La radice dell’oppressione delle donne

Jacobin Italia - Monday, January 12, 2026
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Tra il 1970 e il 1971, la leggendaria attivista afroamericana Angela Davis si trova in prigione, accusata di complicità nell’omicidio di un giudice durante la rivolta di San Rafael, reato per cui fu assolta nel 1972. Ed è proprio in questo periodo che scrive il saggio Women and capitalism: Dialectics of Oppression and Liberation (poi raccolto nel ‘98 in The Angela Y. Davis reader), in cui getta le basi della propria riflessione teorica, che si propone di ovviare all’inabilità teorica di buona parte dei movimenti femministi – bianchi e borghesi – nello scoprire le intersezioni tra l’oppressione femminile e tutti gli altri antagonismi sociali. 

Proponendo un’analisi prettamente marxista, evidenzia come il considerare lo sfruttamento di classe, l’espansione coloniale, il dominio nazionale e razziale come sintomi dell’autorità maschile abbia eluso il problema, invece di affrontarlo, finendo per riflettere il processo più ampio della frammentazione delle relazioni sociali nel capitalismo. Davis non sostiene che l’oppressione femminile sia nata soltanto con il capitalismo, ma ne vuole sottolineare la specificità storica. 

Alcune tendenze femministe (essenzialiste), criticate nel corso di questo suo saggio, rivendicano una presunta dimensione naturale del femminile, una sorta di autenticità da contrapporre alla maschilità, finendo così per far apparire innocua – o quanto meno astorica – la stessa oppressione delle donne. Davis, invece, fa notare come nella società pre-capitalista le donne, pur essendo ugualmente oppresse e indirizzate al lavoro domestico, non erano esiliate dalla produzione sociale in generale, e quindi la loro oppressione non era «un risultato dei modi dominanti di produzione, ma piuttosto una concreta precondizione della produzione», perché il loro lavoro creava, proprio come anche tutto il lavoro sociale degli uomini, valore d’uso. Con l’avvento del capitalismo e dell’economia di scambio, il «valore d’uso viene soppiantato dal valore di scambio e l’obiettivo della produzione diventa la riproduzione del capitale», e allora la relegazione domestica delle donne, esiliate dalla sfera della produzione sociale, diventa un fenomeno – appunto – sociale. Il capitalismo, strappando le funzioni domestiche dal loro carattere immediatamente sociale, le ha rese astrattamente naturali per le donne, finendo in quella che Davis definisce «la creazione sociale delle donne come esseri eternamente naturali. Vale a dire, le donne sono socialmente imprigionate in ruoli naturali che non sono più naturalmente necessari». 

In quest’ottica, le donne sono tenute in uno stato di inferiorità sociale non dagli uomini in generale, ma dalla classe dominante. Se quindi si da il primato assoluto alle dimensioni sessuali dell’oppressione femminile, concentrandosi unicamente sulla liberazione sessuale, si finisce con l’ignorare il carattere profondamente storico dell’oppressione femminile, non riuscendo a comprendere la specificità della sottomissione sociale delle donne che non fanno parte della classe privilegiata. Per Davis il lavoro domestico è oppressivo in quanto non produce valore di scambio, non genera profitto ai capitalisti, e pertanto viene socialmente costruito come una forma di lavoro naturalmente inferiore al lavoro salariato di matrice capitalista. 

Continuando sulla scorta di quest’analisi, nel suo libro più importante, Donne, razza e classe,  Davis tra le altre cose evidenzia la necessità della socializzazione del lavoro domestico, perché anche se fosse superata la sua assegnazione esclusiva al genere femminile, non cesserebbe comunque di opprimere in virtù della sua non-produzione di valore di scambio. Per questo invita a non concentrarsi sulla figura della donna oppressa unicamente come casalinga, guardando anche alle donne bianche sfruttate nelle industrie per miseri salari e alle donne Nere costrette a lavorare in schiavitù. La figura della casalinga nella prima e seconda ondata femminista rifletteva, secondo Davis, soltanto la parzialità delle classi medie emergenti e personificava la loro prosperità economica, ma si impose come modello universale di femminilità, con la rappresentazione del lavoro domestico femminile come una vocazione di tutte le donne, per cui «quelle che erano costrette a svolgere un impiego salariato iniziarono a essere trattate da complete estranee nel mondo maschile dell’economia pubblica». 

Parte del movimento femminista si concentrò sulla rivendicazione di un salario per il lavoro domestico delle donne, e la prima manifestazione a riguardo ebbe luogo proprio in Italia nel marzo del 1974. Questo movimento partiva dal presupposto per cui il lavoro domestico era degradante e oppressivo perché era innanzitutto lavoro non pagato, e quindi richiedeva il pagamento delle lavoratrici domestiche in quanto produttrici e riproduttrici di una merce fondamentale: la forza lavoro. Per Angela Davis, però, le casalinghe non sono delle lavoratrici occulte del processo di produzione capitalistico, perché con la rivoluzione industriale si ha una separazione strutturale, come abbiamo visto, tra l’economia domestica e quella pubblica. Emblematico diventa allora il caso sudafricano durante l’apartheid, in cui venne teorizzato come il lavoro degli uomini non bianchi rendesse profitti più alti nel momento in cui la vita domestica, potenziale luogo di resistenza, veniva eliminata, per cui le donne disoccupate, «appendici superflue»,  erano bandite dalle aree bianche o dai centri industriali. Questa «versione sudafricana del capitalismo – scrive Davis – con la sua negazione della vita domestica, mostra le estreme conseguenze della separazione dell’economia privata domestica e del processo di produzione pubblico che caratterizza la società capitalista in generale», da cui deduce la debolezza delle rivendicazioni per il salario alle lavoratrici domestiche poiché, inserendosi nelle logiche stesse del capitalismo, rischiavano di legittimare ulteriormente tale forma di «schiavitù domestica». La socializzazione del lavoro domestico, invece, presuppone la fine netta del regime del profitto economico.

L’approccio teorico di Angela Davis è radicale, arriva alla radice stessa delle cose, e per farlo è necessario, come scrive in Donne, cultura e politica, recentemente pubblicato da Alegre, evitare di ipostatizzare «una condizione astratta della donna, che subisce in maniera astratta le logiche sessiste e che le combatte all’interno di un contesto storico altrettanto astratto [perché] questo stato di astrazione si rivela essere un insieme di condizioni ben specifiche e concrete, in cui le donne bianche della classe media, vittime degli atteggiamenti e dei comportamenti sessisti degli uomini bianchi della classe media, rispondono a essi rivendicando l’uguaglianza con quegli specifici uomini. Con questo approccio non si fa altro che lasciare inalterato il sistema socio-economico attuale che si nutre di pregiudizi razzisti e classisti». 

L’essenza femminile che viene presentata come neutrale per Davis in realtà non è mai tale, ma è sempre densa di un dominio politico storicamente determinato – spesso maschile, ricco e bianco. Le lotte, allora, non possono basarsi su una presunta universalità femminile, ma devono guardare all’ampiezza del contesto politico-economico di predominio maschile in cui l’oppressione della donna si inserisce. Per questo critica l’insistenza miope di molto femminismo bianco borghese nell’inquadrare ad esempio come tratto principale dell’oppressione subita dalle donne musulmane la mutilazione genitale praticata in alcuni paesi africani, perché queste sorelle non subivano un’oppressione fuori dalla storia, di cui l’infibulazione doveva rimanerne astoricamente il tratto principale. Per Davis è necessario non isolare queste attenzioni bensì vederle «come prerequisiti per una lotta più ampia» – insomma, è necessario attuare proprio l’approccio che poi prenderà il nome di intersezionalità. La domanda che si ponevano le femministe egiziane con cui parlò Davis durante il suo viaggio in Egitto negli anni Ottanta non era sull’accettabilità o meno della castrazione come pratica culturale, ma su come mettere in moto un processo efficace per relegarla all’obsolescenza della storia, mettendo al primo posto l’autodeterminazione consapevole delle donne egiziane come parte di una storia più ampia.

Ugualmente «miope» ritiene la focalizzazione occidentale sull’hijab portato dalle donne musulmane perché presume che il «sessismo sia qualitativamente più lesivo per le donne musulmane che per le occidentali» e distorce «i tentativi di analizzare la condizione delle donne nei paesi arabi» oscurando totalmente, in quanto simbolo codificato e accettato dall’Occidente, l’analisi storica del lavoro e dello status della donna. Ad esempio, si ignora totalmente il carattere di classe dell’hijab stesso: infatti, tra le lavoratrici, in particolare quelle agricole, non vige l’uso dell’hijab, soprattutto per l’evidente impedimento che comporterebbe nell’esecuzione del lavoro. Non a caso le femministe egiziane incontrate da Davis insistevano su come la concentrazione soltanto sulla campagna per l’eliminazione dell’hijab avesse accresciuto ulteriormente il divario tra la piccola borghesia urbana e le sorelle egiziane delle classi più povere. Ancora una volta, per Davis, «affinché il corpo delle donne sia pienamente liberato il sistema sociale responsabile di tale oppressione deve essere eliminato».

Un riferimento teorico per Angela Davis è Clara Zetkin, rivoluzionaria comunista tedesca, pioniera nello studio della condizione femminile nella società capitalista a cui dedica uno dei saggi raccolti in Donne, cultura e politica. Zetkin già nel 1896 sottolineava la diversità nella struttura dell’oppressione delle donne a seconda della classe, di come queste classi stesse fossero, in sostanza, creazioni del capitalismo, e quindi come l’obiettivo da attaccare dovesse essere quest’ultimo. Il problema, per Zetkin, era che le donne borghesi non mettevano in discussione la naturalità della società in cui vivevano, finendo per guardare al suffragio femminile come a un diritto naturale alla partecipazione politica in una società che percepivano altrettanto naturale e immutabile. Il diritto di voto però non avrebbe soppresso la contraddizione di classe tra sfruttatori e sfruttate, come non lo aveva fatto quando era stato concesso al proletariato maschile, che infatti continuava a essere sfruttato. «Non è la posizione dominante dell’uomo della loro classe a impedire loro di vivere e realizzarsi liberamente – scriveva Zetkin – bensì la posizione dominante della classe capitalista e il potere e diritto di sfruttamento di cui essa gode nell’ordine sociale vigente. Il lavoro politico e la lotta politica delle donne proletarie hanno quindi un obiettivo che va oltre il presente e il tentativo di riformarlo: l’abbattimento del capitalismo». Tutta la produzione teorica di Angela Davis ci invita a storicizzare e a rifuggire da categorie astratte che si basano su un universalismo in fin dei conti consistente in un’universalizzazione del proprio posizionamento particolare. Come nota Rachele Borghi in Decolonialità e privilegio, pensare alle donne come gruppo omogeneo, senza razza e classe «è di nuovo dar prova della violenza di chi, dominante, impone un discorso e mette al centro la sua esperienza». Per Davis «dobbiamo imparare a pensare e agire e lottare contro ciò che è ideologicamente costituito come “normale”», scavare nei margini per rivelare come la maggior parte della società sia investita della violenza epistemica che è già presente all’interno del sistema eteronormato del genere binario. E proprio per questo «il femminismo implica molto di più che non la sola uguaglianza di genere. E implica molto di più del genere. Il femminismo […] Deve implicare una coscienza riguardo al capitalismo, al razzismo, al colonialismo, ai postcolonialismi e all’abilità, e una quantità di generi più grande di quanto possiamo immaginare, e così tanti nomi per la sessualità che mai avremmo pensato di poter annoverare. Il femminismo non solo ci ha permesso di riconoscere uno spettro di connessioni tra discorsi, istituzioni, identità e ideologie che spesso saremmo portati a considerare separatamente, ma ci ha anche permesso di sviluppare strategie epistemologiche e organizzative che ci spingono al di là delle categorie di “donne” e “genere”». 

James Baldwin scrisse una lettera ad Angela Davis mentre lei si trovava in carcere a San Quentin, dove rischiava la pena di morte. Il finale della sua lettera mi sembra spiegare perfettamente l’intersezionalità delle lotte a cui tutte e tutti noi siamo invitati: «Alcuni di noi, bianchi e neri, sanno che duro prezzo è già stato pagato per creare una nuova coscienza, un nuovo popolo, una nazione nuova. Se sappiamo e non facciamo nulla, siamo peggiori degli assassini assoldati in nostro nome. Se sappiamo, allora dobbiamo batterci per la tua vita come se fosse la nostra – perché lo è – e sbarrare con i nostri corpi il corridoio della camera a gas. Perché se ti porteranno via all’alba, la sera verranno a prendere noi».

*Giulia Marotta è una studentessa di Filosofia all’Università di Pisa, è laureata in Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali all’Università di Bologna.

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