Né turbanti né re: ribellarsi è giusto

Jacobin Italia - Thursday, January 15, 2026
Articolo di Salvatore Cannavò

«Né turbante né corona, né chierico né re». Lo slogan proposto dall’attivista iraniana Maryam Nariaze ha il pregio di fissare in un’immagine perché sia possibile solidarizzare con la rivolta iraniana senza aggregarsi al coro imperialista che reclama l’intervento degli Stati uniti, e di Israele, e senza sposare la causa del ritorno della monarchia.

Da diversi anni c’è un veleno che intossica il dibattito sulle questioni internazionali ed è quello del realismo geopolitico che descrive una realtà globale fatta da campi opposti in presunta lotta tra loro tra i quali occorre scegliere per non disperdere le forze. Bisogna stare con Hamas contro Israele, con Putin contro la Nato, con la Cina contro gli Stati uniti. Perdendo di vista le complessità e le sfumature che invece dipingono di colori la realtà e la rendono molto più intellegibile. Questa polarizzazione e radicalizzazione delle posizioni si è aggravata in epoca di social media, piattaforme che da tempo ormai hanno ucciso la possibilità di dibattere lasciando solo il campo a contrapposizioni tra «bolle» armate l’una contro l’altra.

Ma non si tratta di fare l’elogio di un terzismo di maniera o della complessità del dibattere: quello che la polarizzazione ha schiacciato, grazie all’enorme debolezza della sinistra di classe in tutto il mondo, è un preciso punto di vista. Il realismo geopolitico uccide l’esistenza e quindi il protagonismo di una visione internazionalista che assume i bisogni e i diritti dei popoli e in particolare del popolo della svariata e frammentata working class, come prisma con cui filtrare i vari accadimenti. 

La logica del posizionamento nel campo dei rapporti di forza internazionale esigerebbe quindi che di fronte alla minaccia di intervento armato imperialista e sionista, ben visto all’opera nel caso del Venezuela, si debba stringersi a difesa di regimi impresentabili e ostili agli interessi di ciò a cui noi stessi apparteniamo, siano essi lavoratori e lavoratrici del Venezuela o giovani ribelli dell’Iran in subbuglio. Questo punto di vista va invece rivendicato e fatto vivere nella realtà di una mobilitazione che non deve sottostimare il peso delle dinamiche globali, ma che deve provare a difendere la propria esistenza in vita.

È ormai chiaro a chiunque che l’Iran del 2026 è «scosso da una crisi strutturale di legittimità ed efficacia che influisce gravemente sulla sua capacità di sopravvivenza». I dati sull’inflazione schizzata del 50% in un anno e con il dollaro scambiato contro un milione e mezzo di rial è ormai nota. Il ruolo dei bazari accanto a studenti delle università e giovani donne che non hanno dimenticato la forza del movimento Donna, Vita e Libertà del 2022-23, anche. Questa crisi è intimamente connessa, ovviamente, alla crisi internazionale, alle conseguenze del criminale bombardamento israeliano subito da Teheran lo scorso luglio, dall’embargo e dall’isolamento internazionale. Ma si tratta di una crisi che mette in rilievo la sempre più marcata illegittimità di un regime che è stato costretto a reagire con una repressione interna ferocissima. Al di là dei numeri sui manifestanti morti, è chiaro dalle notizie che giungono sommariamente dall’Iran, dalla decisione di chiudere la rete web e dalle immagini, verificate, di cadaveri distesi in strada, che l’uccisione di chi manifesta costituisce una risposta ormai sdoganata come ultima ratio da parte di chi non vuole perdere il potere.

Le manifestazioni sono difficili da decifrare. Ne ha offerto una possibile descrizione il sociologo del Boston College, e iraniano, Ali Kadivar: «Gli slogan più comuni sono esplicitamente anti-regime. Si rivolgono direttamente alla leadership della Repubblica Islamica – in particolare ad Ali Khamenei – e lasciano poca ambiguità sulla richiesta dei manifestanti di rovesciare il regime». Dietro questa direzione ben precisa si trovano poi istanze e moventi diversi tra loro, riscontrabili ad esempio, scrive ancora Kadivar, nei canti e nei cori sentiti nelle strade. Canti sulla libertà dei diritti contro le restrizioni della vita sociale iraniana; slogan pro-monarchia, che esistono ovviamente e costituiscono uno dei problemi del futuro Iran, ma anche slogan anti-monarchici, in particolare nelle zone azere (ad esempio: «L’Azerbaijan è onore; Pahlavi non ha onore»); canti, infine, nazionalisti, legati alla necessità di un «Iran-first» con il benessere della popolazione, e non le ambizioni geopolitiche, al centro.

Si tratta quindi di un movimento ampio, sempre che riesca a resistere alla dura repressione, e che viene inserito soprattutto nella definizione di “coalizione negativa”, unito nell’opposizione al regime ma senza una capacità di prospettare un’alternativa. Ma si tratta di una caratteristica diffusa e comune a molte delle rivoluzioni di questo inizio di secolo che soffrono dell’assenza di punti di riferimento progressivi e credibili e che, come tutti noi, vivono nella morsa di alternative offerte dal capitalismo globale che risultano atroci.

Il fatto che tra le soluzioni possibili della rivolta iraniana non se ne intraveda una positiva, o addirittura non se ne intraveda nessuna, non è un motivo per impedirci di manifestare solidarietà alla popolazione in rivolta. Anzi, l’assenza di solidarietà costituirebbe esattamente un ulteriore appoggio alle manovre di chi sta prefigurando il ritorno della monarchia – che ha lastricato di sangue e povertà l’Iran negli anni di regno dello Scià, particolare che si dimentica troppo facilmente – e la rinuncia a proporre visioni diverse e relazioni internazionali tra movimenti in lotta che restano un carburante necessario a costruire un altro mondo.

Appaiono del tutto risibili i tentativi della destra e di solerti opinionisti liberali che deridono i movimenti e le sinistre per la loro capacità di indignarsi e mobilitarsi su Gaza, ad esempio, e l’incapacità di impugnare la bandiera di libertà che chiede spazio in Iran. Risibili perché le manifestazioni sono figlie di processi reali, congiunzioni politiche, e anche morali, tra la situazione presente, la sua percezione e i sussulti di persone in carne e ossa. Ma quei tentativi, peraltro goffi, hanno un altro obiettivo, molto più grave: quello di delegittimare le imponenti manifestazioni che si sono tenute tra settembre e ottobre del 2025 a fianco della popolazione di Gaza e contro il genocidio israeliano. 

Un movimento che a distanza di mesi resta uno spauracchio del governo Meloni e della politica istituzionale, preoccupata di un’opinione pubblica in grado di mettere profondamente in discussione la logica di guerra oltre che il ruolo e lo status di alleato preferito ricoperto da Israele. La polemica è strumentale e anche ipocrita perché fa finta di non sapere che le mobilitazioni sono tanto più forti quanto restituiscono la percezione di un’influenza reale: quelle contro il proprio governo e le sue alleanze sono le più incisive e in quel caso si trattava di accusare i rapporti di ferro tra Italia e Israele. Ma nel caso di Gaza c’era anche di più: la concretezza mutualistica di un’azione di solidarietà internazionale, la Flotilla, che intendeva sbarcare in Palestina per portare aiuti. Un gesto dirompente se fosse riuscito, in grado di spezzare non più solo simbolicamente l’isolamento prigioniero di cui Gaza soffre da decenni. 

Questa dinamica non esiste e non può esistere in Iran, ma questo non toglie che movimenti in carne e ossa, come ha dimostrato essere Donne, Vita e Libertà, si rafforzino e respirino la spinta che viene dalla solidarietà, unico ingrediente per poter tessere relazioni stabili e strutturate, quelle che che mancano da troppo tempo su scala internazionale e la cui assenza, non a caso, oggi pesa in modo rilevante.

Manifestare solidarietà agli iraniani e alle iraniane in lotta sotto il fuoco criminale di un regime autoritario e regressivo costituisce l’unico mezzo per potersi opporre credibilmente alla nuova dimostrazione di forza statunitense. L’attacco militare che Donald Trump sta ipotizzando proprio in queste ore, costituisce l’ulteriore prova di un’aggressività imperiale che si dispiega in diverse parti del mondo e che nell’area mediorientale si nutre anche delle mire espansionistiche di Israele. Dietro la vicenda iraniana c’è l’obiettivo di «pacificare» in salsa occidentale la nuova Siria, sterilizzare l’anomalia curda, mettere a tacere le voci dissonanti nell’area e costruire il quadro più favorevole per impedire qualsiasi ipotesi di Stato palestinese. Una prospettiva terrea, di cui beneficerà solo Israele. 

Mettere in connessione movimenti di resistenza sociale è una delle forme per contrastare il nuovo imperialismo occidentale – a cui si contrappone, su scala secondaria, ma reale, anche l’imperialismo russo e quello cinese – e solidarizzare con la rivolta iraniana è anche il solo strumento che abbiamo per poter rafforzare un’opzione laica, sociale e progressista nel possibile nuovo Iran che domani si andrà costruendo. Dentro quello spazio fisico e politico non può esistere solo l’opzione monarchica spalleggiata dagli sceriffi di Washington e Tel Aviv.

*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).

L'articolo Né turbanti né re: ribellarsi è giusto proviene da Jacobin Italia.