcosa di più raro: la coerenza totale tra chi scrive e ciò che viene scritto. Indispensabile per chi studia produzione cinematografica, godibilissimo per chiunque ami il cinema come fatto culturale prima ancora che artistico.   L'articolo Roger Corman / Manuale di cinema indipendente proviene da Pulp Magazine.
June 11, 2026
Pulp Magazine
«Pensando ad Anna»: gli anni ’70 in…
… un docu-film di Tomaso Aramini. di Michalis Mavropulos Un «esperimento etnologico senza precedenti», come lo definisce il suo creatore, audace e provocatorio a qualsiasi convenzione, poiché combina realtà e finzione attraverso la lente del cinema. «È un film, la cui idea ho concepito in accordo con il regista Tomaso Aramini, il quale utilizza un metodo artistico originale e rivoluzionario perché
Lavorare per “due spicci”, è l’ora di organizzarsi!
Da un paio di giorni si è aperta una grande polemica sulle rivelazioni pubbliche fatte da un gruppo di lavoratori dell’Animazione, Un.i.ta, che ha raccontato le problematiche di un settore sfruttato e sottopagato all’interno della lavorazione della serie Netflix “Due Spicci” di Zerocalcare, creando non poco dibattito. I lavoratori hanno […] L'articolo Lavorare per “due spicci”, è l’ora di organizzarsi! su Contropiano.
June 9, 2026
Contropiano
HEN – Storia di una gallina – György Pálfi
(visto da Francesco Masala) Hen, un film da non perdere, un video di M.Cristina Marras e un video di Federico Greco, su Cinema e Guerra chi non va vedere Hen non sa cosa si perde. una gallina rifiutata perchè nera fa la sua vita, gira, viaggia, fa le uova, mangia, cerca di sopravvivere, e ci riesce. il mondo umano è proprio una
La provincia tra macerie e memorie. Appunti su Invelle e Le città di pianura
(disegno di cyop&kaf) Continuavamo a guardare il mare, come se dovesse succedere qualcosa da un momento all’altro. Era così ogni volta, prima di ripartire. Ma l’unica cosa che succedeva era che il pomeriggio cedesse il passo all’imbrunire, un faro neon si accendeva in lontananza e la luce biancastra si frantumava sulla superficie dell’acqua. La cosa difficile era lasciarselo alle spalle, il mare. Pensare a quello che restava, a quelli che restavano. Il peggio non era che le cose continuavano mentre eravamo altrove, era che cambiavano. Quando tornavamo, i luoghi avevano cambiato connotati, un frammento dopo l’altro, metamorfosi impercettibili. Gli ulivi seccati, tagliati, bruciati. Le campagne incolte, deserte, stravolte. Coste, lungomare e centri storici imbellettati, confezionati e venduti al turismo. Tornavo e non li riconoscevo. Montava una rabbia ingenua perché nessuno mi aveva avvisato, passato parola, eppure ero cresciuta lì. “Fra le varie epoche vi è una zona di crepuscolo nella quale ci si smarrisce facilmente e ci si perde in modo misterioso. […] Il mondo fa quello che gli riesce più facile: tace. La luce è mutata. Tutti gli oggetti, persino gli alberi, sono aguzzi, stridenti, taglienti”. L’avevo sottolineato in un libro di Christa Wolf, Nessun luogo, da nessuna parte. Perdevo qualcosa un poco per volta. Dove andare adesso, senza una geografia interiore, se le cose che prima erano al centro non sono più lì ma spostate? Sono almeno dieci anni che mi sento fuori posto, che ingoio questo spaesamento. Dopo un po’ non sanguini più. Partire, tornare, andarsene, scivolare come un raggio fino al calare della luce. Le cose ammucchiate dentro, il portabagagli carico di scatoloni ma l’auto costretta a girare a vuoto, senza un posto in cui traslocare. Nessun luogo, da nessuna parte. Nel dialetto di Pergola, un paese nell’entroterra marchigiano tra Pesaro e Urbino, per dire “in nessun luogo” si dice “invelle”. L’ho scoperto da un film d’animazione che porta questo nome, Invelle, realizzato da Simone Massi e uscito nell’estate del 2024. Invece in un film del 2025, Le città di pianura di Francesco Sossai, ambientato tra Venezia e la provincia di Treviso, un personaggio riflette a voce alta: “Distruggeranno tutto, non rimarrà più nulla di questa regione, solo un’enorme infrastruttura, solo modi di muoversi da un posto all’altro, ma nessun luogo dove andare”. Questi film si intrecciano, parlando del rapporto con il passato e con il paesaggio, della memoria dei luoghi, tra rurale e urbano, tra periferia e città, tra vuoto e pieno. INVELLE Simone Massi, illustratore artigiano, intreccia tre generazioni: Zelinda è una bambina alla fine del primo conflitto mondiale, poi madre di Assunta con l’armistizio del ’43, e nonna di Icaro mentre in tv passa la notizia del sequestro di Moro. Con le loro storie graffiate tra nero e bianco e i dialoghi in dialetto marchigiano, Invelle racconta la guerra che si abbatte sulla campagna povera come un colpo di zappa su un formicaio, la fame, il lavoro infantile, l’emigrazione, i partigiani e i nazifascisti. Sono scene di vita quotidiana: una nenia per addormentare un figlio, il raccoglimento intorno a un lutto, la festa del paese e un cantastorie in piazza, gli attrezzi e gli animali per il lavoro nei campi, prendere l’acqua alla fontana. Ma interrogano continuamente su cosa è stato, cosa è rimasto di cosa è stato, qual è il posto per quelle storie. Il racconto porta fino all’esodo verso le fabbriche e l’abbandono delle campagne, la periferia fatta di cantieri e case popolari appena costruite: “Vedi che sono andati via tutti, mi spieghi perché ti ostini a rimanere qui?”; “con la mucca? la mucca si può anche vendere, nella casa nuova la stalla non c’è”; “il bagno, che ti credi, in città c’è tutte le comodità”; “e questo cos’è? un termosifone, ce n’è uno per stanza, ti scalda tutta casa”. La migrazione ai bordi della città di migliaia di persone che per adeguarsi alla modernità sono state indotte a rinnegare la propria cultura, la rinuncia al poco per avere ancora meno. Il padre di Icaro lo rimprovera: “Cos’è questa storia che a scuola parli in dialetto? Me l’ha raccontato la maestra, non son mica contento. L’hai visto che vita fa tuo padre, l’altro giorno a momenti m’attacco col padrone”. Perché Icaro, come tutti i figli di contadini e subalterni, deve fare quello che sua madre, sua nonna e chi è venuto ancora prima non hanno potuto fare. Se gli altri bambini in tono di scherno lo chiamano contadino, allora come non sentire vergogna per quelle origini tanto da volersene disfare? I figli come Icaro saranno uomini che si lasciano definire solo per negazione: non sono più e non sono ancora, contadini de-contadinizzati, sradicati in fuga da se stessi ma verso “nessun luogo”. Come può dopotutto avere un posto da occupare quella classe contadina che ha servito i padroni della terra, è stata carne da macello in due guerre mondiali e poi nelle fabbriche, ma dimenticata e stigmatizzata da un sistema che ora ne canta i bei tempi andati. La distruzione delle basi economiche della civiltà agropastorale ha comportato la disgregazione dei gruppi sociali tradizionali, ha guastato la terra e guastato le relazioni tra le comunità e la terra. “What are the roots that clutch, what branches grow / Out of this stony rubbish?” interroga T. S. Eliot in The waste land (che forzando, forse, la traduzione, è la terra guasta, appunto). Quali radici si afferrano, quali rami crescono da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo, tu non puoi dirlo, né indovinarlo – tu conosci soltanto un mucchio di frante immagini, là dove batte il sole, e l’albero morto non dà riparo, né il grillo dà conforto, e l’arida pietra non dà suono d’acqua.  LE CITTÀ DI PIANURA Non c’è nessun luogo che conosca che sia fervido in me come quelli in cui sono cresciuta: i colori, l’aria, le forme. Ogni cosa ha una sostanza primordiale, suprema, tanto che non si può immaginare che ci sia altro dopo. Eppure, non c’è nessun luogo in cui mi senta più forestiera di quelli in cui sono cresciuta, quasi una comparsa per strade e paesi che pure conosco a memoria. Per anni mi sono ostinata, ogni volta che tornavo, a percorrere una per una tutte quelle strade di campagna, a tratti sterrate, a tratti soffocate da rovi e sterpaglia, che, come un apparato radicale in superficie, si dipanano tra un paese e l’altro, ma nessuno le usa più (se non chi ha un terreno in zona e non ha ceduto all’abbandono) preferendo la statale dritta e scorrevole. Volevo orientarmi in quel sistema di stradine e pezzo dopo pezzo comporre una mappa scarabocchiata su post-it giustapposti, come se districando gli incroci, localizzando le edicole votive, i crocicchi, sarei poi stata capace di riconoscere una mappa interiore, di campare anche lontano da lì. Quando ho letto La casa in collina di Pavese, ho trovato parole: “Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere”. In fondo, questo racconta Le città di pianura: la periferia, le zone industriali, i vuoti, lo spaesamento che provoca viverci. I protagonisti, Carlobianchi e Doriano, amici storici di mezza età, si muovono per i paesi tra le Dolomiti bellunesi e la laguna di Venezia come accampati, inseguendo un’ultima bevuta e in attesa di un amico che sta per fare ritorno al paese dopo anni altrove. Sono individui incapaci di trovare uno spazio e una misura, figli delusi della loro epoca in cui ogni “noi” si disgrega, mentre l’“io” resta in balia della propria quotidiana percezione dell’ingiustizia, consegnato inerme ai propri dubbi, alla disperazione. Incrociano Giulio, uno studente di architettura, che si ritrova in macchina con loro e i tre sembrano assecondare il corso delle cose di straforo, di sbieco, non la linea retta e l’impatto frontale della controllata vita di città. Torno ancora a La casa in collina: “Ci si poteva abbandonare e poi riprendere; nulla accadeva e tutto aveva sapore. Domani, chi sa”. Le città di pianura, girato in pellicola, è un film sul paesaggio: quello del Veneto, sì, ma più alla larga quello della provincia italiana che ha attraversato il boom economico e si ritrova casolari, viadotti incompiuti, cemento armato. Per tutto il film sento familiarità con le inquadrature: la statale, le rotonde, i capannoni, i campi che si alternano a qualche rustico abbandonato col cancello corroso, gli sterrati, i tralicci, le villette bifamiliari con i serramenti nuovi e le ringhiere lucide, i casali con i tetti sfondati, i cartelli “vendesi” scoloriti e penzolanti. Quando, verso la fine del film, al tavolo di un bar Giulio abbozza sui tovagliolini satinati una mappa delle zone che hanno attraversato, ho ripensato a quel mosaico di post-it per mappare le mie strade di campagna. Così diversa da quella fatta di vita e di fatica di Invelle, ora la campagna mi sembra uno sfondo, una scenografia per le seconde case dei villeggianti cittadini. Una zona franca che costeggia le autostrade che prendono il venerdì quando vanno a passare il fine settimana fuori città e poi riprendono la domenica sera per fare ritorno a casa. La campagna oggi è una terra straniera: non sappiamo riconoscere le colture e le pratiche tramandate per secoli, i tempi per seminare e raccogliere, il legame tra dare e ricevere. Tra un bicchiere e l’altro, i protagonisti di Le città di pianura si fingono geometri per un conte che cerca di salvare la sua villa cinquecentesca dalla costruzione di un’autostrada che distruggerebbe la sua proprietà. “Un’infrastruttura essenziale per lo sviluppo del territorio, così mi hanno detto; ma perché la gente non usa più la parola terra?”, si indigna il conte. Poi scandisce: “Territorio, che schifo”. In un libro di Georges Perec ho sottolineato, a tratto doppio e triplo: “Viviamo nello spazio, in questi spazi, in queste città, in queste campagne, in questi corridoi, in questi giardini. Ci sembra evidente. Forse dovrebbe essere effettivamente evidente. Ma non è evidente, non è scontato. […] Il problema non è tanto sapere come ci siamo arrivati, quanto semplicemente riconoscere che ci siamo arrivati, che ci siamo […]. Insomma, gli spazi si sono moltiplicati, spezzettati, diversificati. Ce ne sono di ogni misura e di ogni specie, per ogni uso e per ogni funzione. Vivere, è passare da uno spazio all’altro, cercando il più possibile di non farsi troppo male”. DALLE MACERIE Di Pergola, paese d’origine di Massi e delle storie di Invelle, Wikipedia dice tra le prime righe che “la cittadina è stata inserita tra i borghi più belli d’Italia dall’associazione omonima”. Una trovata per trarre profitto dai luoghi con la retorica delle aree interne da rigenerare: “borghi” da ripopolare rendendoli attrattivi ai turisti, ai creativi, ai professionisti che possono trasferirsi dalla città e lavorare da remoto, finalmente in un posto dove l’aria è buona. Una trasformazione a cui si prodigano community manager, paesologi, innovatori sociali, ricercatori territorialisti, che impatta sul paesaggio, convertendo locali legati ai servizi di prossimità in spazi residenziali per il turismo breve o lungo. Artigiani e piccoli commercianti vengono sostituiti da spazi funzionali al consumo veloce: souvenir, ristorazione standardizzata, intrattenimento. Mentre resta fuori la gente che in quel posto ancora ci prova a vivere, gente con i suoi bisogni reali, poco spendibili dentro il racconto della rigenerazione. In un paese vicino al mio, far parte dei “borghi più belli d’Italia” è stata la legittimazione a un’ordinanza con cui si vietano iniziative politiche, manifestazioni e volantinaggi nel centro storico per la stagione estiva. La sindaca ha giustificato il divieto sottolineando l’importanza di non creare disagi ai turisti “interessati alle attività di puro svago” e di preservare la reputazione della cittadina. Il mio paese conta meno di duemila abitanti, hanno chiuso uno dopo l’altro il forno, la macelleria, l’alimentari e la scuola. Eppure possiamo vantare una bottega di “vintage furniture and art showroom” dove arnesi e arredi contadini trovano nuovi (ricchi) proprietari, e una boutique di tessili antichi e pregiati abiti artigianali tessuti al telaio (per chi ci vuole credere). Se già lo spaesamento viene dagli spazi vitali stravolti e dallo smarrimento del senso legato ai luoghi, mi disorienta il culto di un mondo che non c’è più e temo la trasformazione della tradizione in identità. Non ho mai ceduto a mitizzare la civiltà contadina, che felice lo è solo nelle pagine scritte dagli altri, dai colti. I racconti che mi hanno cresciuta da sempre parlano di fame, miseria, fatica, stenti. “Non sono un nostalgico delle società pastorali, non sono il turista che ama trascorrere il weekend in campagna. Non ho mai detto a un montanaro ‘beato te che respiri quest’aria sana, beato te che vivi delle nostre cose perdute’”, scrive Nuto Revelli. La periferia, la provincia ai margini non ha mai potuto pensarsi da sé: la civiltà contadina non ha fatto in tempo a immaginare la terra che lavorava come luogo su cui costruire futuro, è passata da un padrone all’altro. Se la terra se la passano di mano i padroni, allora l’emancipazione non deve passare attraverso il superamento della cultura tradizionale di matrice rurale, ma attraverso il mantenimento della memoria, demolendo una volta per tutte i confini del ghetto. Nella furia di somigliare all’urbano e al centro, dimentichiamo il buono dell’essere ai margini. La memoria dei luoghi così tanto intrecciata a quella della fatica, dell’ingiustizia, della miseria, dell’esodo, può salvarci se ritroviamo nella storia contadina la vocazione all’eresia. Questo mi dice Invelle: ritrovare il legame con quella cultura prima della distorsione, prima che fosse ridotta a simulacro per profitto di altri. Se sradicare i popoli conquistati è sempre stata la politica dei conquistatori, allora quella cultura può ancora dirci come sanare una terra guasta, una cultura col senso del limite e con la cura delle relazioni, cultura dell’interdipendenza e non del dominio degli umani sul non-umano. Possiamo guardare il presente e fare della memoria il grimaldello per ribaltarlo. Certo, serve essere lucidi, non cadere in facili propositi di palingenesi; serve essere intransigenti, non confondersi con le “buone pratiche” esistenti, non lasciarsi inglobare. Dopo Le città di pianura, mi torna in mente un pensiero condiviso con altri in passato: e se l’età industriale fosse stata una parentesi, solo una grande alluvione, o inondazione? Ha spazzato via in poco tempo una civiltà millenaria, eppure ora le acque defluiscono, le fabbriche e i fabbricati restano come vuoti urbani e le macerie contadine galleggiano come relitti. In questo andare e tornare, mi domando se qualcosa di spurio possa venir fuori dai detriti. Se sia arrivato il tempo di vedere cosa emerge nel disastro. Fosse anche per caso, uno scarto. Non farsi fottere dalla nostalgia, ma trarne forza e senso. Trovare radici in un punto di fuga all’orizzonte. Perché se io ho potuto studiare, partire, è perché mia nonna e mia madre hanno lavorato col tabacco per decenni, ma mio nonno è emigrato in Svizzera e solo quando è tornato ha avuto un pezzo di terra che potesse dire sua. Scriveva Antonio Neiwiller: “È tempo di convivere con le macerie e l’orrore, per trovare un senso. […] Luoghi visibili e luoghi invisibili, luoghi reali e luoghi immaginari popoleranno il nostro cammino. […] Essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori inquieti. E se a qualcuno verrà in mente, un giorno, di fare la mappa di questo itinerario, di ripercorrere i luoghi, di esaminare le tracce, mi auguro che sarà solo per trovare un nuovo inizio”. (chiara romano)
June 8, 2026
Napoli MONiTOR
[2026-06-10] Mercoledì 10 giugno "Esistenza zero" al Cineforum Bakunin @ Gruppo Anarchico Bakunin
MERCOLEDÌ 10 GIUGNO "ESISTENZA ZERO" AL CINEFORUM BAKUNIN Gruppo Anarchico Bakunin - via vettor fausto, 3, roma, italy (mercoledì, 10 giugno 20:00) Mercoledì 10 giugno proietteremo "ESISTENZA ZERO" scritto e diretto da Matteo Scarfò (2025) In un futuro prossimo, molto simile al nostro presente, in una società dominata dalla tecnologia e dal controllo delle grandi corporazioni, esistono persone che, grazie a un impianto cibernetico nel cervello, sono diventate veri e propri computer umani, legati a una potente multinazionale chiamata Spider. Chi acquista un servizio della Spider può creare un personaggio alternativo da vivere in un mondo digitale parallelo tramite una maschera neurale connessa a uno di questi cyborg umani. Tuttavia, i cyborg sono considerati reietti e schiavi tecnologici costretti a modificarsi per sopravvivere. Maya, la protagonista del film, è una giovane donna che lavora come cyborg per garantire un futuro alla figlia. Tutto cambia quando scopre che la figlia non è reale, ma solo un bonus immaginario impiantato nel suo cervello. Maya viene braccata sia da clienti che manipolano il mondo digitale, sia da Maximilian Volkrof, fondatore della Spider, un tecno-utopista convinto che la sopravvivenza di Maya minacci l'equilibrio del suo progetto... Maya nel suo viaggio alla ricerca della figlia, incontrerà una hacker anarchica, un sacerdote digitale e una comunità di ribelli... Tema centrale del film è il rapporto tra tecnologia e umanità, interrogandosi sul conflitto tra progresso tecnologico e valori umani, dove il confine tra simulazione e vita autentica diviene sempre più labile. Il film è una metafora della società contemporanea, dove le aziende offrono "nuove libertà" per consolidare il controllo. È un invito a usare la tecnologia in modo consapevole, ricordando che la vera evoluzione è interiore. Lo stile è documentaristico e neorealista, con fotografia ispirata alle dark cities del cyberpunk. Fotografia: Catia Demonte Montaggio: Lucia Patrizi Musiche: Lorenzo Sutton Effetti speciali e Props FX: Giuseppe Cantafio 3D, Visual Effects, Compositing Artist: Roberto Stranges Rotoscope & A.I. Animation Artist: Francesco Usai Interpreti: Silvia Fasoli, Alessandra Piscopo, Andrea Lupia, Annalisa Eva Paolucci, Pierre Bresolin, Catia Demonte, Daniele Cavenaghi e altri. "SARA' PRESENTE IL REGISTA" Matteo Scarfo'. Dopo la proiezione si potrà dibattere, bere, fare, mangiare, cantare, suonare... Appuntamento mercoledì 10 giugno al tramonto (ora solare di Garbatella), in Via Vettor Fausto 3, Garbatella (entrare dal portone e scendere le scale). Gruppo Anarchico Bakunin, F.A.I. Roma e Lazio. gruppobakunin@federazioneanarchica.org
June 7, 2026
Gancio de Roma
Palestina sul tetto del mondo
Articoli di Alessandra Filippi, Michele Giorgio, Marwa Rommaneh, Maurizio Perriello, Alessandro Lamberti, Gian Luca Gasca, Mario Sommella, Linda Maggiori, Chiara Cruciati ed altro. Con video e audio. SOMMARIO DI QUESTO DOSSUIER 1 – aggiornamenti da Anbamed; 2 – Alessandra Filippi sulla occupazione progressiva di Gaza; 2 – Michele Giorgio sui dati personali dei palestinesi; 3 – Marwa Rommaneh sulla scomparsa
[2026-06-12] Porta Maggiore (Trilogia) @ Nuovo Cinema Aquila
PORTA MAGGIORE (TRILOGIA) Nuovo Cinema Aquila - via l'Aquila 66/74 (venerdì, 12 giugno 19:00) PRIME PROIEZIONI DEL PROGETTO CINEMATOGRAFICO PORTA MAGGIORE (TRILOGIA) DI MARCO G. FERRARI “Storia di un lago nato a Roma spontaneamente. Di come la comunità attorno difende il lago e quello che rappresenta. Sparsi, intrecciati, ci sono i miei sogni.” Nuovo Cinema Aquila Via L’Aquila 66/74 – 00176 Roma I film saranno proiettati nelle seguenti date e orari: - Venerdì 12 giugno 2026 alle 19:00: II. Porta Maggiore—Il Quartiere, 2017–25, 109 min. - Sabato 13 giugno 2026 alle 19:00: I. Porta Maggiore—Il Lago, 2017–25, 138 min. - Domenica 14 giugno 2026 alle 19:00: III. Porta Maggiore—Le Proiezioni, 2017–25, 60 min. Con la partecipazione del regista e membri della comunità che hanno partecipato o collaborato al progetto. Moderatori: 12/06: Petrolati (Comitato di Quartiere Pigneto–Prenestino); 13/06 Sabrina Baldacci e Enzo De Martino (Forum Territoriale Permanente del Parco delle Energie); 14/06 Miriam Tola (Professore, Dipartimento di Media e Comunicazione, John Cabot University).
June 5, 2026
Gancio de Roma