Dall’Altra Davos, la vera sicurezza è la solidarietà

Jacobin Italia - Wednesday, January 21, 2026
Articolo di Tommaso Chiti

Il World Economic Forum anche per il 2026 riunisce in Svizzera i potenti della terra, con decine di delegazioni di governi e comitati d’affari multinazionali, incredibilmente in cerca di «uno spirito di dialogo» come da titolo dell’edizione di quest’anno. Sembra più che altro un paradossale auspicio, dato che alle porte del vertice imperversano piani d’espansionismo Usa in Groenlandia, minacce di nuovi dazi trumpiani all’Europa e il dilagare di conflitti, con la ripresa degli scontri in Siria fra islamisti del presidente Al Jolani – presente a Davos fra le contestazoini della comunità curda emigrata in Svizzera – e le forze democratiche di difesa popolare (Sdf); fino al perdurante genocidio a Gaza.

In una crisi strutturale del multilateralismo e del diritto internazionale, proprio il salotto buono della domus bancaria mondiale sarebbe inoltre stato scelto da Donald Trump per lanciare il suo «Board of Peace», un organismo che sembra mirare a superare le Nazioni unite, almeno per quanto riguarda gli intenti di risoluzione della pulizia etnica israeliana in Palestina.

In questo quadro dalle tinte fosche anche il rapporto di Oxfam tratteggia come le diseguaglianze, trainate dalla crescita del 16% della ricchezza dei miliardari mondiali in termini reali, con patrimoni che toccano livelli record di 18.300 miliardi di dollari e un aumento dell’80% rispetto al solo 2020, contribuiscano in modo esorbitante a erodere la democrazia, a fronte di un aumento della popolazione che vive sotto la soglia di povertà di 3 dollari al giorno e che soffre di altrettanta insicurezza alimentare, con una concentrazione smodata di capitali che comporta anche l’accentramento di potere in nuove forme oligarchiche delle élite globali.

Sulla sponda opposta invece, alla Casa del Popolo di Zurigo in piazza Elvezia, come da tradizione è stata organizzata l’Altra Davos, una kermesse internazionalista a cura del Movimento per il Socialismo, per rilanciare il riscatto della giustizia sociale rispetto alle grandi tematiche dell’economia mondiale, riunendo esperienze di attivismo politico ed ecologico a livello transnazionale.

La ventisettesima edizione del controvertice, «Dalla Resistenza alla Liberazione», rappresentata dallo slogan «la nostra sicurezza è la solidarietà», ha registrato oltre milleduecento partecipanti e si è aperta con l’intervento di Ilan Pappe, storico israeliano fortemente critico con il progetto sionista perpetrato dal governo di Tel Aviv, che non ha esitato a definirlo «etno-nazionalismo teocratico, fondato sull’alleanza globale fra capitalismo e neofascismo, incentrata sull’economia di guerra». In questo senso, i piani di pulizia etnica dei palestinesi in corso per realizzare «uno Stato biblico, privo di democrazia» sarebbero supportati «dalla volontà occidentale e di molti paesi arabi di alimentare una politica di riarmo anche contro l’idea di giustizia sociale e dei valori morali». Una politica di potenza di cui, secondo Pappe, sarebbe «complice, se non addirittura corresponsabile l’Unione europea», che sta contribuendo a scrivere «gli ultimi capitoli di una brutta storia», che a detta sua «si può archiviare nel lungo periodo agendo con urgenza, grazie a un fronte anche eterogeneo di forze decoloniali, guidate dall’esempio della popolazione palestinese, verso una coesistenza di libertà e prosperità».

All’assemblea d’apertura c’è stato anche l’intervento di un’attivista palestinese del movimento queer in Cisgiordania, che ha ribadito la centralità del concetto di «Sumud» rispetto all’approccio di fermezza appunto del popolo palestinese, facendo appello a una «radicale compassione come pratica rivoluzionaria per trasformare l’impossibile in inevitabile, contro plurime forme di oppressione che approfittano delle nostre frammentazioni». In questo senso è andato anche l’intervento italiano sulle mobilitazioni di massa e gli scioperi generali dello scorso autunno, con il blocco generalizzato in risposta all’arrembaggio israeliano della Flottilla, sfidando la repressione di uno dei governi più a destra in Europa e scuotendo dal torpore l’opinione pubblica, grazie al percorso di convergenza e alle pratiche di mutualismo conflittuale, portate avanti da sindacati e organizzazioni di base, come i portuali del Calp di Genova o il Collettivo di Fabbrica ex-Gkn di Campi Bisenzio.

L’esperienza del movimento solidale con la causa palestinese in Italia e il legame fra lotte sociali e rivendicazione dei diritti umani è stata rilanciata anche in uno degli otto panel che hanno costituito il convegno, grazie alla partecipazione del sindacato Sudd Cobas – da tempo impegnato nel riscatto di condizioni di lavoro dignitose nel settore tessile della Piana toscana – e del Comitato 25 Aprile di Prato, associazione antifascista attiva sul territorio.

Al centro del programma di incontri anche l’attivismo intersezionale fra beni comuni e il lavoro di cura, con un approccio di classe, femminista ed eco-socialista, in risposta alla deriva speculativa e predatoria di un sistema capitalistico che, per gestire l’iniqua concentrazione di profitti ai propri vertici, si avvale sempre più di strumenti oppressivi alle sue frontiere esterne, così come nei rapporti fra regime dominante e popolazioni impoverite.

In quest’ottica ha trovato particolare spazio la causa palestinese come epigono genocidiario di questo sistema, che si riflette nel nuovo corso imperialista degli Stati uniti e in una tendenza al superamento della globalizzazione finanziaria, in modo marcatamente mercantilista.

Secondo l’attivista britannico-siriana della rete internazionalista The Peoples Want, Leila Al-Shami, «l’ordine europeo del dopoguerra e quello unipolare nato dopo il 1991 sotto l’egemonia dell’imperialismo statunitense, stanno volgendo al termine» sotto la spinta interventista «rappresentata dall’aggressione russa contro l’Ucraina, che ha inaugurato una nuova fase di espansione imperialista, in cui alcune potenze mondiali come Usa, Cina, Russia ed Europa stanno ridividendo le loro sfere di influenza».

Un riassetto dell’ordine globale che prende le mosse dalla «continuità della violenza di Stato nel regime delle frontiere europee», come ribadito dai ricercatori antirazzisti di Border Forensics e dal comitato di migranti «No More» di Basilea nel denunciare «l’inasprimento della gestione delle frontiere esterne con la componente di intervento (Geas) di Frontex, abilitata a praticare forme di deportazione, ormai sempre più diffuse».

L’organizzazione promotrice dell’Altra Davos – che nel corso del tempo ha visto un notevole ricambio generazionale con l’affiatata brigata del movimento che oggi non tocca l’età media di trent’anni – è stata in grado di mettere in contatto reti e realtà anticapitaliste di base, elaborando analisi critiche di ampia portata sulle ricadute della «pluridecennale dottrina  neoliberista, causa di crescenti iniquità, impoverimento e crisi della stessa democrazia liberale, in favore di un’estrema destra conservatrice e reazionaria».  Secondo il Movimento per il Socialismo, «il networking internazionalista al centro della conferenza è la chiave per cambiare il mondo costruendo un contro-potere all’alleanza fascio-capitalista», a fronte delle «instabili prospettive di crescita e di profitto, che portano a una concorrenza più agguerrita nella competizione globale per il controllo delle catene del valore, delle risorse naturali, fino a generare tensioni imperialistiche e guerre neocoloniali, con conseguente corsa al riarmo e alla militarizzazione delle società». 

Al tempo stesso si denuncia come ogni velleità di nuovo corso ecologista sia stata accantonata dalla sedicente «potenza civile europea, aggravando la crisi climatica in modo irreversibile, fino alla distruzione di interi ecosistemi, che innescano nuovi conflitti sociali dovuti all’insostenibilità degli stili di vita e alla contrazione di spazi per realizzare una società solidale».

Oltre all’elaborazione collettiva, le istanze emerse al contro-vertice sono state portate in piazza proprio all’inaugurazione del World Economic Forum, con una contestazione del «summit di oligarchi a Davos», che ha sfilato per le vie di Zurigo al grido «Trump non è benvenuto!», per ribadire quanto «il World economic Forum raduni profittatori dell’ordine economico capitalista, che fanno affari privati a porte chiuse in un contesto di fascistizzazione, ovvero di abolizione dei diritti democratici e sociali, di svuotamento della separazione dei poteri, di militarizzazione della società, di criminalizzazione dei migranti», con l’appello a «fermare la politica delle cannoniere che ha aperto il nuovo anno con l’agguato statunitense alla sovranità del Venezuela».

Come riportato anche nell’intervento conclusivo da Sole, giovane esponente del Movimento per il Socialismo, «stiamo vivendo un contraccolpo della politica fossile e come forze di sinistra dobbiamo dimostrare che la sicurezza non può essere definita in termini militaristici, ma di benessere sociale, di sostenibilità ambientale, di parità di genere, solidarietà internazionale e diritto all’autodeterminazione delle popolazioni oppresse, organizzandoci per superare il capitalismo e costruire un mondo decolonizzato, femminista ed ecosocialista, che permetta a tutte le persone davvero di essere uguali nella loro diversità».

*Tommaso Chiti attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, è laureato in Studi europei alla facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze.

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