La riforma a pezzi: costruire un’università gerarchica, sotto controllo politico e militarizzata
La maggioranza di governo avanza una riforma dell’università spezzata in tre
frammenti: governance, ANVUR e reclutamento. Il rischio più grande? Che opporsi
a una riforma sbagliata significhi difendere uno status quo
indifendibile. Questa riforma non cura le cause: accentra ancora più potere
nelle mani del ministro e dei rettori, rafforzando il controllo governativo su
ANVUR, e nel reclutamento mantiene le soglie bibliometriche che hanno distorto
la ricerca. Il disegno è svelato dal Ministro della Difesa Crosetta: costruire
un “ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e
difesa lavorino in sinergia”. In una società sempre più autoritaria e
militarizzata, un’università autonoma, libera, critica e pluralista diventa un
problema. La riforma costruisce un sistema più gerarchizzato, meno libero e più
facilmente controllabile dalla politica.
La maggioranza di governo sta prospettando in questi mesi una riforma a pezzi
dell’università di cui non è semplice cogliere il disegno, perché, appunto,
frammentata. I capitoli della riforma sono tre: la riforma del governo degli
atenei; la riforma dell’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della
Ricerca (ANVUR); la riforma del reclutamento, già approvata dal Senato. Sta
emergendo il pericolo che criticare la riforma significhi difendere un
indifendibile esistente.
L’università italiana ha problemi strutturali. Il finanziamento pubblico è
cronicamente insufficiente: l’Italia occupa da anni le ultime posizioni tra i
paesi OCSE per spesa pubblica in istruzione universitaria. Circa 30 mila giovani
studiosi, assunti con contratti a tempo determinato in gran parte con i fondi
PNRR, saranno espulsi dal sistema nel giro di pochi mesi. L’ANVUR è un’agenzia
dotata di poteri e prerogative senza paragoni nei paesi con sistemi di ricerca
avanzati. Il governo degli atenei, come ridisegnato dalla legge Gelmini del
2010, ha concentrato il potere decisionale nelle mani dei rettori, sempre meno
responsabili di fronte alla comunità universitaria. Il sistema di reclutamento è
fortemente disfunzionale. In questo contesto, negli ultimi quindici anni, si è
affermato un vero e proprio doping della ricerca.
Per la riforma della governance il riferimento è un documento circolato nelle
scorse settimane e attribuito a una delle due commissioni consultive
ministeriali. Prevede il rafforzamento ulteriore dei rettori, allungandone il
mandato (8 anni) e introducendo una sorta di plebiscito di conferma dopo 4 anni.
La composizione dei consigli di amministrazione viene modificata introducendo un
membro di nomina governativa ed eliminando la rappresentanza del personale
tecnico-amministrativo. Ne risulta un assetto in cui il rettore dispone di una
maggioranza di fatto garantita. Le distorsioni introdotte dalla riforma Gelmini
non vengono corrette, ma aggravate.
L’ANVUR è ormai lo snodo centrale e la riforma ne prevede un più saldo controllo
da parte del ministro. La sua istituzione fu giustificata sostenendo che
un’agenzia avrebbe tenuto il governo a distanza dall’accademia, favorendo al
contempo il miglioramento della qualità della ricerca e della didattica. In
realtà, ANVUR nacque con un’impostazione tecnocratica e illiberale: uno
strumento chiamato a indirizzare istituzioni e docenti attraverso un sistema di
premi e punizioni. In quindici anni ANVUR ha costruito un apparato burocratico
che ha messo in competizione atenei, dipartimenti e singoli ricercatori per
l’accesso alle risorse. Questa competizione, dichiaratamente fondata sulla
qualità della ricerca, è nei fatti basata sulla raccolta di punti bibliometrici:
numero di pubblicazioni e numero di citazioni. Indicatori quantitativi che
determinano carriere individuali e finanziamenti istituzionali.
I danni prodotti da questo sistema sono ormai evidenti. Una intera generazione
di ricercatori è stata incentivata non a fare ricerca rigorosa, solida, su dati
ben accertati, ma a massimizzare i punteggi bibliometrici. Il doping
bibliometrico è diventato una pratica diffusa. Esso assume forme diverse. La più
semplice è l’autorialità di comodo: per aumentare il numero di pubblicazioni, un
ricercatore può chiedere a un collega di inserirlo tra gli autori di un articolo
a cui non ha contribuito, offrendo in cambio la reciprocità su una propria
pubblicazione. Esistono poi le cosiddette paper mills, servizi che, dietro
pagamento, aggiungono il nome del ricercatore ad articoli già pronti. Anche le
citazioni possono essere manipolate: la pratica più banale è l’autocitazione
sistematica; se non basta, si ricorre allo scambio organizzato di citazioni
(citation rings) o ad agenzie specializzate che procurano citazioni a a
pagamento (citation mills).
La riforma non interviene su nulla di tutto questo. Modifica invece le modalità
di nomina del consiglio direttivo di ANVUR, ne amplia le competenze e riserva al
ministro nuovi poteri di indirizzo. Già oggi il consiglio direttivo è scelto dal
ministro al termine di una procedura bizantina. La riforma semplifica: il
ministro nomina direttamente presidente e membri. Ciò che prima era mediato e
mascherato diventa esplicito. La riforma mostra così ANVUR per ciò che è sempre
stata: il cavallo di Troia attraverso cui il governo esercita un controllo
diretto sull’università.
Veniamo infine alla riforma del reclutamento. Oggi, per ottenere una posizione
stabile di professore universitario, sono necessari due passaggi. Il primo è il
superamento dell’abilitazione scientifica nazionale (ASN): per poter essere
valutati dalla commissione del proprio settore disciplinare, i candidati devono
raggiungere le soglie di punti bibliometrici fissate da ANVUR. Solo dopo aver
ottenuto l’abilitazione si acquisisce il diritto a partecipare ai concorsi
banditi dalle università.
Le criticità del sistema attuale sono note. Le soglie bibliometriche sono una
delle principali cause del doping della ricerca. Lo strapotere delle commissioni
ASN orienta le linee di ricerca considerate vincenti in interi settori
disciplinari. La gestione localistica dei concorsi, utilizzati sia per il
reclutamento sia per i passaggi di carriera, produce un effetto perverso:
tendono a essere vinti dai candidati interni perché meno costosi per l’ateneo.
La riforma non risolve quest’ultimo nodo cruciale. Prevede l’abolizione della
ASN e concentra l’intero processo di selezione nelle commissioni locali di
concorso. Per contrastare il localismo introduce una regola rigida: quattro
commissari su cinque saranno estratti a sorte da liste nazionali. Per accedere
ai concorsi i candidati dovranno comunque superare soglie che saranno fissate
con un successivo decreto del ministro su proposta di ANVUR. Gli effetti
complessivi della riforma dipenderanno dunque da come verranno definite queste
soglie. Se, come è probabile, saranno simili a quelle attuali, i possibili
benefici della riforma verranno annullati e il sistema continuerà a incentivare
il doping della ricerca.
Il disegno complessivo emerge chiaramente se si guarda oltre il perimetro
universitario. Il ministro della Difesa Crosetto ha recentemente invocato un
“ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa
lavorino in sinergia”. In una società sempre più autoritaria e militarizzata,
un’università autonoma, libera, critica e pluralista diventa un problema. La
riforma a pezzi dell’università va in questa direzione: costruire un sistema più
gerarchizzato, meno libero e più facilmente controllabile dalla politica.
Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 22 dicembre 2025.