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Indonesia, memoria e cancellazione
Articolo di Nicola Tanno «Le foto strazianti […] non sono di grande aiuto se il nostro compito è quello di capire. Una narrazione può farci capire. Le fotografie fanno qualcos’altro: ci ossessionano». Nel 2003 Susan Sontang nel suo lavoro Davanti al dolore degli altri sottolineava la capacità delle immagini di fissarsi nella coscienza pubblica con una forza che supera quella delle parole, operando come agenti della memoria e dell’indignazione. Partendo da un’intuizione simile, due storici statunitensi sono giunti alla conclusione che è proprio l’assenza di immagini o la loro manipolazione ciò che ha generato la rimozione dalla coscienza collettiva del genocidio anticomunista indonesiano del 1965-66. Il libro di Geoffrey B. Robinson e Douglas Kammen Exposed. A Virtual History of the Destruction of the Indonesian Left (Cornell University Press) raccoglie più di trecento immagini sulla storia del Partito Comunista Indonesiano (Pki), sulla persecuzione dei suoi militanti e la costruzione del Nuovo Ordine di Suharto.  Sull’importanza delle immagini nella memoria sociale e sui grandi interrogativi riguardanti la storia e la distruzione del Pki, Geoffrey B. Robinson, professore emerito presso la University of Los Angeles (Ucla), ha risposto ad alcune domande di Jacobin Italia. Vi sono molti libri che raccontano i massacri del 1965. Tu stesso hai scritto quello forse più completo sull’argomento. Per quale motivo era necessaria una storia «visiva» della distruzione della sinistra indonesiana?  Alla base del nostro lavoro vi è una premessa teorica: riteniamo che la mancanza di immagini sulla storia del Pki e sulla sua distruzione abbia distorto e impoverito la sua comprensione storica. Nei libri che affrontano l’argomento vi sono pochissime immagini e molto spesso si tratta di scene preparate deliberatamente dall’esercito per costruire una narrazione precisa, che raffigura i militari come eroi, mentre la sinistra subisce un processo di disumanizzazione. Bisogna riflettere su come funziona la memoria sociale. Prendiamo l’Olocausto: anche senza aver letto un libro sull’argomento, la gente sa di cosa si parla perché ha visto le immagini dei prigionieri scheletrici di Bergen-Belsen o dei binari nei campi. Quelle immagini hanno plasmato la comprensione collettiva dell’evento.  Il caso indonesiano, al confronto, spicca per una documentazione visiva sia scarsa che distorta. Il punto di partenza del nostro lavoro è stato proprio questo: crediamo che per la comprensione e la memoria storica sia essenziale che la documentazione visiva sia non solo presente, ma anche adeguatamente spiegata e contestualizzata. Solo così le persone possono «vedere» la storia in modo diverso, in un modo che migliaia di parole di un libro non potranno mai trasmettere. Il vostro libro viene pubblicato nei giorni in cui Suharto, presidente dell’Indonesia per trent’anni e principale responsabile del genocidio del 1965, è stato nominato «Eroe Nazionale». Nonostante il passare degli anni il passato sembra non essere stato ancora pienamente elaborato. Secondo te, perché? Innanzitutto, è doveroso riconoscere che in Indonesia c’è chi il passato lo sta mettendo in discussione. L’aspetto positivo, se così possiamo definirlo, è che molti giovani, attivisti, membri di Ong e studenti protestano attivamente contro questa decisione insensata e oltraggiosa. Osservando ciò che avviene al di fuori del mainstream, l’impegno di giovani, artisti e attivisti di sinistra dimostra una profonda consapevolezza storica. Tuttavia, come mai così tante persone ancora dimenticano o ignorano la verità storica? In parte la risposta sta nel fatto che il regime di Suharto ha realizzato un lavoro eccellente nel costruire una memoria collettiva – una falsa memoria storica – che rende estremamente difficile per la gente sapere o ricordare cosa sia realmente accaduto. Attraverso i programmi scolastici, i film, le commemorazioni e i monumenti, la versione dei fatti imposta dall’esercito si è radicata profondamente nella società, plasmando la memoria sociale. La chiave di volta è che gran parte dell’efficacia della propaganda del regime è stata ottenuta proprio attraverso la rappresentazione visiva. Più che dai libri, i ragazzi apprendono nozioni di storia attraverso immagini, vignette, statue. Un esempio emblematico sono le gite scolastiche al cosiddetto «Museo del Tradimento del Pki», dove i sei generali uccisi vengono rappresentati in modo eroico, mentre le donne della Gerwani [l’organizzazione femminile di sinistra, ndr] vengono raffigurate nude nell’atto di torturarli e ucciderli. Per non parlare del famoso film sul «tradimento del Pki», che praticamente quasi ogni indonesiano ha visto nel corso della sua vita. Esattamente. Quel film [Pengkhianatan G30S/PKI. Nda] è probabilmente il veicolo più importante. Dal 1984 al 1998 è stato riprodotto obbligatoriamente in tutte le scuole, e in parte succede ancora oggi. È un film di quattro ore che dipinge il Pki come un’entità mostruosa, brutale, traditrice. È il peggior film horror che si possa immaginare e, dall’infanzia fino al liceo, i ragazzi indonesiani erano obbligati a guardarlo. È un film orribile perché la violenza è terribilmente esplicita, grottesca, quasi pornografica, ma la cosa più importante è che nelle quattro ore di durata il film ti martella sempre con lo stesso messaggio, sulla natura perfida, subdola e orripilante del Pki. Pensa che un quotidiano indonesiano rivelò che l’80% della popolazione dichiarò di aver appreso tutto ciò che sapeva sul 1965 proprio da quel film. Questo ci fa capire il potere della rappresentazione visiva nel plasmare la memoria. D’altro canto, possiamo osservare l’impatto opposto dei due film di Joshua Oppenheimer, L’Atto di Uccidere e The Look of Silence, che hanno cambiato la prospettiva di molte persone. Dopo le prime proiezioni, seppur in circuiti limitati in Indonesia, una nuova generazione ha cominciato a chiedersi: «Aspetta un attimo, cos’è successo veramente? Non è ciò che mi era stato raccontato». Anche in questo caso, è stata la rappresentazione visiva a fare la differenza, ma in senso inverso: per smantellare la menzogna, non per costruirla.  Tra le foto ve n’è una foto molto bella che mostra tanti giovani in festa in uno dei festival del Pki, pochi mesi prima del disastro. Difficile che essi immaginassero il destino che li attendeva. Aldilà del suo tragico finale, che ruolo ha avuto il Pki nella storia dell’Indonesia del 20º secolo? Foto di Moelyono. Per gentile concessione di G. Robinson Proprio riguardo a quella fotografia, ho sentito da una studiosa, Karen Strasler, che quando fu esposta in una mostra a Yogyakarta durante la Reformasi [1998-1999, nda], era quella davanti alla quale tutti i giovani si fermavano. La toccavano e poi dicevano: «Oh, mio Dio, sono così giovani. Potrei essere io». La gente si rivedeva in quella foto e improvvisamente capiva che ciò davvero era il Pki. Non volevamo mostrare solo l’aspetto tragico di questa storia, ma anche ricordare che la sinistra e il Pki furono, per un lungo periodo, una forza politica e sociale incredibilmente vitale e radicata. Le sue origini risalgono almeno agli anni Venti e tra la gente comune godeva di una popolarità enorme, per una serie di ragioni concrete. Innanzitutto, era considerato l’unico partito non corrotto. Mentre altre formazioni erano note per gli scambi di favori e la compravendita di cariche, il Pki manteneva una reputazione di integrità. In secondo luogo, era un fermo sostenitore dell’anti-imperialismo di Sukarno. In una nazione che aveva appena conquistato l’indipendenza dopo 300 anni di dominio coloniale e una dura guerra di liberazione, questa non era una semplice posizione ideologica: era una bandiera condivisa e potentissima. Anche chi non si definiva comunista apprezzava che il Pki si opponesse a ogni forma di imperialismo. Il Pki era un mondo vivace composto da biblioteche, gruppi studenteschi e sindacati che promosse idee profondamente progressiste per l’epoca. L’esempio più lampante è la lotta per i diritti delle donne. In una società fortemente patriarcale e musulmana, l’organizzazione femminile Gerwani si batté per l’istruzione e l’occupazione femminile, l’arruolamento delle donne nell’esercito e avviò campagne di alfabetizzazione e autonomia economica. Queste erano iniziative concrete che cambiavano la vita delle persone. Tirando le fila, direi che il Pki e la sinistra furono fondamentali nel fare dell’Indonesia degli anni Cinquanta e Sessanta una società dinamica e aperta al mondo. Nel paese vi era un dibattito pubblico vivace, con decine di giornali che discutevano di ciò che succedeva in Congo, a Cuba e in altre parti del mondo. Gli studenti indonesiani viaggiavano e studiavano all’estero, Sukarno era una star del movimento dei paesi non-allineati, l’Indonesia era un attore sulla scena globale, interessato ai fermenti progressisti dei nuovi Stati indipendenti. La sinistra e il Pki in particolare stavano davvero galvanizzando una parte della società indonesiana. La sua distruzione nel 1965 non significò solo la fine di un partito, ma l’annichilimento di un intero universo culturale e politico: una tradizione di pensiero critico, di apertura internazionale, di azione progressista che è stata brutalmente cancellata.  Oggi, però, vedo un barlume di speranza. Ci sono giovani che stanno riscoprendo la sinistra dei loro antenati. Stanno recuperando una storia che credevano perduta e la vedono come una strada per lasciare un segno in un paese che ha un disperato bisogno di nuove idee. E in questo senso, ci auguriamo che il nostro libro dia un piccolo contributo. Vorrei parlare di D.N. Aidit, un leader politico tanto importante quanto ignorato. È come se le scelte suicide dell’ultimo mese di vita avessero cancellato i suoi 15 anni di leadership. Che bilancio storico possiamo dare del capo del Pki?  Innanzitutto, va ricordato che fu Aidit, insieme a un gruppo di giovani, a salvare il partito da una sconfitta quasi catastrofica nel 1948, dandogli nuova energia e trasformandolo in una forza politica potente nel giro di un paio d’anni. I risultati si videro: nel 1955 e nel 1957 il partito ottenne ottimi risultati alle elezioni nazionali e in quelle regionali, dove vinse in diversi collegi. La scelta strategica che adottarono dopo il disastro di Madiun del 1948 – quando l’esercito uccise migliaia di militanti del Pki – fu decisiva. Aidit e il suo gruppo dissero: «Non saremo un partito rivoluzionario armato. Adotteremo una linea parlamentare». Questa strategia fu probabilmente una delle ragioni principali del suo successo. Il partito si presentò sulla scena pubblica in modo del tutto visibile e promosse una mobilitazione totale. Adottò posizioni forti sull’imperialismo e il nazionalismo, e sostenne i sindacalisti, i contadini e i lavoratori. Inoltre, l’alleanza del Pki con Sukarno creò una squadra formidabile. Le critiche arrivarono dopo, quando si disse che era stato un errore non armarsi. La scelta parlamentarista – secondo questa tesi – aveva prodotto una catastrofe annunciata: quando l’altra parte ricorse alla violenza, i comunisti, impreparati a una lotta armata, non poterono fare nulla e furono schiacciati. Vi è poi un altro aspetto cruciale: con la Democrazia Guidata di Sukarno [1960-1967, nda], dopo i tentativi di golpe della fine degli anni Cinquanta, le elezioni non si tennero più. La competizione tra partiti non si svolgeva più alle urne, ma per strada: nella mobilitazione di massa, nei comizi, nelle manifestazioni e nei grandi festival. E si scoprì che il Pki eccelleva in quel tipo di mobilitazioni. Quello che volevamo trasmettere nel libro è che il Pki non era destinato al fallimento, non era solo un gruppo di uomini cupi che discutevano in stanze buie. Era gente che suonava, si divertiva e si godeva la vita. La fine del Pki cominciò il primo ottobre 1965, quando una sollevazione militare di soldati progressisti fallì miseramente causando l’uccisione di sei generali. Per questo episodio l’esercito incolpò ingiustamente l’intero Pki, ma è ormai assodato che D.N. Aidit fosse al corrente (se non l’organizzatore) della cospirazione, mal consigliato dal capo della struttura clandestina del partito, Sjam. Dal tuo libro, tuttavia, metti in discussione finanche la partecipazione di Aidit e paventi la possibilità che Sjam fosse un agente per conto di Suharto. Puoi chiarire meglio la tua posizione sui fatti del 1º ottobre? La questione della responsabilità è complessa. Ritengo probabile che Aidit e forse uno o due altri membri del comitato centrale fossero a conoscenza del piano, ma non credo che il partito nel suo insieme ne fosse al corrente. La base, certamente, non sapeva nulla. Bisogna poi chiarire il significato di «responsabilità». Essere a conoscenza del piano, o anche simpatizzarvi, è molto diverso dall’averlo ideato e diretto. Personalmente, sulla base delle ricerche di John Roosa, penso che Aidit fosse probabilmente informato e che lo approvasse. Non sono però convinto che il piano sia stato ideato da lui. In quel contesto politico, era comune che un piano (come un rapimento o una dimostrazione di forza) circolasse tra diverse figure, che potevano poi scegliere se sostenerlo o meno. Questo scenario è diverso da una cospirazione centralizzata del Pki. L’ipotesi che trovo più plausibile, e che propongo nel libro, è che il movimento sia nato principalmente dalla rabbia all’interno di settori dell’esercito verso la corruzione dei propri vertici. La complicazione è che nell’esercito c’erano anche simpatizzanti del Pki, il quale incoraggiava apertamente questo sostegno. È quindi possibile che alcuni di quei simpatizzanti, con le loro frustrazioni autentiche, fossero coinvolti. In sintesi, affermare che Aidit fosse a conoscenza e abbia tollerato l’azione è una cosa; sostenere che ne fosse il responsabile, o che il Pki abbia una responsabilità collettiva per l’uccisione dei generali e per ciò che seguì, è un’altra ben diversa. Per quale motivo milioni di militanti comunisti non furono neanche lontanamente capaci di organizzare una resistenza? Fu solo un problema militare o anche un problema di linea politica? Primo, la gran parte degli iscritti non capì cosa stesse succedendo. I testimoni raccontano di adunate in cui l’esercito chiedeva ai membri del Pki e delle sue organizzazioni di farsi avanti, e la gente, ignara, lo faceva per poi essere arrestata. Secondo, il fatto che non si siano mobilitati suggerisce con forzache il partito non organizzò il Movimento del 30 Settembre. Se lo avesse fatto, avrebbe sicuramente diramato degli ordini di mobilitazione. Invece non successe nulla, a parte isolati episodi a Giava Centrale. Per un partito così abile nelle mobilitazioni, il silenzio e l’inazione furono sorprendenti. Terzo, il Pki era organizzato per la protesta di massa, non per combattere. Contrariamente alle accuse, non si stava armando. L’unico addestramento a cui erano stati sottoposti i propri militanti – così come quelli degli altri partiti – era una forma di difesa civile con bastoni e fucili finti. I membri del PKI non avevano una seria preparazione militare, né sapevano sparare. Anche negli scontri fisici precedenti, come durante l’occupazione delle campagne nel 1964, tendevano a perdere contro gruppi avversari. La resistenza che emerse fu quindi per lo più improvvisata e disperata, come quella di sei donne che cercarono di bloccare i soldati e che vennero fucilate per questo. L’unico tentativo di resistenza armata organizzata arrivò molto dopo, quando alcuni militanti fuggirono a Blitar, rifugiandosi nelle grotte per sopravvivere. Lì emerse la consapevolezza di organizzare una resistenza armata. Ma era troppo tardi. Nel testo vi sono molte foto di Sukarno, il Presidente della Repubblica impegnato nel trovare «soluzioni politiche» che impedissero la distruzione del Pki. Tuttavia, fu lui a concedere a Suharto i poteri militari che gli permisero di uccidere centinaia di migliaia di persone. Che opinione hai dell’ultima fase di Sukarno? Poteva fare di più per fermare i massacri? È una domanda difficile. Spesso si pensa che ogni cosa sia stata decisa dopo il 1° ottobre 1965, ma in realtà ci vollero due anni per estromettere Sukarno dal potere. L’esercito dovette persino frenare i suoi stessi sostenitori per non sfidarlo troppo apertamente. Sukarno, abituato a risolvere ogni crisi con carisma, concessioni e minacce, credette di poter gestire anche quella situazione. Firmò il Supersemar l’11 marzo 1966, trasferendo poteri a Suharto per «ristabilire l’ordine» con la convinzione di poterlo manovrare, ma sottovalutò la spietatezza di Suharto, che trasformò quel documento in uno strumento per il suo colpo di stato, fino a spingere Sukarno alle dimissioni. Inoltre, la firma gli fu estorta sotto la pressione da parte di generali di alto rango che lo affrontarono direttamente nella sua residenza estiva a Bogor, dove era fuggito dopo che le truppe avevano circondato il palazzo presidenziale. Alla tua domanda se avrebbe potuto fare di più, denunciando il massacro e dicendo che non poteva accettare quelle uccisioni, anche a rischio della vita… penso che tu abbia ragione. Avrebbe potuto fare di più, probabilmente. Il suo modo di operare politicamente, però, era sempre stato quello di manipolare e mettere le parti l’una contro l’altra. Non credo fosse nel suo stile un gesto così diretto e rischioso come quello che stai suggerendo. Va detto, per onestà, che intorno a novembre-dicembre del 1965 disse chiaramente che le uccisioni dovevano fermarsi. Su questa base istituì una commissione di accertamento dei fatti , che però visitò solo Giava e Bali e si confrontò solamente con funzionari governativi e militari.  Col suo lavoro Jess Melvin ha dimostrato che da parte dell’esercito vi fossero intenzioni genocidiarie, ovvero quelle di distruggere «fino alla radice» il Pki. Ritieni che i massacri anticomunisti del 1965 in Indonesia possano essere definiti «genocidio»? Ritengo che, nell’evoluzione del dibattito sulla violenza di massa, sia corretto definire i fatti del 1965 un genocidio. La difficoltà risiede nella definizione giuridica stretta della Convenzione sul genocidio, che protegge solo gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi – categorie nelle quali il Pki, in quanto partito politico, non rientra facilmente. Per questo, alcuni storici sono riluttanti a usare il termine. Tuttavia, sempre più studiosi sostengono che sia assurdo escludere un gruppo politico quando la logica dello sterminio è identica: l’intento deliberato di annientare «fino alla radice» una parte della popolazione. Le dinamiche, l’obiettivo e la ferocia sono le stesse di un genocidio etnico o religioso. Si può anche argomentare che le violenze costituirono un genocidio sulla base del fatto che il Pki costituiva un «gruppo nazionale» nel senso più ampio, un elemento costitutivo e simbolico della stessa nazione indonesiana – proprio come gli abitanti di Srebrenica rappresentavano una parte vitale e simbolica della comunità bosniaca. Questa posizione è stata espressa dal Tribunale Internazionale Popolare 1965 e da numerosi stimati studiosi. Ad ogni modo, per me la questione definitoria è meno importante del comprendere come e perché sia successo, e delle sue terribili conseguenze a lungo termine. Oltre all’effetto immediato su centinaia di migliaia di persone, dobbiamo considerare le conseguenze per la società nel suo complesso, che perdurano fino a oggi. Reputo queste questioni più importanti della disputa accademica sulle definizioni. In conclusione, credi che nell’Indonesia di domani vi possa essere la rinascita di un nuovo movimento o partito di sinistra anticapitalista? Penso che sia piuttosto improbabile assistere alla nascita di un nuovo partito anticapitalista o di sinistra che operi apertamente all’interno del sistema politico. Mi sembra una prospettiva molto lontana. Tuttavia, credo che stiamo già assistendo alla nascita di un nuovo movimento di sinistra, anche se per il momento è limitato a giovani delle aree urbane, persone con un’istruzione universitaria, giornalisti, attivisti e simili. Osservo un entusiasmo e un fermento emergenti intorno a queste idee più progressiste. Quindi, non sono troppo ottimista sul fatto che questo fermento possa trasformarsi in un partito politico formale. Sono invece piuttosto ottimista sulla sua capacità di operare come movimento non partitico. E questo sta già accadendo. *Geoffrey B. Robinson, professore emerito di storia alla University of California (Ucla) specializzato nella violenza politica e diritti umani nel Sud-Est Asiatico. Oltre a Exposure: A Visual History of the Destruction of ther Indonesian Left (Cornell University Press, 2025), ha pubblicato The Killing Season. A History of the Indonesian Massacres 1965-66 (Princenton University Press, 2018). Nicola Tanno è laureato in Scienze Politiche e in Analisi Economica delle Istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Nel 2026 pubblicherà Arcipelago Rosso. Lotta Politica e Genocidio in Indonesia (1914-1968) (Mimesis). Vive e lavora da anni a Barcellona. 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January 22, 2026
Jacobin Italia
GABRIEL POMBO DA SILVA – REPRESSIONE IN INDONESIA – PRISONERS FOR PALESTINE – UG SOLUTIONS E MERCENARI A GAZA@3
Estratti dalla puntata del 8dicembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia GABRIEL POMBO DA SILVIA E OPERAZIONE SCRIPTA MANENT Apriamo la puntata con la notizia della richiesta di arresto in Spagna del compagno anarchico Gabriel Pombo da Silva all’interno di un’operazione congiunta con la Digos di Torino per l’esecuzione della condanna a due anni di reclusione per apologia e istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Condanna che si inscrive all’interno della strategia dell’Operazione Scripta Manent, volta a cancellare – anche su un piano storico oltre che repressivo – una fase della conflittualità anarchica. Apprendiamo che Gabriel è stato sottoposto a obbligo di firma e integriamo con gli aggiornamenti di una compagna: Aggiornamenti: REPRESSIONE DOPO I RIOTS IN INDONESIA E CASO “CHAOS STAR” Grazie al contributo di Palang Hitam/ABC Indonesia cerchiamo di osservare il contesto in cui si sono sviluppate le rivolte anti-governative tra agosto e settembre 2025, con un focus specifico sulla repressione dei compagni anarchici e la montatura del caso “Chaos Star”: AGGIORNAMENTI PRISONERS FOR PALESTINE Le pratiche di Palestine Action contro il genocidio e l’industria della guerra fanno paura per la loro efficacia e per il consenso che stanno producendo nel Regno Unito e in giro per il mondo; non stupisce quindi che l’apparato politico, repressivo e mediatico si siano mossi in sinergia – sotto forte impulso della diplomazia israeliana e del settore bellico sionista – per disinnescare questo movimento. Prosegue lo sciopero della fame portato avanti da prigioniere/i di Palestine Action a partire dal 2 novembre 2025 nelle carceri britanniche: tre di loro hanno subito ricoveri in ospedale, mentre la lotta fa finalmente breccia nella censura dei media di regime. Ascoltiamo gli aggiornamenti che ci arrivano da una compagna in UK: UG SOLUTIONS, YELLOW ZONE E CAMPI DI CONCENTRAMENTO A GAZA Il contractor statunitense del settore difesa UG Solutions, già attivo nell’approvvigionamento di mercenari per la Gaza Humanitarian Foundation, ha attivato una nuova campagna di reclutamento in vista dell’implementazione della nuova fase prevista per Gaza: tra campi di concentramento, linee della morte e ingegneria sociale. LA MORTE DI ABU SHABAB E IL TRAFFICO DI DROGA A GAZA Il 4 dicembre 2025 Yasser Abu Shabab è morto in un ospedale israeliano: autoproclamatosi leader delle Popular Forces, una milizia informale utilizzata da Israele in chiava anti-Hamas, questo gangster era una figura coinvolta nel contrabbando e nello spaccio di droga a Gaza (soprattutto oppioidi si sintesi come Tramadol) e il suo gruppo criminale ha avuto rapporti documentati con ISIS (Daesh):
December 9, 2025
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GABRIEL POMBO DA SILVA – REPRESSIONE IN INDONESIA – PRISONERS FOR PALESTINE – UG SOLUTIONS E MERCENARI A GAZA@4
Estratti dalla puntata del 8dicembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia GABRIEL POMBO DA SILVIA E OPERAZIONE SCRIPTA MANENT Apriamo la puntata con la notizia della richiesta di arresto in Spagna del compagno anarchico Gabriel Pombo da Silva all’interno di un’operazione congiunta con la Digos di Torino per l’esecuzione della condanna a due anni di reclusione per apologia e istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Condanna che si inscrive all’interno della strategia dell’Operazione Scripta Manent, volta a cancellare – anche su un piano storico oltre che repressivo – una fase della conflittualità anarchica. Apprendiamo che Gabriel è stato sottoposto a obbligo di firma e integriamo con gli aggiornamenti di una compagna: Aggiornamenti: REPRESSIONE DOPO I RIOTS IN INDONESIA E CASO “CHAOS STAR” Grazie al contributo di Palang Hitam/ABC Indonesia cerchiamo di osservare il contesto in cui si sono sviluppate le rivolte anti-governative tra agosto e settembre 2025, con un focus specifico sulla repressione dei compagni anarchici e la montatura del caso “Chaos Star”: AGGIORNAMENTI PRISONERS FOR PALESTINE Le pratiche di Palestine Action contro il genocidio e l’industria della guerra fanno paura per la loro efficacia e per il consenso che stanno producendo nel Regno Unito e in giro per il mondo; non stupisce quindi che l’apparato politico, repressivo e mediatico si siano mossi in sinergia – sotto forte impulso della diplomazia israeliana e del settore bellico sionista – per disinnescare questo movimento. Prosegue lo sciopero della fame portato avanti da prigioniere/i di Palestine Action a partire dal 2 novembre 2025 nelle carceri britanniche: tre di loro hanno subito ricoveri in ospedale, mentre la lotta fa finalmente breccia nella censura dei media di regime. Ascoltiamo gli aggiornamenti che ci arrivano da una compagna in UK: UG SOLUTIONS, YELLOW ZONE E CAMPI DI CONCENTRAMENTO A GAZA Il contractor statunitense del settore difesa UG Solutions, già attivo nell’approvvigionamento di mercenari per la Gaza Humanitarian Foundation, ha attivato una nuova campagna di reclutamento in vista dell’implementazione della nuova fase prevista per Gaza: tra campi di concentramento, linee della morte e ingegneria sociale. LA MORTE DI ABU SHABAB E IL TRAFFICO DI DROGA A GAZA Il 4 dicembre 2025 Yasser Abu Shabab è morto in un ospedale israeliano: autoproclamatosi leader delle Popular Forces, una milizia informale utilizzata da Israele in chiava anti-Hamas, questo gangster era una figura coinvolta nel contrabbando e nello spaccio di droga a Gaza (soprattutto oppioidi si sintesi come Tramadol) e il suo gruppo criminale ha avuto rapporti documentati con ISIS (Daesh):
December 9, 2025
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GABRIEL POMBO DA SILVA – REPRESSIONE IN INDONESIA – PRISONERS FOR PALESTINE – UG SOLUTIONS E MERCENARI A GAZA@0
Estratti dalla puntata del 8dicembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia GABRIEL POMBO DA SILVIA E OPERAZIONE SCRIPTA MANENT Apriamo la puntata con la notizia della richiesta di arresto in Spagna del compagno anarchico Gabriel Pombo da Silva all’interno di un’operazione congiunta con la Digos di Torino per l’esecuzione della condanna a due anni di reclusione per apologia e istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Condanna che si inscrive all’interno della strategia dell’Operazione Scripta Manent, volta a cancellare – anche su un piano storico oltre che repressivo – una fase della conflittualità anarchica. Apprendiamo che Gabriel è stato sottoposto a obbligo di firma e integriamo con gli aggiornamenti di una compagna: Aggiornamenti: REPRESSIONE DOPO I RIOTS IN INDONESIA E CASO “CHAOS STAR” Grazie al contributo di Palang Hitam/ABC Indonesia cerchiamo di osservare il contesto in cui si sono sviluppate le rivolte anti-governative tra agosto e settembre 2025, con un focus specifico sulla repressione dei compagni anarchici e la montatura del caso “Chaos Star”: AGGIORNAMENTI PRISONERS FOR PALESTINE Le pratiche di Palestine Action contro il genocidio e l’industria della guerra fanno paura per la loro efficacia e per il consenso che stanno producendo nel Regno Unito e in giro per il mondo; non stupisce quindi che l’apparato politico, repressivo e mediatico si siano mossi in sinergia – sotto forte impulso della diplomazia israeliana e del settore bellico sionista – per disinnescare questo movimento. Prosegue lo sciopero della fame portato avanti da prigioniere/i di Palestine Action a partire dal 2 novembre 2025 nelle carceri britanniche: tre di loro hanno subito ricoveri in ospedale, mentre la lotta fa finalmente breccia nella censura dei media di regime. Ascoltiamo gli aggiornamenti che ci arrivano da una compagna in UK: UG SOLUTIONS, YELLOW ZONE E CAMPI DI CONCENTRAMENTO A GAZA Il contractor statunitense del settore difesa UG Solutions, già attivo nell’approvvigionamento di mercenari per la Gaza Humanitarian Foundation, ha attivato una nuova campagna di reclutamento in vista dell’implementazione della nuova fase prevista per Gaza: tra campi di concentramento, linee della morte e ingegneria sociale. LA MORTE DI ABU SHABAB E IL TRAFFICO DI DROGA A GAZA Il 4 dicembre 2025 Yasser Abu Shabab è morto in un ospedale israeliano: autoproclamatosi leader delle Popular Forces, una milizia informale utilizzata da Israele in chiava anti-Hamas, questo gangster era una figura coinvolta nel contrabbando e nello spaccio di droga a Gaza (soprattutto oppioidi si sintesi come Tramadol) e il suo gruppo criminale ha avuto rapporti documentati con ISIS (Daesh):
December 9, 2025
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GABRIEL POMBO DA SILVA – REPRESSIONE IN INDONESIA – PRISONERS FOR PALESTINE – UG SOLUTIONS E MERCENARI A GAZA@5
Estratti dalla puntata del 8dicembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia GABRIEL POMBO DA SILVIA E OPERAZIONE SCRIPTA MANENT Apriamo la puntata con la notizia della richiesta di arresto in Spagna del compagno anarchico Gabriel Pombo da Silva all’interno di un’operazione congiunta con la Digos di Torino per l’esecuzione della condanna a due anni di reclusione per apologia e istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Condanna che si inscrive all’interno della strategia dell’Operazione Scripta Manent, volta a cancellare – anche su un piano storico oltre che repressivo – una fase della conflittualità anarchica. Apprendiamo che Gabriel è stato sottoposto a obbligo di firma e integriamo con gli aggiornamenti di una compagna: Aggiornamenti: REPRESSIONE DOPO I RIOTS IN INDONESIA E CASO “CHAOS STAR” Grazie al contributo di Palang Hitam/ABC Indonesia cerchiamo di osservare il contesto in cui si sono sviluppate le rivolte anti-governative tra agosto e settembre 2025, con un focus specifico sulla repressione dei compagni anarchici e la montatura del caso “Chaos Star”: AGGIORNAMENTI PRISONERS FOR PALESTINE Le pratiche di Palestine Action contro il genocidio e l’industria della guerra fanno paura per la loro efficacia e per il consenso che stanno producendo nel Regno Unito e in giro per il mondo; non stupisce quindi che l’apparato politico, repressivo e mediatico si siano mossi in sinergia – sotto forte impulso della diplomazia israeliana e del settore bellico sionista – per disinnescare questo movimento. Prosegue lo sciopero della fame portato avanti da prigioniere/i di Palestine Action a partire dal 2 novembre 2025 nelle carceri britanniche: tre di loro hanno subito ricoveri in ospedale, mentre la lotta fa finalmente breccia nella censura dei media di regime. Ascoltiamo gli aggiornamenti che ci arrivano da una compagna in UK: UG SOLUTIONS, YELLOW ZONE E CAMPI DI CONCENTRAMENTO A GAZA Il contractor statunitense del settore difesa UG Solutions, già attivo nell’approvvigionamento di mercenari per la Gaza Humanitarian Foundation, ha attivato una nuova campagna di reclutamento in vista dell’implementazione della nuova fase prevista per Gaza: tra campi di concentramento, linee della morte e ingegneria sociale. LA MORTE DI ABU SHABAB E IL TRAFFICO DI DROGA A GAZA Il 4 dicembre 2025 Yasser Abu Shabab è morto in un ospedale israeliano: autoproclamatosi leader delle Popular Forces, una milizia informale utilizzata da Israele in chiava anti-Hamas, questo gangster era una figura coinvolta nel contrabbando e nello spaccio di droga a Gaza (soprattutto oppioidi si sintesi come Tramadol) e il suo gruppo criminale ha avuto rapporti documentati con ISIS (Daesh):
December 9, 2025
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GABRIEL POMBO DA SILVA – REPRESSIONE IN INDONESIA – PRISONERS FOR PALESTINE – UG SOLUTIONS E MERCENARI A GAZA@1
Estratti dalla puntata del 8dicembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia GABRIEL POMBO DA SILVIA E OPERAZIONE SCRIPTA MANENT Apriamo la puntata con la notizia della richiesta di arresto in Spagna del compagno anarchico Gabriel Pombo da Silva all’interno di un’operazione congiunta con la Digos di Torino per l’esecuzione della condanna a due anni di reclusione per apologia e istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Condanna che si inscrive all’interno della strategia dell’Operazione Scripta Manent, volta a cancellare – anche su un piano storico oltre che repressivo – una fase della conflittualità anarchica. Apprendiamo che Gabriel è stato sottoposto a obbligo di firma e integriamo con gli aggiornamenti di una compagna: Aggiornamenti: REPRESSIONE DOPO I RIOTS IN INDONESIA E CASO “CHAOS STAR” Grazie al contributo di Palang Hitam/ABC Indonesia cerchiamo di osservare il contesto in cui si sono sviluppate le rivolte anti-governative tra agosto e settembre 2025, con un focus specifico sulla repressione dei compagni anarchici e la montatura del caso “Chaos Star”: AGGIORNAMENTI PRISONERS FOR PALESTINE Le pratiche di Palestine Action contro il genocidio e l’industria della guerra fanno paura per la loro efficacia e per il consenso che stanno producendo nel Regno Unito e in giro per il mondo; non stupisce quindi che l’apparato politico, repressivo e mediatico si siano mossi in sinergia – sotto forte impulso della diplomazia israeliana e del settore bellico sionista – per disinnescare questo movimento. Prosegue lo sciopero della fame portato avanti da prigioniere/i di Palestine Action a partire dal 2 novembre 2025 nelle carceri britanniche: tre di loro hanno subito ricoveri in ospedale, mentre la lotta fa finalmente breccia nella censura dei media di regime. Ascoltiamo gli aggiornamenti che ci arrivano da una compagna in UK: UG SOLUTIONS, YELLOW ZONE E CAMPI DI CONCENTRAMENTO A GAZA Il contractor statunitense del settore difesa UG Solutions, già attivo nell’approvvigionamento di mercenari per la Gaza Humanitarian Foundation, ha attivato una nuova campagna di reclutamento in vista dell’implementazione della nuova fase prevista per Gaza: tra campi di concentramento, linee della morte e ingegneria sociale. LA MORTE DI ABU SHABAB E IL TRAFFICO DI DROGA A GAZA Il 4 dicembre 2025 Yasser Abu Shabab è morto in un ospedale israeliano: autoproclamatosi leader delle Popular Forces, una milizia informale utilizzata da Israele in chiava anti-Hamas, questo gangster era una figura coinvolta nel contrabbando e nello spaccio di droga a Gaza (soprattutto oppioidi si sintesi come Tramadol) e il suo gruppo criminale ha avuto rapporti documentati con ISIS (Daesh):
December 9, 2025
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GABRIEL POMBO DA SILVA – REPRESSIONE IN INDONESIA – PRISONERS FOR PALESTINE – UG SOLUTIONS E MERCENARI A GAZA@2
Estratti dalla puntata del 8dicembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia GABRIEL POMBO DA SILVIA E OPERAZIONE SCRIPTA MANENT Apriamo la puntata con la notizia della richiesta di arresto in Spagna del compagno anarchico Gabriel Pombo da Silva all’interno di un’operazione congiunta con la Digos di Torino per l’esecuzione della condanna a due anni di reclusione per apologia e istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Condanna che si inscrive all’interno della strategia dell’Operazione Scripta Manent, volta a cancellare – anche su un piano storico oltre che repressivo – una fase della conflittualità anarchica. Apprendiamo che Gabriel è stato sottoposto a obbligo di firma e integriamo con gli aggiornamenti di una compagna: Aggiornamenti: REPRESSIONE DOPO I RIOTS IN INDONESIA E CASO “CHAOS STAR” Grazie al contributo di Palang Hitam/ABC Indonesia cerchiamo di osservare il contesto in cui si sono sviluppate le rivolte anti-governative tra agosto e settembre 2025, con un focus specifico sulla repressione dei compagni anarchici e la montatura del caso “Chaos Star”: AGGIORNAMENTI PRISONERS FOR PALESTINE Le pratiche di Palestine Action contro il genocidio e l’industria della guerra fanno paura per la loro efficacia e per il consenso che stanno producendo nel Regno Unito e in giro per il mondo; non stupisce quindi che l’apparato politico, repressivo e mediatico si siano mossi in sinergia – sotto forte impulso della diplomazia israeliana e del settore bellico sionista – per disinnescare questo movimento. Prosegue lo sciopero della fame portato avanti da prigioniere/i di Palestine Action a partire dal 2 novembre 2025 nelle carceri britanniche: tre di loro hanno subito ricoveri in ospedale, mentre la lotta fa finalmente breccia nella censura dei media di regime. Ascoltiamo gli aggiornamenti che ci arrivano da una compagna in UK: UG SOLUTIONS, YELLOW ZONE E CAMPI DI CONCENTRAMENTO A GAZA Il contractor statunitense del settore difesa UG Solutions, già attivo nell’approvvigionamento di mercenari per la Gaza Humanitarian Foundation, ha attivato una nuova campagna di reclutamento in vista dell’implementazione della nuova fase prevista per Gaza: tra campi di concentramento, linee della morte e ingegneria sociale. LA MORTE DI ABU SHABAB E IL TRAFFICO DI DROGA A GAZA Il 4 dicembre 2025 Yasser Abu Shabab è morto in un ospedale israeliano: autoproclamatosi leader delle Popular Forces, una milizia informale utilizzata da Israele in chiava anti-Hamas, questo gangster era una figura coinvolta nel contrabbando e nello spaccio di droga a Gaza (soprattutto oppioidi si sintesi come Tramadol) e il suo gruppo criminale ha avuto rapporti documentati con ISIS (Daesh):
December 9, 2025
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ASIA: OLTRE 1500 VITTIME, CENTINAIA DI DISPERSI E MILIONI DI SFOLLATI TRA INDONESIA E SRI LANKA PER LE ALLUVIONI
Il bilancio delle vittime delle alluvioni, inondazioni e frane che hanno colpito Sumatra, in Indonesia, è salito a 1.100, con centinaia di dispersi e un milione di evacuati. Cicloni, piogge e frane anche in Sri Lanka, dove il bilancio parziale delle vittime è salito a 410, con 340 dispersi e un milione e mezzo di sfollati, soprattutto nella zona centrale. Il peggior disastro dai tempi dello tsunami del 2004 ha prodotto un’immediata mobilitazione di solidarietà internazionale lanciata dalla folta comunità srilankese all’estero, compresa quella che vive in Italia. Proprio nel nostro Paese l’Associazione Vivara (della quale fanno parte anche compagne-i che conducono “Radio Vivara”, su Radio Onda d’Urto, ogni sabato alle ore 20) chiama alla solidarietà attraverso la campagna “Umanità in mezzo al disastro”. Il riferimento per donazioni è: IBAN IT38M0873554340008000817146 (CODICE BIC CCRTIT2TBTL) della banca BTL. L’aggiornamento su Radio Onda d’Urto con Vijit, dell’Associazione Vivara e conduttore della trasmissione Radio Vivara in onda ogni sabato sulla nostra emittente. Ascolta o scarica. Per fare il punto della situazione nei paesi del sud est asiatico colpiti dalle alluvioni, su Radio Onda d’Urto è intervenuto anche il giornalista Emanuele Giordana, di Lettera 22 e dell’Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo. Ascolta o scarica.  
December 2, 2025
Radio Onda d`Urto
INDONESIA: 60 ANNI FA, GLI ECCIDI ANTICOMUNISTI DI SUHARTO CONTRO IL MOVIMENTO 30 SETTEMBRE E IL PKI (PARTAI KOMUNIS INDONESIA). INTERVISTA A GUIDO CRETA
“Il 1965, che sembrava poter essere il momento di maggior forza per il PKI (Partai Komunis Indonesia, Partito comunista dell’Indonesia), al punto da far temere al mondo occidentale la perdita definitiva dell’Indonesia al socialismo, fu segnato invece dall’ultima, più tragica e definitiva sconfitta del PKI dopo quelle del 1926 e del 1948. La notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre di quel fatidico 1965, un gruppo di militari progressisti, autoproclamatosi “Movimento 30 settembre”, rapì sette generali dell’Alto comando dell’Esercito e, successivamente, ne uccise sei, dichiarando di agire per proteggere il presidente Sukarno e l’Indonesia stessa da un possibile colpo di stato militare appoggiato dalla CIA. Questo maldestro tentativo di spostare gli equilibri della politica indonesiana terminò nell’arco di ventiquattro ore con la sconfitta di tale gruppo e con l’ascesa del generale Suharto che governerà il Paese fino al 1998. Nei giorni successivi lo stesso Suharto, appoggiato dalla frangia più conservatrice dell’esercito e dalle forze religiose, oltre che dal mondo occidentale, accuserà senza prova alcuna il PKI di essere il vero artefice del golpe. In seguito a tale accusa si avvierà nell’arcipelago una vera e propria caccia all’uomo che porterà all’uccisione di oltre cinquecentomila persone e all’imprigionamento di diversi milioni di indonesiani, rei di essere membri o simpatizzanti del PKI ma che nessuna parte avevano avuto nel presunto colpo di stato…”. Così Guido Creta, ricercatore in Storia contemporanea dell’Indonesia all’Orientale di Napoli e docente a contratto in Asian History and Politics a La Sapienza di Roma, in un articolo di pochi anni fa, ricostruiva i giorni – esattamente 60 anni fa – di uno degli eccidi di massa più spaventosi, e dimenticati, della storia non solo dell’Indonesia, quello subito dal PKI, arrivato a essere il terzo più numeroso per iscritti dopo quelli nell’URSS e nella Repubblica Popolare Cinese. Il massacro del 1965 ha avuto effetti sulla storia indonesiana e dell’Asia per decenni, con la repressione spietata che seguì i giorni a cavallo tra settembre e ottobre 1965, influenzando ancora oggi la scena politica dell’Indonesia, Paese da quasi 300 milioni di abitanti, dove la cappa di silenzio attorno ai massacri dura tutt’ora, condizionando anche la politica indonesiana e in particolare i movimenti sociali e politici di sinistra. Su Radio Onda d’Urto l’intervista, a 60 anni dagli eccidi ai danni del PKI in Indonesia, a Guido Creta, studioso di Indonesia e tra gli autori di un interessante dossier, realizzato pochi anni fa (CLICCA QUI) dalla rivista online “Machina” di DeriveApprodi. Ascolta o scarica  
October 4, 2025
Radio Onda d`Urto
Indonesia, storia di un genocidio anticomunista
Articolo di Nicola Tanno Alle sette e un quarto del primo ottobre 1965 il popolo indonesiano si svegliò con l’annuncio radiofonico da parte del tenente colonnello Untung, portavoce di una entità mai sentita in precedenza, il Movimento 30 Settembre. Nel comunicato si informava che nella notte precedente il Movimento aveva sventato un colpo di stato ai danni del Presidente della Repubblica Sukarno per mano del «Consiglio dei Generali» e che alcuni di essi erano stati arrestati. Da lì a poco, concludeva il comunicato, sarebbe stata annunciata la prossima nascita di un Consiglio Rivoluzionario Indonesiano con poteri esecutivi e dotato anche di ramificazioni territoriali.  Fu attraverso questo misterioso comunicato (che non diceva nulla né riguardo le intenzioni del Movimento né quelle dei generali arrestati) che gli indonesiani vennero a conoscenza della sommossa militare che avrebbe cambiato per sempre la storia del paese – seppur in direzione opposta a quella degli ufficiali insorti. Quella deI Movimento 30 Settembre era una ribellione militare di ufficiali di basso e medio rango ideata segretamente dal segretario del Partito Comunista Indonesiano (Pki) D.N. Aidit attraverso la struttura semi-clandestina del partito ma senza informare né i militanti né i suoi più stretti collaboratori. L’obiettivo dell’operazione – in coerenza con una tradizione consolidata nel paese di rapimenti politici – era quella di arrestare i principali generali dell’esercito indonesiano, attestati su posizioni reazionarie, e di portarli dinanzi al Presidente della Repubblica, in modo da fargli confessare le proprie trame golpiste. Nel frattempo, secondo le intenzioni dei rivoltosi, in tutto il paese il popolo indonesiano sarebbe sceso in piazza per dare sostegno al Movimento e chiedere cambiamenti nell’esercito e nel governo.  Quel tentativo di cambiare i destini dell’Indonesia attraverso una rivolta dall’alto fu un totale disastro: sei generali vennero uccisi, un settimo (e il più importante) fuggì al rapimento e nell’arcipelago quasi non vi furono mobilitazioni. Il 2 ottobre l’esercito prese di fatto il controllo del paese, sequestrando tutta la stampa, limitando al massimo le capacità di manovre di Sukarno e avviando una campagna forsennata per punire i responsabili del Movimento 30 Settembre: i militari sollevati, certo, ma soprattutto i comunisti. Fu quello l’avvio di un massacro di proporzioni immense che tinse di sangue il paese nei sei mesi successivi. Disorientato dalle accuse, impossibilitato a difendersi attraverso la stampa, privo di una leadership che si rifugiò da subito nelle foreste di Yogyakarta, il Pki – nonostante la sua forza numerica – fu incapace di opporre la benché minima resistenza e andò incontro al suo destino: tra i 500 mila e il milione di militanti e simpatizzanti del Pki e i propri familiari vennero assassinati dall’esercito e dalle milizie organizzate da esso. Vennero uccisi perché comunisti, pur senza avere alcun ruolo nei fatti del 1º ottobre ma solo per via della propria appartenenza al partito e per la propria ideologia.  L’obiettivo dell’esercito era sradicare «fino alla radice» l’esistenza stessa di quella grande organizzazione e per farlo non fece distinzione tra dirigenti e semplici militanti. Bisognava distruggere un’intera tradizione politica, un «modo di pensare», come ha detto Geoffrey Robinson, e per questo, villaggio per villaggio, diede vita a una caccia all’uomo che annientò del tutto il Pki. Per via dello sterminio sistematico di membri del collettivo comunista, dell’apparato organizzativo messo in moto per portarlo a termine, del linguaggio disumanizzante usato per giustificarlo e dei numeri immensi di persone assassinate, sono oggi in tanti gli studiosi che ritengono che quello del 1965-66 in Indonesia fu un genocidio, un genocidio anticomunista. L’ORDINE DI DISTRUGGERE A lungo i massacri avvenuti in Indonesia sono stati trattati con un approccio orientalista, considerandoli come rivolta spontanea, religiosa e popolare degli abitanti dei villaggi contro gli atei comunisti, accusati di sradicare l’armonia della comunità indonesiana. Tuttavia, dopo sessant’anni grazie agli studi di Cribb, Robinson, Roosa e Melvin è possibile affermare che di spontaneo nei massacri del 1965-66 non vi fu assolutamente nulla. Innanzitutto l’esercito indonesiano era preparato da tempo per distruggere il Pki. Animato da un virulento anticomunismo, già nel 1948 esso si era reso responsabile del massacro di Madiun, città di Giava dove un’insurrezione comunista era stata repressa nel sangue uccidendo 10mila persone. Nel corso degli anni poi, la Tni (acronimo dell’esercito derivante da Tentara Nasional Indonesia) aveva adottato una strategia di difesa che, in realtà, serviva per il controllo interno. Affiancando gli amministratori di tutti i villaggi del paese con un comando militare, si affermava di voler prepararsi a una guerriglia a livello locale in caso di aggressione esterna. In realtà si trattava di una forma di controllo interno, monitorando da vicino l’attività del Partito Comunista. Inoltre, per via dello scontro con i Paesi Bassi per la «liberazione» di Papua Occidentale prima e con la Federazione Malese poi (la cosiddetta Konfrontasi), nel paese continuava a essere imposta una legge marziale che assegnava un immenso potere alle forze armate. Proprio la Konfrontasi, iniziata nel 1963, permise all’esercito di disegnare piani di mobilitazione di civili in caso di scontro armato, piani che sarebbero stati applicati contro i comunisti immediatamente dopo il 1º ottobre 1965. Sin dalla sera del primo ottobre, poi, i comandi militari lanciarono ordini ben precisi di «annichilimento» del Movimento 30 Settembre e del Pki con l’obbligo da parte della popolazione locale di collaborare attivamente in quest’opera di sterminio. Nonostante il fatto che i militanti del Pki fossero completamente disarmati e inoffensivi, l’esercito lanciò operazioni di «guerra», con elenchi di persone da eliminare e mappe con i numeri di comunisti da uccidere in ogni zona. A dare manforte (ma subordinate alla Tni), vi erano strutture paramilitari legate ai partiti politici anticomunisti e già attive da tempo nelle campagne dell’arcipelago. Sotto gli ordini e il coordinamento dei militari e sospinte da una propaganda genocida incessante, esse parteciparono attivamente nell’arresto e nello sterminio di militanti del Pki e dei loro familiari nonché alla distruzione di case e di sedi del partito. Vi furono pogrom e assassinii di massa in molte zone del paese ma la principale procedura dei massacri consistette in due fasi: una prima di detenzioni di massa, la seconda di esecuzioni dei detenuti. Le uccisioni, avvenute al di fuori di qualsiasi cornice legale, avvenivano di solito durante la notte, quando molte persone sospettate di essere affiliate al Pki venivano prelevate spesso sulla base di elenchi forniti da interrogatori militari, gruppi anticomunisti o persino, come vedremo, da ambasciate straniere. I prigionieri venivano immobilizzati, bendati e caricati su camion diretti verso luoghi remoti. In quei siti isolati, si procedeva con le esecuzioni: i detenuti venivano allineati lungo il margine di burroni, sulle rive dei fiumi o davanti a fosse comuni, e lì venivano giustiziati, spesso con armi da fuoco, colpi inferti con oggetti contundenti o metodi ancora più brutali. I corpi venivano poi gettati nei burroni, nei fiumi o sepolti sommariamente. PROPAGANDA DISUMANIZZANTE Lo sterminio degli appartenenti al Pki non sarebbe stato possibile senza un’operazione mentale che rendesse accettata da tutti l’uccisione o l’arresto di chiunque fosse anche solo sospettato di essere comunista. Attraverso il controllo totale dei mass media e la diffusione di storie assurde e spaventose, il Tni costruì un clima favorevole al massacro senza che le vittime potessero far nulla per difendersi dalle mostruose accuse che gli venivano mosse. Quattro, sostiene lo storico John Roosa, furono i pilastri retorici di questa operazione psicologica. Innanzitutto il Pki venne accusato per intero di ciò che accadde nella sola Giacarta il 1º ottobre. Nonostante il fatto che neanche i massimi collaboratori di Aidit sapessero nulla della ribellione, la stampa accusò tutti i dirigenti e militanti fino all’isola più sperduta dell’arcipelago di essere colpevoli dell’uccisione dei sei generali. La macchina della propaganda produsse notizie riguardanti il ritrovamento di piani di sterminio e di improbabili fosse comuni in tutto il paese per seppellire le vittime del Pki.  Il secondo pilastro dell’operazione psicologica fu la disumanizzazione dei comunisti. Attraverso un linguaggio estremamente violento e la diffusione di notizie false, il Tni e i suoi alleati religiosi costruirono attorno al Pki un’aura di barbarie e perversione che rendeva lo sterminio non solo giustificabile, ma addirittura un dovere patriottico e religioso. I comunisti furono sistematicamente dipinti come «traditori della nazione», «barbari» e «animali selvaggi». La stampa, completamente controllata, li descriveva come assassini che provavano piacere nel torturare e uccidere, atei privi di qualsiasi moralità. Le donne affiliate alla Gerwani in particolare (l’organizzazione femminile fiancheggiatrice del Pki) venivano accusate di aver ucciso attraverso una danza macabra e torture sessuali i sei generali, una narrazione grottesca e completamente inventata ma che penetrò con efficacia tossica nella coscienza collettiva. Il terzo pilastro della propaganda genocida, poi, fu quello di rappresentare il Pki e il Movimento 30 Settembre come una minaccia viva, imminente e pericolosissima. La morte dei sei generali era solo il preludio e se non fosse stato fermato all’istante il Pki avrebbe commesso altri spaventosi crimini. La stampa sotto il controllo del Tni raccontò la strage di militanti di sinistra come una guerra civile mentre, in realtà, praticamente tutti i militanti del Pki e delle strutture a esso affini cercarono solo di salvare la propria vita e non ricevettero mai alcuna indicazione di resistenza. Infine, la distruzione del Partito Comunista Indonesiano venne subito ricondotta all’episodio di Madiun del 1948, quando per la prima volta l’esercito della neonata Repubblica aveva represso nel sangue una ribellione comunista. Così come nel 1948 era stato necessario punire il tradimento comunista, ora si trattava di stroncare quella che veniva definita «la seconda Madiun» per impedire che ve ne fosse una «terza». La stampa martellava quotidianamente su questo paragone, legittimando la repressione in atto come una necessaria misura preventiva per salvare la Repubblica. IL RUOLO DELL’OCCIDENTE Lo spaventoso massacro per mano dell’esercito, che terminò verso la metà del 1966, vide la piena partecipazione degli Stati uniti, che diedero un supporto logistico, economico e di incoraggiamento. Dopo aver per anni cercato di destabilizzare la repubblica – sempre più vicina alla Cina – attraverso attentati e secessioni, gli Usa e i loro alleati arrivarono alla conclusione che il modo migliore per sbarazzarsi del Pki e del Presidente della Repubblica Sukarno (non comunista ma a esso sempre più vicino) era quello di provocare un colpo di stato dei comunisti. Diffondendo notizie su un imminente golpe dei militari, gli Usa speravano di provocare il Pki e di spingerlo verso la suicida mossa di un’azione preventiva. Quando essa poi si concretizzò, gli Usa diedero il massimo sostegno al Tni attraverso la fornitura materiale di diverso tipo, la diffusione di propaganda anticomunista e l’isolamento diplomatico di Sukarno. Non solo, un diplomatico statunitense di stanza a Giacarta, Robert Martens, ammise anni dopo di aver fornito alla Tni una lista di 5.000 militanti comunisti da eliminare. Non si trattava di dirigenti nazionali, ma locali, affinché in nessuna parte dell’arcipelago potesse resuscitare la speranza di un’alternativa alla violenza fascista del nuovo regime guidato da Suharto, sostenuto poi dagli Usa e dall’Occidente fino al 1999. PERCHÉ FU UN GENOCIDIO Una delle grandi questioni rimaste aperte riguarda se i massacri del 1965-66 possano essere definiti «genocidio». Jess Melvin ha affrontato il tema su due piani: da un lato quello teorico, chiedendosi se i comunisti possano rientrare tra i gruppi tutelati dalla Convenzione del 1948 e dall’altro quello documentario, mostrando prove dell’intenzionalità dell’esercito di annientare fisicamente il Pki. Sul piano teorico, Melvin sostiene che, pur non essendo i gruppi politici esplicitamente menzionati dalla Convenzione, le azioni e le intenzioni degli ufficiali indonesiani dimostrano la volontà di sterminare un gruppo per ragioni ideologiche, e quindi la protezione andrebbe estesa anche a essi. Sul piano empirico, il suo contributo decisivo è l’analisi di documenti militari che rivelano ordini espliciti di «annichilire» il Pki, emessi già il 1º ottobre 1965 dai comandi di Sumatra e ripetuti nei giorni successivi, con l’invito alla popolazione a collaborare. Questi ordini, insieme alla pianificazione preventiva e ai contatti con ufficiali statunitensi, dimostrano l’intenzionalità di distruggere «in tutto o in parte» il collettivo comunista. Anche se le istruzioni documentate riguardano i comandi di Sumatra, resta chiaro che esse si inserivano in una catena di comando che risaliva fino all’Alto Comando, guidato da Suharto. In altre occasioni si è qui spiegato quale fosse la situazione dell’Indonesia degli anni ‘50-60,  quale fosse la strategia di D.N. Aidit e del Pki e il perché lo sterminio di comunisti in Indonesia fu un modello replicato altrove durante la Guerra Fredda. Per il sessantesimo anniversario di questo immane massacro — prevalentemente ignorato e senza che i colpevoli abbiano mai pagato per le proprie responsabilità — si è qui voluto mettere in luce la sua dinamica, non troppo diversa da quella che oggi colpisce la Palestina. La disumanizzazione, l’efficienza tecnica e la propaganda allora come oggi sono i pilastri di ogni progetto genocida. Ma parlare dell’Indonesia del 1965 e della strage dei comunisti significa anche ricordare un aspetto che la stampa liberale tende sistematicamente a occultare: il Novecento è stato un secolo denso di genocidi, e i comunisti ne sono stati spesso le vittime. Quello indonesiano ne è solo il caso più estremo. *Nicola Tanno è laureato in scienze politiche e in analisi economica delle istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Vive e lavora da anni a Barcellona. L'articolo Indonesia, storia di un genocidio anticomunista proviene da Jacobin Italia.
October 1, 2025
Jacobin Italia