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Quale filosofia dopo Gaza? [parte I]
ABBIAMO BISOGNO DI PROVARE AD APRIRE IL PENSIERO A RELAZIONI IMPENSATE TRA PAROLE, COSE E AZIONI. DOPO GAZA E MENTRE ANCORA A GAZA C’È MASSACRO IN FORMA DI TREGUA, DI ROVINE, DI FREDDO, DI FANGO E DI BLOCCO DEGLI AIUTI Acquerello e inchiostro su carta ruvida: disegno (su commissione) di Gianluca Foglia Fogliazza -------------------------------------------------------------------------------- L’intento di questo scritto in due parti è aprire uno spazio di riflessione. Uno spazio di intervento che sia al contempo analitico e di liberazione; che oltrepassi l’adesione a un campo. Uno spazio che non si limiti alla difesa della critica, comunque sempre necessaria, ma si costituisca come campo di possibilità pratiche. Urlare lo stato del mondo è urgente e importante. Da tempo si è preso atto che non si può contrastare frontalmente la forza e la ferocia. Ma mentre si urla, la navigazione si fa nelle tempesta del confronto tra forza e diritto, tra guerra e politica, nel senso di una politica della vita, che è ciò che davvero è in questione. Perché il “governo del caos e dell’automa” è comunque una forma di diritto, cioè un modo di governare che assume la fine delle relazioni tra stati nel dominio transnazionale. Per questo è urgente un pensiero della destituzione e della diserzione, cioè fare un’eresia filosofico-politica. Si tratterebbe da un lato di condurre la pratica filosofica alla diserzione, dall’altro, di provare ad aprire il pensiero a relazioni impensate tra parole, cose e azioni. Dopo Gaza e mentre ancora a Gaza c’è massacro in forma di tregua, di rovine, di freddo, di fango e di blocco degli aiuti. Mentre in Cisgiordania continuano gli assalti dei coloni ai villaggi palestinesi. Mentre, malgrado le proteste mondiali per fermare il genocidio, prosegue il commercio di armi con Israele, la sistematica disinformazione e la “fase 2” della “pace” di Trump decide la ricostruzione di Gaza senza palestinesi. Mente Israele nega l’accesso a Gaza alle Ong. Mentre l’Europa si riarma, i territori vengono militarizzati, il dissenso silenziato e le proteste criminalizzate, la macchina mediatica con la sua produzione di paura si riverbera su una sfera pubblica capace solo di proporre legge e ordine. Mentre un atto di pirateria internazionale cattura il presidente eletto del Venezuela, Maduro, e riafferma il diritto della forza e la proprietà esclusiva di risorse energetiche, sequestrando e distruggendo il mondo. Dopo Gaza, quale filosofia? Dopo Gaza e dall’interno di Gaza la filosofia è “palestinese”. Palestinese vuol dire che la filosofia, malgrado si produca molto di filosofico che è semplicemente evanescente, rimane segno critico, contrassegno di resistenza, non luogo di appartenenza o univoca espressione di un’identità di classe, razza, nazione. Al contrario, contaminandosi, diviene filosofia nomade, filosofia della diaspora, filosofia “trans”. Una filosofia resistente all’antisemitismo e al sionismo. Resistente alla politica mondiale. La filosofia è anzitutto segno; è l’insieme storico, soggettivo e comune dei segni con cui si pensa: con cui si prende posizione in parole, cose e azioni. Pensare è “di parte”, è errare; ma è radicale nel senso di una radice nomade, di una terra non di un territorio. Pensare è sconfinare, liberare i confini dalle frontiere. Come pensare se non nei termini di una filosofia storica? Una filosofia storica è una filosofia della comune. La comune è storica, nel senso che si realizza ai margini, al di sotto, al di sopra e attraversando gli stati nazionali e le loro trasformazioni, e nei momenti di recrudescenza della “nazione”. La comune è comune facoltà di pensare il campo, il modo e la pratica del corpo e del linguaggio. Una filosofia della comune è critica della nozione universale, dell’universalismo che ha animato il pensiero “globale”, e non può tornare all’universale per sfuggire alla cattura. Una filosofia “può”, nel senso che permette di pensare se non corteggia la muta pratica dell’”irrazionale” contro gli esiti, anch’essi secolari, della ragione strumentale. Può invece curare una sensibilità razionale o una ragione sensibile per una vita non fascista; anzitutto, come indicava Walter Benjamin, strappando al fascismo la tradizione e demolendone i miti. Di questa elaborazione e dell’ignoranza antisemita che circola e si estende, deve incaricarsi una filosofia “dopo Gaza”. Una filosofia critica, di resistenza; una filosofia storica; una filosofia della comune; una filosofia post-coloniale perché è archeologia del colonialismo, è indagine su forme vecchie e nuove di dominio e di razzismo, ed è infine giornalismo filosofico. Sembra essere questo il campo di intervento di un pensiero che raccoglie. Lo scorso febbraio commentando il libro di Franco “Bifo” Berardi, Pensare dopo Gaza, abbiamo scritto che la conversione alla civiltà è stato il tentativo di subordinare la ferocia alla politica. Dopo Gaza quel tentativo è fallito. Ma, aggiungiamo, è “prima” di Gaza che qualsiasi politica è fallita, e lo è stata nel perverso esercizio della ragione governamentale, sia nelle istituzioni liberal-democratiche, sia nei regimi autoritari. Oggi, uno sguardo lucido penetra la realtà, fino a pochi anni fa indicibile, dell’apartheid e del colonialismo secolare imposto da Israele nei territori palestinesi occupati. È lo sguardo di un giornalismo filosofico sulle contraddizioni e i conflitti in Medioriente e sui problemi, anch’essi secolari, che, dalla fine della prima guerra mondiale, hanno prodotto l’attuale realtà. È il giornalismo praticato da chi rischia la vita e viene ucciso dai poteri di guerra, – ed è pratica quotidiana di quei rari giornali, periodici e siti di informazione, che sopravvivono alle intimidazioni e alle censure dei governi. Una difficile riflessione filosofica si è affacciata in articoli di quotidiani davvero indipendenti, nei reportage delle organizzazioni umanitarie, nel report di Francesca Albanese sull’economia del genocidio e nelle cronache di giornalisti e critici che continuano a testimoniare. Tra il 7 ottobre 2023 e oggi si è sviluppata una vasta letteratura storico-politica su Israele, Palestina, sionismo, ebraismo, resistenza, guerra e geopolitica mediorientale. È una letteratura che distingue due generi, la cronaca di informazione e la saggistica, mentre emerge, giustissima, una poesia, una narrativa e un’arte palestinese che testimoniano quanto Michel Foucault pronosticava agli inizi degli scorsi anni settanta: che una cultura non capitalista non può nascere che fuori dall’occidente; il compito di inventarla è dei non occidentali. Gideon Levy, giornalista del quotidiano “Haaretz”, ha raccolto in Killing Gaza 93 articoli, dal 2014 al giugno 2025, in cui è tracciata la storia recente dei «crimini commessi dal tuo Paese e dal tuo esercito… descrivere la vita e la morte all’interno di un altro popolo che vive schiacciato dalla conquista del tuo stesso Stato». Diviso in due parti, prima e dopo il 7 ottobre, il testo è un diario dolente, minoritario e minacciato, della verità quotidiana del “ghetto” di Gaza (2021), dell’ingiunzione al mondo di costringere Israele alla pace (febbraio 2024) e della triste previsione che non obbedirà all’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia e «recluterà Washington nel sabotaggio del diritto internazionale». Come pensare dopo Gaza è il tema inevitabile di un testo importante, La filosofia di fronte al genocidio. Si tratta di una conversazione di Luca Salza, docente di letteratura italiana e storia delle idee a Lille, con Étienne Balibar, filosofo-politico di sopraffina intelligenza, marxista critico che con Althusser ha indagato puntualmente le trasformazioni del capitalismo nei nefasti effetti di razza, classe e identità nazionale. Le genealogie filosofiche aiutano in parte a capire il presente, che è comunque sempre incomprensibile filosoficamente e lo è in parte storicamente, attraverso un’archeologia che scorre tra Günther Anders, Anthelme, Primo Levi, Kertész, Hannah Arendt. La prima costatazione di Balibar è che la storia è stata divisa in due dal genocidio. Il “dopo” destituisce il “prima” da cui pure procede. La seconda evidenza storico-filosofica è che la pratica dello sterminio di un popolo, gli ebrei, attuato dal nazismo, «è stato possibile perché l’Europa ha importato i metodi di concentrazione e sterminio che gli europei, inglesi e poi francesi, perpetravano nel resto del mondo dagli inizi della colonizzazione». Oggi, la colonizzazione storica della Palestina nella forma del colonialismo di insediamento, «utilizza le conseguenze dello sterminio degli ebrei al contempo come un’opportunità, come una risorsa, (demografica, intellettuale) e con una copertura ideologica». Nel 1984, due anni dopo il massacro di Chabra e Chatila, Gilles Deleuze scriveva che «…i palestinesi hanno percorso tutti i gironi infernali della storia: il fallimento delle soluzioni, ogni volta che erano possibili, i peggiori rovesciamenti di alleanze di cui pagavano le spese, le promesse più solenni non mantenute. E di tutto questo la loro resistenza ha dovuto nutrirsi» (Grandezza di Arafat). Questa realtà è documentata da decenni da storici come Ilan Pappé, il cui ultimo studio, La fine di Israele, mostra che Israele e Palestina non sono gli unici stati ad avere un futuro incerto. «La Siria si è già disintegrata come Stato; il Libano è finito di recente nella categoria degli Stati falliti; e i disordini in posti come l’Iraq e, più lontano, nello Yemen, nel Sudan e in Libia», indicano che quegli stati sono investiti da cambiamenti fondamentali. «La sorte dei palestinesi nei prossimi anni è comprensibilmente la nostra più grande preoccupazione, ma nel lungo periodo sarà la sorte degli ebrei nella Palestina storica la questione da risolvere». Di recente storici quali Elias Sanbar e Rachid Khabili, hanno dimostrato che l’analisi è più complicata ed evita di ridursi al suo schema binario. Come scrive Saree Makdisi, docente di di inglese e Letteratura Comparata all’Università di California, il livello di censura e di repressione di questa storia «non era necessario in un’epoca in cui prevaleva la narrazione israeliana dell’innocenza progressista: è necessario solo ora perché quella narrazione è andata perduta. Ciò che sembra la forza del sionismo in Occidente, è in realtà il segno più evidente della sua debolezza terminale…» (La tolleranza è una terra desolata, 2025). Il sionismo, fin dai fondatori, Herzl e Weizman, è insieme un nazionalismo europeo e un “orientalismo” che ha considerato “barbari” i popoli orientali. La convinzione si è saldata al “messianesimo laico” dello stato di Israele che ne ha giustificato la potenza tecnologica e militare. Tutti questi elementi hanno delineato posizioni plurime, della diaspora ebraica e degli arabi israeliani, delle comunità ebraiche, oggi per lo più schiacciate sull’ideologia nazionalista, e di singole e singoli intellettuali, gruppi e collettivi critici e antisionisti. D’altra parte, come ha segnalato Gad Lerner in Gaza. Odio e amore per Israele, la destra si è fatta sionista ed «essere diventati i più fedeli amici degli ebrei, ormai, a destra, lo si porta come un fiore all’occhiello». Il sionismo dei non ebrei è un “sionismo cristiano”, corrente formatasi negli Stati Uniti circa mezzo secolo fa all’interno delle congregazioni evangeliche. Passato un secolo, «gli eredi di coloro che agitavano lo spauracchio dell’universalismo ebraico, dando credito alla cospirazione dei Protocolli dei Savi di Sion… proprio loro sono giunti a vedere nello Stato ebraico un modello ideale di riferimento.» I discendenti della destra antisemita «salutano nell’esperimento israeliano il portabandiera di una nuova destra sovranista, volitiva, refrattaria ai vincoli delle istituzioni sovranazionali»; e oltremodo feroce. Il sovranismo patriottico «aveva bisogno di trovare un nuovo riferimento teorico, per rimpiazzare i pensatori di destra compromessi con le pagine più buie del secolo scorso». Nelle comunità ebraiche il tempo di guerra «ha infranto quello che era parso un imperativo ferreo: mai più con i fascisti e con i loro eredi». D’altra parte è intensa la commistione di interessi privati «che ha rinsaldato negli ultimi anni il legame fra le componenti dell’establishment israeliano e i loro interlocutori della destra europea», soprattutto nei settori dell’intelligence, dei sistemi di sicurezza e dell’energia. Nel 1984, racconta Gad Lerner, «Telefonai a Primo Levi dalla redazione dell’“Espresso” proponendogli di riflettere sui difficili rapporti tra Israele e la diaspora ebraica». Nel governo Shamir, insieme a Sharon, era stato nominato ministro anche «un seguace del rabbino estremista Meir Kahane, fautore della deportazione forzata dei palestinesi fuori dai confini della Grande Israele. Primo Levi ne rimase colpito». Osservò: «Mi sono convinto che il ruolo di Israele come baricentro unificatore dell’ebraismo adesso… è in una fase di eclissi. Bisogna quindi che il baricentro dell’ebraismo si rovesci, torni fuori di Israele, torni fra noi ebrei della diaspora…». Invece, «il partito razzista si sarebbe consolidato in Israele a dispetto dell’incriminazione che escluse il rabbino Kahane dalla Knesset». Bisogna rivoltarsi parlando in prima persona, dice Balibar. La filosofia “dopo Gaza” prevede il coraggio della verità. Roberta de Monticelli scrive che mai dopo Gaza, a Gaza e in Cisgiordania «s’era vista accendersi più sfolgorante la luminaria del vero… perché i vincoli che diamo alla nostra ferocia e idiozia hanno questo di divino: che più sono violati, più accendono luci sul vero… mai fu più vero l’annuncia che viene da Betlemme, mai tanta luce viene dalla Palestina. Mai tanta verità s’era accesa sul sangue della strage degli innocenti” (La Palestina e la luminaria del vero. Preghiera del solstizio d’inverno, “il manifesto” 30 dicembre 2025). È la bianchezza dei sudari (kafan) nella dolorosa parola narrata da Paola Caridi in Sudari. Elegia per Gaza. Nascondono i corpi agli occhi del mondo e illuminano «il segno della strage, del genocidio della nostra vita, individuale e collettiva, europea e globale». Il velo, il telo, il sudario, il lenzuolo funebre. «Un pezzo di stoffa rende il corpo invisibile… e allo stesso tempo è come se proteggesse dalla vista della morte. Dalla paura, dal terrore, dalla guerra». Nel racconto del poeta Nabil Bey Salaneh, «Dopo che l’acqua ha compiuto il suo canto, viene il momento del bianco. Il corpo non si veste più con abiti del mondo: ora viene avvolto – come un neonato, come una preghiera, come un silenzio… Come se dicessimo: ‘Torna nudo ma rispettato. Torna spoglio, ma protetto’…». Poesia, rito, luce, scrive Paola Caridi. «E nome. Perché nessun nome bisogna dimenticare, degli uccisi e dei sommersi nel genocidio palestinese a Gaza. Dare nome, a un corpo da seppellire… Dare nome e raccontare un amore. “Mio marito, il mio innamorato…”. Resta, come imperativo, fermare il genocidio e rendere giustizia. Il poeta Refaat Alareer, ucciso la notte del 6 dicembre 2023, chiese di farlo bianco l’aquilone, con una lunga coda». Ogni liberazione deve passare nel gioco dell’immaginazione In un’archeologia della visione che è un altro punto di senso della filosofia “dopo Gaza”, il biancore dell’aquilone è segno di una presenza che richiama l’angelo retto da un lenzuolo che si posa sopra il San Matteo delle pale di Caravaggio nella Cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi. Quella posa testimonia, – afferma Nadia Fusini, che ogni liberazione deve passare nel gioco dell’immaginazione. «Dovremo coraggiosamente inoltrarci in un differente grado, o stadio di realtà, che ha molto a che fare con il sogno, fin con l’allucinazione, il delirio… per fare esperienza di verità che sono al di là della ragione». Caravaggio a Gaza, ha scritto lo storico dell’arte Tomaso Montanari, «non avrebbe dipinto i mandanti, il governo israeliano, i politici fanatici assetati di sangue. Non li avrebbe degnati di uno sguardo: avrebbe semmai dipinto i soldati delle forze armate israeliane, ma solo quelli nei cui sguardi avesse colto la riluttanza, il pentimento, il dolore, il disagio. I suoi carnefici sono tutti tristi, travolti anche loro dalla morte che danno». L’esercizio dell’arte è questo sapere indispensabile, che può o meno divenire conoscenza, ma che genera conversione e incontra il sapere come sponda contraria alla realtà costruita. La storica Anna Foa in un saggio essenziale, Il suicidio di Israele, ricostruisce in sintesi la storia del sionismo, delle responsabilità storica dell’Europa e dell’occidente e di quelle del governo Netanyahu nel massacro del 7 ottobre 2023. «Si dice che Israele è un paese democratico… senza considerare che un paese che porta avanti un’occupazione da oltre cinquant’anni esercita almeno una democrazia limitata». Questa considerazione smonta l’identificazione di antisionismo e antisemitismo, usata dal governo israeliano e perseguita dalle destre suprematiste e dai liberaldemocratici europei che hanno deciso il riarmo, per legittimare i bombardamenti e la pulizia etnica in Cisgiordania e reprimere le proteste mondiali. La sintesi storica tracciata da Anna Foa rende ragione sia della dispersione di «ciò su cui si era tanto costruito dai testimoni della Shoah e che l’uso cinico che Netanhyau fa della Shoah ha compromesso» – sia del pensiero ebraico, della sua ricchezza, avvolta oggi dall’ignoranza di quanti identificano ebraismo e Israele. Premesso, con Anna Foa, che «L’attacco del 7 ottobre è stato un terribile choc per Israele… Fra i civili assassinati, gli abitanti dei kibbutzim al confine con la Striscia di Gaza, in grande maggioranza abitati da laici, impegnati nella battaglia per la pace», e che il terrore era proprio quanto Hamas voleva, – alla strage è seguita una narrazione che ha congelato il 7 ottobre. Da allora è come se il 7 ottobre fosse l’unico giorno della storia e come se nulla fosse successo prima per renderla possibile. Makdisi scrive che «fermare un orologio al 7 ottobre è esattamente ciò che fa funzionare l’altro orologio, quello del genocidio». Come se «75 anni di diritti abrogati, la detenzione di decine di migliaia di uomini, donne e bambini, i posti di blocco e le irruzioni nelle case, la pulizia etnica, la demolizione delle abitazioni, il rapimento di ragazzini, i bombardamenti casuali, l’espropriazione, la tortura, lo stupro, l’omicidio, gli abusi, la negazione della mobilità, la deprivazione, la punizione, l’assedio, non fossero mai avvenuti». Il che non significa negare gli atti di terrorismo di Hamas, finanziato fino al giorno prima da Netanhyau in funzione anti-ANP, la guerra secolare con Hezbollah e l’Iran, l’apertura di un fonte con la Siria. Significa pensare storicamente. -------------------------------------------------------------------------------- Bibliografia Francesca Albanese, From economy of occupation to economy of genocide. Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967. ohchr.org Hannah Arendt, Ripensare il sionismo (ottobre 1945), in Ebraismo e modernità, trad.it. G. Bettini, Feltrinelli, Milano 1993. Étienne Balibar – Luca Salza, La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, cronopio, Napoli 2025. Franco Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo, Palermo 2025. Paola Caridi, Sudari. Elegia per Gaza, Feltrinelli, Milano 2025. Gilles Deleuze, Grandezza di Arafat. Con un saggio di Francois Chatelet, trad.it. A. Moscati, Cronopio, Napoli 2002. Roberta de Monticelli, La Palestina e la luminaria del vero. Preghiera del solstizio d’inverno, “il manifesto” 30 dicembre 2025. Anna Foa, Il suicidio di Israele, Editori Laterza, Bari-Roma 2025. Gad Lerner, Gaza. Odio e amore per Israele, Feltrinelli, Milano 2025. Gideon Lévy, Killing Gaza. Cronaca di una catastrofe, trad.it. G. Dina, Meltemi editore, Milano 2025. Saree Makdisi, La tolleranza è una terra desolata. Come si nega un genocidio trad.it. V. Binetti, DeriveApprodi, Bologna 2025. Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, trad. it. N. Mataldi, Fazi editore, Roma 2025. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quale filosofia dopo Gaza? [parte I] proviene da Comune-info.
Il Politico nella storia dell’analisi economica. Una discussione sulla nuova edizione di “Filosofia Economica” di Adelino Zanini – di Stefano Lucarelli
In questi tempi terribili cimentarsi con un testo dedicato alla relazione fra fondamenti economici e categorie politiche può sembrare il vezzo di un Don Ferrante, l’erudito manzoniano che dinanzi alla pestilenza si rifugia nelle riflessioni filosofiche: “Non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio [...]
Militarizzazione universitaria: Filosofia per militari da Bologna a Modena
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è già intervenuto sul diniego dell’Università di Bologna a istituire un corso di laurea specifico per i cadetti dell’Accademia. Ma davanti alle fondate osservazione dell’Ateneo bolognese, i militari non hanno saputo muovere obiezioni di sorta, si sono semplicemente spostati di pochi chilometri trovando accoglienza in altro Ateneo della Regione Emilia Romagna (clicca qui per la notizia). Non è in gioco la libertà del cadetto militare di iscriversi alle facoltà universitaria. Se questo fosse stato il problema, ci saremmo attivati per garantirne l’accesso all’Università come ogni altro studente. Il discorso è ben diverso da come è stato presentato da alcuni media interessati solo alla canea mediatica, a presentare i vertici militari vittime, a prescindere, di pericolosi e irrazionali veti di parte burocratica su pressione sindacale e studentesca. Costruire un percorso universitario ad hoc per gli ufficiali, quando mancano risorse per le attività normali universitarie, quando si chiude la porta a migliaia di ricercatori impedendone la stabilizzazione dopo anni di ricerca e pubblicazioni, questo lo trovate equo ed etico? E se il corso ad hoc per i soli cadetti viene respinto nell’Università di Bologna trasloca in altra città, presso Scienze strategiche del dipartimento di Giurisprudenza, per farlo hanno perfino modificato l’ordinamento didattico del corso per l’anno accademico 2026-2027. La domanda alla quale rispondere non è se sia corretta o scorretta questa procedura, ma se le pressioni dei settori militari, del Ministero possano avere la meglio e imporre certe volontà: due pesi e due misure inaccettabili che confermano la preferenza da accordare all’economia di guerra e a ogni richiesta delle forze armate. E dalla stampa locale apprendiamo che tra le materia ci sono anche le tecnologie duali, quelle per capirci utilizzabili in ambito civile e militari e sulle quali puntano le multinazionali del complesso industrial-militare. Non ci capacitiamo come si possa parlare, da parte del Ministero, del ripristino del sapere critico nell’università a seguito della decisione dell’ateneo di Modena che leggiamo come una sorta di capitolazione della libertà della ricerca e delle autorità universitarie ai voleri della guerra, della militarizzazione con tanto di interventi atti a modificare l’ordinamento didattico per accordare un corso di laurea ad hoc. Una decisione per noi inaccettabile specie se pensiamo alle migliaia di studenti e studentesse che nell’università chiedono maggiore frequenza delle sessioni di esame e delle lezioni e vengono sovente ignorati dalle autorità accademiche. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Bloch, Lukács e il farsi delle cose
PER CERCARE QUALCHE LUCE NEL BUIO DI QUESTO TEMPO PUÒ ESSERE D’AIUTO AGGRAPPARSI A UN’IDEA DI ATTESA DI MONDI NUOVI NON COME UN ARCO VUOTO, MA COME QUALCOSA CARICO DI UN POSSIBILE LEGATO AL FARSI CONCRETO DELLE COSE E ALLA DISPONIBILITÀ AD AGIRE. UN’IDEA DI SPERANZA – PER DIRLA CON BLOCH, CHE TANTO DEVE ANCHE AL PENSIERO DI LUKÁCS – COME ATTO NON SOLO CONOSCITIVO O PROFETICO MA AGENTE NEL QUI E ORA Ernst Bloch diceva che ci sono sempre dei “lampi anticipatori di un altro mondo diverso”. A noi in questi giorni vengono in mente le straordinarie iniziative culturali e di solidarietà, l’arte murale, i carnevali sociali del Gridas inventati dal nulla 45 anni fa nella periferia di Napoli, recuperando anche uno spazio pubblico abbandonato e mettendolo a disposizione del quartiere (qui l’appello di associazioni e realtà culturali per salvare la casa del Carnevale di Scampia) -------------------------------------------------------------------------------- Durante l’ultima conferenza pubblica che Ernst Bloch tenne nella Repubblica Democratica Tedesca (la DDR, la cosiddetta Germania Orientale della “guerra fredda tra Est e Ovest), gli ascoltatori si trovarono di fronte a un concetto non scontato nell’anno 1956 a quelle latitudini, e cioè che “la libertà deve essere intesa come una categoria sociale e non come un fattore limitato esclusivamente all’ambito della soggettività”. Nella cultura del cosiddetto “socialismo reale”, l’idea di gran lunga prevalente era che la libertà come principio della vita sociale fosse una formula ingannevole, buona soltanto a giustificare l’ideologia borghese della proprietà privata. Non stupisce, perciò, che già nel dicembre del ‘56 su Neues Deutschland, il più importante quotidiano del Paese, nonché organo della SED, il Partito-Stato della Germania Orientale,i uno dei filosofi del comunismo ufficiale, Rugard Otto Gropp (che insegnava a Lipsia, nella stessa università di Bloch), scrivesse senza mezzi termini che “la filosofia di Bloch tornava a vantaggio di obiettivi politici oggettivamente reazionari”.ii E gli anni successivi saranno punteggiati da analoghi giudizi sulla sua opera, duramente bollata come “filosofia metafisica della speranza”. Mi pare molto significativo che una delle più rappresentative figure del pensiero marxista del Novecento venisse trattata con questa acrimonia. Tanto più che appena sette anni prima, nel 1949, Bloch aveva accettato con sincero entusiasmo l’incarico di direttore dell’Istituto di filosofia di Lipsia, lasciando gli Stati Uniti, dove s’era stabilito dal 1938 negli anni dell’esilio dalla Germania nazista, che lo avevano visto lungamente soggiornare anche in Svizzera e a Praga. Riteneva che la Germania Orientale avrebbe potuto essere finalmente la sua patria, la sua Itaca. E per la DDR, la sua scelta rappresentò, all’inizio, un fiore all’occhiello, poiché Ernest Bloch era già allora considerato uno dei principali filosofi viventi. In un’ampia intervista concessa nel 1974 a José Marchand per la televisione francese, più volte pubblicata col titolo “Mutare il mondo fino a renderlo riconoscibile”, egli ricorderà in questo modo gli anni di Lipsia: A Lipsia tenni nel complesso, dal 1951 fino al 1956, tre corsi di storia della filosofia da Talete fino a Heidegger. Per quanto riguardava il mio pensiero, mi tenevo, apparentemente, sempre del tutto in disparte; si trattava tuttavia di un’astuzia ben compresa anche da una larga parte dei miei uditori. I miei rapporti con gli studenti furono in generale ottimi; si offuscavano, però, tutte le volte che gli studenti erano entrati in contatto con uomini dell’apparato.iii Poi, però, ci fu il ’56, la rivolta ungherese e la repressione in Polonia e in Ungheria; e coloro che si esprimevano pubblicamente contro le logiche staliniste che caratterizzavano il “socialismo reale” non furono più tollerati. Ai primi del 1957, Bloch venne messo a riposo d’ufficio, mentre il suo amico e collega Wolfgang Harich, col quale aveva nel ‘53 fondato la Deutsche Zeitschrift für Philosophie, veniva condannato a dieci anni di carcere per attività cospirativa contro la Repubblica Democratica Tedesca.iv Bloch non fu arrestato, per quanto Harich fosse collegato palesemente a lui: “A tal proposito, giocò forse un certo ruolo la pressione esercitata dall’estero; inoltre c’erano, anche fra gli uomini di partito, alcune persone più intelligenti, le quali ritennero un simile atto politicamente sbagliato”.v La notorietà internazionale del filosofo impediva, in effetti, particolari vessazioni. La DDR si limitò perciò ad emarginarlo, senza neppure impedirgli di viaggiare all’estero per conferenze e convegni. Così, quando nel 1961 venne eretto il muro di Berlino, Bloch era in Baviera e decise, come forma di protesta, di non fare più ritorno nella Repubblica Democratica Tedesca. Il regime non reagì in modo particolare, proprio perché si liberava di un problema. Del resto, con la logica del materialismo dialettico di derivazione terzinternazionalista, il cosiddetto Diamat dell’epoca staliniana,vi Bloch era entrato in rotta di collisione già negli anni Trenta, in particolare per il suo libro Erbschaft dieser Zeit, pubblicato in Svizzera nel 1935. Quel testo proponeva una riflessione che persino a György Lukács, che pure allineato non lo fu mai ed era stato lungamente amico di Bloch fin dal 1912, sembrò un eccesso. In quel libro Bloch si proponeva di dialogare proprio con Lukács su un tema apparentemente non politico. La domanda di fondo era: in che cosa consiste l’eredità culturale del passato?vii Per Lukács le eredità positive potevano venire solo dalle epoche rivoluzionarie e, in parte, dalle epoche caratterizzate dalla elaborazione di una “cultura alta”.viii Sulle epoche rivoluzionarie c’era ovviamente concordanza con Bloch, mentre non c’era sul secondo aspetto. Bloch ha sempre ritenuto un errore l’insistenza pressoché esclusiva del suo amico, notoriamente attratto dalla letteratura del grande classicismo tedesco,ix sui soli “periodi alti della cultura”. Significava guardare unicamente ai passaggi storici caratterizzati o da conclamate precipitazioni rivoluzionarie o da un relativo equilibrio tra forze produttive e rapporti di produzione (ad esempio, l’Atene del V secolo avanti Cristo o il periodo aureo dell’Umanesimo e del Rinascimento), di modo che, oltre alle rivoluzioni, il passato ci consegnerebbe di buono solo il classicismo. Per Bloch si trattava di una visione angusta, tipica della più statica ortodossia comunista: I marxisti ortodossi credono che i periodi di disgregazione, le epoche tarde di una società non possono venire ereditate, in quanto tutto ciò sarebbe soltanto decadenza. Mentre i nazisti dicevano “marciume”, i marxisti dell’Unione Sovietica dicevano “decadenza”.x In realtà, prosegue Bloch, nei momenti di decadenza e nei periodi di disgregazione “salta la bella vernice superficiale. E si vede qualcosa che nei periodi rivoluzionari, ma anche nei cosiddetti grandi periodi di splendore di una certa epoca, non era visibile, giacché occultato sotto la bella forma, sotto gigantesche smancerie estetiche e sotto l’apparenza”. C’è in sostanza un contenuto forte nella cosiddetta “disarmonia” poiché, come direbbe Brecht, lo straniamento, cioè il porsi attivamente al di fuori dell’automatismo della percezione, e più in generale al di fuori dell’armonia col contesto, permette di collegare tra loro oggetti e temi anche molto distanti e di recuperare, all’opposto, l’elemento della divergenza anche con la realtà più prossima. Non a caso, è proprio in un’epoca di decadenza, quella della fine della Belle Époque, della guerra mondiale e dei tormentati anni Venti, che nasceva l’arte feconda del montaggio. In effetti, Bloch considera il montaggio la forma – epistemica e non solo artistica – più prossima al proletariato rivoluzionario: nel senso che con tale modalità esso arriverebbe più immediatamente a cogliere, attraverso “lampi anticipatori di un altro mondo diverso”,xi il carattere suo proprio in quanto classe sociale capace, da un lato, di vivere la contemporaneità (analogamente a quanto succede, con contenuti opposti, per la borghesia) e, dall’altro, di cogliere ciò che ancora non c’è, ma che è comunque possibile ed anzi è latente nella realtà data. La particolarità fondamentale del proletariato rivoluzionario è che esso, diversamente dalla borghesia, può proiettarsi al di là della condizione immediata della contemporaneità, agendo in essa con un consapevole straniamento. Ma questa sua peculiare potenzialità, insisteva Bloch, è riuscita a palesarsi esattamente dentro il percorso della decadenza della modernità; che non è un andare indietro ma è reale compresenza di elementi distinti. Nel libro, egli elenca i vari elementi distinti (e distintivi) della decadenza moderna, sottolineandone in particolare tre. Anzitutto, c’è la distrazione, ovvero la rappresentazione di un mondo esteriore divertente, avvincente, interessante, rappresentato emblematicamente dagli spettacoli, dal cinema di evasione, ma anche dalla sovrabbondanza di pathos estetico che si annida perfidamente nella vita pubblica, e persino nelle stesse rappresentazioni della rivoluzione. Accanto alla distrazione c’è poi l’ubriacatura, con la creazione dei grandi miti del nazionalismo e poi della razza, che sintetizzano la tendenza all’ebbrezza di questa modernità scomposta. Esiste, infine, la a-contemporaneità, particolarmente resistente nei codici comportamentali dei contadini e dei piccolo-borghesi delle città, che tentano di vivere, e in parte vivono, come i loro padri e i loro nonni. Nel loro mondo è ancora fortemente presente la vecchia struttura economica e soprattutto tecnologica, il che li porta a riflessi ideologici chiaramente fuori dal quadro della modernità. Orbene, per Bloch è proprio la logica dello straniamento che riesce a cogliere con maggiore nettezza questi distinti e compresenti universi. Come accade, ad esempio, con la pittura espressionista: In De Chirico scorgiamo una stanza con una coppia dagli indefiniti sentimenti dinanzi al camino, arrivata forse colà dopo una fuga; a sinistra una parete, a destra un’altra. Ma la parete non c’è! Su quella di sinistra una selva di bestie e serpenti che vogliono irrompere nella stanza. Sul lato destro gigantesche onde marine. In primo piano il piccolo camino a legna, selva di serpenti, onde con squali; un camino, una normale seggiola del XX secolo e una coppia moderna, abbigliata con abiti dei nostri giorni, verosimilmente di cattivo umore. Si tratta di un montaggio.xii Attenzione, però: il montaggio non lascia le cose come stavano prima, ciascuna come era in se stessa. Tutti quegli elementi, spazialmente e temporalmente distinti, si presentano nella struttura del quadro anche come contemporanei, nel senso che si fanno contemporanei, e perciò anche attuali, conquistando il nostro sguardo. In realtà, Bloch recuperava nel testo del ‘35 quello che aveva già scritto ne Lo spirito dell’utopia, uscito nel 1918 e poi ampiamente rielaborato in una nuova edizione nel 1923, particolarmente in sintonia con le elaborazioni del primo Lukács. In una intervista del 1976 a Les Nouvelles litteraires parlerà di “forte analogia” fra Spirito dell’utopia e Storia e coscienza di classe, il libro che a Lukács costò, nel 1924, una dura reprimenda da parte dell’Internazionale Comunista: Nel libro di Lukács ci sono frasi che potrebbero venire da me, e viceversa, nei miei libri contemporaneamente apparsi, ce ne sono altre che tradiscono il forte impulso di Lukács. Nel Lukács di questo periodo si trovano anche la categoria dell’utopico, l’oscurità dell’attimo vissuto, la categoria del sapere non-ancora-conscio, persino la teoria della possibilità oggettiva. Lukács, per primo, rese pubbliche queste nostre idee. Non si tratta affatto di un plagio, giacché Lukács ricorda sempre di aver ripreso da me certi problemi. I suoi saggi sulla reificazione, sulla coscienza di classe del proletariato, su Rosa Luxemburg sono di grande rilievo.xiii Tuttavia, aggiungeva Bloch, il limite di Lukács è che egli non coglieva il carattere di sintesi attiva dell’arte moderna e la giudicava sbrigativamente “scarabocchi”. Agiva in lui, da freno, l’inquadramento ordinato che proveniva dal Movimento operaio organizzato, che era ben presto divenuto qualcosa di molto diverso dalla dinamica insurrezionale dei consigli operai o della “comune di Budapest”, che avevano caratterizzato il periodo più fecondo del sodalizio tra i due filosofi.xiv Ma in realtà la distanza poi enucleatasi tra Bloch e Lukács riguardava un punto molto più delicato della teoria marxista, e cioè la questione del materialismo. Riguardava, per dirla in breve, l’antica, decisiva domanda filosofica: che cosa esiste davvero? cosa è reale? Dopo la rappresentazione dialettica della realtà proposta, con finalità politiche opposte, da Hegel e Marx, risultava evidente la insufficienza delle risposte unilaterali. Non si poteva più dire: “è reale semplicemente il mondo separato dal mio pensiero, concettualmente distinto da me soggetto che lo guardo e lo interrogo”; e parimenti non si poteva dire il contrario, e cioè che “è reale solo il mio interrogare e il mio agire verso il mondo”. Bisognava invece cogliere il nesso dialettico di entrambi i momenti, ovvero il fatto che l’io è anche mondo e il mondo è anche io. Il lettore intuirà che non si tratta di una questione di lana caprina, ma di un passaggio decisivo per esplicitare appieno le enormi potenzialità del pensiero nell’epoca della scienza e della società moderna. Come è noto Bloch risolverà le cose individuando, nello spazio temporale del non-ancora-divenuto, una inedita densità piena. L’attesa non è, per lui, un arco vuoto, ma si carica inevitabilmente del possibile, del farsi-concreto-delle-cose, che, da due direzioni si muovono per essere reali: dalla direzione dell’io che guarda, e che si dispone perciò ad agire,e dalla direzione del mondo che è guardato, e che si dispone perciò a muoversi. L’attesa è, in sostanza, il luogo vivo del “Principio speranza”, che non è un elemento affettivo, una sorta di sentimento positivo contrapposto alla paura, bensì un atto effettivamente conoscitivo e immediatamente agente, che raccorda la memoria di ciò che è stato all’immagine del futuro umanamente qualificato, e perciò costruito già come un novum che chiede di venire ad esistenza.xv -------------------------------------------------------------------------------- Note i SED è l’acronimo di Sozialistische Einheitspartei Deutschlands (Partito socialista unificato di Germania). Modellato sul Partito Comunista dell’Unione Sovietica, sarà al potere fino al 1990. ii Cfr. R. O. Gropp, Idealistische Verirrungen unter antidogmatichen Vorzelchen [Deviazioni idealistiche di segno antidogmatico], in Neues Deutschland, 19 dicembre 1957. iii Cfr. E. Bloch, Marxismo e utopia, a cura di V. Marzocchi, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 103. iv Sull’importanza di Harich nell’ambito della dissidenza marxista nella DDR, cfr. Alexander Amberger, Bahro – Harich – Havemann. Marxistische Systemkritik und politische Utopie in der DDR. Verlag F. Schöningh, Paderborn 2014. v Cfr. E. Bloch, Marxismo e utopia, cit., p. 103. vi L’acronimo si riferisce alle iniziali delle parole russe “dialekticeskij materializm” e si basa sul “Breve corso di storia del PC(b) dell’URSS” (1938), dove c’è un’ampia parte sul materialismo dialettico, che la vulgata vuole scritta dallo stesso Stalin. Esso è trasformato in una concezione generale del mondo, in un struttura universale di regole e presunte leggi del “reale”, che si impongono a tutto quanto diventi poi sapere, sfociando così in una grossolana quanto aggressiva epistemologia realistica. vii Cfr. E. Bloch, Eredità del nostro tempo, a cura di L. Boella, Il Saggiatore, Milano 1992. viii Cfr. G. Lukács, La lotta fra progresso e reazione nella cultura d’oggi, Feltrinelli, Milano 1957. ix Cfr. in particolare, G. Lukács, Goethe e il suo tempo, Mondadori, Milano 1949. x Cfr. E. Bloch, Marxismo e utopia, cit., p. 87. xi Ibidem, p. 89. xii Ibidem, p. 88. xiii Ibidem, pp. 127 – 128. Sulla condanna esplicita di Storia e Coscienza di classe da parte dell’Internazionale Comunista e sulle abiure fatte da Lukács, cfr. R. Malinconico, L’eresia dell’Occidente, Edizioni Melagrana, S. Felice a C., 2005, pp . 32 – 54. xiv Sulle contraddizioni della lunga militanza di Lukács getta luce il ritratto affettuoso e severo di Agnés Heller, che è stata sicuramente la sua più significativa allieva: “Lukács fu entrambe le cose, stalinista e antistalinista. Il suo è stato un costante confronto del proprio ideal-tipo con la società e il partito sovietici. Era uno stalinista poiché sosteneva questo ideal-tipo, ed era un antistalinista, poiché non vide mai realizzato il proprio ideale nella società in cui viveva, e di conseguenza si trovò sempre all’opposizione, anche contro la propria volontà. Fu messo ai margini, misconosciuto, perseguitato, persino incarcerato e deportato da un sistema che riteneva sostanzialmente giusto. È un segno di alta moralità che la sua propria persecuzione non l’abbia condotta ad abbandonare “l’ideale del regime”; ma fu un delitto morale che la persecuzione in massa di altri, non l’abbia scosso nella sua fede.” In A. Heller, Morale e rivoluzione, Savelli, Roma 1979, p. 76. xv Per l’insieme della filosofia di Ernst Bloch, oltre a rinviare il lettore alla sua opera fondamentale, Das Prinzip Hoffnung, redatta durante il suo soggiorno americano e pubblicata poi Germania tra il 1954 e il 1959 (in italiano esiste, de Il Principio Speranza, la bella edizione curata da Remo Bodei nel 1994 per l’editore Garzanti), mi permetto di indicare anche il mio già citato testo, L’eresia dell’Occidente, pp. 102 – 140. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Imparare a pensare la speranza -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Sulle cose che ci-non-sono -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ANA CECILIA DINERSTEIN: > Come recuperare il terreno della speranza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Bloch, Lukács e il farsi delle cose proviene da Comune-info.
Vito Mancuso / Umano e sovrumano
Vito Mancuso, teologo laico e filosofo, si raccoglie intorno a Gesù e Cristo, separa le due figure seguendo in più di 750 pagine il suo pensiero forte e concentrato che si sviluppa con metodo scrupoloso e tono molto adeso alla disciplina scientifica che la conoscenza pretende anche (forse soprattutto) nel campo delle religioni. L’inizio è folgorante nella sua semplicità: «Gesù nacque a Nazaret; Cristo a Betlemme. Gesù aveva un padre terreno; Cristo era il Figlio unigenito del Padre celeste». E la tesi di Mancuso prosegue con l’eloquenza che lo studioso esercita inseguendo fonti, documenti antichi e moderni, e interpretazioni che nel corso dei millenni si sono succedute contrapponendosi con più o meno successo. Gesù aveva fratelli e sorelle, Cristo era figlio unico, per capire il primo bisogna intendersi con Giovanni il Battista, per capire il secondo abbiamo bisogno di Pietro e Paolo. Uno operava denunce, l’altro mondava i peccati del mondo e aveva il destino segnato. Gesù lo catturarono, Cristo “si consegnò”. E ancora: Gesù nacque e morì, Cristo trionfò sulla morte e risorse. Due personaggi diversi, dunque. Dall’inizio della loro storia terrena al termine (e oltre) Mancuso segue la fondazione del cristianesimo e le sorti di un Gesù che nessuno di noi ha conosciuto e conosce, e di un Cristo di cui si proclama la divinità ogni giorno in ogni angolo di mondo. Questo perché Pietro proclamò la morte in croce un compimento di un disegno, anziché il fallimento che storicamente invece fu. Per duemila anni l’unione Gesù-Cristo esiste nonostante sia “teoreticamente” – secondo lo studioso – impossibile: Gesù è nome ebreo, Cristo è nome greco. Non si tratta solo di una questione di nomi, ma di contenuti in essi radicati. Mancuso sa bene, e lo dice, che in occidente l’identità culturale comune non viene più ammessa, o quasi – e il declino del cristianesimo appare irreversibile. Siamo in una società senza religione, “fenomeno del tutto inedito nella storia mondiale”. Qui emerge il pensiero del filosofo e teologo (da Pascal a Spinoza, Nietzsche e Leopardi), quello che merita da parte nostra uno studio parallelo: «il cristianesimo petrino-paolino non risulta più all’altezza delle esigenze della coscienza contemporanea». Indagine non facile quella condotta dal teologo, avendo a che fare con quattro vangeli differenti fra loro – i tre sinottici e quello di Giovanni. Storia e fede s’intersecano, vita pubblica e vita “ideale” di colui che trattano. Per Mancuso la chiarezza della forma di quanto da lui scritto è uno dei maggiori compiti da assolvere, allontanando il pericolo che senza precauzioni ognuno possa abbandonare la lettura. Tenendo presente che nessun critico è esente dai punti di vista. Quest’opera è certamente capitale per coloro che abbiano forte intenzione di rendersi meno eccentrici rispetto alla religione e al desiderio di farsi rivelare qualcosa di meno astratto in relazione alla vita quotidiana e all’interpretazione del mondo, soprattutto in questi ultimi tempi in cui le dimensioni del pensiero e della dialettica sono stracciate da ogni parte. Mancuso chiarisce in molte pagine e soprattutto nel finale: l’amicizia per Gesù porta all’ideale – rappresentato da Cristo – della verità dell’essere. Poiché Gesù per Mancuso non è l’agnello sacrificale ma colui che si è imposto la missione d’insegnare la ricerca del “regno di Dio e la sua giustizia”. La “questione Gesù” si inserisce nella “questione Cristo”, e pochi studi come questo riescono a far andare sempre più avanti la coscienza senza venir tradita, scoprendo cose nuove ancora senza nome. L'articolo Vito Mancuso / Umano e sovrumano proviene da Pulp Magazine.
Da Unibo, a Unimore fino al Mur: studenti, lavoratori e docenti rifiutano l’elmetto!
Ieri siamo stati in presidio insieme al personale TAB dell’@unionesindacaledibase e ai docenti al MUR, all’Università di Bologna e all’Università di Modena e Reggio Emilia per ribadire al Governo Meloni e alla Ministra Bernini che non c’è posto per l’accademia militare né a Bologna né altrove. La decisione, frutto delle […] L'articolo Da Unibo, a Unimore fino al Mur: studenti, lavoratori e docenti rifiutano l’elmetto! su Contropiano.
Un “27 politico” in filosofia per i militari? No, grazie
L’esercito vuole studiare filosofia, e dio sa se non avrebbe bisogno. L’esempio del militare più alto in grado e funzione – l’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del comitato militare della Nato ed ex Capo di Stato maggiore – è quasi esemplare. Parlando della necessità di essere “proattivi” nella guerra ibrida […] L'articolo Un “27 politico” in filosofia per i militari? No, grazie su Contropiano.
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Sono di qualche giorno fa le polemiche del capo di Stato Maggiore dell’Esercito Carmine Masiello, in occasione degli Stati Generali della Ripartenza a Bologna, sul rifiuto di attivare un corso di laurea in Filosofia, ad hoc ed esclusivo, per 10 ufficiali dell’Accademia militare di Modena, seguito dalle dichiarazioni sdegnate del […] L'articolo Nessun accordo UniBo–Accademia militare di Modena! su Contropiano.