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Anvur, reclutamento, università: l’epifania della valutazione di stato
Lo stato si appresta a rafforzare i poteri, già non poco oppressivi, del ministero dell’università e della ricerca, dell’Anvur che gli è sottomesso e delle gerarchie accademiche locali. Contro questo disegno FLC-CGIL si è appellata alle “forze libere e pensanti dell’accademia e della comunità universitaria”. In effetti, se, dopo lustri di valutazione di stato, esistessero ancora “forze libere e pensanti”, non sarebbe loro difficile promuovere una campagna di ubbidienza civile alla costituzione, a partire dagli articoli 21 e 33. In un momento in cui dovremmo invece parlare, davanti agli stati armati per la guerra, delle condizioni della pace pubblica, continuare a compilare moduli e a supplicare favori ministeriali ci salverà, forse, come impiegati, ma certamente non come studiosi. Questo post è apparso originariamente sul sito dell’Associazione italiana per la promozione della scienza aperta il 5 gennaio 2026. ANDU, FLC-CGIL, Roars, nonché la Rete delle Società Scientifiche, hanno espresso allarme o almeno preoccupazione per i doni che lo stato si appresta a regalare alla ricerca italiana. Questi doni, che rafforzeranno i poteri, già non poco oppressivi, del ministero dell’università e della ricerca, dell’Anvur che gli è sottomesso e delle gerarchie accademiche locali, consistono: 1. in una riforma del reclutamento, già approvata in senato, che rende i concorsi interamente locali, ma sotto il controllo dell’Anvur sia in ingresso sia in uscita; 2. in una riforma dell’Anvur, per via regolamentare e non legislativa, volta ad accentuarne ulteriormente la subordinazione al ministero; 3. in una riforma dell’amministrazione delle università, per via legislativa, che accentuerebbe il dispotismo locale dei rettori e la loro sudditanza al governo nazionale. La scienza italiana, che nell’età moderna si fondò e perseguì la libertà dell’uso pubblico della ragione e l’emancipazione dal segreto, si trova ora a misurarsi con tre poteri che hanno solo accidentalmente a che vedere con la ricerca della verità: quello, locale, di colleghi e rettori, quello, centralizzato, dell’agenzia sedicente indipendente per la valutazione di stato, la quale attribuisce la quota cosiddetta “premiale” del finanziamento ordinario, e quello del governo a cui essa stessa è sottoposta fin dalla sua istituzione. Promuovendo la scienza aperta come scienza libera e non come costoso adempimento burocratico, abbiamo sostenuto che la valutazione amministrativa della ricerca, in Italia centralizzata in forma di valutazione di stato, è intrinsecamente dispotica e retrograda: dispotica perché sostituisce alla libera discussione entro le comunità scientifiche una statuizione di un’autorità esterna e non scientifica, in quanto derivante da una gerarchia amministrativa; retrograda perché impone indicatori costruiti sul passato che disconoscono non solo la riflessività dell’azione sociale,1 ma anche la natura aperta della ricerca. A questo dispositivo, che Mario Ricciardi descrisse precocemente come un “apparato burocratico di tipo sovietico”, i professori italiani si sono – sostanzialmente – piegati. Fra gli effetti della sottomissione c’è stato il blocco di un’evoluzione verso una scienza aperta nel senso di libera da oligopoli editoriali privati e liste di riviste “scientifiche” ed “eccellenti” di composizione amministrativa. Accettarla, ai più, è parsa una scelta prudente: si tratta però di capire se è stata anche una scelta sapiente. 1. LA METAMORFOSI DEL “CRETINO LOCALE” Pietro Rossi, in un fortunato articolo, criticò i concorsi introdotti nel 1998, in cogestione fra “facoltà e corporazione disciplinare”. Secondo Rossi, in un sistema in cui la sede che fa il favore di bandire una valutazione comparativa può barattare la vittoria del proprio candidato interno con le idoneità di candidati esterni supplementari che trovano cattedra a casa loro, l’ascesa del “cretino locale”, entro comunità di disciplina sempre più frammentate e chiuse, non può che essere irresistibile. Il disegno di legge approvato in senato abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale a favore di concorsi esclusivamente locali con vincitori unici, accessibili tramite un’autocertificazione della soddisfazione di criteri stabiliti con decreto ministeriale su proposta dell’Anvur, sentito il CUN, i quali comprenderanno “indicatori minimi di quantità, continuità e distribuzione temporale dei prodotti della ricerca”. I commissari dovranno godere dei medesimi requisiti. Dopo tre anni i vincitori verranno valutati dall’Anvur, con eventuali conseguenze sanzionatorie in termini di finanziamento istituzionale. Si tornerà dunque al “cretino locale”, o, come scrive più gentilmente Roberta Calvano, a un sistema in cui “il nepotismo e gli abusi sono stati per anni alla radice di un diffuso malcostume accademico”? No: in virtù dell’Anvur e del ministero, questa volta il “cretino”, selezionato tramite valutazione amministrativa in ingresso e in uscita e giudicato da commissari simili a lui, sarà probabilmente bibliometrico, sicuramente governativo, e giocoforza sottomesso ai colleghi disposti a usare il loro potere di ricatto – qualità, queste, che con la scienza libera hanno ben poco a che vedere. 2. L’AUTOAFFERMAZIONE DELL’UNIVERSITÀ ITALIANA “Noi vogliamo noi stessi” proclamava un rettore a Friburgo, perorando l’autoaffermazione dell’università. Correva l’anno 1933: Martin Heidegger diceva “noi”, ma era entrato in carica su pressione del governo nazista, dopo che il suo predecessore, riluttante a licenziare gli ebrei, era stato indotto alle dimissioni. Tra poco, forse, anche i rettori italiani, pur più sottilmente e con qualche sbavatura normativa, potranno dire “noi” al modo di Heidegger: 1. la composizione, legalmente determinata, del consiglio di amministrazione consentirà loro di contare su una maggioranza certa purché ubbidiscano al governo. Eliminato il rappresentante del personale tecnico-amministrativo, degli 11 membri del consiglio uno sarà il rettore stesso, quattro saranno nominati direttamente da lui (due docenti e due componenti esterni); a questi si aggiungerà uno studente eletto, come residuo vestigiale di democrazia, due docenti indicati dal senato, il candidato rettore soccombente e un membro nominato dal governo. Al rettore basterà restare agli ordini di quest’ultimo – esercizio che, probabilmente, non gli sarà difficile – per avere una maggioranza garantita;2 2. il mandato del rettore sarà prolungato da sei a otto anni, con un eventuale plebiscito di conferma dopo quattro anni, qualora proposto dai 3/5 del senato accademico. A proposito del mandato, dall’ipotetico testo di riforma cadono le parole “non rinnovabile”; 3. nella programmazione triennale il rettore dovrà tener conto anche di “linee generali di indirizzo stabilite dal Ministro”. I rettori preferiranno continuare a regnare all’inferno o proveranno a servire in paradiso? Non si sa: ma certamente con “rettori che agiscono sotto l’occhiuta vigilanza del ministro e da cui dipenderanno a catena tutte le cariche interne agli atenei (i cui mandati vengono allineati alla durata di quello dei rettori)” l’esercizio della libertà della ricerca, sia in senso negativo sia in senso positivo, sarà ancor più difficile, e rischioso. 3. L’EPIFANIA DELL’ANVUR Come ha osservato Roberto Caso, l’Anvur, istituita nel 2006 sotto il governo Prodi II, è nata così dipendente da aver ricevuto critiche perfino da una sostenitrice della valutazione amministrativa come Fiorella Kostoris. Il regolamento di riforma – che viola, secondo il Consiglio di Stato, la gerarchia delle fonti3 – renderebbe più intenso un controllo del governo sulla ricerca già in atto, al quale i più, a dispetto del primo comma dell’articolo 33 della costituzione italiana, hanno ritenuto opportuno sottomettersi. 1. L’Anvur sarà ancor più ministeriale e dipendente: rispetto al regime attuale, il presidente dell’Anvur diverrebbe di nomina ministeriale diretta, così come i comitati di selezione delle rose dei candidati fra i quali il ministro sceglierà i quattro membri del consiglio direttivo, non più costituiti su indicazione di enti esterni. 2. L’Anvur diverrà la valutatrice generale di stato: l’agenzia, che attualmente valuta solo università ed enti di ricerca vigilati dal MUR (quali CNR, INAF, INDIRE, INFN, INGV, INVALSI), allungherà il suo occhio agli altri enti di ricerca pubblici (ASI, CREA, ENEA, ISPRA, ISS, ISTAT) in base ad accordi con i ministeri vigilanti, alle Accademie e all’Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM) a enti privati ma finanziati pubblicamente (IIT di Genova, HT di Milano e Fondazione Biotecnopolo di Siena) e simili, nonché, per chi mai volesse richiederlo, in ambito internazionale. E non si occuperà solo di arte, musica e ricerca bensì anche delle cosiddette “competenze trasversali e disciplinari” acquisite dagli studenti e degli “sbocchi occupazionali dei laureati”. Tutto ciò, chiarisce la relazione di accompagnamento, nel “rispetto dell’indirizzo politico dato dal Ministero dell’università e della ricerca, quale Ministero vigilante”. Il modello dell’università-azienda – si è detto – è neoliberale; quello nei disegni del governo è autoritario. Qui però il “liberale” che segue al “neo-” non ha nulla a che vedere con Benedetto Croce: l’azienda è una struttura non democratica, bensì autoritaria e chi la impone come modello sostiene un’ideologia altrettanto autoritaria, se non totalitaria. In questo senso, il disegno di “riforma” dell’Anvur non è una metamorfosi, bensì un’epifania. Non esiste una valutazione amministrativa buona o cattiva, così come non esiste un dispotismo cattivo o buono a seconda che sul trono sieda Commodo oppure Marco Aurelio. Se si accetta che la valutazione della ricerca non sia scientifica – e parte della ricerca stessa – bensì amministrativa e a essa esterna, si accetta anche che chi amministra ne fissi e ne muti i criteri e abbia titolo a controllare i suoi eventuali agenti in modo più o meno stretto. Il vizio della valutazione di stato non sta nel modo in cui valuta, come suggerito elusivamente dell’Unione Europea, ma nel fatto che Caesar sia supra grammaticos, non importa se come Marco Aurelio o come Commodo. Non è, questa, un’idea radicale, né sul piano della storia, né su quello della cronaca: lo scorso aprile, in Francia, l’assemblea nazionale ha votato a favore dell’abolizione dell’agenzia di valutazione di stato HCERES. In questa prospettiva non ha senso limitarsi a chiedere un guinzaglio appena un po’ più lungo, o a sollevare il problema dei finanziamenti alla ricerca senza toccare quello della sua libertà, vale a dire della possibilità stessa di fare scienza – libertà, questa, che non si promuove difendendo l’Anvur attuale4 come se fosse indipendente, bensì considerandone l’abolizione. Contro il disegno di intensificare il controllo politico di “un’università più piccola, gerarchica e precaria”, FLC-CGIL5 si è appellata alle “forze libere e pensanti dell’accademia e della comunità universitaria”. In effetti, se, dopo lustri di valutazione di stato, esistessero ancora “forze libere e pensanti”, non sarebbe loro difficile promuovere una campagna di ubbidienza civile alla costituzione, a partire dagli articoli 21 e 33. In un momento in cui dovremmo invece parlare, davanti agli stati armati per la guerra, delle condizioni della pace pubblica, continuare a compilare moduli e a supplicare favori ministeriali ci salverà, forse, come impiegati, ma certamente non come studiosi. -------------------------------------------------------------------------------- 1. Questa riflessività è nota a chi si occupa di valutazione come legge di Goodhart: i soggetti valutati non si limitano a farsi valutare, ma adeguano riflessivamente le loro prestazioni al criterio di valutazione. Così chi viene premiato per il numero di pubblicazioni inflazionerà i testi, mentre chi viene premiato per le citazioni scriverà solo per farsi citare. Le conseguenze sono tristemente note. ︎ 2. Per un aggiornamento sugli orientamenti ministeriali si veda però quanto riferito dall’ANDU qui. ︎ 3. Il Consiglio di Stato, nel parere formulato nell’adunanza del 23 settembre 2025, ha ricordato che, proprio in virtù della gerarchia delle fonti del diritto, un regolamento, perfino se riguarda la valutazione di stato, non può cambiare la legge che l’ha istituita. ︎ 4. L’agenzia, peraltro, si è mostrata incapace di onorare gli impegni di riforma della valutazione che aveva sottoscritto aderendo alla coalizione europea COARA. ︎ 5. ANVUR: un’Agenzia che diventa governativa, con l’intenzione di valutare e quindi disciplinare anche saperi e conoscenze (2025) merita di essere letto per la sua analisi dettagliata della bozza di DPR qui solo sommariamente esposta. ︎
La riforma a pezzi: costruire un’università gerarchica, sotto controllo politico e militarizzata
La maggioranza di governo avanza una riforma dell’università spezzata in tre frammenti: governance, ANVUR e reclutamento. Il rischio più grande? Che opporsi a una riforma sbagliata significhi difendere uno status quo indifendibile. Questa riforma non cura le cause: accentra ancora più potere nelle mani del ministro e dei rettori, rafforzando il controllo governativo su ANVUR, e nel reclutamento mantiene le soglie bibliometriche che hanno distorto la ricerca. Il disegno è svelato dal Ministro della Difesa Crosetta: costruire un “ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia”. In una società sempre più autoritaria e militarizzata, un’università autonoma, libera, critica e pluralista diventa un problema. La riforma costruisce un sistema più gerarchizzato, meno libero e più facilmente controllabile dalla politica. La maggioranza di governo sta prospettando in questi mesi una riforma a pezzi dell’università di cui non è semplice cogliere il disegno, perché, appunto, frammentata. I capitoli della riforma sono tre:  la riforma del governo degli atenei; la riforma dell’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR); la riforma del reclutamento, già approvata dal Senato. Sta emergendo il pericolo che criticare la riforma significhi difendere un indifendibile esistente. L’università italiana ha problemi strutturali. Il finanziamento pubblico è cronicamente insufficiente: l’Italia occupa da anni le ultime posizioni tra i paesi OCSE per spesa pubblica in istruzione universitaria. Circa 30 mila giovani studiosi, assunti con contratti a tempo determinato in gran parte con i fondi PNRR, saranno espulsi dal sistema nel giro di pochi mesi. L’ANVUR è un’agenzia dotata di poteri e prerogative senza paragoni nei paesi con sistemi di ricerca avanzati. Il governo degli atenei, come ridisegnato dalla legge Gelmini del 2010, ha concentrato il potere decisionale nelle mani dei rettori, sempre meno responsabili di fronte alla comunità universitaria. Il sistema di reclutamento è fortemente disfunzionale. In questo contesto, negli ultimi quindici anni, si è affermato un vero e proprio doping della ricerca. Per la riforma della governance il riferimento è un documento circolato nelle scorse settimane e attribuito a una delle due commissioni consultive ministeriali. Prevede il rafforzamento ulteriore dei rettori, allungandone il mandato (8 anni) e introducendo una sorta di plebiscito di conferma dopo 4 anni. La composizione dei consigli di amministrazione viene modificata introducendo un membro di nomina governativa ed eliminando la rappresentanza del personale tecnico-amministrativo. Ne risulta un assetto in cui il rettore dispone di una maggioranza di fatto garantita. Le distorsioni introdotte dalla riforma Gelmini non vengono corrette, ma aggravate. L’ANVUR è ormai lo snodo centrale e la riforma ne prevede un più saldo controllo da parte del ministro. La sua istituzione fu giustificata sostenendo che un’agenzia avrebbe tenuto il governo a distanza dall’accademia, favorendo al contempo il miglioramento della qualità della ricerca e della didattica. In realtà, ANVUR nacque con un’impostazione tecnocratica e illiberale: uno strumento chiamato a indirizzare istituzioni e docenti attraverso un sistema di premi e punizioni. In quindici anni ANVUR ha costruito un apparato burocratico che ha messo in competizione atenei, dipartimenti e singoli ricercatori per l’accesso alle risorse. Questa competizione, dichiaratamente fondata sulla qualità della ricerca, è nei fatti basata sulla raccolta di punti bibliometrici: numero di pubblicazioni e numero di citazioni. Indicatori quantitativi che determinano carriere individuali e finanziamenti istituzionali. I danni prodotti da questo sistema sono ormai evidenti. Una intera generazione di ricercatori è stata incentivata non a fare ricerca rigorosa, solida, su dati ben accertati, ma a massimizzare i punteggi bibliometrici. Il doping bibliometrico è diventato una pratica diffusa. Esso assume forme diverse. La più semplice è l’autorialità di comodo: per aumentare il numero di pubblicazioni, un ricercatore può chiedere a un collega di inserirlo tra gli autori di un articolo a cui non ha contribuito, offrendo in cambio la reciprocità su una propria pubblicazione. Esistono poi le cosiddette paper mills, servizi che, dietro pagamento, aggiungono il nome del ricercatore ad articoli già pronti. Anche le citazioni possono essere manipolate: la pratica più banale è l’autocitazione sistematica; se non basta, si ricorre allo scambio organizzato di citazioni (citation rings) o ad agenzie specializzate che procurano citazioni a a pagamento (citation mills). La riforma non interviene su nulla di tutto questo. Modifica invece le modalità di nomina del consiglio direttivo di ANVUR, ne amplia le competenze e riserva al ministro nuovi poteri di indirizzo. Già oggi il consiglio direttivo è scelto dal ministro al termine di una procedura bizantina. La riforma semplifica: il ministro nomina direttamente presidente e membri. Ciò che prima era mediato e mascherato diventa esplicito. La riforma mostra così ANVUR per ciò che è sempre stata: il cavallo di Troia attraverso cui il governo esercita un controllo diretto sull’università. Veniamo infine alla riforma del reclutamento. Oggi, per ottenere una posizione stabile di professore universitario, sono necessari due passaggi. Il primo è il superamento dell’abilitazione scientifica nazionale (ASN): per poter essere valutati dalla commissione del proprio settore disciplinare, i candidati devono raggiungere le soglie di punti bibliometrici fissate da ANVUR. Solo dopo aver ottenuto l’abilitazione si acquisisce il diritto a partecipare ai concorsi banditi dalle università. Le criticità del sistema attuale sono note. Le soglie bibliometriche sono una delle principali cause del doping della ricerca. Lo strapotere delle commissioni ASN orienta le linee di ricerca considerate vincenti in interi settori disciplinari. La gestione localistica dei concorsi, utilizzati sia per il reclutamento sia per i passaggi di carriera, produce un effetto perverso: tendono a essere vinti dai candidati interni perché meno costosi per l’ateneo. La riforma non risolve quest’ultimo nodo cruciale. Prevede l’abolizione della ASN e concentra l’intero processo di selezione nelle commissioni locali di concorso. Per contrastare il localismo introduce una regola rigida: quattro commissari su cinque saranno estratti a sorte da liste nazionali. Per accedere ai concorsi i candidati dovranno comunque superare soglie che saranno fissate con un successivo decreto del ministro su proposta di ANVUR. Gli effetti complessivi della riforma dipenderanno dunque da come verranno definite queste soglie. Se, come è probabile, saranno simili a quelle attuali, i possibili benefici della riforma verranno annullati e il sistema continuerà a incentivare il doping della ricerca. Il disegno complessivo emerge chiaramente se si guarda oltre il perimetro universitario. Il ministro della Difesa Crosetto ha recentemente invocato un “ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia”. In una società sempre più autoritaria e militarizzata, un’università autonoma, libera, critica e pluralista diventa un problema. La riforma a pezzi dell’università va in questa direzione: costruire un sistema più gerarchizzato, meno libero e più facilmente controllabile dalla politica. Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 22 dicembre 2025.  
La riforma enigmistica: unire i puntini
Il gioco di questa legislatura si chiama “Unisci i puntini”. Si corre con un tratto di penna dal disegno di legge costituzionale sul premierato a quello sulla separazione delle carriere, passando per il decreto sicurezza e l’autonomia differenziata. L’ultimo “puntino” è quello dei provvedimenti in materia di università, su cui sono in preparazione tre atti normativi: 1) un disegno di legge all’esame del Senato che modifica il sistema di selezione e reclutamento; 2) uno schema di regolamento governativo che interviene sulla  composizione e le garanzie di indipendenza dell’Anvur; 3) un terzo provvedimento che, in violazione dell’autonomia universitaria prevista in Costituzione, prefigura consigli di amministrazione con componenti di nomina politica e rettori che agiscono sotto l’occhiuta vigilanza del ministro. Unendo i punti, il profilo che esce è una figura dai tratti autoritari: riduzione del pluralismo costituzionale, mortificazione dei diritti individuali, crescente verticalizzazione del potere. Quale futuro per la nostra collettività se venissero meno i pochi luoghi in cui si invitano i giovani a liberamente pensare, dissentire, criticare, e, in definitiva, a immaginare un futuro differente? Il gioco di questa legislatura, che forse non tutti hanno ancora provato a fare, si chiama “Unisci i puntini”. Si corre con un tratto di penna dal ddl costituzionale sul premierato a quello sulla separazione delle carriere, passando per il decreto sicurezza e l’autonomia differenziata, e il profilo che esce è una figura dai tratti autoritari: la riduzione del pluralismo costituzionale, fatto di equilibrio tra poteri e tra Stato ed autonomie, la mortificazione dei diritti individuali, la crescente verticalizzazione del potere. L’ultimo “puntino”, che a breve andrà ad unirsi agli altri, è quello dei provvedimenti in materia di università, su cui sono in preparazione tre atti normativi. Col primo, un ddl all’esame del Senato, si modifica il sistema di selezione e reclutamento di professori e ricercatori, abbandonando qualsiasi tentativo – pur insoddisfacente e perfettibile come l’attuale – di trasparenza e oggettività, e si ritorna ai concorsi locali, dove il nepotismo e gli abusi sono stati per anni alla radice di un diffuso malcostume accademico che troppo spesso esclude dalla docenza universitaria chi è fuori dalle cordate. Ciò avverrà in spregio ai principi costituzionali in tema di trasparenza, buon andamento dell’amministrazione, parità di chances, oltre che al principio di legalità. Oltretutto, senza risolvere il problema dei precari, che ammontano ormai a metà del corpo docente italiano. Nel secondo progetto, uno schema di regolamento governativo, si interviene sulla già discussa composizione e sulle garanzie di indipendenza dell’Anvur, la costosissima agenzia di valutazione a tutela della “meritocrazia” del sistema universitario. L’Anvur negli ultimi quindici anni ha iper-burocratizzato l’attività di chi fa ricerca, divenendo l’incubo di chiunque lavori negli atenei, costringendo i professori a dedicare larga parte del tempo a redigere montagne di carte inutili, anziché occuparsi di didattica e ricerca. Ciò che non si poteva immaginare è che la proposta ampliandone i poteri e rivedendo la composizione dell’Anvur, riducendo il numero dei componenti, avrebbe inciso ulteriormente sul pluralismo scientifico e culturale presente in seno all’organismo. Da anni si lamenta quanto siano flebili le garanzie di indipendenza dell’Anvur a fronte di compiti che incidono sulla libertà di ricerca prevista dall’art. 33 della Costituzione, visto che sulla base delle sue procedure e decisioni, non sempre trasparenti e inattaccabili, si erogano i finanziamenti agli atenei e si valuta la ricerca e il reclutamento di docenti e ricercatori. A fronte di ciò, l’unico organo di rappresentanza plurale ed elettiva del sistema universitario, il Consiglio Universitario nazionale, il CUN, che il Ministro dovrebbe consultare (soprattutto in momenti di così intenso lavoro legislativo), vede metà dei suoi componenti scaduti da undici mesi e non si ha notizia di una regolare ripresa delle votazioni per rinnovarne la composizione. Dulcis in fundo, nel terzo provvedimento, preparato da un tavolo di lavoro di nomina ministeriale, sembra prepararsi la stretta definitiva sul sistema universitario, già pesantemente condizionato dalla legge Gelmini del 2010. In violazione dell’autonomia universitaria prevista in Costituzione, funzionale alle libertà di ricerca e insegnamento che tutelano docenti e studenti, si prefigura una governance delle università di diretta derivazione governativa: Cda con componenti di nomina politica, rettori che agiscono sotto l’occhiuta vigilanza del ministro e da cui dipenderanno a catena tutte le cariche interne agli atenei (i cui mandati vengono allineati alla durata di quello dei rettori). Sta maturando, insomma, il passaggio dalla visione neoliberale di un’università azienda, incaricata di produrre il capitale umano necessario al mercato del lavoro, che già tradiva la missione costituzionale di offrire ai più giovani strumenti per la lettura critica del reale, a un’università che sembra preannunciarsi destinata a finire sotto il tacco del ministro di turno, gerarchizzata e sempre meno libera, come purtroppo inizia a trasparire dalle lettere con cui nelle scorse settimane, dalle stanze del ministero, si sono invitati i rettori a vigilare sul rispetto delle leggi da parte di studenti e personale accademico. Dalle università in molti hanno replicato auspicando, con tutto il rispetto, che al ministero si faccia altrettanto, prestando attenzione al rispetto della legalità, compresa quella costituzionale. Resta la preoccupazione su quale futuro si prospetti per la nostra collettività se i timori qui espressi fossero fondati, e venissero meno i pochi luoghi in cui si invita a liberamente pensare, dissentire, criticare, e stimolare le giovani menti a ragionare, creare, in definitiva immaginare un futuro differente. Pubblicato sul Fatto Quotidiano del 7 novembre 2025
Allarme università: è ora di mobilitarsi
Sono molto grato a Roars per la pubblicazione di questo mio intervento, che va inteso come un segnale di allarme rivolto a tutta la comunità universitaria italiana. I processi che avevo tratteggiato in Libera università (uscito nello scorso febbraio) sono puntualmente partiti, e le prossime settimane saranno decisive: la ‘riforma’ dell’università per la quale il governo aveva avuto delega parlamentare sarà approvata entro l’anno come collegato alla legge di stabilità. Dunque, se c’è un momento in cui mobilitarsi, quel momento è ora. Il progetto è molto chiaro: svuotare l’articolo 33 della Costituzione, mettendo quanto più possibile l’università sotto il controllo del potere esecutivo. Il modello è l’Ungheria di Orbán, già adottato come tale negli USA di Trump e Vance. E l’università non è ovviamente l’unico bersaglio: manifestazioni di piazza, libera stampa, magistratura sono egualmente nel mirino. Il potere esecutivo deve poter tutto controllare, in un disegno illiberale che torce la nostra democrazia in una forma autoritaria. Gli strumenti sono sul tavolo: a partire dalla progettata presenza del governo nei CdA degli atenei (dove oggi siedono già ben due revisori dei conti nominati da Mur e Mef: ma qua si vuole una presenza ‘politica’, con diritto di voto), e dal controllo governativo della valutazione di università e ricerca (attraverso la ‘riforma’ dell’Anvur). In ‘cambio’ il governo offre un sostanziale arbitrio locale nel reclutamento, il prolungamento dei mandati rettorali attuali (cioè due mali) e forse un piano straordinario di qualche generosità. Un piatto di lenticchie, avvelenate. In un Paese normale, a reagire dovrebbe essere in primo luogo la Crui, la conferenza dei rettori: visto che se passa la riforma del CdA, i rettori taglieranno nastri, e poco di più (e come insegna Orbán, questo sarebbe solo l’inizio…). Ecco, questa reazione non ci sarà. La nuova presidenza Crui (salutata con entusiasmo mai visto dalla stampa di estrema destra) ha chiarito che ‘non farà politica’. Quando mi sono accorto che all’audizione parlamentare sulla riforma Anvur del 21 ottobre, Crui risultava rappresentata da due colleghi uno dei quali siede al tavolo della riforma 240 (e non per indicazione Crui, ma per scelta del governo) ho chiesto spiegazioni sulla chat delle rettrici e dei rettori, domandando anche notizie circa la linea che avremmo espresso: ebbene, la reazione è stata la chiusura in diretta della chat stessa, che sarà trasformata in un canale broadcast in cui parli solo la presidenza. L’asilo Mariuccia al tempo di Salò si sarebbe regolato meglio. Ed è evidente che a questo punto il dibattito si sposta, per quanto mi riguarda, anche fuori da Crui, visto il clima di intimidazione ed evidente collateralismo al governo (i lettori di Roars già conoscono la vicenda della mia lettera relativa alle borse Iupals e alla circolare Mancini inoltrata sulla chat, e subito messa alla berlina su «Libero» e «il Giornale»…). Poi la presidenza ha finalmente comunicato la linea Crui per l’audizione: > «In relazione al d.p.r. Anvur e [sic] condivisibile l’obiettivo generale di > rafforzare la proiezione internazionale dell’Agenzia semplificandone al > contempo parte delle procedure operative. Alcune previsioni specifiche > dell’articolato contrastano però con questo obiettivo laddove prevedono una > limitazione del grado di autonomia dell’Anvur che ne metterebbe seriamente a > rischio l’appartenenza alle organizzazioni ed europee e internazionali di > valutazione della ricerca, e vanno conseguentemente modificate. Tale adesione > è presupposto indispensabile per l’accreditamento dei corsi di > specializzazione in medicina, per la partecipazione a titoli congiunti a > livello europeo e per permettere che ad Anvur vengano affidati compiti di > valutazione d parte di sistemi universitari di altri paesi». Tralasciamo la forma italiana: per carità di patria, e perché è il contenuto che preoccupa. Bene sottolineare che la conseguenza sarà l’uscita di Anvur dalle organizzazioni di valutazione internazionali: ma questo è solo uno degli effetti di una causa che non si ha nemmeno il coraggio di nominare. Questo elefante nella stanza è il controllo del governo, dell’esecutivo, della maggioranza politica, sulla valutazione dell’università. Un dispositivo di disciplinamento politico – sia chiaro – che sarebbe egualmente grave se opposto fosse il segno politico del governo: l’università deve essere libera dal governo in quanto tale, da qualunque governo. Per i prossimi giorni è stata anche convocata una assemblea straordinaria Crui sul tema: «Revisione L. 240/2010 – Governance: Senato, CdA, ruolo del Rettore e Direttore Generale». Un tema come si vede limitato e marginale (!) per una assemblea telematica programmata per ben un’ora (!!), e senza che possiamo discutere nessun articolato (!!!). Una linea che definire inadeguata è un benevolo eufemismo. Naturalmente, un gruppo di rettrici e rettori consapevoli dei rischi del momento si sta organizzando in chat e consultazioni indipendenti, attrezzandosi per difendere l’autonomia. Ma spero che le comunità dei vari atenei inducano proprio tutti i miei colleghi e tutte le mie colleghe della Crui a cambiare velocemente passo. Difendere l’autonomia dell’università non significa ‘fare politica’ in senso deteriore, significa invece permettere che l’università conservi la libertà garantita dalla Costituzione. Senza libertà, non c’è università. Al giuramento imposto dal governo nel 1931 disse ‘no’ solo una quindicina di professori (il numero canonico è 12) su 1251: oggi come andrà a finire?    
Valutare e obbedire. Il Governo vuole il controllo totale di ANVUR
La proposta di riforma dell’ANVUR rende finalmente evidente ciò che da anni era solo implicito: l’Agenzia è lo strumento con cui il governo attua il controllo centralizzato e indirizza le attività di università e ricerca. Con la riforma, nomine e attività di valutazione passano sotto l’iniziativa esclusiva del Ministro, riducendo drasticamente l’indipendenza tecnica di ANVUR. La proposta è già stata duramente bocciata dal Consiglio di Stato, che segnala contraddizioni con la legge istitutiva e mette in dubbio la legittimità di molte novità. Tutto ciò avviene in chiara contraddizione con i principi di libertà di ricerca e insegnamento ancora sanciti dalla Costituzione. Il governo intende varare la riforma del regolamento dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) tramite un decreto del Presidente della Repubblica, attualmente in discussione presso le commissioni parlamentari (qui la documentazione). PREAMBOLO. Malgrado i proclami sulla sua presunta autonomia, ANVUR è già, di fatto, controllata dal Ministero dell’Università e della Ricerca. Il consiglio direttivo composto da 7 membri è definito dal Ministro dell’Università e della Ricerca che li sceglie da una rosa di 15 nominativi che gli viene sottoposta da una commissione di selezione. La commissione di selezione è composta da quattro membri nominati da enti esterni più un quinto membro nominato direttamente dal ministro. Tutti i membri del consiglio direttivo ANVUR restano in carica 4 anni e il presidente viene eletto tra di loro. Apparentemente distante, ma in realtà è il Ministro a assumere un peso determinante nella composizione dell’Agenzia. Tanto è vero che, attualmente, il Consiglio è incompleto: solo quattro membri, compreso il Presidente che siede in ANVUR dal lontano 2019. La ministra Bernini non ha infatti mai ricostituito l’organo, malgrado abbia in mano la rosa dei nominativi scelti dalla commissione di selezione da un anno (la commissione, dei cui lavori sui siti ministeriali non c’è traccia, era stata nominata nel 2023 e aveva pubblicato l’avviso di selezione per i candidati nel febbraio 2024). Voci dal MUR raccontano la rosa fosse sgradita alla ministra. In particolare sembra che la commissione abbia bocciato il prof. Marco Mancini (il presidente ANVUR che la ministra avrebbe desiderato). Il prof. Mancini che la ministra ha da poco nominato Segretario Generale del MUR, e che scrive irritualmente ai rettori chiedendo loro di tenere sotto controllo le proteste degli studenti. Lo stesso Mancini che qualche anno fa il Giornale annoverava tra i baroni rossi, il Mancini, sempre lo stesso, che anima da oltre un quindicennio le riunioni del Partito Democratico su università e ricerca, che è entrato e uscito dal MUR in vari ruoli con ministri di qualsiasi colore. In sintesi: anche l’attuale “leggera autonomia” dell’ANVUR appare troppo pericolosa alla ministra ed al gruppo di lavoro voluto dalla ministra e che ha suggerito la proposta di riforma. LA PROPOSTA DI RIFORMA  Il cuore della riforma è la modifica sostanziale della struttura dell’agenzia e delle modalità di nomina dei membri del direttivo. Oltreché la subordinazione dell’attività dell’agenzia alle direttive del Ministro del MUR. Nell’articolo 7 viene modificato il processo di nomina del Presidente dell’ANVUR destinato a restare in carica 5 anni, che passa a essere di diretta nomina ministeriale, indipendente dal Consiglio direttivo.  Con la nuova procedura, il Ministro istituisce un comitato di selezione che propone una terna di candidati, dalla quale il Ministro effettua la scelta finale, previa consultazione (non vincolante) delle Commissioni parlamentari. La nomina formale avviene poi con Decreto del Presidente della Repubblica. Il Presidente nominato può successivamente designare un vicepresidente all’interno del Consiglio. Questa riforma viene (orwellianamente) presentata come rafforzamento dell’indipendenza di ANVUR. Nell’articolo 8, la procedura di costituzione del Consiglio direttivo, la cui durata è confermata in 4 anni, viene anch’essa sottoposta al controllo diretto del Ministro. Il Consiglio passa da 7 a 5 membri, compreso il Presidente, e la nomina dei componenti è ora gestita dal Ministro. Dopo la raccolta delle candidature tramite bandi pubblici, un comitato di selezione propone terne di candidati, che includono tre rappresentanti di altrettante macroaree CUN (una invenzione estemporanea, che non rispecchia neanche la idiosincratica e unica al mondo divisione del mondo tra settori bibliometrici e non bibliometrici inventata da ANVUR anni fa) e un membro AFAM. Cambia anche la composizione del comitato di selezione: anziché definito da enti esterni anch’esso è scelto direttamente dal Ministro del MUR. E anche questa modifica viene orwellianamente giustificata come una misura a tutela dell’indipendenza dell’Agenzia. Per le attività di valutazione che, da norma primaria, sono di iniziativa dell’agenzia, la riforma prevede che siano assoggettate al volere del Ministro. Come si legge nella relazione illustrativa, ANVUR deve assicurare il: > rispetto dell’indirizzo politico dato dal Ministero dell’università e della > ricerca, quale Ministero vigilante. Questo si riflette, nella proposta legislativa, nella previsione che gran parte delle attività di valutazione avvenga solo “su richiesta del Ministro”. Queste attività sono ampliate, includendo in modo sistematico tutto il mondo AFAM. E sono ampliate anche in profondità prevedendo adesso che ANVUR valuti: > le competenze trasversali e disciplinari acquisite dagli studenti edalle > studentesse e gli sbocchi occupazionali dei laureati. La proposta di riforma toglie dai compiti di ANVUR la definizione – su richiesta del ministro – dei parametri di riferimento per l’allocazione dei finanziamenti statali, che torna nelle salde mani del MUR. La riforma elimina il riferimento alla cadenza quinquennale della VQR: termine considerato troppo rigido e troppo ampio per tenere conto della evoluzione del sistema della ricerca. E, infine, stabilisce (qualsiasi cosa questo significhi) che la valutazione della qualità dei prodotti della ricerca deve essere condotta > utilizzando criteri omogenei rispetto a quelli previsti per l’ammissione ai > concorsi universitari, valutati, ove possibile, tramite procedimenti di > valutazione tra pari. IL CONSIGLIO DI STATO FA A PEZZI LA PROPOSTA DI RIFORMA Cosa potrebbe mai andare storto se un gruppo di lavoro di iper-competenti professori universitari è chiamato dalla Ministra a scrivere un progetto di riforma? Potrebbe accadere che il Consiglio di Stato faccia a pezzi la proposta di riforma, proprio nei suoi punti chiave. Come è puntualmente avvenuto nel parere formulato nell’adunanza del 23 settembre 2025. Il Consiglio di Stato mette in evidenza una contraddizione: la proposta di riforma attribuisce al Ministro, tramite regolamento, il potere esclusivo di avviare alcune delle attività più importanti dell’ANVUR. Tuttavia, la legge (art. 2, comma 138, del decreto-legge 262/2006) assegna queste competenze direttamente all’ANVUR. In altre parole, la riforma toglierebbe all’Agenzia, attribuendoli al ministro, poteri che la norma primaria le riconosce espressamente. Il Consiglio di Stato, seppur con una fraseologia più educata, fa capire che non è disposto a bersi la storiella che questo serve a “riallineare” “il funzionamento [dell’ANVUR] agli standard europei (ESG)” e “a rafforzare il ruolo tecnico-istituzionale dell’Agenzia nell’ordinamento”. La riforma mira a subordinare l’attività dell’ANVUR alla volontà del Ministro, attribuendogli un potere esclusivo di iniziativa sulle funzioni più rilevanti dell’Agenzia. Una scelta che va in aperto contrasto con la legge istitutiva dell’ANVUR, la quale garantisce all’Agenzia autonomia organizzativa, amministrativa e contabile. La riforma, secondo il Consiglio di Stato, va in contrasto con  i principi costituzionali di libertà di ricerca e autonomia universitaria. Il Consiglio di Stato critica duramente la proposta di riforma anche per un altro aspetto: la concentrazione nelle mani del Ministro della nomina dei componenti del comitato di selezione e del Presidente dell’ANVUR. Dietro l’apparente “semplificazione” del procedimento, la riforma finisce per eliminare le garanzie di indipendenza che derivavano dal coinvolgimento di enti e istituzioni diversi dal Ministero, come previsto dalla normativa vigente. La legge istitutiva dell’ANVUR aveva voluto un sistema di nomine plurale e bilanciato, proprio per evitare, secondo il Consiglio di Stato, che l’Agenzia diventasse uno strumento politico. La proposta di riforma, invece, accentrando il potere di scelta nel Ministro, riduce la trasparenza e aumenta il rischio di nomine troppo discrezionali, basate su criteri vaghi come la generica “esperienza pluriennale”. Anche la nuova modalità di nomina del Presidente, non più eletto dal Consiglio direttivo ma designato dal Ministro, rappresenta un chiaro passo indietro rispetto all’autonomia organizzativa garantita dalla legge. In sintesi, sotto il pretesto della semplificazione, la riforma svuota l’indipendenza dell’ANVUR, trasformando un organismo tecnico e autonomo in uno direttamente dipendente dalle scelte del potere politico. Il Consiglio di Stato, con una pazienza quasi pedagogica, ricorda agli estensori della riforma un principio elementare del diritto amministrativo: un regolamento non può modificare una legge. Pare però che chi ha scritto la proposta non ne sia pienamente consapevole, visto che ha pensato bene di allungare da quattro a cinque anni la durata del mandato del Presidente dell’ANVUR, ignorando che la legge istitutiva (art. 2, comma 140, del d.l. 262/2006) stabilisce chiaramente una durata quadriennale per tutti i componenti del Consiglio direttivo, Presidente compreso. Come se non bastasse, l’interpretazione fantasiosa secondo cui il Presidente non farebbe parte del Consiglio direttivo (e quindi non sarebbe soggetto alla stessa durata di mandato) sfiora l’assurdo: significherebbe che il principale organo dell’ANVUR avrebbe un Presidente “fuori organigramma”, nominato e disciplinato dal nulla. In sostanza, il Consiglio di Stato deve ricordare ai riformatori che le norme di rango primario non si cambiano con un colpo di penna in un regolamento. Ma, a quanto pare, qualcuno al Ministero ha bisogno di un rapido ripasso in merito all gerarchia delle fonti del diritto. La perla finale riguarda il Direttore di ANVUR che la proposta di riforma trasforma in organo dell’agenzia e battezza Direttore generale. Il Consiglio di Stato segnala con discreta diplomazia un curioso paradosso: la riforma che proclama di “inasprire” le incompatibilità del Direttore generale in realtà le smantella quasi del tutto. La norma vigente vietava ogni rapporto professionale o pubblico potenzialmente conflittuale; la nuova versione lascia in piedi solo un divieto residuale – non lavorare per chi l’ANVUR valuta. Eppure, nella relazione illustrativa, questo alleggerimento viene descritto come una “disciplina più rigorosa”. Un capolavoro di burocratese orwelliano, dove restringere diventa ampliare e allentare diventa irrigidire. FINALMENTE CHIAREZZA Il Consiglio di Stato assume che l’assetto attuale dell’ANVUR garantisca già un sufficiente equilibrio tra autonomia e vigilanza ministeriale. Noi siamo più scettici. L’esperienza concreta mostra che l’ANVUR da tempo opera come un braccio amministrativo del Ministero, traducendo in “valutazioni” le linee politiche definite altrove. La riforma, più che introdurre una novità, rende esplicito ciò che da anni avviene nei fatti: l’Agenzia agisce su impulso politico, non come organo indipendente. Dietro il linguaggio neutro della “razionalizzazione” e della “trasparenza” la riforma consolida un modello di governo centralizzato, in cui la valutazione è il principale strumento di controllo del sistema universitario e della libertà accademica. Non sorprende che nel gruppo di lavoro che ha redatto la proposta siedano molti protagonisti delle politiche universitarie degli ultimi vent’anni, mentre mancano del tutto voci indipendenti o critiche. La riforma, insomma, non cambia la direzione di marcia: si limita a dichiararla apertamente. È il compimento di un processo che attraversa governi di ogni colore e che ha progressivamente trasformato la “valutazione” in governo politico mascherato da tecnica.  Oggi, con la proposta di riforma, cade ogni ambiguità: l’ANVUR è lo strumento del Ministero per controllare e dirigere il mondo accademico, in aperta tensione con quei principi di autonomia e libertà di ricerca che la Costituzione continua, almeno sulla carta, a garantire. Qua si può leggere l’analisi della proposta di riforma di FLC-CGIL.