
La riforma a pezzi: costruire un’università gerarchica, sotto controllo politico e militarizzata
ROARS - Monday, January 12, 2026La maggioranza di governo avanza una riforma dell’università spezzata in tre frammenti: governance, ANVUR e reclutamento. Il rischio più grande? Che opporsi a una riforma sbagliata significhi difendere uno status quo indifendibile. Questa riforma non cura le cause: accentra ancora più potere nelle mani del ministro e dei rettori, rafforzando il controllo governativo su ANVUR, e nel reclutamento mantiene le soglie bibliometriche che hanno distorto la ricerca. Il disegno è svelato dal Ministro della Difesa Crosetta: costruire un “ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia”. In una società sempre più autoritaria e militarizzata, un’università autonoma, libera, critica e pluralista diventa un problema. La riforma costruisce un sistema più gerarchizzato, meno libero e più facilmente controllabile dalla politica.
La maggioranza di governo sta prospettando in questi mesi una riforma a pezzi dell’università di cui non è semplice cogliere il disegno, perché, appunto, frammentata. I capitoli della riforma sono tre: la riforma del governo degli atenei; la riforma dell’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR); la riforma del reclutamento, già approvata dal Senato. Sta emergendo il pericolo che criticare la riforma significhi difendere un indifendibile esistente.
L’università italiana ha problemi strutturali. Il finanziamento pubblico è cronicamente insufficiente: l’Italia occupa da anni le ultime posizioni tra i paesi OCSE per spesa pubblica in istruzione universitaria. Circa 30 mila giovani studiosi, assunti con contratti a tempo determinato in gran parte con i fondi PNRR, saranno espulsi dal sistema nel giro di pochi mesi. L’ANVUR è un’agenzia dotata di poteri e prerogative senza paragoni nei paesi con sistemi di ricerca avanzati. Il governo degli atenei, come ridisegnato dalla legge Gelmini del 2010, ha concentrato il potere decisionale nelle mani dei rettori, sempre meno responsabili di fronte alla comunità universitaria. Il sistema di reclutamento è fortemente disfunzionale. In questo contesto, negli ultimi quindici anni, si è affermato un vero e proprio doping della ricerca.
Per la riforma della governance il riferimento è un documento circolato nelle scorse settimane e attribuito a una delle due commissioni consultive ministeriali. Prevede il rafforzamento ulteriore dei rettori, allungandone il mandato (8 anni) e introducendo una sorta di plebiscito di conferma dopo 4 anni. La composizione dei consigli di amministrazione viene modificata introducendo un membro di nomina governativa ed eliminando la rappresentanza del personale tecnico-amministrativo. Ne risulta un assetto in cui il rettore dispone di una maggioranza di fatto garantita. Le distorsioni introdotte dalla riforma Gelmini non vengono corrette, ma aggravate.
L’ANVUR è ormai lo snodo centrale e la riforma ne prevede un più saldo controllo da parte del ministro. La sua istituzione fu giustificata sostenendo che un’agenzia avrebbe tenuto il governo a distanza dall’accademia, favorendo al contempo il miglioramento della qualità della ricerca e della didattica. In realtà, ANVUR nacque con un’impostazione tecnocratica e illiberale: uno strumento chiamato a indirizzare istituzioni e docenti attraverso un sistema di premi e punizioni. In quindici anni ANVUR ha costruito un apparato burocratico che ha messo in competizione atenei, dipartimenti e singoli ricercatori per l’accesso alle risorse. Questa competizione, dichiaratamente fondata sulla qualità della ricerca, è nei fatti basata sulla raccolta di punti bibliometrici: numero di pubblicazioni e numero di citazioni. Indicatori quantitativi che determinano carriere individuali e finanziamenti istituzionali.
I danni prodotti da questo sistema sono ormai evidenti. Una intera generazione di ricercatori è stata incentivata non a fare ricerca rigorosa, solida, su dati ben accertati, ma a massimizzare i punteggi bibliometrici. Il doping bibliometrico è diventato una pratica diffusa. Esso assume forme diverse. La più semplice è l’autorialità di comodo: per aumentare il numero di pubblicazioni, un ricercatore può chiedere a un collega di inserirlo tra gli autori di un articolo a cui non ha contribuito, offrendo in cambio la reciprocità su una propria pubblicazione. Esistono poi le cosiddette paper mills, servizi che, dietro pagamento, aggiungono il nome del ricercatore ad articoli già pronti. Anche le citazioni possono essere manipolate: la pratica più banale è l’autocitazione sistematica; se non basta, si ricorre allo scambio organizzato di citazioni (citation rings) o ad agenzie specializzate che procurano citazioni a a pagamento (citation mills).
La riforma non interviene su nulla di tutto questo. Modifica invece le modalità di nomina del consiglio direttivo di ANVUR, ne amplia le competenze e riserva al ministro nuovi poteri di indirizzo. Già oggi il consiglio direttivo è scelto dal ministro al termine di una procedura bizantina. La riforma semplifica: il ministro nomina direttamente presidente e membri. Ciò che prima era mediato e mascherato diventa esplicito. La riforma mostra così ANVUR per ciò che è sempre stata: il cavallo di Troia attraverso cui il governo esercita un controllo diretto sull’università.
Veniamo infine alla riforma del reclutamento. Oggi, per ottenere una posizione stabile di professore universitario, sono necessari due passaggi. Il primo è il superamento dell’abilitazione scientifica nazionale (ASN): per poter essere valutati dalla commissione del proprio settore disciplinare, i candidati devono raggiungere le soglie di punti bibliometrici fissate da ANVUR. Solo dopo aver ottenuto l’abilitazione si acquisisce il diritto a partecipare ai concorsi banditi dalle università.
Le criticità del sistema attuale sono note. Le soglie bibliometriche sono una delle principali cause del doping della ricerca. Lo strapotere delle commissioni ASN orienta le linee di ricerca considerate vincenti in interi settori disciplinari. La gestione localistica dei concorsi, utilizzati sia per il reclutamento sia per i passaggi di carriera, produce un effetto perverso: tendono a essere vinti dai candidati interni perché meno costosi per l’ateneo.
La riforma non risolve quest’ultimo nodo cruciale. Prevede l’abolizione della ASN e concentra l’intero processo di selezione nelle commissioni locali di concorso. Per contrastare il localismo introduce una regola rigida: quattro commissari su cinque saranno estratti a sorte da liste nazionali. Per accedere ai concorsi i candidati dovranno comunque superare soglie che saranno fissate con un successivo decreto del ministro su proposta di ANVUR. Gli effetti complessivi della riforma dipenderanno dunque da come verranno definite queste soglie. Se, come è probabile, saranno simili a quelle attuali, i possibili benefici della riforma verranno annullati e il sistema continuerà a incentivare il doping della ricerca.
Il disegno complessivo emerge chiaramente se si guarda oltre il perimetro universitario. Il ministro della Difesa Crosetto ha recentemente invocato un “ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia”. In una società sempre più autoritaria e militarizzata, un’università autonoma, libera, critica e pluralista diventa un problema. La riforma a pezzi dell’università va in questa direzione: costruire un sistema più gerarchizzato, meno libero e più facilmente controllabile dalla politica.
Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 22 dicembre 2025.