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Il dual use è morto… Lunga vita al dual use!
COME LE GOVERNANCE DEGLI ATENEI SI PONGONO RISPETTO ALLA RICERCA BELLICA NEL DELICATO EQUILIBRIO FRA LIBERTÀ ACCADEMICA, ETICA E COMPLIANCE Ai tempi della monarchia francese, alla morte di un sovrano, si usava dire: “Il Re è morto! Lunga vita al Re!”, indicando così la continuità nell’avvicendamento. E forse quella locuzione potrebbe essere utilizzata anche nel peculiare caso del dual use, cioè quell’ambito che riguarda prodotti, beni e tecnologie che possono avere sia un uso civile che un uso militare. NEL PERIODO FRA IL 2024 E IL 2025 SEMBRAVA QUASI CHE IN MANIERA PIÙ O MENO DIFFUSA, NEGLI ATENEI STATALI DEL NOSTRO PAESE, SI FOSSE DISPOSTI A METTERE UNA CROCE SOPRA AGLI ACCORDI DUAL USE, ALMENO IN LINEA DI PRINCIPIO. Dopo la stagione delle acampadas per Gaza e le proteste studentesche sembrava che almeno su questo punto si potesse trovare la quadra, d’accordo con le governance degli Atenei o almeno in qualche delibera del Senato Accademico. In realtà, ci si è accorti poi che in più di un caso si trattava solo di dichiarazioni d’intenti con scarse applicazioni nella pratica o che magari si poneva fine a un accordo quadro siglato a livello di amministrazione centrale e poi magari le collaborazioni continuavano a livello di singoli dipartimenti. L’Università di Pisa aveva addirittura modificato lo statuto dell’Ateneo per ribadire il NO al dual use. L’Università di Bologna aveva inserito nel merito un punto specifico nel Codice etico e tanti Atenei avevano messo uno stop agli accordi più evidenti, ad esempio quelli con Leonardo, Thales e Rheinmetall. E invece no! Questo apparente giro di vite ha avuto vita breve, perché nel frattempo la Commissione Europea si era lanciata in un triplo salto carpiato accogliendo un parere di un comitato di esperti chiamati ad esprimersi su come trattare il dual use nell’ambito della ricerca, soprattutto in vista del Piano Strategico Horizon Europe 2025-2027. Ebbene, tali esperti avevano praticamente sdoganato il dual use nel principale programma di ricerca europeo con una sorta di “tana libera tutti”, sostenendo che l’innovazione procede in modo così veloce da rendere indistinguibile i confini fra ciò che è per uso civile e ciò che è per uso militare. E quindi, contrariamente agli anni precedenti, si è concessa un’apertura per la prima volta anche ai progetti dual use dentro Horizon, il principale programma di ricerca in Europa. Insomma, nel 2025 dall’UE alle università del continente europeo si è proclamato a gran voce: “Il dual use è morto! Lunga vita al dual use!“ E nel 2026 questo input è stato trasmesso a cascata lungo tutta la filiera della ricerca accademica e quella degli Enti pubblici di ricerca, che non volevano di certo mancare un simile appuntamento coi finanziamenti europei nella ricerca. PRIMA PERÒ DI AFFRONTARE LO STATO DELL’ARTE DEL DUAL USE NEGLI ATENEI ITALIANI, È IMPORTANTE E OPPORTUNO SOTTOLINEARE COME ESISTANO DIVERSI PIANI SUI QUALI QUESTO TEMA PUÒ ESSERE AFFRONTATO E QUINDI RISULTA FONDAMENTALE COMPRENDERE SU QUALE DI QUESTI PIANI AVVIENE L’INTERAZIONE DI VOLTA IN VOLTA, PER EVITARE DI CADERE IN TRAPPOLE INTERPRETATIVE. 1) approccio etico: si può adottare un piano più ampio e onnicomprensivo nel quale per dual use si intendono tutte quelle attività che possono potenzialmente essere utilizzate, oltre che per finalità civili, anche per finalità militari di qualsiasi tipo, non solo prodotti, beni e tecnologie, ma anche attività a carattere strategico o propagandistico. Si privilegia quindi un’interpretazione estensiva delle implicazioni allargando il campo di applicazione a tutto ciò che è in qualche modo riconducibile al sistema della guerra ed al complesso militare industriale: da una parte si amplia quindi l’ambito disciplinare (non solo STEM) e dall’altra si estende la casistica delle ricadute che alcuni accordi possono comportare in relazione al più generale sistema della guerra, incluse quelle situazioni nelle quali la cooperazione accademica rischia di legittimare il Paese dei partner e quindi esserne complice in relazione a conflitti e occupazione illegale di territori, fuori dalle regole del diritto internazionale. É ad esempio il caso del boicottaggio accademico e culturale contro Israele per le sue gravissime responsabilità nel genocidio ancora in corso a Gaza e per l’occupazione in Cisgiordania. I principi etici alla base sono fondamentalmente quello di non nuocere direttamente o anche indirettamente a singoli individui o collettività, ma anche quello di avere cura dei diritti delle generazioni presenti e future rispetto ai possibili impieghi e sviluppi in prospettiva che potrebbero minacciare anche in futuro gruppi e popolazioni anche di altri Paesi, al di là delle intenzioni delle finalità progettate in origine. Pertanto, oltre agli sviluppi materiali e fisici connessi agli armamenti, si includono anche quelle attività che possono essere utilizzate impropriamente e in modo malevolo da terzi e che possono essere manipolate ad arte per raggiungere fini strategico militari, anche solo di pura legittimazione di un attore militare o di propaganda bellica. Di conseguenza, in tale accezione risultano sensibili non solo le collaborazioni con l’industria bellica, ma anche quelle con le Forze Armate, con la NATO e con gli enti e le istituzioni di Paesi che perpetrano una sistematica violazione dei diritti umani, che sono incriminati per genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e apartheid: in tale ottica, anche un semplice accordo di mobilità con un Ateneo che ha sede legale, che tanto legale non è, in territori occupati o un progetto di ricerca sulla gestione del suolo e dell’acqua può avere risvolti etici in termini di complicità e ricadute in termini di legittimazione e consolidamento dell’occupazione militare di territori fuori dalle regole ONU. In un’accezione più ampia, si potrebbero così includere, oltre alla ricerca, anche le attività di didattica, orientamento e Terza missione. Tale approccio etico è quello adottato nelle proteste studentesche e soprattutto negli orientamenti di chi porta avanti il boicottaggio accademico nelle Università (vedi la PACBI). 2) approccio tecnologico: stringendo il cerchio, si può adottare una definizione più meramente tecnica e concentrata nell’ambito della ricerca, che però pone l’accento anche sulla potenzialità dell’utilizzo dei risultati dei progetti, e in tal caso si considerano dual use tutti quei beni, prodotti e tecnologie che, pur avendo finalità civili possono implicare sviluppi possibili anche in ambito militare o essere utilizzate in modo improprio rispetto alle finalità previste in origine. Tale approccio è quello di una parte della componente dei docenti e dei ricercatori, che intende limitare il tema del dual use quasi esclusivamente alle “scienze dure”, che sono più soggette ai vincoli connessi alla produzione di armamenti o prodotti dual use e a controlli sulle esportazioni, ignorando quasi tutte le implicazioni immateriali e cognitive; 3) approccio normativo: il nucleo più ristretto del dual use fa riferimento ad una terza definizione di carattere più normativo e segue un approccio più restrittivo, arrivando a considerare dual use solo ed esclusivamente quei casi definiti come tali dal relativo Regolamento europeo sull’esportazione di armamenti, oltre che dalla normativa nazionale, per cui ci si limita soltanto alle esportazioni di materiali e risultati della ricerca non inclusi negli elenchi dei prodotti vietati, salvo eventuali licenze o autorizzazioni. Ed è proprio quest’ultima definizione, cioè il semplice limitarsi a rispettare i vincoli normativi alla lettera, a rappresentare l’orizzonte verso il quale le governance di alcuni grandi Atenei si stanno orientando rispetto al tema del dual use. PER COMPRENDERE QUALE SIA L’ORIENTAMENTO ATTUALE È POSSIBILE OSSERVARE COSA SUCCEDE IN UNO DEGLI ATENEI NEI QUALI IL DIBATTITO INTERNO SUL TEMA È STATO PIÙ VIVACE NEGLI ULTIMI ANNI: L’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA, CHE FRA L’ALTRO HA DI RECENTE DICHIARATO, IN OCCASIONE DI UN INTERVENTO FORMATIVO INTERNO SUL DUAL USE, CHE DIVERSI ALTRI GRANDI ATENEI COI QUALI SI SONO CONFRONTATI, SONO ALLINEATI SULLA STESSA POSIZIONE. MA QUALE SAREBBE QUESTA POSIZIONE? La posizione è quella che UNIBO ha deciso di abbracciare un approccio restrittivo rispetto alla nozione di dual use (che diventa l’eccezione e non la regola) nell’applicazione della normativa europea, nella fattispecie il Regolamento UE n. 821 del 2001, cioè in sintesi guardare i contenuti degli elenchi di prodotti, beni e tecnologie riportate negli Allegati 1 e 4 del Regolamento, addirittura con un orientamento ancor più minimalista seguendo la Raccomandazione 2001/1700 (quest’ultima attraverso la sua funzione interpretativa restringe ancor di più il campo di applicazione dei vincoli sul dual use). Di recente, seguendo le indicazioni contenute nella Raccomandazione del Consiglio UE del 2024, che sollecita gli organismi di ricerca a strutturare presidi interni per prevenire violazioni, UNIBO ha istituito un gruppo denominato DUSE per il monitoraggio interno sul dual use e ha predisposto delle Linee guida interne per la sicurezza della ricerca, che rappresentano i due strumenti di due diligence d’Ateneo, cioè per l’istruttoria accurata e il self-assessment da condurre rispetto alle collaborazioni con i partner internazionali sulla ricerca. Esiste poi un altro terminale per l’autovalutazione dei rischi e per la due diligence, che è invece individuale ed è rappresentato dalla figura del ricercatore, una figura cruciale nell’individuazione dei rischi potenziali legati all’uso duale e su cui quindi grava una forte responsabilità, spesso anche a fronte di contratti precari di ricerca, che agiscono come strumento di ricatto che limita ulteriormente l’imparzialità nel giudizio e la libertà di decisione. Un compito gravoso quello dei ricercatori nel dover seguire tutte le previsioni di legge, il Regolamento europeo, le linee guida interne, quelle nazionali e il Regolamento d’Ateneo per l’integrità della ricerca. Ma l’Ateneo di Bologna li ha di recente rassicurati in occasione della formazione interna, garantendo supporto attraverso il personale degli uffici preposti e tramite appunto il gruppo DUSE, individuato appositamente dalla governance fra componenti del personale docente e del personale tecnico amministrativo. Le raccomandazioni si sono indirizzate ripetutamente nel restringere il più possibile le fattispecie ed il campo di applicazione. E sui casi in cui risulterà essere presente un reale vincolo sull’uso duale, si invierà richiesta di licenza o autorizzazione all’UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento), l’unità preposta presso il MAECI per vigilare su tale ambito. Insomma, alla fine l’ultima parola in funzione di garanzia del sistema spetterà – ahinoi – addirittura a chi opera sotto quello stesso Ministro [ndr: Tajani] che dichiarava che «il diritto internazionale vale fino ad un certo punto». Pertanto, dopo anni di proteste, di inviti accorati alla riflessione sulle conseguenze dell’attività accademica e sulla necessità di investire nell’integrità della ricerca, l’elefante accademico ha partorito il topolino: l’unico impegno dei grandi Atenei è quello di limitarsi a rispettare alla lettera i vincoli della normativa dual use, senza ampliare il campo di applicazione ad ambiti sensibili che qualsiasi riflessione etica potrebbe suggerire, se non altro per autotutelarsi nei confronti di eventuali complicità e difendere l’immagine dell’Ateneo dall’essere associato a certe realtà. Uno dei grandi equivoci nel voler controbilanciare le minacce del dual use è spesso quello di appellarsi al principio della libertà accademica, che però è un diritto individuale del singolo docente o ricercatore e non può essere accampato come pretesto e rivendicato dalla governance di un Ateneo, perché non è esigibile in quella veste. Il singolo invece può esercitarlo individualmente, quindi senza coinvolgere le responsabilità, le risorse e gli impegni dell’Ateneo, pur nella consapevolezza dei limiti normativi del dual use. INSOMMA, IL SUCCO È CHE L’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA E GLI ALTRI ATENEI MAGGIORI PIÙ IMPLICATI NELLA RICERCA BELLICA NON FARANNO NULLA DI PIÙ DI CIÒ CHE È STRETTAMENTE PREVISTO DALLA LEGGE E, ANZI, LADDOVE POSSIBILE CERCHERANNO L’INTERPRETAZIONE PIÙ RISTRETTA POSSIBILE PER AMPLIARE IL PIÙ POSSIBILE IL LORO MARGINE DI MANOVRA. Ci chiediamo quindi quale sia il merito in termini di slancio etico nel fare ciò che è previsto dalla legge, visto che rispettare la lettera delle norme in materia è obbligatorio. Da qui deriva la pratica inutilità di basare la lotta sugli accordi sensibili soltanto sul tema del dual use, in quanto sarebbe come chiedere alle governance degli Atenei di impegnarsi a rispettare la legge e su questo non potranno che dire sì. Ci aspettavamo dal mondo accademico una riflessione più profonda sul tema ed uno slancio etico più esteso che considerasse maggiormente le implicazioni e le esigenze espresse dalle proteste studentesche, dai ricercatori precari e da quelle componenti nelle comunità accademiche che hanno in questi anni contribuito a portare nell’arena universitaria la complessità degli aspetti sensibili nelle collaborazioni degli Atenei con il complesso militare-industriale. Emblematico un episodio verificatosi in occasione di un recente intervento di formazione interna sul dual use a docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo di UNIBO: nello spazio delle domande che seguiva la presentazione nella sessione dedicata alla prospettiva etica sull’uso duale, a fronte di un’interpretazione piuttosto estensiva del dual use da parte della Prof.ssa Mattoni contro la violazione di diritti umani di popoli e collettività, un discente ha chiesto alla docente se tali violazioni sono da considerare tali anche in caso di rischio ambientale. A quel punto la docente, dopo aver ribadito che in linea teorica ricadrebbero in quella sfera etica da tutelare, ha però preferito lasciare la parola per l’interpretazione pratica al collega giurista Prof. Casolari che, nell’ottica restrittiva adottata da UNIBO, ha escluso che tale esempio possa ricadere nella casistica del dual use, a meno che non si utilizzino espressamente le specifiche e i prodotti contenuti negli allegati al Regolamento europeo. In definitiva, l’etica abdica al suo ruolo davanti alle esigenze e ai tecnicismi della compliance normativa finalizzata agli interessi della governance. Una scenetta alla quale si è in fondo già assistito in Ateneo, quando, dopo la delibera del Senato Accademico del 23 settembre 2025 che aveva introdotto dei paletti sulle collaborazioni con Israele, a gennaio 2026 il CdA di Unibo ha rimesso tutto in gioco facendo rientrare dalla finestra quegli accordi per evitare diffide dai partner israeliani e l’apertura di un eventuale contenzioso con risarcimento danni per aver interrotto gli accordi. Il continuo rimandare al solo Regolamento europeo contraddice fra l’altro il punto specifico che la stessa Alma Mater Studiorum Università di Bologna ha inserito nel preambolo del suo Codice etico e di comportamento, nel quale ci si impegna anche a: > «una cultura della consapevolezza e della responsabilità rispetto al tema del > duplice uso dei risultati della ricerca, al fine di individuare i relativi > rischi e minimizzare gli eventuali danni [ndr orribile formulazione], nel > rispetto della normativa nazionale, europea e internazionale». Ma della normativa nazionale non vi è traccia nelle raccomandazioni di chi rappresenta la governance, eppure l’elenco dei prodotti a uso duale presenti nell’elenco vigente in Italia risulta più ricco, dettagliato e aggiornato di quello previsto in Europa. Cosa si potrebbe fare allora nelle università per affrontare seriamente dal basso la questione delle collaborazioni sensibili? * estendere le considerazioni alla sfera etica più generale e non limitarsi solo alla ricerca né guardare il problema solo con la lente del dual use, perchè fa disperdere energie nell’inseguire ogni rivolo dell’oggetto della ricerca in ogni singolo progetto perdendo di vista il problema di fondo; * spostare lo sguardo dall’oggetto della ricerca al soggetto con cui si decide di collaborare e su cosa fa in generale quel soggetto, non solo in relazione al progetto o all’accordo con l’Ateneo; * attivare negli Atenei strumenti di monitoraggio dal basso, quali comitati, ma non lasciare che vengano nominati dalla governance, in base al principio che a controllare non sia chi deve essere controllato, come invece accade nei gruppi di monitoraggio che stanno nascendo in alcune università, e renderli efficaci nella loro azione garantendo l’accesso agli atti necessari da visionare e valutare; * pubblicare ed aggiornare periodicamente l’elenco delle collaborazioni considerate sensibili per “sanzionare” le amministrazioni degli Atenei inadempienti e “mettere all’indice” chi collabora o è complice delle guerre; * garantire a tutti i componenti delle comunità accademiche l’opzione dell’obiezione di coscienza di fronte a tutte le attività che direttamente o indirettamente implicano un contributo al sistema bellico o al complesso militare industriale; * adottare soluzioni sistemiche che siano valide in tutti gli Atenei tentando di raggiungere obiettivi di carattere normativo che regolino la questione delle collaborazioni sensibili nelle università e nella ricerca. APPURATO CHE NON ESISTE LA VOLONTÀ POLITICA DI PORRE UN FRENO ALLA RICERCA BELLICA E CHE UE E GOVERNO PROCEDONO AL RIARMO, TRASCINANDOSI DIETRO IL MONDO ACCADEMICO, E NON INTENDONO NEANCHE SOSPENDERE AD ESEMPIO GLI ACCORDI DI COOPERAZIONE CON ISRAELE, VORRÀ DIRE CHE NE PRENDEREMO ATTO E RIPARTIREMO DA QUI PER UNA NUOVA STAGIONE DI LOTTA, NON CONSIDERANDO PIÙ INTERLOCUTORI PRIVILEGIATI ED AFFIDABILI QUEI CANALI ISTITUZIONALI COME LA UE, IL GOVERNO, LE GOVERNANCE DI ALCUNI ATENEI, LA CRUI… … (che ha siglato un patto con Confindustria sul trasferimento tecnologico della ricerca, presumibilmente anche bellica), che hanno scelto scientemente di restare sordi e miopi davanti alla realtà, ma cercando altre strade dal basso e dal cuore pulsante di chi studia, lavora e vive nella realtà accademica per affermare le nostre ragioni, che urlano soltanto un forte e chiaro: “FUORI LA GUERRA DALL’UNIVERSITÀ!“ Inutile esprimere quanto sia sconfortante il vedere luoghi del sapere indipendenti, come dovrebbero essere le università, appiattiti sulle esigenze belliche e ridursi a zerbino al servizio di quello che Michele Lancione ha ribattezzato come “Complesso militare – industriale – accademico”. Gli Atenei in ginocchio davanti ai diktat della Ministra Bernini per assecondare le esigenze della Difesa, come lei stessa di recente ha ribadito durante una visita a Space Industries a Settimo Torinese davanti ai rettori degli Atenei di Torino (vedi qui). Il problema è sistemico, per cui per quanto possa essere preziosa la lotta in ogni singolo Ateneo, che dovrà in ogni caso essere portata avanti, siamo arrivati al punto in cui è sempre più urgente puntare ad una soluzione che sia altrettanto sistemica per affrontare in modo più compiuto ed omogeneo il tema delle collaborazioni sensibili su tutto il territorio nazionale. E come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo intravisto questa possibilità nella campagna LA CONOSCENZA NON MARCIA, che lo scorso 18 luglio ha lanciato pubblicamente a Paestum, insieme alle tante altre realtà che hanno aderito, l’idea di una petizione popolare (ex art. 50 della Costituzione) per stimolare sul tema il Parlamento attraverso i lavori legislativi delle Commissioni competenti. Nelle prossime settimane vi terremo aggiornate/i e pubblicheremo sul sito il link alla piattaforma ufficiale sulla quale si raccoglieranno le firme online. In questa lotta, non si può contare sulla UE, che ha sdoganato per prima il dual use, non si può contare sul Governo, che sta cercando di allentare i vincoli sulle esportazioni di armi previsti dalla Legge 185 del 1990 e tende a legittimare il ricorso alla ricerca universitaria sull’uso duale, attraverso Linee guida nazionali per gli Atenei, come annunciato dalla Ministra Bernini, che propone anche di ribattezzare “common use”  le collaborazioni nella ricerca fra Università e Difesa. In un’epoca nella quale domina la guerra ibrida e le sorti dei conflitti si determinano anche sul piano cognitivo, sarebbe un errore di miopia madornale ignorare tutte quelle dinamiche di collaborazione che sono formalmente fuori dal dual use in senso stretto, ma che hanno profonde implicazioni sulla costruzione dei conflitti e sulla loro estensione nella società: dalla legittimazione più o meno implicita di sistemi militari e strategici alla classica propaganda militarista più o meno diretta o addirittura all’israelizzazione dei luoghi di istruzione e di ricerca. E quindi anche un corso di laurea in filosofia (Bologna docet nel caso dell’Accademia militare di Modena) può avere implicazioni dual use, così come un accordo di mobilità con università che hanno sede legale in territori occupati in Palestina, tramite il quale magari soldati e i riservisti israeliani dell’IDF vengono a studiare nelle aule universitarie italiane seduti con naturalezza accanto agli altri studenti dopo aver fatto la spola fra il genocidio e gli impegni accademici. Gruppo Università, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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La riforma a pezzi: costruire un’università gerarchica, sotto controllo politico e militarizzata
La maggioranza di governo avanza una riforma dell’università spezzata in tre frammenti: governance, ANVUR e reclutamento. Il rischio più grande? Che opporsi a una riforma sbagliata significhi difendere uno status quo indifendibile. Questa riforma non cura le cause: accentra ancora più potere nelle mani del ministro e dei rettori, rafforzando il controllo governativo su ANVUR, e nel reclutamento mantiene le soglie bibliometriche che hanno distorto la ricerca. Il disegno è svelato dal Ministro della Difesa Crosetta: costruire un “ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia”. In una società sempre più autoritaria e militarizzata, un’università autonoma, libera, critica e pluralista diventa un problema. La riforma costruisce un sistema più gerarchizzato, meno libero e più facilmente controllabile dalla politica. La maggioranza di governo sta prospettando in questi mesi una riforma a pezzi dell’università di cui non è semplice cogliere il disegno, perché, appunto, frammentata. I capitoli della riforma sono tre:  la riforma del governo degli atenei; la riforma dell’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR); la riforma del reclutamento, già approvata dal Senato. Sta emergendo il pericolo che criticare la riforma significhi difendere un indifendibile esistente. L’università italiana ha problemi strutturali. Il finanziamento pubblico è cronicamente insufficiente: l’Italia occupa da anni le ultime posizioni tra i paesi OCSE per spesa pubblica in istruzione universitaria. Circa 30 mila giovani studiosi, assunti con contratti a tempo determinato in gran parte con i fondi PNRR, saranno espulsi dal sistema nel giro di pochi mesi. L’ANVUR è un’agenzia dotata di poteri e prerogative senza paragoni nei paesi con sistemi di ricerca avanzati. Il governo degli atenei, come ridisegnato dalla legge Gelmini del 2010, ha concentrato il potere decisionale nelle mani dei rettori, sempre meno responsabili di fronte alla comunità universitaria. Il sistema di reclutamento è fortemente disfunzionale. In questo contesto, negli ultimi quindici anni, si è affermato un vero e proprio doping della ricerca. Per la riforma della governance il riferimento è un documento circolato nelle scorse settimane e attribuito a una delle due commissioni consultive ministeriali. Prevede il rafforzamento ulteriore dei rettori, allungandone il mandato (8 anni) e introducendo una sorta di plebiscito di conferma dopo 4 anni. La composizione dei consigli di amministrazione viene modificata introducendo un membro di nomina governativa ed eliminando la rappresentanza del personale tecnico-amministrativo. Ne risulta un assetto in cui il rettore dispone di una maggioranza di fatto garantita. Le distorsioni introdotte dalla riforma Gelmini non vengono corrette, ma aggravate. L’ANVUR è ormai lo snodo centrale e la riforma ne prevede un più saldo controllo da parte del ministro. La sua istituzione fu giustificata sostenendo che un’agenzia avrebbe tenuto il governo a distanza dall’accademia, favorendo al contempo il miglioramento della qualità della ricerca e della didattica. In realtà, ANVUR nacque con un’impostazione tecnocratica e illiberale: uno strumento chiamato a indirizzare istituzioni e docenti attraverso un sistema di premi e punizioni. In quindici anni ANVUR ha costruito un apparato burocratico che ha messo in competizione atenei, dipartimenti e singoli ricercatori per l’accesso alle risorse. Questa competizione, dichiaratamente fondata sulla qualità della ricerca, è nei fatti basata sulla raccolta di punti bibliometrici: numero di pubblicazioni e numero di citazioni. Indicatori quantitativi che determinano carriere individuali e finanziamenti istituzionali. I danni prodotti da questo sistema sono ormai evidenti. Una intera generazione di ricercatori è stata incentivata non a fare ricerca rigorosa, solida, su dati ben accertati, ma a massimizzare i punteggi bibliometrici. Il doping bibliometrico è diventato una pratica diffusa. Esso assume forme diverse. La più semplice è l’autorialità di comodo: per aumentare il numero di pubblicazioni, un ricercatore può chiedere a un collega di inserirlo tra gli autori di un articolo a cui non ha contribuito, offrendo in cambio la reciprocità su una propria pubblicazione. Esistono poi le cosiddette paper mills, servizi che, dietro pagamento, aggiungono il nome del ricercatore ad articoli già pronti. Anche le citazioni possono essere manipolate: la pratica più banale è l’autocitazione sistematica; se non basta, si ricorre allo scambio organizzato di citazioni (citation rings) o ad agenzie specializzate che procurano citazioni a a pagamento (citation mills). La riforma non interviene su nulla di tutto questo. Modifica invece le modalità di nomina del consiglio direttivo di ANVUR, ne amplia le competenze e riserva al ministro nuovi poteri di indirizzo. Già oggi il consiglio direttivo è scelto dal ministro al termine di una procedura bizantina. La riforma semplifica: il ministro nomina direttamente presidente e membri. Ciò che prima era mediato e mascherato diventa esplicito. La riforma mostra così ANVUR per ciò che è sempre stata: il cavallo di Troia attraverso cui il governo esercita un controllo diretto sull’università. Veniamo infine alla riforma del reclutamento. Oggi, per ottenere una posizione stabile di professore universitario, sono necessari due passaggi. Il primo è il superamento dell’abilitazione scientifica nazionale (ASN): per poter essere valutati dalla commissione del proprio settore disciplinare, i candidati devono raggiungere le soglie di punti bibliometrici fissate da ANVUR. Solo dopo aver ottenuto l’abilitazione si acquisisce il diritto a partecipare ai concorsi banditi dalle università. Le criticità del sistema attuale sono note. Le soglie bibliometriche sono una delle principali cause del doping della ricerca. Lo strapotere delle commissioni ASN orienta le linee di ricerca considerate vincenti in interi settori disciplinari. La gestione localistica dei concorsi, utilizzati sia per il reclutamento sia per i passaggi di carriera, produce un effetto perverso: tendono a essere vinti dai candidati interni perché meno costosi per l’ateneo. La riforma non risolve quest’ultimo nodo cruciale. Prevede l’abolizione della ASN e concentra l’intero processo di selezione nelle commissioni locali di concorso. Per contrastare il localismo introduce una regola rigida: quattro commissari su cinque saranno estratti a sorte da liste nazionali. Per accedere ai concorsi i candidati dovranno comunque superare soglie che saranno fissate con un successivo decreto del ministro su proposta di ANVUR. Gli effetti complessivi della riforma dipenderanno dunque da come verranno definite queste soglie. Se, come è probabile, saranno simili a quelle attuali, i possibili benefici della riforma verranno annullati e il sistema continuerà a incentivare il doping della ricerca. Il disegno complessivo emerge chiaramente se si guarda oltre il perimetro universitario. Il ministro della Difesa Crosetto ha recentemente invocato un “ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia”. In una società sempre più autoritaria e militarizzata, un’università autonoma, libera, critica e pluralista diventa un problema. La riforma a pezzi dell’università va in questa direzione: costruire un sistema più gerarchizzato, meno libero e più facilmente controllabile dalla politica. Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 22 dicembre 2025.  
January 12, 2026
ROARS
La riforma enigmistica: unire i puntini
Il gioco di questa legislatura si chiama “Unisci i puntini”. Si corre con un tratto di penna dal disegno di legge costituzionale sul premierato a quello sulla separazione delle carriere, passando per il decreto sicurezza e l’autonomia differenziata. L’ultimo “puntino” è quello dei provvedimenti in materia di università, su cui sono in preparazione tre atti normativi: 1) un disegno di legge all’esame del Senato che modifica il sistema di selezione e reclutamento; 2) uno schema di regolamento governativo che interviene sulla  composizione e le garanzie di indipendenza dell’Anvur; 3) un terzo provvedimento che, in violazione dell’autonomia universitaria prevista in Costituzione, prefigura consigli di amministrazione con componenti di nomina politica e rettori che agiscono sotto l’occhiuta vigilanza del ministro. Unendo i punti, il profilo che esce è una figura dai tratti autoritari: riduzione del pluralismo costituzionale, mortificazione dei diritti individuali, crescente verticalizzazione del potere. Quale futuro per la nostra collettività se venissero meno i pochi luoghi in cui si invitano i giovani a liberamente pensare, dissentire, criticare, e, in definitiva, a immaginare un futuro differente? Il gioco di questa legislatura, che forse non tutti hanno ancora provato a fare, si chiama “Unisci i puntini”. Si corre con un tratto di penna dal ddl costituzionale sul premierato a quello sulla separazione delle carriere, passando per il decreto sicurezza e l’autonomia differenziata, e il profilo che esce è una figura dai tratti autoritari: la riduzione del pluralismo costituzionale, fatto di equilibrio tra poteri e tra Stato ed autonomie, la mortificazione dei diritti individuali, la crescente verticalizzazione del potere. L’ultimo “puntino”, che a breve andrà ad unirsi agli altri, è quello dei provvedimenti in materia di università, su cui sono in preparazione tre atti normativi. Col primo, un ddl all’esame del Senato, si modifica il sistema di selezione e reclutamento di professori e ricercatori, abbandonando qualsiasi tentativo – pur insoddisfacente e perfettibile come l’attuale – di trasparenza e oggettività, e si ritorna ai concorsi locali, dove il nepotismo e gli abusi sono stati per anni alla radice di un diffuso malcostume accademico che troppo spesso esclude dalla docenza universitaria chi è fuori dalle cordate. Ciò avverrà in spregio ai principi costituzionali in tema di trasparenza, buon andamento dell’amministrazione, parità di chances, oltre che al principio di legalità. Oltretutto, senza risolvere il problema dei precari, che ammontano ormai a metà del corpo docente italiano. Nel secondo progetto, uno schema di regolamento governativo, si interviene sulla già discussa composizione e sulle garanzie di indipendenza dell’Anvur, la costosissima agenzia di valutazione a tutela della “meritocrazia” del sistema universitario. L’Anvur negli ultimi quindici anni ha iper-burocratizzato l’attività di chi fa ricerca, divenendo l’incubo di chiunque lavori negli atenei, costringendo i professori a dedicare larga parte del tempo a redigere montagne di carte inutili, anziché occuparsi di didattica e ricerca. Ciò che non si poteva immaginare è che la proposta ampliandone i poteri e rivedendo la composizione dell’Anvur, riducendo il numero dei componenti, avrebbe inciso ulteriormente sul pluralismo scientifico e culturale presente in seno all’organismo. Da anni si lamenta quanto siano flebili le garanzie di indipendenza dell’Anvur a fronte di compiti che incidono sulla libertà di ricerca prevista dall’art. 33 della Costituzione, visto che sulla base delle sue procedure e decisioni, non sempre trasparenti e inattaccabili, si erogano i finanziamenti agli atenei e si valuta la ricerca e il reclutamento di docenti e ricercatori. A fronte di ciò, l’unico organo di rappresentanza plurale ed elettiva del sistema universitario, il Consiglio Universitario nazionale, il CUN, che il Ministro dovrebbe consultare (soprattutto in momenti di così intenso lavoro legislativo), vede metà dei suoi componenti scaduti da undici mesi e non si ha notizia di una regolare ripresa delle votazioni per rinnovarne la composizione. Dulcis in fundo, nel terzo provvedimento, preparato da un tavolo di lavoro di nomina ministeriale, sembra prepararsi la stretta definitiva sul sistema universitario, già pesantemente condizionato dalla legge Gelmini del 2010. In violazione dell’autonomia universitaria prevista in Costituzione, funzionale alle libertà di ricerca e insegnamento che tutelano docenti e studenti, si prefigura una governance delle università di diretta derivazione governativa: Cda con componenti di nomina politica, rettori che agiscono sotto l’occhiuta vigilanza del ministro e da cui dipenderanno a catena tutte le cariche interne agli atenei (i cui mandati vengono allineati alla durata di quello dei rettori). Sta maturando, insomma, il passaggio dalla visione neoliberale di un’università azienda, incaricata di produrre il capitale umano necessario al mercato del lavoro, che già tradiva la missione costituzionale di offrire ai più giovani strumenti per la lettura critica del reale, a un’università che sembra preannunciarsi destinata a finire sotto il tacco del ministro di turno, gerarchizzata e sempre meno libera, come purtroppo inizia a trasparire dalle lettere con cui nelle scorse settimane, dalle stanze del ministero, si sono invitati i rettori a vigilare sul rispetto delle leggi da parte di studenti e personale accademico. Dalle università in molti hanno replicato auspicando, con tutto il rispetto, che al ministero si faccia altrettanto, prestando attenzione al rispetto della legalità, compresa quella costituzionale. Resta la preoccupazione su quale futuro si prospetti per la nostra collettività se i timori qui espressi fossero fondati, e venissero meno i pochi luoghi in cui si invita a liberamente pensare, dissentire, criticare, e stimolare le giovani menti a ragionare, creare, in definitiva immaginare un futuro differente. Pubblicato sul Fatto Quotidiano del 7 novembre 2025
November 10, 2025
ROARS
Hunger Games a Medicina
Nella nazione di Panem gli Hunger Games si svolgono ogni anno, in Italia ne è ora prevista un’edizione speciale, Hunger Games Med Edition, anch’essa con cadenza annuale: si immagina parteciperanno tra gli ottanta e i centomila studenti. La “meglio gioventù” italiana: solo uno su quattro, forse uno su cinque, potrà farcela. Non è però un numero chiuso, è un Hunger Game: “Ve lo do subito un consiglio. Restate vivi” (Haymitch Abernathy). Il provvedimento, voluto dalla ministra Bernini con le nuove regole per l’accesso a Medicina, è rappresentato per quello che non è, con l’effetto di fuorviare ed ingannare studenti. Il primo inganno, il principale, è la fine del numero chiuso. Il secondo inganno è la fine dei test. E’ il trionfo del paradigma performativo, una sorta di inno al liberismo competitivo calato nelle dinamiche della formazione universitaria, di cui questo percorso pare una caricatura più che una manifestazione: un semestre breve, frenetico, ketaminico, ipercompetitivo, privo di regole chiare ed esposto alla volubilità degli uomini ed ai rischi della sorte.  > (1) ”CHE GLI HUNGER GAMES ABBIANO INIZIO!” (CLAUDIUS TEMPLESMITH) Con l’approvazione da parte della Camera del disegno di legge già votato in autunno dal Senato, e quindi con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge n. 26 del 2025, prende forma la revisione dell’accesso ai percorsi di laurea a ciclo unico in Medicina ed Odontoiatria: si definisce un percorso di accesso al numero chiuso che coinvolge direttamente anche Medicina Veterinaria e che indirettamente, ma in modo importante, interessa altri percorsi di laurea di area biomedica e farmaceutica. La pubblicazione nella Gazzetta n. 64, del 18 marzo, della legge recante “Delega al Governo per la revisione delle modalità di accesso ai corsi di laurea magistrale in medicina e chirurgia, in odontoiatria e protesi dentaria e in medicina veterinaria” conclude la prima fase di un percorso di riforma che avrà un impatto formidabile su tanti giovani, e sul nostro sistema sanitario, mai veramente oggetto di discussione. Sul disegno di legge delega, approvato in via definitiva l’11 marzo dalla Camera, c’è stato, certo, un dibattito parlamentare, ma colpisce il fatto che il lavoro istruttorio portato avanti nelle commissioni alla Camera, con tanto di audizioni di una parte importante del mondo della sanità e dell’istruzione, non abbia prodotto neanche un ritocco al testo già approvato dal Senato: un provvedimento dunque o non modificato perché in sé già perfetto, ma non vanno in questa direzione le osservazioni emerse in occasione delle audizioni né nel dibattito in commissione ed in aula, o perché, più semplicemente, politicamente “blindato”. Un provvedimento, va detto chiaramente, rappresentato per quello che non è, con l’effetto di fuorviare ed ingannare studenti che, ancora poco avvezzi alle dinamiche della politica domestica, ripongono ancora fiducia nelle istituzioni e quindi nelle dichiarazioni prese nelle sedi più autorevoli. Il tradimento di questa fiducia è di per sé un problema, di cui dovremmo preoccuparci. Il primo inganno è il principale, ed è relativo alla “fine del numero chiuso”: nel corso di questo scritto sarò più dettagliato, ma va subito chiarito che il numero chiuso resta, ed anzi è un pilastro del nuovo modello così come lo era di quello precedente. Solo che il numero chiuso non scatta subito, ma dopo un semestre, con effetti che paiono solo peggiorativi rispetto all’impianto in via di superamento. Si prevede, va detto, “il potenziamento delle capacità ricettive delle università” (art. 2, c. 2, lett. f) (che è in effetti ciò su cui si sarebbe dovuto lavorare sin dall’inizio), ad intendere sia corsi di laurea che borse di specializzazione (lett. g)), ma si tratta di un discorso di prospettiva e che non elimina, ma forse nel tempo amplierà, il numero chiuso. Il secondo inganno è relativo alla “fine dei test”: l’impatto organizzativo, l’esigenza di standardizzazione e di riduzione dell’influenza di preferenze e valutazioni “soggettive”, la necessità di evitare facili manomissioni e favoritismi, condurrà inevitabilmente (di più, auspicabilmente) alla predisposizione di prove omogenee, verosimilmente con test. E in ogni caso, l’esigenza di gestire in tempi brevi l’impatto di un numero consistentissimo di studenti porterà alla necessità di prevedere prove scritte (di nuovo, ragionevolmente, nella forma di test a risposta multipla). Questo però è un aspetto tutto sommato secondario, come proverò a spiegare meglio: solo un dettaglio rispetto all’impianto portante degli Hunger Games che porteranno a selezionare, attraverso un semestre di fuoco, i nuovi medici italiani e ad orientare gli altri, i “perdenti” della competizione, verso piani “B” che spesso sono piuttosto piani “C”. Stando al percorso, con l’approvazione della legge siamo di fronte ad un passaggio forse decisivo, ma sicuramente ancora lontani dal completamento di questo impianto riformatore: come forse non sempre ben evidenziato nel dibattito pubblico, infatti, la disciplina dettagliata del nuovo modello emergerà solo con l’esercizio, da parte del Governo, della delega legislativa. La legge delega contiene, però, una serie di elementi che già definiscono chiaramente alcuni aspetti del nuovo sistema, mentre per altri (non minori) sarà necessario aspettare il decreto delegato (che la Ministra annuncia in ogni caso destinato ad essere approvato in tempi ravvicinati). Si delinea, dunque, uno sconvolgimento delle modalità di accesso ai percorsi di medicina, odontoiatria e veterinaria; cambiamenti importanti per i “corsi di studio di area biomedica, sanitaria, farmaceutica e veterinaria”. Effetti sul complessivo sistema universitario, tanto più se consideriamo che la riforma non solo è, come spesso accade, a costo zero (i decreti attuativi dovranno attestare la “neutralità finanziaria” della riforma), ma addirittura gli studenti del “primo semestre comune” non contribuiscono al finanziamento delle università attraverso il fondo di finanziamento ordinario (FFO) (tra i principi/criteri della delega, infatti, c’è quello che il “numero di studenti iscritti al primo semestre […] non sia considerato ai fini del riparto annuale del Fondo per il finanziamento ordinario delle università”)(art. 2, c. 2, lett. i)).   > (2) “È IL TUO PRIMO ANNO PRIM, IL TUO NOME È LÌ DENTRO PER LA PRIMA VOLTA, NON > SCEGLIERANNO TE!” (KATNISS EVERDEEN) Nonostante si siano levate numerose obiezioni, informate e fondate, sulla possibilità che la riforma divenga efficace già dall’anno accademico 2025-2026 (quindi, in concreto, già da settembre), l’intenzione politica sul punto è chiarissima. Questa volontà di “fare in fretta” rischia di incidere sulla possibilità di “fare bene”: di norma marzo è il mese in cui le università completano i dettagli dell’offerta didattica, definendo le coperture degli insegnamenti e gli aspetti di contorno di un impianto già definito mesi prima, in un sistema di massima già rodato per il cui buon funzionamento sono necessari vari tasselli (anzitutto: i docenti, le aule, gli uni e le altre calibrate sulla numerosità attesa dei frequentanti e quindi con eventuali esigenze di “sdoppiamento” di cattedre, i programmi ed i libri di testo, con un lavorio che coinvolge anche le case editrici pronte ad arrivare preparate all’appuntamento dell’avvio dei corsi). L’impatto della riforma rischia, da questo punto di vista, di essere devastante se portata avanti in fretta e furia: si prospetta l’irrompere sul sistema universitario di almeno 80.000 aspiranti medici, col rischio (alimentato dall’immagine, erronea e falsante, su cui torneremo, del corso “ad accesso aperto”) che siano anche di più; questi studenti e studentesse dovranno seguire un percorso comune (a numerosi percorsi di area medica, biomedica, farmaceutica) che si immagina, in attesa dei decreti attuativi, potrà basarsi su esami di biologia, chimica, fisica. Prendo ad esempio un paio di corsi della mia università, diversi da medicina, coinvolti “indirettamente” dalla riforma, in quanto destinatari del “semestre comune”: a Farmacia, a Perugia, le “Chimiche” al primo semestre sono due (organica ed inorganica, rispettivamente da 6 e 10 crediti), Fisica è al secondo semestre, Biologia è un corso annuale da 11 crediti); a Biotecnologie, Chimica generale è al primo semestre (al secondo Chimica organica), Biologia contiene elementi di citologia ed istologia ed è un esame da 12 crediti, Fisica è un esame da 6 crediti del secondo semestre. Tra quelli coinvolti direttamente: a Veterinaria non c’è propriamente un esame di Chimica (ma di Biochimica, da 11 crediti) né uno di Fisica (ma di Fisica, statistica ed informatica applicate), Biologia è “Biologia animale”. La riforma di Medicina comporta l’esigenza di ritornare su tutti questi percorsi, ridefinirli, concentrare nel secondo semestre tutti gli insegnamenti diversi delle “generiche” materie di base (pensate, a questo punto, non più per un aspirante medico, cui, ad esempio, fornire tutte le nozioni di chimica utili per la professione, o al contrario per un farmacista che poi svilupperà ampiamente tutti i rami della chimica organica ed inorganica, e così via). Con un impoverimento nella preparazione, che sarà certo intensa, ma concentrata su tematiche generali e non orientate al percorso che poi si vorrà/potrà davvero seguire (come la fisica medica, che non coincide evidentemente con la fisica che interessa un chimico). E con un secondo semestre non meno complesso del primo, perché tenuto a concentrare tutta la preparazione specifica del primo anno: solo per fare un esempio, elenco di seguito esami, e crediti, previsti attualmente al primo anno di veterinaria (Anatomia degli animali domestici, 17 cfu, annuale; Biochimica generale, 11 cfu; Biologia animale, 5 cfu; Fisica, statistica e informatica applicate alla medicina veterinaria, 8 cfu; Istologia, embriologia generale e speciale veterinaria, 5 cfu; Agronomia ed economia, 6 cfu; Biochimica veterinaria e biologia molecolare, 5 cfu). La riforma sconvolge dunque l’offerta didattica, l’organizzazione dei corsi, la programmazione didattica (quali corsi e docenti in quale semestre), e costringe ragionevolmente a moltiplicare i corsi “generali comuni”, in modo da consentire la presenza in aula di un numero molto consistente di studenti. Forse addirittura, e di questa ipotesi si sente sempre più spesso parlare come verosimile e persino “ragionevole”, ad aprire all’ipotesi di corsi in teledidattica (che sin qui erano stati un tabù per medicina, ma le cose cambiano). L’effetto non si limita a questi percorsi, perché comporterà ragionevolmente l’esigenza per gli atenei di concentrare in questo semestre la didattica della gran parte dei suoi docenti di chimica generale, biologia generale, fisica generale, prendendoli anche da altri percorsi di studi. L’impatto sugli altri percorsi di studio di area medica (infermieristica, osteopatia, ecc.) è d’altra parte sottovalutato, dato il potenziale svuotamento del loro bacino vista la “facilità” (presunta, ma dichiarata) di accesso al percorso di medicina e chirurgia: qui il problema è anche diverso, considerato che (ad esempio) le domande per l’accesso a infermieristica sono in linea con i posti disponibili, e comunque i laureati infermieri non riescono a rispondere alle esigenze del settore. Domani avremo verosimilmente lo stesso numero di medici di prima, ma meno infermieri di adesso, per dirla sinteticamente. Non voglio tediare ulteriormente il lettore, per gli addetti ai lavori posso dire che la riforma comporta l’esigenza di modificare ordinamenti e regolamenti non solo dei percorsi di area medica, ma di tutti i percorsi interessati “indirettamente” dalla riforma. E queste modifiche saranno possibili solo allorché la riforma sarà approvata: ad intendere non la legge delega, ma quantomeno il decreto legislativo attuativo. La legge n. 26 del 2025 non prevede un’abbreviazione della vacatio legis, quindi entrerà in vigore ad inizio aprile. Da lì, a tenore della legge (e della disciplina legislativa e costituzionale che regola l’esercizio delle deleghe legislative da parte del Governo), dovrà attendersi: (a) L’approvazione, da parte del Consiglio dei Ministri “su proposta del Ministro dell’università e della ricerca, sentito il Ministro della salute”, di testi che “sono corredati di relazione tecnica” (art. 2, c. 3). (b) Ancorché limitatamente ad alcuni aspetti dalla riforma, il decreto deve essere adottato previo parere della Conferenza Stato-regioni. Per alcuni aspetti della riforma va acquisito il “concerto” del Ministro delle Finanze, o “sentito” il Ministro dell’istruzione”. (c) Sullo schema di decreto va acquisito il parere delle Commissioni parlamentari competenti (ragionevolmente non solo della commissione Cultura, ma anche la commissione Affari sociali e sanità, forse anche la commissione Bilancio dovessero emergere spese con cambiamento di poste di bilancio dello Stato). (d) Sui decreti legislativi, il Consiglio di Stato rilascia un parere, che deve essere reso entro 45 giorni dal ricevimento della richiesta. Anche ammettendo che la Ministra, ed il suo staff, abbiano sostanzialmente pronto il testo del decreto (avendo quindi sciolto i problemi di merito, non marginali, che restano irrisolti, come proveremo a spiegare di seguito), la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto, che peraltro richiederà ragionevolmente atti di indirizzo e ulteriori provvedimenti attuativi, non potrà ragionevolmente aversi prima di un paio di mesi: ben che vada, quindi, le questioni operative ed attuative dovranno dispiegarsi, nelle singole università, a partire da maggio. Un lavoro più complesso di quello che di solito si sviluppa nell’arco di dieci mesi dovrà articolarsi in meno di quattro, durante l’estate, per una attivazione dei corsi a settembre, percorsi rivolti ad un numero di studenti che gli atenei non sarebbero forse in grado di gestire neppure avendo tempi più lunghi per organizzarsi. Molti dei problemi strettamente organizzativi potrebbero essere ridimensionati dal ricorso, di cui si sente sempre più parlare, ad un “semestre” erogato in teledidattica, il che però peggiorerebbe vari aspetti della riforma (a partire dall’esperienza degli studenti, passando per la qualità della formazione). La prospettiva più probabile, ed auspicabile, è quantomeno quella di una entrata in vigore della riforma dall’anno accademico successivo (2026-2027), il che permetterebbe un’attuazione più organizzata e meditata di una riforma comunque criticabile. Il che consentirebbe alla coorte dei nati nel 2006 di risparmiarsi gli Hunger Games, salvo doversi attrezzare in fretta e furia per la preparazione dei test di accesso. > (3) “TU DEVI VINCERE!” (RUE) Una volta entrata a regime la riforma, quindi da settembre 2025 (stando alle intenzioni della Ministra) o dal settembre successivo, potremo assistere agli Hunger Games, Med edition. A psicologi e pedagogisti riflettere sull’effetto che potrà avere su una generazione ancora fragile, provata dall’esperienza della pandemia nella sua prima adolescenza, la “generazione di cristallo”, l’esperienza di entrare in un ambiente super competitivo, nel quale solo una parte minore (un quarto, forse un quinto) dei partecipanti potranno raggiungere gli obiettivi che si prefiggono. Peggio ancora se dovessero farlo nella solitudine delle proprie camere, attraverso piattaforme di teledidattica in un trimestre denso, come una corsa sui 60 metri. E’ vero che le aspirazioni di studenti e studentesse già si confrontano con un ambiente selettivo, nel quale però vi è un minore investimento, un tempo più disteso per valutare scelte alternative, la possibilità per i più determinati di “riprovare l’anno dopo” (magari iscrivendosi ad un altro corso, ad esempio Biotecnologie). L’esperienza universitaria ha bisogno di serenità ed a volte di tempo, un anno può essere un tempo adeguato ma sicuramente non lo è un breve semestre, nel quale non solo ogni incertezza rischia di essere pagata carissima, ma lo studente non ha neppure il respiro per prendere le misure con lo studio universitario e dimostrare le proprie capacità, dispiegare le proprie ali. L’università è un luogo di relazioni, una comunità di docenti e studenti, un’esperienza di crescita e scambio, ma di tutto questo non c’è traccia nella corsa in solitaria contro tutti che sembra destinata a svilupparsi tra settembre e dicembre. Esaminiamo però meglio il disegno della riforma, che peraltro richiede di essere riempita di contenuti e di dettagli decisivi attraverso il decreto delegato. Stando alla legge, gli studenti e le studentesse potranno iscriversi liberamente al primo semestre dei corsi di medicina, odontoiatria e veterinaria, per la frequenza di percorsi che saranno attivati “secondo criteri di sostenibilità” da parte dei diversi atenei. Spetta al decreto delegato definire “le discipline qualificanti comuni che devono essere oggetto di insegnamento nel primo semestre” (per i corsi in esame, ma anche, come detto, per tutti i corsi di studio di area biomedica, sanitaria, farmaceutica e veterinaria), “garantendo programmi uniformi e coordinati e l’armonizzazione dei piani di studio dei suddetti corsi” (art. 2, c. 2, lett. c)). La legge entra quindi in profondità nella definizione dei contenuti dei corsi universitari, prevedendo la fissazione di “programmi uniformi e coordinati” (e poi di esami standardizzati), va detto con buona pace della libertà di insegnamento sancita dall’art. 33 Cost., con una sostanziale “licealizzazione”, quanto a capacità degli indirizzi ministeriali di standardizzare i contenuti della didattica, del percorso, delle metodologie di valutazione). Trattandosi di un riferimento espresso a un “semestre”, la previsione di un semestre-breve, di cui si parla, pare in contraddizione con il tenore testuale della delega. La disposizione chiave del nuovo modello è però contenuta nella lett. d dello stesso comma 2 dell’art. 2, che prevede che l’ammissione al secondo semestre dei corsi di laurea magistrale di medicina, odontoiatria e veterinaria, “sia subordinata al conseguimento di tutti i CFU stabiliti per gli esami di profitto del primo semestre svolti secondo standard uniformi nonché alla collocazione in posizione utile nella graduatoria di merito nazionale”. E’ chiaro che qui sta al decreto attuativo definire una serie di aspetti importanti, relativi anzitutto a come intendere e declinare la “standardizzazione” degli esami, ma anche forse a come assicurare che la graduatoria non sia falsata, ad esempio, da una sede che adottasse un atteggiamento troppo generoso con i propri studenti, con l’effetto di posizionarli utilmente nella graduatoria nazionale. Là dove invece non troverebbero posto gli studenti di sedi più rigorose e meno propense a dispensare con larghezza trenta, e lodi. La risposta può essere un algoritmo di normalizzazione, che tenga conto dei voti alla luce dei voti medi (ad esempio, mettendo in posizione utile in graduatoria quelli collocati nel “primo quartile” di ogni sede, o cose simili ma più raffinate di così), o forse addirittura in una prova nazionale successiva agli esami (ma questo porterebbe con sé un ritorno dei quiz, non ex ante ma ex post, così evidente da risultare difficilmente camuffabile), o un esame con prove definite a livello centrale (che però poterebbe di nuovo a quiz standard). In assenza di un filtro definito a livello nazionale, le valutazioni saranno rimesse alle sedi locali: è chiaro il rischio che si apre a favoritismi, un tema non a caso molto presente nel discorso pubblico e richiamato ripetutamente in sede di audizione (e d’altra parte l’abuso di ufficio non è neppure più reato, quindi si può cogliere del metodo in questa follia). Sarebbero quindi i professori del primo semestre, di fatto, a decidere chi diventerà dottore, e sarà decisiva quindi la loro generosità. Considerato che i tre esami di avvio saranno sicuramente impegnativi (si presume potrebbero essere Chimica generale, Fisica generale e Biologia generale), e considerato che i programmi saranno inevitabilmente molto estesi, è chiaro che il percorso presenta un grado di aleatorietà molto alto anche a prescindere dai rischi di maladministration. In questo percorso, è importante stringere alleanze (il che peraltro in teledidattica sarebbe più difficile), ma alla fine si vince da soli: sono le regole degli Hunger Games, d’altra parte. Chi supererà tutti gli esami potrà entrare in graduatoria, e se avrà una media superiore al 29 probabilmente si troverà in posizione utile. Chi non dovesse farcela potrà portare i suoi esami nel suo percorso di studi “piano B”, individuato in sede di iscrizione, ma questo solo se avrà superato tutti gli esami previsti. In sintesi, con un mezzo passo falso si è fuori da medicina, con un passo falso si perdono anche gli altri due esami superati che non possono essere conservati nel passaggio all’altro percorso di ripiego. La cosa è priva di senso, ma espressamente prevista dalla legge delega, che chiede di “garantire, nel caso di mancata ammissione al secondo semestre dei corsi di laurea magistrale [di medicina, ecc.], il riconoscimento dei CFU conseguiti dagli studenti negli esami di profitto del primo semestre relativi alle discipline qualificanti comuni […] solo qualora siano stati conseguiti tutti i CFU stabiliti per gli esami di profitto del primo semestre, ai fini del proseguimento, anche in sovrannumero, in un diverso corso di studi […] da indicare come seconda scelta” (art. 2, c. 2, lett. e)). In Francia, dove il modello è sperimentato (ma nella forma meno frenetica di un percorso annuale, in un contesto diverso da molti punti di vista), sono diffuse le critiche a questo impianto e si parla della “generazione perduta” (o di “macelleria generazionale”) riferendosi agli studenti che non ce l’hanno fatta: perché è diverso non entrare e orientarsi diversamente prima dell’avvio del proprio percorso di studi universitari, dall’essere ammessi in un tritacarne per poi esserne cacciati perché non abbastanza duri, in gamba, vincenti, favoriti, fortunati. Il problema è dunque più profondo, legato non solo alle difficoltà nella transizione (troppo rapida, in termini di insostenibilità/impossibilità), ma al contenuto della riforma ed al suo possibile impatto sui suoi destinatari, i ragazzi e le ragazze che aspirano a diventare medici (odontoiatri, e veterinari sia pure qui con un rapporto più favorevole tra posti disponibili e numero di aspiranti). E’ il trionfo del paradigma performativo, una sorta di inno al liberismo competitivo calato nelle dinamiche della formazione universitaria, di cui questo percorso pare una caricatura più che una manifestazione: un semestre breve, frenetico, ketaminico, ipercompetitivo, privo di regole chiare ed esposto alla volubilità degli uomini ed ai rischi della sorte. D’altra parte, sono queste le leggi degli Hunger Games. > “Felici Hunger Games e possa la fortuna essere sempre a vostro favore!” (Effie > Trinket)
March 31, 2025
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