Indonesia, memoria e cancellazione
Articolo di Nicola Tanno
«Le foto strazianti […] non sono di grande aiuto se il nostro compito è quello
di capire. Una narrazione può farci capire. Le fotografie fanno qualcos’altro:
ci ossessionano». Nel 2003 Susan Sontang nel suo lavoro Davanti al dolore degli
altri sottolineava la capacità delle immagini di fissarsi nella coscienza
pubblica con una forza che supera quella delle parole, operando come agenti
della memoria e dell’indignazione. Partendo da un’intuizione simile, due storici
statunitensi sono giunti alla conclusione che è proprio l’assenza di immagini o
la loro manipolazione ciò che ha generato la rimozione dalla coscienza
collettiva del genocidio anticomunista indonesiano del 1965-66. Il libro di
Geoffrey B. Robinson e Douglas Kammen Exposed. A Virtual History of the
Destruction of the Indonesian Left (Cornell University Press) raccoglie più di
trecento immagini sulla storia del Partito Comunista Indonesiano (Pki), sulla
persecuzione dei suoi militanti e la costruzione del Nuovo Ordine di Suharto.
Sull’importanza delle immagini nella memoria sociale e sui grandi interrogativi
riguardanti la storia e la distruzione del Pki, Geoffrey B. Robinson, professore
emerito presso la University of Los Angeles (Ucla), ha risposto ad alcune
domande di Jacobin Italia.
Vi sono molti libri che raccontano i massacri del 1965. Tu stesso hai scritto
quello forse più completo sull’argomento. Per quale motivo era necessaria una
storia «visiva» della distruzione della sinistra indonesiana?
Alla base del nostro lavoro vi è una premessa teorica: riteniamo che la mancanza
di immagini sulla storia del Pki e sulla sua distruzione abbia distorto e
impoverito la sua comprensione storica. Nei libri che affrontano l’argomento vi
sono pochissime immagini e molto spesso si tratta di scene preparate
deliberatamente dall’esercito per costruire una narrazione precisa, che
raffigura i militari come eroi, mentre la sinistra subisce un processo di
disumanizzazione. Bisogna riflettere su come funziona la memoria sociale.
Prendiamo l’Olocausto: anche senza aver letto un libro sull’argomento, la gente
sa di cosa si parla perché ha visto le immagini dei prigionieri scheletrici di
Bergen-Belsen o dei binari nei campi. Quelle immagini hanno plasmato la
comprensione collettiva dell’evento.
Il caso indonesiano, al confronto, spicca per una documentazione visiva sia
scarsa che distorta. Il punto di partenza del nostro lavoro è stato proprio
questo: crediamo che per la comprensione e la memoria storica sia essenziale che
la documentazione visiva sia non solo presente, ma anche adeguatamente spiegata
e contestualizzata. Solo così le persone possono «vedere» la storia in modo
diverso, in un modo che migliaia di parole di un libro non potranno mai
trasmettere.
Il vostro libro viene pubblicato nei giorni in cui Suharto, presidente
dell’Indonesia per trent’anni e principale responsabile del genocidio del 1965,
è stato nominato «Eroe Nazionale». Nonostante il passare degli anni il passato
sembra non essere stato ancora pienamente elaborato. Secondo te, perché?
Innanzitutto, è doveroso riconoscere che in Indonesia c’è chi il passato lo sta
mettendo in discussione. L’aspetto positivo, se così possiamo definirlo, è che
molti giovani, attivisti, membri di Ong e studenti protestano attivamente contro
questa decisione insensata e oltraggiosa. Osservando ciò che avviene al di fuori
del mainstream, l’impegno di giovani, artisti e attivisti di sinistra dimostra
una profonda consapevolezza storica.
Tuttavia, come mai così tante persone ancora dimenticano o ignorano la verità
storica? In parte la risposta sta nel fatto che il regime di Suharto ha
realizzato un lavoro eccellente nel costruire una memoria collettiva – una falsa
memoria storica – che rende estremamente difficile per la gente sapere o
ricordare cosa sia realmente accaduto. Attraverso i programmi scolastici, i
film, le commemorazioni e i monumenti, la versione dei fatti imposta
dall’esercito si è radicata profondamente nella società, plasmando la memoria
sociale. La chiave di volta è che gran parte dell’efficacia della propaganda del
regime è stata ottenuta proprio attraverso la rappresentazione visiva. Più che
dai libri, i ragazzi apprendono nozioni di storia attraverso immagini, vignette,
statue. Un esempio emblematico sono le gite scolastiche al cosiddetto «Museo del
Tradimento del Pki», dove i sei generali uccisi vengono rappresentati in modo
eroico, mentre le donne della Gerwani [l’organizzazione femminile di sinistra,
ndr] vengono raffigurate nude nell’atto di torturarli e ucciderli.
Per non parlare del famoso film sul «tradimento del Pki», che praticamente quasi
ogni indonesiano ha visto nel corso della sua vita.
Esattamente. Quel film [Pengkhianatan G30S/PKI. Nda] è probabilmente il veicolo
più importante. Dal 1984 al 1998 è stato riprodotto obbligatoriamente in tutte
le scuole, e in parte succede ancora oggi. È un film di quattro ore che dipinge
il Pki come un’entità mostruosa, brutale, traditrice. È il peggior film horror
che si possa immaginare e, dall’infanzia fino al liceo, i ragazzi indonesiani
erano obbligati a guardarlo. È un film orribile perché la violenza è
terribilmente esplicita, grottesca, quasi pornografica, ma la cosa più
importante è che nelle quattro ore di durata il film ti martella sempre con lo
stesso messaggio, sulla natura perfida, subdola e orripilante del Pki. Pensa che
un quotidiano indonesiano rivelò che l’80% della popolazione dichiarò di aver
appreso tutto ciò che sapeva sul 1965 proprio da quel film. Questo ci fa capire
il potere della rappresentazione visiva nel plasmare la memoria.
D’altro canto, possiamo osservare l’impatto opposto dei due film di Joshua
Oppenheimer, L’Atto di Uccidere e The Look of Silence, che hanno cambiato la
prospettiva di molte persone. Dopo le prime proiezioni, seppur in circuiti
limitati in Indonesia, una nuova generazione ha cominciato a chiedersi: «Aspetta
un attimo, cos’è successo veramente? Non è ciò che mi era stato raccontato».
Anche in questo caso, è stata la rappresentazione visiva a fare la differenza,
ma in senso inverso: per smantellare la menzogna, non per costruirla.
Tra le foto ve n’è una foto molto bella che mostra tanti giovani in festa in uno
dei festival del Pki, pochi mesi prima del disastro. Difficile che essi
immaginassero il destino che li attendeva. Aldilà del suo tragico finale, che
ruolo ha avuto il Pki nella storia dell’Indonesia del 20º secolo?
Foto di Moelyono. Per gentile concessione di G. Robinson
Proprio riguardo a quella fotografia, ho sentito da una studiosa, Karen
Strasler, che quando fu esposta in una mostra a Yogyakarta durante la Reformasi
[1998-1999, nda], era quella davanti alla quale tutti i giovani si fermavano. La
toccavano e poi dicevano: «Oh, mio Dio, sono così giovani. Potrei essere io». La
gente si rivedeva in quella foto e improvvisamente capiva che ciò davvero era il
Pki.
Non volevamo mostrare solo l’aspetto tragico di questa storia, ma anche
ricordare che la sinistra e il Pki furono, per un lungo periodo, una forza
politica e sociale incredibilmente vitale e radicata. Le sue origini risalgono
almeno agli anni Venti e tra la gente comune godeva di una popolarità enorme,
per una serie di ragioni concrete. Innanzitutto, era considerato l’unico partito
non corrotto. Mentre altre formazioni erano note per gli scambi di favori e la
compravendita di cariche, il Pki manteneva una reputazione di integrità. In
secondo luogo, era un fermo sostenitore dell’anti-imperialismo di Sukarno. In
una nazione che aveva appena conquistato l’indipendenza dopo 300 anni di dominio
coloniale e una dura guerra di liberazione, questa non era una semplice
posizione ideologica: era una bandiera condivisa e potentissima. Anche chi non
si definiva comunista apprezzava che il Pki si opponesse a ogni forma di
imperialismo. Il Pki era un mondo vivace composto da biblioteche, gruppi
studenteschi e sindacati che promosse idee profondamente progressiste per
l’epoca. L’esempio più lampante è la lotta per i diritti delle donne. In una
società fortemente patriarcale e musulmana, l’organizzazione femminile Gerwani
si batté per l’istruzione e l’occupazione femminile, l’arruolamento delle donne
nell’esercito e avviò campagne di alfabetizzazione e autonomia economica. Queste
erano iniziative concrete che cambiavano la vita delle persone.
Tirando le fila, direi che il Pki e la sinistra furono fondamentali nel fare
dell’Indonesia degli anni Cinquanta e Sessanta una società dinamica e aperta al
mondo. Nel paese vi era un dibattito pubblico vivace, con decine di giornali che
discutevano di ciò che succedeva in Congo, a Cuba e in altre parti del mondo.
Gli studenti indonesiani viaggiavano e studiavano all’estero, Sukarno era una
star del movimento dei paesi non-allineati, l’Indonesia era un attore sulla
scena globale, interessato ai fermenti progressisti dei nuovi Stati
indipendenti. La sinistra e il Pki in particolare stavano davvero galvanizzando
una parte della società indonesiana. La sua distruzione nel 1965 non significò
solo la fine di un partito, ma l’annichilimento di un intero universo culturale
e politico: una tradizione di pensiero critico, di apertura internazionale, di
azione progressista che è stata brutalmente cancellata.
Oggi, però, vedo un barlume di speranza. Ci sono giovani che stanno riscoprendo
la sinistra dei loro antenati. Stanno recuperando una storia che credevano
perduta e la vedono come una strada per lasciare un segno in un paese che ha un
disperato bisogno di nuove idee. E in questo senso, ci auguriamo che il nostro
libro dia un piccolo contributo.
Vorrei parlare di D.N. Aidit, un leader politico tanto importante quanto
ignorato. È come se le scelte suicide dell’ultimo mese di vita avessero
cancellato i suoi 15 anni di leadership. Che bilancio storico possiamo dare del
capo del Pki?
Innanzitutto, va ricordato che fu Aidit, insieme a un gruppo di giovani, a
salvare il partito da una sconfitta quasi catastrofica nel 1948, dandogli nuova
energia e trasformandolo in una forza politica potente nel giro di un paio
d’anni. I risultati si videro: nel 1955 e nel 1957 il partito ottenne ottimi
risultati alle elezioni nazionali e in quelle regionali, dove vinse in diversi
collegi.
La scelta strategica che adottarono dopo il disastro di Madiun del 1948 – quando
l’esercito uccise migliaia di militanti del Pki – fu decisiva. Aidit e il suo
gruppo dissero: «Non saremo un partito rivoluzionario armato. Adotteremo una
linea parlamentare». Questa strategia fu probabilmente una delle ragioni
principali del suo successo. Il partito si presentò sulla scena pubblica in modo
del tutto visibile e promosse una mobilitazione totale. Adottò posizioni forti
sull’imperialismo e il nazionalismo, e sostenne i sindacalisti, i contadini e i
lavoratori. Inoltre, l’alleanza del Pki con Sukarno creò una squadra
formidabile.
Le critiche arrivarono dopo, quando si disse che era stato un errore non
armarsi. La scelta parlamentarista – secondo questa tesi – aveva prodotto una
catastrofe annunciata: quando l’altra parte ricorse alla violenza, i comunisti,
impreparati a una lotta armata, non poterono fare nulla e furono schiacciati.
Vi è poi un altro aspetto cruciale: con la Democrazia Guidata di Sukarno
[1960-1967, nda], dopo i tentativi di golpe della fine degli anni Cinquanta, le
elezioni non si tennero più. La competizione tra partiti non si svolgeva più
alle urne, ma per strada: nella mobilitazione di massa, nei comizi, nelle
manifestazioni e nei grandi festival. E si scoprì che il Pki eccelleva in quel
tipo di mobilitazioni. Quello che volevamo trasmettere nel libro è che il Pki
non era destinato al fallimento, non era solo un gruppo di uomini cupi che
discutevano in stanze buie. Era gente che suonava, si divertiva e si godeva la
vita.
La fine del Pki cominciò il primo ottobre 1965, quando una sollevazione militare
di soldati progressisti fallì miseramente causando l’uccisione di sei generali.
Per questo episodio l’esercito incolpò ingiustamente l’intero Pki, ma è ormai
assodato che D.N. Aidit fosse al corrente (se non l’organizzatore) della
cospirazione, mal consigliato dal capo della struttura clandestina del partito,
Sjam. Dal tuo libro, tuttavia, metti in discussione finanche la partecipazione
di Aidit e paventi la possibilità che Sjam fosse un agente per conto di Suharto.
Puoi chiarire meglio la tua posizione sui fatti del 1º ottobre?
La questione della responsabilità è complessa. Ritengo probabile che Aidit e
forse uno o due altri membri del comitato centrale fossero a conoscenza del
piano, ma non credo che il partito nel suo insieme ne fosse al corrente. La
base, certamente, non sapeva nulla. Bisogna poi chiarire il significato di
«responsabilità». Essere a conoscenza del piano, o anche simpatizzarvi, è molto
diverso dall’averlo ideato e diretto. Personalmente, sulla base delle ricerche
di John Roosa, penso che Aidit fosse probabilmente informato e che lo
approvasse. Non sono però convinto che il piano sia stato ideato da lui. In quel
contesto politico, era comune che un piano (come un rapimento o una
dimostrazione di forza) circolasse tra diverse figure, che potevano poi
scegliere se sostenerlo o meno. Questo scenario è diverso da una cospirazione
centralizzata del Pki. L’ipotesi che trovo più plausibile, e che propongo nel
libro, è che il movimento sia nato principalmente dalla rabbia all’interno di
settori dell’esercito verso la corruzione dei propri vertici. La complicazione è
che nell’esercito c’erano anche simpatizzanti del Pki, il quale incoraggiava
apertamente questo sostegno. È quindi possibile che alcuni di quei
simpatizzanti, con le loro frustrazioni autentiche, fossero coinvolti.
In sintesi, affermare che Aidit fosse a conoscenza e abbia tollerato l’azione è
una cosa; sostenere che ne fosse il responsabile, o che il Pki abbia una
responsabilità collettiva per l’uccisione dei generali e per ciò che seguì, è
un’altra ben diversa.
Per quale motivo milioni di militanti comunisti non furono neanche lontanamente
capaci di organizzare una resistenza? Fu solo un problema militare o anche un
problema di linea politica?
Primo, la gran parte degli iscritti non capì cosa stesse succedendo. I testimoni
raccontano di adunate in cui l’esercito chiedeva ai membri del Pki e delle sue
organizzazioni di farsi avanti, e la gente, ignara, lo faceva per poi essere
arrestata. Secondo, il fatto che non si siano mobilitati suggerisce con forzache
il partito non organizzò il Movimento del 30 Settembre. Se lo avesse fatto,
avrebbe sicuramente diramato degli ordini di mobilitazione. Invece non successe
nulla, a parte isolati episodi a Giava Centrale. Per un partito così abile nelle
mobilitazioni, il silenzio e l’inazione furono sorprendenti. Terzo, il Pki era
organizzato per la protesta di massa, non per combattere. Contrariamente alle
accuse, non si stava armando. L’unico addestramento a cui erano stati sottoposti
i propri militanti – così come quelli degli altri partiti – era una forma di
difesa civile con bastoni e fucili finti. I membri del PKI non avevano una seria
preparazione militare, né sapevano sparare. Anche negli scontri fisici
precedenti, come durante l’occupazione delle campagne nel 1964, tendevano a
perdere contro gruppi avversari.
La resistenza che emerse fu quindi per lo più improvvisata e disperata, come
quella di sei donne che cercarono di bloccare i soldati e che vennero fucilate
per questo. L’unico tentativo di resistenza armata organizzata arrivò molto
dopo, quando alcuni militanti fuggirono a Blitar, rifugiandosi nelle grotte per
sopravvivere. Lì emerse la consapevolezza di organizzare una resistenza armata.
Ma era troppo tardi.
Nel testo vi sono molte foto di Sukarno, il Presidente della Repubblica
impegnato nel trovare «soluzioni politiche» che impedissero la distruzione del
Pki. Tuttavia, fu lui a concedere a Suharto i poteri militari che gli permisero
di uccidere centinaia di migliaia di persone. Che opinione hai dell’ultima fase
di Sukarno? Poteva fare di più per fermare i massacri?
È una domanda difficile. Spesso si pensa che ogni cosa sia stata decisa dopo il
1° ottobre 1965, ma in realtà ci vollero due anni per estromettere Sukarno dal
potere. L’esercito dovette persino frenare i suoi stessi sostenitori per non
sfidarlo troppo apertamente.
Sukarno, abituato a risolvere ogni crisi con carisma, concessioni e minacce,
credette di poter gestire anche quella situazione. Firmò il Supersemar l’11
marzo 1966, trasferendo poteri a Suharto per «ristabilire l’ordine» con la
convinzione di poterlo manovrare, ma sottovalutò la spietatezza di Suharto, che
trasformò quel documento in uno strumento per il suo colpo di stato, fino a
spingere Sukarno alle dimissioni. Inoltre, la firma gli fu estorta sotto la
pressione da parte di generali di alto rango che lo affrontarono direttamente
nella sua residenza estiva a Bogor, dove era fuggito dopo che le truppe avevano
circondato il palazzo presidenziale.
Alla tua domanda se avrebbe potuto fare di più, denunciando il massacro e
dicendo che non poteva accettare quelle uccisioni, anche a rischio della vita…
penso che tu abbia ragione. Avrebbe potuto fare di più, probabilmente. Il suo
modo di operare politicamente, però, era sempre stato quello di manipolare e
mettere le parti l’una contro l’altra. Non credo fosse nel suo stile un gesto
così diretto e rischioso come quello che stai suggerendo. Va detto, per onestà,
che intorno a novembre-dicembre del 1965 disse chiaramente che le uccisioni
dovevano fermarsi. Su questa base istituì una commissione di accertamento dei
fatti , che però visitò solo Giava e Bali e si confrontò solamente con
funzionari governativi e militari.
Col suo lavoro Jess Melvin ha dimostrato che da parte dell’esercito vi fossero
intenzioni genocidiarie, ovvero quelle di distruggere «fino alla radice» il Pki.
Ritieni che i massacri anticomunisti del 1965 in Indonesia possano essere
definiti «genocidio»?
Ritengo che, nell’evoluzione del dibattito sulla violenza di massa, sia corretto
definire i fatti del 1965 un genocidio. La difficoltà risiede nella definizione
giuridica stretta della Convenzione sul genocidio, che protegge solo gruppi
nazionali, etnici, razziali o religiosi – categorie nelle quali il Pki, in
quanto partito politico, non rientra facilmente. Per questo, alcuni storici sono
riluttanti a usare il termine. Tuttavia, sempre più studiosi sostengono che sia
assurdo escludere un gruppo politico quando la logica dello sterminio è
identica: l’intento deliberato di annientare «fino alla radice» una parte della
popolazione. Le dinamiche, l’obiettivo e la ferocia sono le stesse di un
genocidio etnico o religioso. Si può anche argomentare che le violenze
costituirono un genocidio sulla base del fatto che il Pki costituiva un «gruppo
nazionale» nel senso più ampio, un elemento costitutivo e simbolico della stessa
nazione indonesiana – proprio come gli abitanti di Srebrenica rappresentavano
una parte vitale e simbolica della comunità bosniaca. Questa posizione è stata
espressa dal Tribunale Internazionale Popolare 1965 e da numerosi stimati
studiosi.
Ad ogni modo, per me la questione definitoria è meno importante del comprendere
come e perché sia successo, e delle sue terribili conseguenze a lungo termine.
Oltre all’effetto immediato su centinaia di migliaia di persone, dobbiamo
considerare le conseguenze per la società nel suo complesso, che perdurano fino
a oggi. Reputo queste questioni più importanti della disputa accademica sulle
definizioni.
In conclusione, credi che nell’Indonesia di domani vi possa essere la rinascita
di un nuovo movimento o partito di sinistra anticapitalista?
Penso che sia piuttosto improbabile assistere alla nascita di un nuovo partito
anticapitalista o di sinistra che operi apertamente all’interno del sistema
politico. Mi sembra una prospettiva molto lontana.
Tuttavia, credo che stiamo già assistendo alla nascita di un nuovo movimento di
sinistra, anche se per il momento è limitato a giovani delle aree urbane,
persone con un’istruzione universitaria, giornalisti, attivisti e simili.
Osservo un entusiasmo e un fermento emergenti intorno a queste idee più
progressiste. Quindi, non sono troppo ottimista sul fatto che questo fermento
possa trasformarsi in un partito politico formale. Sono invece piuttosto
ottimista sulla sua capacità di operare come movimento non partitico. E questo
sta già accadendo.
*Geoffrey B. Robinson, professore emerito di storia alla University of
California (Ucla) specializzato nella violenza politica e diritti umani nel
Sud-Est Asiatico. Oltre a Exposure: A Visual History of the Destruction of ther
Indonesian Left (Cornell University Press, 2025), ha pubblicato The Killing
Season. A History of the Indonesian Massacres 1965-66 (Princenton University
Press, 2018). Nicola Tanno è laureato in Scienze Politiche e in Analisi
Economica delle Istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma.
Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Nel 2026 pubblicherà
Arcipelago Rosso. Lotta Politica e Genocidio in Indonesia (1914-1968) (Mimesis).
Vive e lavora da anni a Barcellona.
L'articolo Indonesia, memoria e cancellazione proviene da Jacobin Italia.