Berlinale 2/ Kurtuluş di Emin AlperDopo le polemiche seguite alle dichiarazioni di Wim Wenders, presidente di
giuria, per cui il cinema “dovrebbe tenersi fuori dalla politica” (e che hanno
provocato il forfait di Arundathy Roy e di alcuni altri ospiti che hanno
rinunciato alla loro presenza), la 76° edizione della Berlinale si è
spontaneamente trasformata in un confronto tra due gruppi: quello degli ospiti
che, nelle conferenze stampa o nelle sessioni di Q&A, menzionano apertamente il
genocidio di Gaza e quello di coloro che, invece, si astengono dal farlo. Tra i
primi – in buona compagnia e sempre sostenuti da fragorosi applausi del pubblico
(chiaramente meno timido degli organizzatori e dei responsabili e meno servile
ai diktat culturali del governo tedesco, generoso finanziatore del festival ma
anche disinvolto fornitore di armi e tecnologia a Israele) spicca Emin Alper,
una delle voci più interessanti del nuovo cinema turco.
> Il regista ha legato esplicitamente il proprio film, che esplora i crimini che
> una società, una comunità, un gruppo può commettere contro un altro,
> all’orribile genocidio dei palestinesi commesso dall’esercito e dallo Stato di
> Israele nella striscia di Gaza.
Abbiamo già qui un primo elemento di riflessione: si tratta di un film
ambientato nel Kurdistan turco, in quella Turchia profonda che sopravvive
accanto e all’interno di un paese in larga parte modernizzato e che Alper ama
esplorare con sguardo autoptico, forense, quello partecipe dello storico
militante più che quello freddo e distaccato dell’entomologo. Un film, dunque,
sugli arcaismi della società turca, ma che intende con decisione parlare di un
orizzonte più ampio, universale, attento all’umano in quanto tale. Da qui il
collegamento tra un conflitto di gruppo caratteristico delle dinamiche sociali
del Kurdistan remoto e rurale e le terribili dinamiche comunitaristiche che
covano e possono riemergere in ogni gruppo umano, al di là delle specifiche
caratteristiche, credenze e linguaggi. Peraltro, assistendo nel film al lento ma
inesorabile amplificarsi del conflitto mortale tra i clan dei Bezari e quello
degli Hazerani (del tutto immaginari) si coglie immediatamente un’aria di
parentela con storie e leggende del Kanun e della gjakmarrja albanesi, con le
faide del meridione d’Italia o del Tha’r arabo-berbero, fino alle dinamiche dei
clan gaelici e scozzesi, pur nella amplissima diversità di questi fenomeni
sociali. Seguendo questa strada, il cinema di Alper diviene in quest’opera – la
più cupa tra i suoi lavori – quasi antropologico, esplorando l’arcaico latente
nell’abisso che ognuno di noi, potenzialmente, alberga in sé e che può
costantemente riemergere sotto la minaccia di un pericolo vitale, vero o
immaginato che sia, poco importa.
Un cinema antropologico, dicevo, e tuttavia mai riduttivamente etnografico: la
sceneggiatura e il formalismo restano prevalenti in questo film che, a partire
dalla scelta di attori professionisti con consolidatissime esperienze (Caner
Cindoruk nel ruolo di protagonista maschile, insieme a Berkay Ateş, Feyyaz
Duman, Naz Göktan e Özlem Taş, per un’ottima e convincente recitazione corale),
non intende mai semplicemente ritrarre una presunta realtà per come è. Intende
piuttosto costruirla di sana pianta, a partire dall’invisibile eppure
materialissima esperienza che ognuno di noi sa, in modo più o meno oscuro,
essere possibile e di cui avverte la minacciosa e inquietante presenza. Per
farlo, Alper utilizza tutti gli strumenti a sua disposizione, a partire da una
location spettrale e labirintica, in cui l’illuminazione elettrica, invece che
dissolvere, amplifica le ombre, interiori ed esteriori, tra cui si muovono con
crescente incertezza i vari personaggi. Un’atmosfera spettrale cala
progressivamente, come una cappa, sulla angusta realtà geografica dei due
villaggi, distanti poche centinaia di metri eppure estranei l’uno all’altro come
mondi alieni e incompatibili.
> La stessa cappa scende sulla psiche dei personaggi, progressivamente annebiati
> dall’illusione di una minaccia, prigionieri dei meccanismi di esaltazione
> collettiva e distruttiva che essi, al tempo stesso, subiscono e alimentano.
È ben vero che la minaccia ha un fondamento reale, materiale, che lo spettatore
“razionale” osserva e comprende da fuori anche se, privi di ogni familiarità con
la storia turca degli ultimi decenni, afferriamo con difficoltà tutti i
dettagli, nella scarsità di elementi didascalici offerti dalla sceneggiatura.
Proviamo allora a inquadrare meglio il conflitto tra i due clan nel suo contesto
storico: al culmine del conflitto che ha caratterizzato la questione kurda, le
comunità rurali e montane vennerò in larga misura smantellate, da un lato
dall’intervento militare, dall’altro dalla violenta dinamica dei fatti: alcuni
presero la via delle montagne e si unirono alle forze del PKK, altri gruppi
abbandonarono provvisoriamente i propri villaggi nell’attesa di tempi migliori,
altre comunità ancora restarono a presidiare il territorio come “guardiani”,
collaborando con l’esercito nella lotta contro il “terrorismo”. Terminata la
fase acuta del conflitto, molte delle famiglie e dei clan che erano partiti
tornarono nei propri villaggi, reclamando le terre di cui erano legittimi
proprietari. Naturalmente, nel frattempo, queste terre non erano restate
incolte, ma erano state occupate e coltivate da coloro che erano rimasti a
“guardia” dei villaggi: il ritorno e il conflitto su queste proprietà,
provvisoriamente abbandonate, è la ricetta, materiale e per questo
universalmente leggibile, per l’esplosione del conflitto narrato nel film.
Ma la realtà materiale non è tutto e, anzi, non è forse neanche la cosa
principale nel microcosmo di Emin Alper. Da questa base materiale emerge una
dimensione più profondamente psicologica, spirituale, interiore ed emotiva, non
sempre e non completamente comprensibile con gli strumenti della razionalità. Su
questo terreno, ad esempio, non si combatte ad armi pari con la spiritualità
diffusa nella piccola comunità, guidata inizialmente senza alcuna resistenza dal
moderato sceicco Ferit. Ma questo strato più arcaico è lungi dall’essere
immobile, pacificato. Al contrario, è proprio da qui che emergono le tensioni e
le ombre che aprono ai peggiori misfatti commessi dalla comunità, che si muove
ormai come un unico corpo e un’unica mente, quando il profeta incontra il suo
popolo e la sua monomaniaca fissazione per la sicurezza, la purezza, la verità
che non vede – ma soprattutto non tollera – più alcun ostacolo.
> Gli ingegni si fanno di pietra, i personaggi cominciano a muoversi come automi
> nella non più discernibile zona grigia tra la veglia e il sonno: de te fabula
> narratur, nell’era di Trump, Netanyahu, Erdogan – e la lista sarebbe troppo
> lunga da completare.
Eppure il punto di vista esterno, con la sua razionalità, non viene mai
completamente perso di vista, e mai scompare dall’orizzonte di riflessione. In
questo film di Alper, come nel suo precedente e altrettanto intelligente Kurak
Günler (Burning Days, a Cannes nel 2022), vi sono sempre dei personaggi che
riescono a restare ancorati alla realtà, che non vengono risucchiati dal vortice
dell’esaltazione religiosa, dell’illuminazione profetica, o del delirio
comunitario. Per fortuna. E tuttavia, se restano irrimediabilmente esterni –
potremmo chiederci – quale esito e quale politica sono veramente possibili per
la collettività, per la moltitudine, per i molti che rifiutano il nome dell’Uno?
Esiste una “salvezza” alternativa a quella della superstizione e dell’odio, a
quella del fascismo che cova potenzialmente in ognuno di noi? La riflessione
cinematografica di Alper non sembra al momento intravedere, o comunque
suggerire, alcuna risposta. Ma forse tutto non è ancora detto. Pur indagando
l’Anatolia profonda, questo film può suggerirci indirettamente che non tutte le
comunità sono sempre e comunque in preda alla superstizione, alla chiusura
autoreferenziale. In una bella recensione di questo film su “Variety”, Catherine
Bray indica l’involuzione autoritaria e fanatica dell’ICE e la sua disastrosa e
assassina operazione negli US come un paradigmatico esempio delle derive
autoritarie nel mondo odierno, simili a quelle esplorate e denunciate in
Kurtuluş. Ma possiamo anche rovesciare questo punto di vista, cambiare la
prospettiva e dire, con Foucault, che laddove c’è potere, ivi e sempre c’è anche
resistenza. Non è proprio la comunità civile di Minneapolis che si è
autorganizzata nella resistenza dal basso, pagando a caro prezzo la sua
spontanea manifestazione di civiltà, ma anche mostrando che un’altra “salvezza”
è ancora possibile? Oltre le ombre cupe del fascismo contemporaneo, forse in un
prossimo futuro anche il cinema di Alper vorrà guardare nella direzione di un
diverso modo di essere in comune, per cogliere quei segnali di umanità che non
mancano mai, in nessuna società e tantomeno in quella turca.
In copertina un fotogramma dal film
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