Indonesia, memoria e cancellazione

Jacobin Italia - Thursday, January 22, 2026
Articolo di Nicola Tanno

«Le foto strazianti […] non sono di grande aiuto se il nostro compito è quello di capire. Una narrazione può farci capire. Le fotografie fanno qualcos’altro: ci ossessionano». Nel 2003 Susan Sontang nel suo lavoro Davanti al dolore degli altri sottolineava la capacità delle immagini di fissarsi nella coscienza pubblica con una forza che supera quella delle parole, operando come agenti della memoria e dell’indignazione. Partendo da un’intuizione simile, due storici statunitensi sono giunti alla conclusione che è proprio l’assenza di immagini o la loro manipolazione ciò che ha generato la rimozione dalla coscienza collettiva del genocidio anticomunista indonesiano del 1965-66. Il libro di Geoffrey B. Robinson e Douglas Kammen Exposed. A Virtual History of the Destruction of the Indonesian Left (Cornell University Press) raccoglie più di trecento immagini sulla storia del Partito Comunista Indonesiano (Pki), sulla persecuzione dei suoi militanti e la costruzione del Nuovo Ordine di Suharto. 

Sull’importanza delle immagini nella memoria sociale e sui grandi interrogativi riguardanti la storia e la distruzione del Pki, Geoffrey B. Robinson, professore emerito presso la University of Los Angeles (Ucla), ha risposto ad alcune domande di Jacobin Italia.

Vi sono molti libri che raccontano i massacri del 1965. Tu stesso hai scritto quello forse più completo sull’argomento. Per quale motivo era necessaria una storia «visiva» della distruzione della sinistra indonesiana? 

Alla base del nostro lavoro vi è una premessa teorica: riteniamo che la mancanza di immagini sulla storia del Pki e sulla sua distruzione abbia distorto e impoverito la sua comprensione storica. Nei libri che affrontano l’argomento vi sono pochissime immagini e molto spesso si tratta di scene preparate deliberatamente dall’esercito per costruire una narrazione precisa, che raffigura i militari come eroi, mentre la sinistra subisce un processo di disumanizzazione. Bisogna riflettere su come funziona la memoria sociale. Prendiamo l’Olocausto: anche senza aver letto un libro sull’argomento, la gente sa di cosa si parla perché ha visto le immagini dei prigionieri scheletrici di Bergen-Belsen o dei binari nei campi. Quelle immagini hanno plasmato la comprensione collettiva dell’evento. 

Il caso indonesiano, al confronto, spicca per una documentazione visiva sia scarsa che distorta. Il punto di partenza del nostro lavoro è stato proprio questo: crediamo che per la comprensione e la memoria storica sia essenziale che la documentazione visiva sia non solo presente, ma anche adeguatamente spiegata e contestualizzata. Solo così le persone possono «vedere» la storia in modo diverso, in un modo che migliaia di parole di un libro non potranno mai trasmettere.

Il vostro libro viene pubblicato nei giorni in cui Suharto, presidente dell’Indonesia per trent’anni e principale responsabile del genocidio del 1965, è stato nominato «Eroe Nazionale». Nonostante il passare degli anni il passato sembra non essere stato ancora pienamente elaborato. Secondo te, perché?

Innanzitutto, è doveroso riconoscere che in Indonesia c’è chi il passato lo sta mettendo in discussione. L’aspetto positivo, se così possiamo definirlo, è che molti giovani, attivisti, membri di Ong e studenti protestano attivamente contro questa decisione insensata e oltraggiosa. Osservando ciò che avviene al di fuori del mainstream, l’impegno di giovani, artisti e attivisti di sinistra dimostra una profonda consapevolezza storica.

Tuttavia, come mai così tante persone ancora dimenticano o ignorano la verità storica? In parte la risposta sta nel fatto che il regime di Suharto ha realizzato un lavoro eccellente nel costruire una memoria collettiva – una falsa memoria storica – che rende estremamente difficile per la gente sapere o ricordare cosa sia realmente accaduto. Attraverso i programmi scolastici, i film, le commemorazioni e i monumenti, la versione dei fatti imposta dall’esercito si è radicata profondamente nella società, plasmando la memoria sociale. La chiave di volta è che gran parte dell’efficacia della propaganda del regime è stata ottenuta proprio attraverso la rappresentazione visiva. Più che dai libri, i ragazzi apprendono nozioni di storia attraverso immagini, vignette, statue. Un esempio emblematico sono le gite scolastiche al cosiddetto «Museo del Tradimento del Pki», dove i sei generali uccisi vengono rappresentati in modo eroico, mentre le donne della Gerwani [l’organizzazione femminile di sinistra, ndr] vengono raffigurate nude nell’atto di torturarli e ucciderli.

Per non parlare del famoso film sul «tradimento del Pki», che praticamente quasi ogni indonesiano ha visto nel corso della sua vita.

Esattamente. Quel film [Pengkhianatan G30S/PKI. Nda] è probabilmente il veicolo più importante. Dal 1984 al 1998 è stato riprodotto obbligatoriamente in tutte le scuole, e in parte succede ancora oggi. È un film di quattro ore che dipinge il Pki come un’entità mostruosa, brutale, traditrice. È il peggior film horror che si possa immaginare e, dall’infanzia fino al liceo, i ragazzi indonesiani erano obbligati a guardarlo. È un film orribile perché la violenza è terribilmente esplicita, grottesca, quasi pornografica, ma la cosa più importante è che nelle quattro ore di durata il film ti martella sempre con lo stesso messaggio, sulla natura perfida, subdola e orripilante del Pki. Pensa che un quotidiano indonesiano rivelò che l’80% della popolazione dichiarò di aver appreso tutto ciò che sapeva sul 1965 proprio da quel film. Questo ci fa capire il potere della rappresentazione visiva nel plasmare la memoria.

D’altro canto, possiamo osservare l’impatto opposto dei due film di Joshua Oppenheimer, L’Atto di Uccidere e The Look of Silence, che hanno cambiato la prospettiva di molte persone. Dopo le prime proiezioni, seppur in circuiti limitati in Indonesia, una nuova generazione ha cominciato a chiedersi: «Aspetta un attimo, cos’è successo veramente? Non è ciò che mi era stato raccontato». Anche in questo caso, è stata la rappresentazione visiva a fare la differenza, ma in senso inverso: per smantellare la menzogna, non per costruirla. 

Tra le foto ve n’è una foto molto bella che mostra tanti giovani in festa in uno dei festival del Pki, pochi mesi prima del disastro. Difficile che essi immaginassero il destino che li attendeva. Aldilà del suo tragico finale, che ruolo ha avuto il Pki nella storia dell’Indonesia del 20º secolo?

Foto di Moelyono. Per gentile concessione di G. Robinson

Proprio riguardo a quella fotografia, ho sentito da una studiosa, Karen Strasler, che quando fu esposta in una mostra a Yogyakarta durante la Reformasi [1998-1999, nda], era quella davanti alla quale tutti i giovani si fermavano. La toccavano e poi dicevano: «Oh, mio Dio, sono così giovani. Potrei essere io». La gente si rivedeva in quella foto e improvvisamente capiva che ciò davvero era il Pki.

Non volevamo mostrare solo l’aspetto tragico di questa storia, ma anche ricordare che la sinistra e il Pki furono, per un lungo periodo, una forza politica e sociale incredibilmente vitale e radicata. Le sue origini risalgono almeno agli anni Venti e tra la gente comune godeva di una popolarità enorme, per una serie di ragioni concrete. Innanzitutto, era considerato l’unico partito non corrotto. Mentre altre formazioni erano note per gli scambi di favori e la compravendita di cariche, il Pki manteneva una reputazione di integrità. In secondo luogo, era un fermo sostenitore dell’anti-imperialismo di Sukarno. In una nazione che aveva appena conquistato l’indipendenza dopo 300 anni di dominio coloniale e una dura guerra di liberazione, questa non era una semplice posizione ideologica: era una bandiera condivisa e potentissima. Anche chi non si definiva comunista apprezzava che il Pki si opponesse a ogni forma di imperialismo. Il Pki era un mondo vivace composto da biblioteche, gruppi studenteschi e sindacati che promosse idee profondamente progressiste per l’epoca. L’esempio più lampante è la lotta per i diritti delle donne. In una società fortemente patriarcale e musulmana, l’organizzazione femminile Gerwani si batté per l’istruzione e l’occupazione femminile, l’arruolamento delle donne nell’esercito e avviò campagne di alfabetizzazione e autonomia economica. Queste erano iniziative concrete che cambiavano la vita delle persone.

Tirando le fila, direi che il Pki e la sinistra furono fondamentali nel fare dell’Indonesia degli anni Cinquanta e Sessanta una società dinamica e aperta al mondo. Nel paese vi era un dibattito pubblico vivace, con decine di giornali che discutevano di ciò che succedeva in Congo, a Cuba e in altre parti del mondo. Gli studenti indonesiani viaggiavano e studiavano all’estero, Sukarno era una star del movimento dei paesi non-allineati, l’Indonesia era un attore sulla scena globale, interessato ai fermenti progressisti dei nuovi Stati indipendenti. La sinistra e il Pki in particolare stavano davvero galvanizzando una parte della società indonesiana. La sua distruzione nel 1965 non significò solo la fine di un partito, ma l’annichilimento di un intero universo culturale e politico: una tradizione di pensiero critico, di apertura internazionale, di azione progressista che è stata brutalmente cancellata. 

Oggi, però, vedo un barlume di speranza. Ci sono giovani che stanno riscoprendo la sinistra dei loro antenati. Stanno recuperando una storia che credevano perduta e la vedono come una strada per lasciare un segno in un paese che ha un disperato bisogno di nuove idee. E in questo senso, ci auguriamo che il nostro libro dia un piccolo contributo.

Vorrei parlare di D.N. Aidit, un leader politico tanto importante quanto ignorato. È come se le scelte suicide dell’ultimo mese di vita avessero cancellato i suoi 15 anni di leadership. Che bilancio storico possiamo dare del capo del Pki? 

Innanzitutto, va ricordato che fu Aidit, insieme a un gruppo di giovani, a salvare il partito da una sconfitta quasi catastrofica nel 1948, dandogli nuova energia e trasformandolo in una forza politica potente nel giro di un paio d’anni. I risultati si videro: nel 1955 e nel 1957 il partito ottenne ottimi risultati alle elezioni nazionali e in quelle regionali, dove vinse in diversi collegi.

La scelta strategica che adottarono dopo il disastro di Madiun del 1948 – quando l’esercito uccise migliaia di militanti del Pki – fu decisiva. Aidit e il suo gruppo dissero: «Non saremo un partito rivoluzionario armato. Adotteremo una linea parlamentare». Questa strategia fu probabilmente una delle ragioni principali del suo successo. Il partito si presentò sulla scena pubblica in modo del tutto visibile e promosse una mobilitazione totale. Adottò posizioni forti sull’imperialismo e il nazionalismo, e sostenne i sindacalisti, i contadini e i lavoratori. Inoltre, l’alleanza del Pki con Sukarno creò una squadra formidabile.

Le critiche arrivarono dopo, quando si disse che era stato un errore non armarsi. La scelta parlamentarista – secondo questa tesi – aveva prodotto una catastrofe annunciata: quando l’altra parte ricorse alla violenza, i comunisti, impreparati a una lotta armata, non poterono fare nulla e furono schiacciati.

Vi è poi un altro aspetto cruciale: con la Democrazia Guidata di Sukarno [1960-1967, nda], dopo i tentativi di golpe della fine degli anni Cinquanta, le elezioni non si tennero più. La competizione tra partiti non si svolgeva più alle urne, ma per strada: nella mobilitazione di massa, nei comizi, nelle manifestazioni e nei grandi festival. E si scoprì che il Pki eccelleva in quel tipo di mobilitazioni. Quello che volevamo trasmettere nel libro è che il Pki non era destinato al fallimento, non era solo un gruppo di uomini cupi che discutevano in stanze buie. Era gente che suonava, si divertiva e si godeva la vita.

La fine del Pki cominciò il primo ottobre 1965, quando una sollevazione militare di soldati progressisti fallì miseramente causando l’uccisione di sei generali. Per questo episodio l’esercito incolpò ingiustamente l’intero Pki, ma è ormai assodato che D.N. Aidit fosse al corrente (se non l’organizzatore) della cospirazione, mal consigliato dal capo della struttura clandestina del partito, Sjam. Dal tuo libro, tuttavia, metti in discussione finanche la partecipazione di Aidit e paventi la possibilità che Sjam fosse un agente per conto di Suharto. Puoi chiarire meglio la tua posizione sui fatti del 1º ottobre?

La questione della responsabilità è complessa. Ritengo probabile che Aidit e forse uno o due altri membri del comitato centrale fossero a conoscenza del piano, ma non credo che il partito nel suo insieme ne fosse al corrente. La base, certamente, non sapeva nulla. Bisogna poi chiarire il significato di «responsabilità». Essere a conoscenza del piano, o anche simpatizzarvi, è molto diverso dall’averlo ideato e diretto. Personalmente, sulla base delle ricerche di John Roosa, penso che Aidit fosse probabilmente informato e che lo approvasse. Non sono però convinto che il piano sia stato ideato da lui. In quel contesto politico, era comune che un piano (come un rapimento o una dimostrazione di forza) circolasse tra diverse figure, che potevano poi scegliere se sostenerlo o meno. Questo scenario è diverso da una cospirazione centralizzata del Pki. L’ipotesi che trovo più plausibile, e che propongo nel libro, è che il movimento sia nato principalmente dalla rabbia all’interno di settori dell’esercito verso la corruzione dei propri vertici. La complicazione è che nell’esercito c’erano anche simpatizzanti del Pki, il quale incoraggiava apertamente questo sostegno. È quindi possibile che alcuni di quei simpatizzanti, con le loro frustrazioni autentiche, fossero coinvolti.

In sintesi, affermare che Aidit fosse a conoscenza e abbia tollerato l’azione è una cosa; sostenere che ne fosse il responsabile, o che il Pki abbia una responsabilità collettiva per l’uccisione dei generali e per ciò che seguì, è un’altra ben diversa.

Per quale motivo milioni di militanti comunisti non furono neanche lontanamente capaci di organizzare una resistenza? Fu solo un problema militare o anche un problema di linea politica?

Primo, la gran parte degli iscritti non capì cosa stesse succedendo. I testimoni raccontano di adunate in cui l’esercito chiedeva ai membri del Pki e delle sue organizzazioni di farsi avanti, e la gente, ignara, lo faceva per poi essere arrestata. Secondo, il fatto che non si siano mobilitati suggerisce con forzache il partito non organizzò il Movimento del 30 Settembre. Se lo avesse fatto, avrebbe sicuramente diramato degli ordini di mobilitazione. Invece non successe nulla, a parte isolati episodi a Giava Centrale. Per un partito così abile nelle mobilitazioni, il silenzio e l’inazione furono sorprendenti. Terzo, il Pki era organizzato per la protesta di massa, non per combattere. Contrariamente alle accuse, non si stava armando. L’unico addestramento a cui erano stati sottoposti i propri militanti – così come quelli degli altri partiti – era una forma di difesa civile con bastoni e fucili finti. I membri del PKI non avevano una seria preparazione militare, né sapevano sparare. Anche negli scontri fisici precedenti, come durante l’occupazione delle campagne nel 1964, tendevano a perdere contro gruppi avversari.

La resistenza che emerse fu quindi per lo più improvvisata e disperata, come quella di sei donne che cercarono di bloccare i soldati e che vennero fucilate per questo. L’unico tentativo di resistenza armata organizzata arrivò molto dopo, quando alcuni militanti fuggirono a Blitar, rifugiandosi nelle grotte per sopravvivere. Lì emerse la consapevolezza di organizzare una resistenza armata. Ma era troppo tardi.

Nel testo vi sono molte foto di Sukarno, il Presidente della Repubblica impegnato nel trovare «soluzioni politiche» che impedissero la distruzione del Pki. Tuttavia, fu lui a concedere a Suharto i poteri militari che gli permisero di uccidere centinaia di migliaia di persone. Che opinione hai dell’ultima fase di Sukarno? Poteva fare di più per fermare i massacri?

È una domanda difficile. Spesso si pensa che ogni cosa sia stata decisa dopo il 1° ottobre 1965, ma in realtà ci vollero due anni per estromettere Sukarno dal potere. L’esercito dovette persino frenare i suoi stessi sostenitori per non sfidarlo troppo apertamente.

Sukarno, abituato a risolvere ogni crisi con carisma, concessioni e minacce, credette di poter gestire anche quella situazione. Firmò il Supersemar l’11 marzo 1966, trasferendo poteri a Suharto per «ristabilire l’ordine» con la convinzione di poterlo manovrare, ma sottovalutò la spietatezza di Suharto, che trasformò quel documento in uno strumento per il suo colpo di stato, fino a spingere Sukarno alle dimissioni. Inoltre, la firma gli fu estorta sotto la pressione da parte di generali di alto rango che lo affrontarono direttamente nella sua residenza estiva a Bogor, dove era fuggito dopo che le truppe avevano circondato il palazzo presidenziale.

Alla tua domanda se avrebbe potuto fare di più, denunciando il massacro e dicendo che non poteva accettare quelle uccisioni, anche a rischio della vita… penso che tu abbia ragione. Avrebbe potuto fare di più, probabilmente. Il suo modo di operare politicamente, però, era sempre stato quello di manipolare e mettere le parti l’una contro l’altra. Non credo fosse nel suo stile un gesto così diretto e rischioso come quello che stai suggerendo. Va detto, per onestà, che intorno a novembre-dicembre del 1965 disse chiaramente che le uccisioni dovevano fermarsi. Su questa base istituì una commissione di accertamento dei fatti , che però visitò solo Giava e Bali e si confrontò solamente con funzionari governativi e militari. 

Col suo lavoro Jess Melvin ha dimostrato che da parte dell’esercito vi fossero intenzioni genocidiarie, ovvero quelle di distruggere «fino alla radice» il Pki. Ritieni che i massacri anticomunisti del 1965 in Indonesia possano essere definiti «genocidio»?

Ritengo che, nell’evoluzione del dibattito sulla violenza di massa, sia corretto definire i fatti del 1965 un genocidio. La difficoltà risiede nella definizione giuridica stretta della Convenzione sul genocidio, che protegge solo gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi – categorie nelle quali il Pki, in quanto partito politico, non rientra facilmente. Per questo, alcuni storici sono riluttanti a usare il termine. Tuttavia, sempre più studiosi sostengono che sia assurdo escludere un gruppo politico quando la logica dello sterminio è identica: l’intento deliberato di annientare «fino alla radice» una parte della popolazione. Le dinamiche, l’obiettivo e la ferocia sono le stesse di un genocidio etnico o religioso. Si può anche argomentare che le violenze costituirono un genocidio sulla base del fatto che il Pki costituiva un «gruppo nazionale» nel senso più ampio, un elemento costitutivo e simbolico della stessa nazione indonesiana – proprio come gli abitanti di Srebrenica rappresentavano una parte vitale e simbolica della comunità bosniaca. Questa posizione è stata espressa dal Tribunale Internazionale Popolare 1965 e da numerosi stimati studiosi.

Ad ogni modo, per me la questione definitoria è meno importante del comprendere come e perché sia successo, e delle sue terribili conseguenze a lungo termine. Oltre all’effetto immediato su centinaia di migliaia di persone, dobbiamo considerare le conseguenze per la società nel suo complesso, che perdurano fino a oggi. Reputo queste questioni più importanti della disputa accademica sulle definizioni.

In conclusione, credi che nell’Indonesia di domani vi possa essere la rinascita di un nuovo movimento o partito di sinistra anticapitalista?

Penso che sia piuttosto improbabile assistere alla nascita di un nuovo partito anticapitalista o di sinistra che operi apertamente all’interno del sistema politico. Mi sembra una prospettiva molto lontana.

Tuttavia, credo che stiamo già assistendo alla nascita di un nuovo movimento di sinistra, anche se per il momento è limitato a giovani delle aree urbane, persone con un’istruzione universitaria, giornalisti, attivisti e simili. Osservo un entusiasmo e un fermento emergenti intorno a queste idee più progressiste. Quindi, non sono troppo ottimista sul fatto che questo fermento possa trasformarsi in un partito politico formale. Sono invece piuttosto ottimista sulla sua capacità di operare come movimento non partitico. E questo sta già accadendo.

*Geoffrey B. Robinson, professore emerito di storia alla University of California (Ucla) specializzato nella violenza politica e diritti umani nel Sud-Est Asiatico. Oltre a Exposure: A Visual History of the Destruction of ther Indonesian Left (Cornell University Press, 2025), ha pubblicato The Killing Season. A History of the Indonesian Massacres 1965-66 (Princenton University Press, 2018). Nicola Tanno è laureato in Scienze Politiche e in Analisi Economica delle Istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Nel 2026 pubblicherà Arcipelago Rosso. Lotta Politica e Genocidio in Indonesia (1914-1968) (Mimesis). Vive e lavora da anni a Barcellona.

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