
Quale filosofia dopo Gaza? [parte I]
Comune-info - Friday, January 9, 2026Abbiamo bisogno di provare ad aprire il pensiero a relazioni impensate tra parole, cose e azioni. Dopo Gaza e mentre ancora a Gaza c’è massacro in forma di tregua, di rovine, di freddo, di fango e di blocco degli aiuti
Acquerello e inchiostro su carta ruvida: disegno (su commissione) di Gianluca Foglia FogliazzaL’intento di questo scritto in due parti è aprire uno spazio di riflessione. Uno spazio di intervento che sia al contempo analitico e di liberazione; che oltrepassi l’adesione a un campo. Uno spazio che non si limiti alla difesa della critica, comunque sempre necessaria, ma si costituisca come campo di possibilità pratiche.
Urlare lo stato del mondo è urgente e importante. Da tempo si è preso atto che non si può contrastare frontalmente la forza e la ferocia. Ma mentre si urla, la navigazione si fa nelle tempesta del confronto tra forza e diritto, tra guerra e politica, nel senso di una politica della vita, che è ciò che davvero è in questione. Perché il “governo del caos e dell’automa” è comunque una forma di diritto, cioè un modo di governare che assume la fine delle relazioni tra stati nel dominio transnazionale. Per questo è urgente un pensiero della destituzione e della diserzione, cioè fare un’eresia filosofico-politica. Si tratterebbe da un lato di condurre la pratica filosofica alla diserzione, dall’altro, di provare ad aprire il pensiero a relazioni impensate tra parole, cose e azioni. Dopo Gaza e mentre ancora a Gaza c’è massacro in forma di tregua, di rovine, di freddo, di fango e di blocco degli aiuti. Mentre in Cisgiordania continuano gli assalti dei coloni ai villaggi palestinesi. Mentre, malgrado le proteste mondiali per fermare il genocidio, prosegue il commercio di armi con Israele, la sistematica disinformazione e la “fase 2” della “pace” di Trump decide la ricostruzione di Gaza senza palestinesi. Mente Israele nega l’accesso a Gaza alle Ong. Mentre l’Europa si riarma, i territori vengono militarizzati, il dissenso silenziato e le proteste criminalizzate, la macchina mediatica con la sua produzione di paura si riverbera su una sfera pubblica capace solo di proporre legge e ordine. Mentre un atto di pirateria internazionale cattura il presidente eletto del Venezuela, Maduro, e riafferma il diritto della forza e la proprietà esclusiva di risorse energetiche, sequestrando e distruggendo il mondo.
Dopo Gaza, quale filosofia?
Dopo Gaza e dall’interno di Gaza la filosofia è “palestinese”. Palestinese vuol dire che la filosofia, malgrado si produca molto di filosofico che è semplicemente evanescente, rimane segno critico, contrassegno di resistenza, non luogo di appartenenza o univoca espressione di un’identità di classe, razza, nazione. Al contrario, contaminandosi, diviene filosofia nomade, filosofia della diaspora, filosofia “trans”. Una filosofia resistente all’antisemitismo e al sionismo. Resistente alla politica mondiale.
La filosofia è anzitutto segno; è l’insieme storico, soggettivo e comune dei segni con cui si pensa: con cui si prende posizione in parole, cose e azioni. Pensare è “di parte”, è errare; ma è radicale nel senso di una radice nomade, di una terra non di un territorio. Pensare è sconfinare, liberare i confini dalle frontiere.
Come pensare se non nei termini di una filosofia storica? Una filosofia storica è una filosofia della comune. La comune è storica, nel senso che si realizza ai margini, al di sotto, al di sopra e attraversando gli stati nazionali e le loro trasformazioni, e nei momenti di recrudescenza della “nazione”. La comune è comune facoltà di pensare il campo, il modo e la pratica del corpo e del linguaggio. Una filosofia della comune è critica della nozione universale, dell’universalismo che ha animato il pensiero “globale”, e non può tornare all’universale per sfuggire alla cattura. Una filosofia “può”, nel senso che permette di pensare se non corteggia la muta pratica dell’”irrazionale” contro gli esiti, anch’essi secolari, della ragione strumentale. Può invece curare una sensibilità razionale o una ragione sensibile per una vita non fascista; anzitutto, come indicava Walter Benjamin, strappando al fascismo la tradizione e demolendone i miti. Di questa elaborazione e dell’ignoranza antisemita che circola e si estende, deve incaricarsi una filosofia “dopo Gaza”.
Una filosofia critica, di resistenza; una filosofia storica; una filosofia della comune; una filosofia post-coloniale perché è archeologia del colonialismo, è indagine su forme vecchie e nuove di dominio e di razzismo, ed è infine giornalismo filosofico. Sembra essere questo il campo di intervento di un pensiero che raccoglie.
Lo scorso febbraio commentando il libro di Franco “Bifo” Berardi, Pensare dopo Gaza, abbiamo scritto che la conversione alla civiltà è stato il tentativo di subordinare la ferocia alla politica. Dopo Gaza quel tentativo è fallito. Ma, aggiungiamo, è “prima” di Gaza che qualsiasi politica è fallita, e lo è stata nel perverso esercizio della ragione governamentale, sia nelle istituzioni liberal-democratiche, sia nei regimi autoritari. Oggi, uno sguardo lucido penetra la realtà, fino a pochi anni fa indicibile, dell’apartheid e del colonialismo secolare imposto da Israele nei territori palestinesi occupati.
È lo sguardo di un giornalismo filosofico sulle contraddizioni e i conflitti in Medioriente e sui problemi, anch’essi secolari, che, dalla fine della prima guerra mondiale, hanno prodotto l’attuale realtà. È il giornalismo praticato da chi rischia la vita e viene ucciso dai poteri di guerra, – ed è pratica quotidiana di quei rari giornali, periodici e siti di informazione, che sopravvivono alle intimidazioni e alle censure dei governi. Una difficile riflessione filosofica si è affacciata in articoli di quotidiani davvero indipendenti, nei reportage delle organizzazioni umanitarie, nel report di Francesca Albanese sull’economia del genocidio e nelle cronache di giornalisti e critici che continuano a testimoniare.
Tra il 7 ottobre 2023 e oggi si è sviluppata una vasta letteratura storico-politica su Israele, Palestina, sionismo, ebraismo, resistenza, guerra e geopolitica mediorientale. È una letteratura che distingue due generi, la cronaca di informazione e la saggistica, mentre emerge, giustissima, una poesia, una narrativa e un’arte palestinese che testimoniano quanto Michel Foucault pronosticava agli inizi degli scorsi anni settanta: che una cultura non capitalista non può nascere che fuori dall’occidente; il compito di inventarla è dei non occidentali.
Gideon Levy, giornalista del quotidiano “Haaretz”, ha raccolto in Killing Gaza 93 articoli, dal 2014 al giugno 2025, in cui è tracciata la storia recente dei «crimini commessi dal tuo Paese e dal tuo esercito… descrivere la vita e la morte all’interno di un altro popolo che vive schiacciato dalla conquista del tuo stesso Stato». Diviso in due parti, prima e dopo il 7 ottobre, il testo è un diario dolente, minoritario e minacciato, della verità quotidiana del “ghetto” di Gaza (2021), dell’ingiunzione al mondo di costringere Israele alla pace (febbraio 2024) e della triste previsione che non obbedirà all’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia e «recluterà Washington nel sabotaggio del diritto internazionale».
Come pensare dopo Gaza è il tema inevitabile di un testo importante, La filosofia di fronte al genocidio. Si tratta di una conversazione di Luca Salza, docente di letteratura italiana e storia delle idee a Lille, con Étienne Balibar, filosofo-politico di sopraffina intelligenza, marxista critico che con Althusser ha indagato puntualmente le trasformazioni del capitalismo nei nefasti effetti di razza, classe e identità nazionale.
Le genealogie filosofiche aiutano in parte a capire il presente, che è comunque sempre incomprensibile filosoficamente e lo è in parte storicamente, attraverso un’archeologia che scorre tra Günther Anders, Anthelme, Primo Levi, Kertész, Hannah Arendt.
La prima costatazione di Balibar è che la storia è stata divisa in due dal genocidio. Il “dopo” destituisce il “prima” da cui pure procede. La seconda evidenza storico-filosofica è che la pratica dello sterminio di un popolo, gli ebrei, attuato dal nazismo, «è stato possibile perché l’Europa ha importato i metodi di concentrazione e sterminio che gli europei, inglesi e poi francesi, perpetravano nel resto del mondo dagli inizi della colonizzazione». Oggi, la colonizzazione storica della Palestina nella forma del colonialismo di insediamento, «utilizza le conseguenze dello sterminio degli ebrei al contempo come un’opportunità, come una risorsa, (demografica, intellettuale) e con una copertura ideologica».
Nel 1984, due anni dopo il massacro di Chabra e Chatila, Gilles Deleuze scriveva che
«…i palestinesi hanno percorso tutti i gironi infernali della storia: il fallimento delle soluzioni, ogni volta che erano possibili, i peggiori rovesciamenti di alleanze di cui pagavano le spese, le promesse più solenni non mantenute. E di tutto questo la loro resistenza ha dovuto nutrirsi» (Grandezza di Arafat).
Questa realtà è documentata da decenni da storici come Ilan Pappé, il cui ultimo studio, La fine di Israele, mostra che Israele e Palestina non sono gli unici stati ad avere un futuro incerto. «La Siria si è già disintegrata come Stato; il Libano è finito di recente nella categoria degli Stati falliti; e i disordini in posti come l’Iraq e, più lontano, nello Yemen, nel Sudan e in Libia», indicano che quegli stati sono investiti da cambiamenti fondamentali.
«La sorte dei palestinesi nei prossimi anni è comprensibilmente la nostra più grande preoccupazione, ma nel lungo periodo sarà la sorte degli ebrei nella Palestina storica la questione da risolvere».
Di recente storici quali Elias Sanbar e Rachid Khabili, hanno dimostrato che l’analisi è più complicata ed evita di ridursi al suo schema binario.
Come scrive Saree Makdisi, docente di di inglese e Letteratura Comparata all’Università di California, il livello di censura e di repressione di questa storia «non era necessario in un’epoca in cui prevaleva la narrazione israeliana dell’innocenza progressista: è necessario solo ora perché quella narrazione è andata perduta. Ciò che sembra la forza del sionismo in Occidente, è in realtà il segno più evidente della sua debolezza terminale…» (La tolleranza è una terra desolata, 2025). Il sionismo, fin dai fondatori, Herzl e Weizman, è insieme un nazionalismo europeo e un “orientalismo” che ha considerato “barbari” i popoli orientali. La convinzione si è saldata al “messianesimo laico” dello stato di Israele che ne ha giustificato la potenza tecnologica e militare.
Tutti questi elementi hanno delineato posizioni plurime, della diaspora ebraica e degli arabi israeliani, delle comunità ebraiche, oggi per lo più schiacciate sull’ideologia nazionalista, e di singole e singoli intellettuali, gruppi e collettivi critici e antisionisti.
D’altra parte, come ha segnalato Gad Lerner in Gaza. Odio e amore per Israele, la destra si è fatta sionista ed «essere diventati i più fedeli amici degli ebrei, ormai, a destra, lo si porta come un fiore all’occhiello». Il sionismo dei non ebrei è un “sionismo cristiano”, corrente formatasi negli Stati Uniti circa mezzo secolo fa all’interno delle congregazioni evangeliche. Passato un secolo, «gli eredi di coloro che agitavano lo spauracchio dell’universalismo ebraico, dando credito alla cospirazione dei Protocolli dei Savi di Sion… proprio loro sono giunti a vedere nello Stato ebraico un modello ideale di riferimento.» I discendenti della destra antisemita «salutano nell’esperimento israeliano il portabandiera di una nuova destra sovranista, volitiva, refrattaria ai vincoli delle istituzioni sovranazionali»; e oltremodo feroce. Il sovranismo patriottico «aveva bisogno di trovare un nuovo riferimento teorico, per rimpiazzare i pensatori di destra compromessi con le pagine più buie del secolo scorso». Nelle comunità ebraiche il tempo di guerra «ha infranto quello che era parso un imperativo ferreo: mai più con i fascisti e con i loro eredi».
D’altra parte è intensa la commistione di interessi privati «che ha rinsaldato negli ultimi anni il legame fra le componenti dell’establishment israeliano e i loro interlocutori della destra europea», soprattutto nei settori dell’intelligence, dei sistemi di sicurezza e dell’energia.
Nel 1984, racconta Gad Lerner, «Telefonai a Primo Levi dalla redazione dell’“Espresso” proponendogli di riflettere sui difficili rapporti tra Israele e la diaspora ebraica». Nel governo Shamir, insieme a Sharon, era stato nominato ministro anche «un seguace del rabbino estremista Meir Kahane, fautore della deportazione forzata dei palestinesi fuori dai confini della Grande Israele. Primo Levi ne rimase colpito». Osservò: «Mi sono convinto che il ruolo di Israele come baricentro unificatore dell’ebraismo adesso… è in una fase di eclissi. Bisogna quindi che il baricentro dell’ebraismo si rovesci, torni fuori di Israele, torni fra noi ebrei della diaspora…». Invece, «il partito razzista si sarebbe consolidato in Israele a dispetto dell’incriminazione che escluse il rabbino Kahane dalla Knesset».
Bisogna rivoltarsi parlando in prima persona, dice Balibar. La filosofia “dopo Gaza” prevede il coraggio della verità.
Roberta de Monticelli scrive che mai dopo Gaza, a Gaza e in Cisgiordania «s’era vista accendersi più sfolgorante la luminaria del vero… perché i vincoli che diamo alla nostra ferocia e idiozia hanno questo di divino: che più sono violati, più accendono luci sul vero… mai fu più vero l’annuncia che viene da Betlemme, mai tanta luce viene dalla Palestina. Mai tanta verità s’era accesa sul sangue della strage degli innocenti” (La Palestina e la luminaria del vero. Preghiera del solstizio d’inverno, “il manifesto” 30 dicembre 2025).
È la bianchezza dei sudari (kafan) nella dolorosa parola narrata da Paola Caridi in Sudari. Elegia per Gaza. Nascondono i corpi agli occhi del mondo e illuminano «il segno della strage, del genocidio della nostra vita, individuale e collettiva, europea e globale». Il velo, il telo, il sudario, il lenzuolo funebre. «Un pezzo di stoffa rende il corpo invisibile… e allo stesso tempo è come se proteggesse dalla vista della morte. Dalla paura, dal terrore, dalla guerra».
Nel racconto del poeta Nabil Bey Salaneh, «Dopo che l’acqua ha compiuto il suo canto, viene il momento del bianco. Il corpo non si veste più con abiti del mondo: ora viene avvolto – come un neonato, come una preghiera, come un silenzio… Come se dicessimo: ‘Torna nudo ma rispettato. Torna spoglio, ma protetto’…».
Poesia, rito, luce, scrive Paola Caridi. «E nome. Perché nessun nome bisogna dimenticare, degli uccisi e dei sommersi nel genocidio palestinese a Gaza. Dare nome, a un corpo da seppellire… Dare nome e raccontare un amore. “Mio marito, il mio innamorato…”. Resta, come imperativo, fermare il genocidio e rendere giustizia. Il poeta Refaat Alareer, ucciso la notte del 6 dicembre 2023, chiese di farlo bianco l’aquilone, con una lunga coda».
Ogni liberazione deve passare nel gioco dell’immaginazione
In un’archeologia della visione che è un altro punto di senso della filosofia “dopo Gaza”, il biancore dell’aquilone è segno di una presenza che richiama l’angelo retto da un lenzuolo che si posa sopra il San Matteo delle pale di Caravaggio nella Cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi. Quella posa testimonia, – afferma Nadia Fusini, che ogni liberazione deve passare nel gioco dell’immaginazione.
«Dovremo coraggiosamente inoltrarci in un differente grado, o stadio di realtà, che ha molto a che fare con il sogno, fin con l’allucinazione, il delirio… per fare esperienza di verità che sono al di là della ragione».
Caravaggio a Gaza, ha scritto lo storico dell’arte Tomaso Montanari, «non avrebbe dipinto i mandanti, il governo israeliano, i politici fanatici assetati di sangue. Non li avrebbe degnati di uno sguardo: avrebbe semmai dipinto i soldati delle forze armate israeliane, ma solo quelli nei cui sguardi avesse colto la riluttanza, il pentimento, il dolore, il disagio. I suoi carnefici sono tutti tristi, travolti anche loro dalla morte che danno».
L’esercizio dell’arte è questo sapere indispensabile, che può o meno divenire conoscenza, ma che genera conversione e incontra il sapere come sponda contraria alla realtà costruita.
La storica Anna Foa in un saggio essenziale, Il suicidio di Israele, ricostruisce in sintesi la storia del sionismo, delle responsabilità storica dell’Europa e dell’occidente e di quelle del governo Netanyahu nel massacro del 7 ottobre 2023. «Si dice che Israele è un paese democratico… senza considerare che un paese che porta avanti un’occupazione da oltre cinquant’anni esercita almeno una democrazia limitata». Questa considerazione smonta l’identificazione di antisionismo e antisemitismo, usata dal governo israeliano e perseguita dalle destre suprematiste e dai liberaldemocratici europei che hanno deciso il riarmo, per legittimare i bombardamenti e la pulizia etnica in Cisgiordania e reprimere le proteste mondiali. La sintesi storica tracciata da Anna Foa rende ragione sia della dispersione di «ciò su cui si era tanto costruito dai testimoni della Shoah e che l’uso cinico che Netanhyau fa della Shoah ha compromesso» – sia del pensiero ebraico, della sua ricchezza, avvolta oggi dall’ignoranza di quanti identificano ebraismo e Israele.
Premesso, con Anna Foa, che «L’attacco del 7 ottobre è stato un terribile choc per Israele… Fra i civili assassinati, gli abitanti dei kibbutzim al confine con la Striscia di Gaza, in grande maggioranza abitati da laici, impegnati nella battaglia per la pace», e che il terrore era proprio quanto Hamas voleva, – alla strage è seguita una narrazione che ha congelato il 7 ottobre. Da allora è come se il 7 ottobre fosse l’unico giorno della storia e come se nulla fosse successo prima per renderla possibile. Makdisi scrive che «fermare un orologio al 7 ottobre è esattamente ciò che fa funzionare l’altro orologio, quello del genocidio». Come se
«75 anni di diritti abrogati, la detenzione di decine di migliaia di uomini, donne e bambini, i posti di blocco e le irruzioni nelle case, la pulizia etnica, la demolizione delle abitazioni, il rapimento di ragazzini, i bombardamenti casuali, l’espropriazione, la tortura, lo stupro, l’omicidio, gli abusi, la negazione della mobilità, la deprivazione, la punizione, l’assedio, non fossero mai avvenuti».
Il che non significa negare gli atti di terrorismo di Hamas, finanziato fino al giorno prima da Netanhyau in funzione anti-ANP, la guerra secolare con Hezbollah e l’Iran, l’apertura di un fonte con la Siria.
Significa pensare storicamente.
Bibliografia
Francesca Albanese, From economy of occupation to economy of genocide. Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967. ohchr.org
Hannah Arendt, Ripensare il sionismo (ottobre 1945), in Ebraismo e modernità, trad.it. G. Bettini, Feltrinelli, Milano 1993.
Étienne Balibar – Luca Salza, La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, cronopio, Napoli 2025.
Franco Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo, Palermo 2025.
Paola Caridi, Sudari. Elegia per Gaza, Feltrinelli, Milano 2025.
Gilles Deleuze, Grandezza di Arafat. Con un saggio di Francois Chatelet, trad.it. A. Moscati, Cronopio, Napoli 2002.
Roberta de Monticelli, La Palestina e la luminaria del vero. Preghiera del solstizio d’inverno, “il manifesto” 30 dicembre 2025.
Anna Foa, Il suicidio di Israele, Editori Laterza, Bari-Roma 2025.
Gad Lerner, Gaza. Odio e amore per Israele, Feltrinelli, Milano 2025.
Gideon Lévy, Killing Gaza. Cronaca di una catastrofe, trad.it. G. Dina, Meltemi editore, Milano 2025.
Saree Makdisi, La tolleranza è una terra desolata. Come si nega un genocidio trad.it. V. Binetti, DeriveApprodi, Bologna 2025.
Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, trad. it. N. Mataldi, Fazi editore, Roma 2025.
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