Tag - filosofia

Estremismo capitalista: il problema della libertà.
Questa visione trova nella libertà l'assenza della repressione delle pulsioni, una forma anarchica individualista della espressione della volontà di potenza nietszcheana, assimilabile all'Unico stirneriano. La libertà diviene quindi il massimo bene per l'individuo, indipendentemente dagli altri. Questa ideologia accomuna l'anarcocapitalismo dei libertariani reazionari statunitensi, alla Peter Thiel per capirci, con i fascisti storici dannunziani, innamorati dell'età del leone di cui parlò lo Zarathustra di Nietszche. La visione estetizzante di una libertà in cui l'eroico individuo trascende tutti i limiti imposti dalla società e, in un certo qual modo, dalla realtà stessa, si è diffusa grazie alla cultura di massa dopo i movimenti di protesta del 1968 per arrivare fino all'edonismo belusconiano. Continua a leggere→
April 18, 2026
Rizomatica
Dopo Habermas
Jürgen Habermas può essere descritto in vari modi: come la coscienza morale della Germania del dopoguerra, l’ultimo grande filosofo sistematico, la figura dominante della seconda generazione della Scuola di Francoforte e il pensatore che ha posto fine a quella «scuola». Altri possono e vogliono riconoscere il suo contributo in una prospettiva di tale portata. Ciò che posso offrire io è più specifico: le riflessioni di una donna nordamericana di sinistra, appartenente alla sua cerchia, su ciò che ha imparato da lui e su ciò che ha potuto apprendere solo guardando altrove. Il mio legame con Habermas era complesso e sfaccettato. É stato fonte di ispirazione e modello di riferimento; mentore e antagonista; figura che mi ha mostrato fin da subito come praticare una «critica con intenti emancipatori», ma dalla quale alla fine ho dovuto prendere le distanze. Il mio primo incontro con il pensiero di Habermas risale alla metà degli anni Settanta, quando ero una studente di dottorato e aspirante filosofa. Reduce dall’esperienza della Nuova Sinistra, ero alla ricerca di un quadro intellettuale che potesse ancorare i miei impegni politici e contribuire alle lotte in corso per realizzarli. Due figure si imponevano sulla scena: Habermas e Michel Foucault. Analizzando le loro rispettive intuizioni e i loro punti deboli, giunsi a considerarmi una teorica critica. Era sotto l’egida di Francoforte, pensavo, che avrei potuto perseguire al meglio il mio progetto. A differenza di Foucault, Habermas offriva la prospettiva di un «materialismo storico ricostruito». Concepiva la società capitalista del dopoguerra come una totalità, lacerata da contraddizioni e tendenze alla crisi, pur rifiutando il riduzionismo economico. Ponendo in primo piano la «comunicazione» come distinta dal «lavoro» e il «mondo vitale» come distinto dal «sistema», postulava la relativa autonomia della cultura, delle idee e della politica, teorizzando al contempo la loro «colonizzazione» da parte della burocrazia. Il risultato è stato quello di una nuova teoria critica del capitalismo basato sullo stato sociale: i pericoli che esso comportava e le prospettive di emancipazione che apriva. Sintesi di Marx, Weber e della teoria degli atti linguistici, la teoria di Habermas ha conferito solidità sistematica alle intuizioni della Nuova Sinistra, da un lato, e alle brillanti figurazioni di Foucault, dall’altro. Anche altri intellettuali della mia generazione hanno tratto ispirazione da questa sintesi. Ma io ero meno interessata del resto al livello normativo dell’edificio di Habermas. Mentre altri abbracciavano l’«etica del discorso» per fondare teorie politiche autonome sulla democrazia e sul diritto, io rimanevo concentrata sulla critica del « tardo capitalismo». Non particolarmente colpita da Tra fatti e norme (1992), mi sono invece confrontata con Storia e critica dell’opinione pubblica (1962), Crisi di legittimazione (1973) e il capitolo sulla «colonizzazione interna del mondo vitale»  in Teoria dell’azione comunicativa (1981). LEGGI ANCHE… MARXISMI HABERMAS, LA CAPACITÀ DI DIRE NO Giorgio Fazio Storia e critica mi ha insegnato a storicizzare e problematizzare le istituzioni che sembrano generare consenso tra i dominati nella società capitalista. «La colonizzazione interna del mondo vitale» mi ha insegnato a comprendere la società capitalista come un ordine sociale istituzionalizzato, composto da sistemi statali ed economici, mondi vitali pubblici e privati, tutti delimitati da confini mobili e soggetti a contestazione. Crisi di legittimazione mi ha insegnato a identificare forme di crisi capitalista che vanno oltre quella economica: crisi di legittimazione politica, certo, ma anche, per estrapolazione, crisi di riproduzione sociale ed ecologica. In queste opere ho trovato l’Habermas che cercavo: colui che stava contribuendo a inventare un marxismo democratico non ortodosso per una nuova era. Non è mai stata una soluzione perfetta. Avendo già aderito allo storicismo radicale di Richard Rorty, nutrivo poca simpatia per i tentativi di stabilire «fondamenti normativi» per la teoria critica nelle profondità antropologiche di una presunta disposizione umana a ricercare un accordo attraverso la comunicazione. Il mio obiettivo, piuttosto, era quello di chiarire la congiuntura storicamente specifica in cui vivevamo e di svelare le possibilità di emancipazione al suo interno. Scrivendo sulla sfera pubblica, ho contestato la negligenza di Habermas nei confronti dei «contropubblici transnazionali e subalterni», analizzando al contempo la loro capacità di infrangere l’egemonia borghese. Sulla colonizzazione del mondo vitale, ritenevo che, essenzializzando la distinzione tra sistema e mondo vitale, egli mascherasse forme storicamente specifiche di dominio maschile e non cogliesse il potenziale trasformativo dei movimenti femministi. In entrambi i casi, ho cercato di riaprire lo spazio da lui precluso per un’alternativa democratico-socialista al «tardo capitalismo». Se il primo intervento è stato ben accolto, il secondo ha portato a una rottura durata cinque anni. Nel frattempo, il mondo stava cambiando. Mentre le «patologie della giuridificazione» cedevano il passo al caos della neoliberalizzazione, anche la critica doveva evolversi. La critica della crisi, in particolare, aveva bisogno di essere rilanciata. Come altrimenti si potevano comprendere disfunzioni sistemiche così evidenti come pandemie globali e riscaldamento globale, debito alle stelle e salari in picchiata, servizi pubblici ridotti e infrastrutture fatiscenti, confini rigidi e capro espiatorio da perseguire, de-democratizzazione e militarizzazione, genocidio e guerra aperta? E come altrimenti si potevano comprendere non come «mali» contingenti, ma come conseguenze non accidentali delle dinamiche capitalistiche? LEGGI ANCHE… PER UN SOCIALISMO DELLA RIPRODUZIONE SOCIALE Giorgio Fazio - Nancy Fraser Alla ricerca di forme non economiche di teoria della crisi, mi sono imbattuta ancora una volta in Habermas. La crisi di legittimazione ha avuto il grande merito di fondare il passaggio della mia generazione a valori «post-materialisti» sulle trasformazioni strutturali e istituzionali della società capitalista. Ma due delle sue tesi principali non mi convincevano. Non ero convinta né che una crisi politica di legittimazione avesse soppiantato una crisi economica di accumulazione, né che i cittadini democratici dovessero sostituire i subalterni oppressi come principali agenti di trasformazione. Mi sono rivolta altrove: a Gramsci sull’egemonia e la contro-egemonia; ad Althusser sull’ideologia; alle teoriche femministe sulla riproduzione sociale; agli ecomarxisti sulla «natura» del capitale; a Daniel Bell e Luc Boltanski sulle sue culture; a Rosa Luxemburg e W.E.B. Du Bois sull’imperialismo razzializzato; a Edward Said e Rashid Khalidi sul colonialismo di insediamento; a Karl Polanyi sulla mercificazione fittizia e la lotta sociale; a David Harvey sul neoliberismo; e a Marx sulla logica del capitale. Eppure sentivo che Habermas era in qualche modo con me a ogni passo. Habermas ha illuminato per la prima volta il mio cammino come teorica critica. Gliene sono profondamente grata. Ma nel corso degli anni la luce che ha proiettato ha vacillato e si è affievolita, fino a spegnersi del tutto con la sua posizione su Gaza. Gli storici decideranno in seguito se quella posizione sia stata un’anomalia o il culmine di un lungo processo in cui la teoria critica della Scuola di Francoforte si è trasformata in una forma di liberalismo troppo spesso complice dell’imperialismo statunitense. Propendo per l’opinione di coloro che sostengono che Habermas inizialmente abbia rivitalizzato la teoria critica, per poi infine porvi fine. Se così fosse, egli ha comunque ispirato, con la sua straordinaria presenza e l’intensità del suo pensiero, molti di quelli che rimangono fedeli alla «teorizzazione critica con intenti emancipatori» e agli ideali socialdemocratici ad essa associati. Alcuni di noi potrebbero non essere più habermasiani, ma abbiamo imparato da lui, con lui e contro di lui, cosa significa rimanere fedeli alla critica. *Nancy Fraser insegna Politica e Filosofia alla New School for Social Research di New York. Capitalismo cannibale(Laterza, 2023) è il suo ultimo libro. Tra le sue pubblicazioni in lingua italiana: Capitalismo. Una conversazione con Rahel Jaeggi (Meltemi 2019) e Femminismo per il 99%. Un manifesto (con Cinzia Arruzza e Tithi Bhattacharya, Laterza, 2019). Questo testo è uscito sulla London Review of book. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Dopo Habermas proviene da Jacobin Italia.
April 11, 2026
Jacobin Italia
Una carogna anche come “filosofo”
Netanyahu appare. Appare per dirci che è vivo, che ha ancora cinque dita, che comanda ancora. E per dimostrarlo cita Will Durant uno dei più grandi storici del Novecento. Nel suo libretto Le lezioni della storia (Ed. Settecolori), Durant scrive che la natura e la storia non concordano con le […] L'articolo Una carogna anche come “filosofo” su Contropiano.
March 22, 2026
Contropiano
Filosofia, etica delle tecnologie e preparazione allievi dell’accademia militare di Modena
Abbiamo già scritto del corso di filosofia per allievi dell’accademia militare di Modena, che ha trovato accoglienza nel Corso di Laurea in Scienze Strategiche (L/DS) dell’Università di Modena e Reggio (UniMoRe) dopo che il Dipartimento di filosofia di Bologna aveva negato la propria disponibilità (clicca qui). Alcune settimane prima la traversata della Global Sumud Flotilla aveva smosso mobilitazioni studentesche e di piazza commoventi per numero e intensità. La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Carmine Masiello hanno strumentalizzato il conflitto sulla questione palestinese, indicando le mobilitazioni quali responsabili di un clima scomodo e del rifiuto a Bologna.(1) In realtà, pare che il dipartimento abbia negato la propria collaborazione al corso per motivi di bilancio e di trasferta dei docenti, ai quali era stato chiesto di fare lezione in accademia a Modena e di organizzare un corso di studi su misura per l’accademia militare. Desideriamo tornare su questa notizia dopo avere letto un articolo del prof. Francesco Bellino, riconosciuto esperto di bioetica e di filosofia morale, che sembra esprimersi a favore del corso attivato all’UniMoRe. Egli, infatti, chiama in causa il potere della filosofia che può risolvere la frammentazione e la perdita di senso dei nostri tempi, caratterizzati da troppa tecnologia «senza vita e volontà» e da una cultura mediatica pilotata da interessi economici-finanziari che ci rende quasi impossibile capire dov’è il vero e dov’è il falso. Per ciascuna citazione del prof. Bellino nel suo articolo, noi aderenti all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vogliamo rimarcare che il fine militare della formazione accademica può solo aggravare le questioni da lui sollevate. Non può muoversi libera la speculazione filosofica, se essa viene costretta in un sistema necrofilo che finge di porsi domande, un sistema che cerca solo giustificazioni per le manovre politiche di rapina dei territori, erosione dei diritti politici, sociali e civili acquisiti. Di particolare interesse, inoltre, sono la presunta “rivoluzione filosofica” nel segno della Difesa e la poca disposizione al dialogo da parte delle gerarchie militari che emergono dal Programma di Comunicazione del ministero della Difesa, vale a dire il documento mediante il quale viene strategicamente avviata l’aggressione delle forze armate nei luoghi della formazione e dell’istruzione. A fine articolo il professore invoca l’introduzione di tutte le articolazioni della filosofia nei luoghi del sapere, anche per l’infanzia. Se mai avverrà, speriamo sia nel segno dell’antimilitarismo. (1) Due anni fa abbiamo pubblicato un dossier sulle collaborazioni tra l’Università di Bologna e il settore produttivo militare internazionale, lo trovate qui. Avere rinunciato ad una collaborazione con l’accademia militare di Modena non la rende una università votata alla pace. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Tutti i cenci di famiglia o, se preferite, i batteri che dunque siamo
«Come tu sai, Lettore, ogni anno, quando è primavera, i Milanesi partono per il mondo in cerca di terre da comprare. Per costruirvi case e alberghi, naturalmente, e più in là, forse, anche case popolari; ma soprattutto corrono in cerca di quelle espressioni ancora rimaste intatte della “natura”, di ciò che essi intendono per natura: un misto di libertà e passionalità, con non poca sensualità e una sfumatura di follia, di cui, causa la rigidità della moderna vita a Milano, appaiono assetati», scriveva Ortese, anticipando al* lettor* il viaggio del conte Daddo, che avrebbe lasciato la metropoli lombarda in cerca delle «confessioni di un qualche pazzo, magari innamorato di una iguana». Iguana che il Daddo avrebbe naturalmente (!) incontrato, raffigurandosela di sbieco nelle spoglie di una vecchia – in cui poi riconoscerà una «bestiola verdissima e alta quanto un bambino, dall’apparente aspetto di una lucertola gigante, ma vestita da donna», creatura in sottana e grembiale, abiti tanto dismessi quanto variopinti, poiché sono «somma evidente di tutti i cenci della famiglia». Incontro bizzarro, enigmatico, probabilmente anticlimatico. A delle creature future, che si fossero evolute sino a un nuovo stadio di organizzazione, e che si volgessero a guardare indietro, faremmo anche noi lo stesso effetto. O almeno, così ipotizzano Lynn Margulis e Dorion Sagan in Microcosmo. Quattro miliardi di anni di evoluzione batterica, che Mimesis riporta in libreria in un’edizione a cura di Angela Balzano per la collana POSTUMAN3 dopo la prima uscita dell’89 a opera di Mondadori e la traduzione (qui rivista, con occhio politico) di Lucia Maldacea. L’ipotesi è che questi «esseri futuri, tanto differenti da noi quanto noi lo siamo dai dinosauri […] considereranno le creature umane tanto impressionanti quanto noi consideriamo le iguane» (p. 306) e questo forse perché anche noi creature umane siamo somma evidente di tutti i variopinti cenci di famiglia – come l’iguana di Ortese. «Il nostro corpo conserva in sé una vera e propria storia della vita sulla Terra» (p. 54), scrivono infatti l* due autor*: le nostre cellule si “allestiscono” un mondo-intorno ricco di carbonio e idrogeno, composizione non troppo distante da quello del nostro pianeta quando le prime forme di vita iniziarono la loro avventura esistenziale. Siamo bipedi implumi, d’accordo, ormai avvezzi al nomos della terra e all’aridità delle bombe, eppure l’embrione reclama ancora una porzione umida e bagnata in cui galleggiare. E i mitocondri non sono forse, come già Margulis si domandava nel 1966 in On the Origin of Mitosing Cells, vestigia non vestigiali di batteri fagocitati circa un miliardo e mezzo di anni fa da cellule che, da sole, non avrebbe saputo utilizzare l’ossigeno? Un gran grembiale variopinto è dunque l’essere umano – come tutti gli altri esseri –, un intreccio, un miscuglio, un groviglio che si tiene più o meno assieme e insieme. Questo è il cuore pulsante della storia infinita di Margulis e Sagan, storia di quattro miliardi di anni che continua a incalzarci dalle pagine di questo testo del 1986 ma ancora pienamente attuale. Saggio che ora si intreccia con il lavoro di Angela Balzano, che «sporc[a] la traduzione di Maldacea» grazie a «un po’ di dialetto transfemminista» (p. 9) – con l’intento dichiarato di rimetterci in ascolto della «narrazione margulisiana del divenire microcosmico insieme» (p. 9), a partire dal sottotitolo più vicino all’originale (Four Billion Years of Evolution from Our Microbial Ancestors) e che non fa magicamente apparire l’Uomo da una costola della penna come quello mondadoriano (Dagli organismi primordiali all’uomo). Microcosmo che Balzano, indovinandone una preziosa sorellanza, definisce Etica more biologico demonstrata, è una storia in tredici atti della vita sulla Terra, della vita con la Terra e della vita della Terra – correndo al finale, in cui si apre un dialogo con James Lovelock, potremmo dire della vita di Gaia. Una storia percorsa da un vento, come l’Etica, che si traduce in più voci e che s’infila in ogni pertugio, proposizione e scolio, e che sempre e ostinatamente sembra suggerirci questo: come creature umane siamo costruttrici di mondo, d’accordo, forse Heidegger ci aveva visto bene per una volta, ma s’era mostrato incredibilmente miope nel negare questa stessa astuzia al resto del vivente. È invece (e addirittura) ai batteri, racconta Microcosmo, che l’abilità di costruire mondi va riconosciuta. Tanto che due miliardi di anni fa, all’inizio del Proterozoico, l’ossigeno andava accumulandosi nell’atmosfera proprio a motivo della fotosintesi batterica – «innovazione metabolica singola più importante nella storia della vita sulla Terra» (p. 110), che inizialmente era operata tramite idrogeno gassoso (diffuso da un Sole ancora giovane) o acido solfidrico (prodotto dall’intensa attività vulcanica dell’epoca). > Al ridursi dell’idrogeno gassoso i batteri (alcuni batteri! I cianobatteri) si > rivolsero verso l’altra abbondante fonte di idrogeno della Terra: l’acqua, il > cui “residuo”, tolto l’idrogeno, era proprio l’ossigeno, allora veleno > incredibilmente tossico per la maggior parte delle forme di vita esistenti > («la maggior crisi da inquinamento che la Terra abbia mai sopportato», p. > 145). Ma sono gli stessi cianobatteri a invenire un sistema metabolico capace > di utilizzare quella sostanza che era altrimenti scoria e veleno: ed ecce > respirazione aerobica (e la scoperta del pharmakon, veleno e rimedio). Una storia, questa, che ci introduce già da subito all’incredibile capacità creativa dei batteri, in grado di muoversi lungo tutto lo spettro delle variazioni metaboliche e di operare ricombinazioni geniche non solo verticali (per filiazione) ma anche, e soprattutto, orizzontali (per contagio). I batteri, insomma, sono bande (non c’è mai un solo batterio, ci sono alleanze di batteri), sono divenire impercettibile e vie di fuga. Non a caso, noi abbiamo dato loro tanti nomi (come Adamo agli animali nell’Eden macroscopico), tanti quante le prospettive dalle quali ci interpellano. Come afferma Balzano: «I numerosi nomi dei batteri – monere, procarioti, germi, eccetera – derivano dal fatto che sono stati studiati separatamente nell’ambito di differenti campi della scienza. La storia naturale, la botanica, la microbiologia, la medicina, l’agricoltura e la zoologia hanno conservato tradizioni estremamente diverse nell’identificare, denominare e classificare i microbi» (p. 51). Questo non per dire che ogni piccolo passo per l’uomo è già sempre stato un grande passo per altre creature minuscole, né che ogni artificio e tecnica si traducono in aggiornamento di una microbiologia anteriore; piuttosto per insegnare a guardare ai microbi come ad antenati e alla vita (anche) come memoria r/esistente di quel che c’è stato prima: «Riproducendosi, le forme di vita legano il passato e registrano messaggi per il futuro. I batteri che fanno a meno dell’ossigeno oggi ci raccontano com’era il mondo senza ossigeno nel quale comparvero per la prima volta. I pesci fossili ci parlano di raccolte d’acqua estese, che durarono ininterrottamente per centinaia di milioni di anni. I semi che hanno bisogno di temperature vicine al punto di congelamento per germinare ci ricordano inverni gelidi» (p. 94). La vita, per proseguire nel proprio conatus e ripetersi differente (ossia, come cosa viva), costantemente si sbilancia fuori di sé e si diversifica, e si sporca. E il metodo di questa Etica è alla fine quello dell’incontro gioioso, che non distrugge ma che compone corpi più potenti, senza temere di modificarne i connotati di partenza – i licheni sono l’esempio di simbiosi al quale siamo forse più domesticati. Ed ecco che Margulis e Sagan ci raccontano che probabilmente anche le piante sono simbionti di alghe e funghi, ossia una specie di licheni al contrario: «Nelle simbiosi che avrebbero condotto alle piante il partner algale, e non quello fungino, si sarebbe comportato da dominante. Probabilmente non è una pura coincidenza il fatto che il 95% delle piante terrestri attuali abbiano nelle loro radici dei funghi, la micorriza» (pp. 229-230), a sua volta alla base di quella wood wire web di cui Suzanne Simard dava notizia negli anni Novanta, rete di comunicazione sotterranea tramite la quale le piante si scambierebbero informazioni, nutrienti, linee genealogiche… La vita non è solo conservativa, dice Microcosmo, ma anzitutto cooperativa – e questo semplicemente perché il più delle volte con/viene. Perché, per l’evoluzione, più utile ancora della mutazione è l’alleanza, quella che, ibridando Deleuze&Guattari con Bergson, potremmo chiamare involuzione creatrice. E, ancora una volta, grandi maestri d’alleanza sono sempre stati i batteri: «Essi non sono soltanto esseri con un marcato comportamento sociale, ma si comportano come una forma di democrazia a livello mondiale, decentralizzata» (p. 129). Perché possono in ogni momento connettersi e scambiare materiale genetico con organismi anche molto lontani e diversi: «Questi scambi fanno parte abitualmente del repertorio procariotico. Eppure, ancora oggi, molti batteriologi non afferrano il loro pieno significato e cioè che, come conseguenza di questa capacità, tutti i batteri del mondo hanno accesso a un unico pool genico» (p. 53). Al dio che ha impedito la costruzione della torre di Babele, facendo in brani quell’unica lingua che tutti i costruttori parlavano, sembra esser sfuggita l’esuberanza microscopica della vita batterica, che da miliardi di anni affabula con parole che, variando, sono sempre le stesse. E se ci fa sorridere Tommaso d’Aquino quando, nelle Quaestiones,si domandava se, data l’assimilazione protratta nel tempo di carne animale, lo sperma maschile non finisse per portare in sé dei segni un po’ bovini, rimane pur sempre vero che ancora oggi ospitiamo quei mitocondri che un tempo lontano “abbiamo” divorato. È un’alleanza di lunghissima data quella della quale rechiamo i segni – Aristotele e Tommaso forse lo avvertivano inconsciamente quando sostenevano che non è per motivi alimentari che si genera a volte un cucciolo d’uomo con una testa di toro, o con degli zoccoli fessi di capra, ma perché al di là della forma maschile (!) esiste e resiste una materia femminile recalcitrante e rimembrante degli altri viventi che, ancorché smembrati dal capitale, non vuole perdere o lasciare indietro. Microcosmo sembra quasi rispondere a Francis Bacon, uno dei padri del discorso scientifico sulla Natura («Di ciò che essi intendono per natura: un misto di libertà e passionalità, con non poca sensualità e una sfumatura di follia), che affermava che la storia naturale non sostenuta dai necessari assaggi avrebbe finito per risultare corrotta, non più scienza ma poesia. Non serve qui rievocare (e allora facciamolo!) Haraway e l* su* critter del linguaggio – batteri, perché no? – sempre pront* a smontare e rimontare il logos in favola e a riconoscere sotto la superficie della Storia più numerose ecologie natural-culturali, a volte fatte parlare, il più delle volte represse. Ancora oggi, nonostante Margulis e Kropotkin, e nonostante lo stesso Darwin, continuiamo infatti a parlare di evoluzione come sinonimo di competizione e iperbolica fitness e quasi mai come alleanza e mutuo appoggio. Anche nel finale tecno-entusiasta, Margulis e Sagan sono pront* a riconoscere che la vita potrebbe rivolgersi ad altri pianeti, anche se non è detto che sarà l’Uomo ad accompagnare il bioma in questo microscopico/macroscopico viaggio. Basterà una mano (ancora Heidegger per chi ha orecchio) e, a ben vedere, di mani ne hanno di particolarmente abili i Procyon lotor: «Concedendo loro il tempo sufficiente per evolversi in assenza di creature umane, la discendenza dei procioni (mammiferi notturni intelligenti, con una buona coordinazione manuale) potrebbe avviare il suo programma spaziale» (p. 304). Come il finale di Chthulucene di Haraway con le sue farfalle monarca, anche la storia di Microcosmo è poetica e simpoietica, capace com’è di accompagnarci verso nuovi paradigmi, rimanendo nel trouble di un mondo infetto (batterico?). Ecco alcuni esempi di questi nuovi paradigmi. La divisione fondamentale non dovrebbe correre fra piante e animali o, tantomeno, tra animali e umani, ma fra procarioti, cioè batteri, ed eucarioti. Per non parlare della nostra attenzione, cautela, paranoia rispetto alla riproduzione, che è piuttosto una modalità (assolutamente dispendiosa) del sesso, che altrimenti avviene, come ricombinazione genica, in un’infinità di altre forme: «Perfino l’infezione di creature umane da parte del virus dell’influenza è un atto sessuale, nel senso che materiale genetico si inserisce nelle nostre cellule» (p. 210). Nel Fanerozoico, che nel nome stesso veicola l’idea di una vita divenuta visibile, non compare altro che lo scheletro e quindi il fossile, ma una vita informe e viscida l’ha preceduta, nuda, per tantissimo tempo. I primati originari erano «pusillanimi», la cui specialità era un’attitudine «anch’ess[a] indice di pusillanimità: la tendenza incipiente verso un comportamento sociale cooperante» (p. 267). Diciamocelo chiaro allora, come ce lo dicono Margulis e Sagan, come ce lo dice addirittura Platone quando racconta che la gru, dovesse inventarsi una tassonomia, traccerebbe, come gli animali umani, una sola linea: quella che separa la gru dalle altre bestie. «Delle/gli studiose/i obiettive/i, se per ipotesi fossero balene o delfini, porrebbero creature umane, scimpanzé e orangutan nel medesimo gruppo tassonomico» (p. 276). Non diceva forse Linneo, parlando come farebbeun naturalista, che non c’è carattere che distingua l’uomo dalle scimmie, se non il fatto che queste ultime hanno uno spazio vuoto fra i canini e gli altri denti? Eccoci dunque, tra differenze che si ripetono e ripetizioni che differiscono, arrivati al sapiens, questa buffa, anticlimatica, variopinta e antica iguana (o colonia batterica). Specie (indiscreta) a cui noi guardiamo come se fosse composta da individui discreti, quando neppure questo è vero: come ricordano l* autor*, gli organismi sono come le grandi città – dietro a un nome, una tendenza, una statistica vi è la gatta randagia e il piccione e l* migrante e l* filantrop* e l* criminale. Somma evidente di tutti i cenci di famiglia, di quanti strati, di quante vesti, di quanti corpi siamo compost*. Di quanti batteri! Sarà poi vero, o sarà poesia? O sono solo i ricordi di un naturalista? O di uno spinoziano? O di uno stregone? O di una molecola? La copertina è di NOAAFisheriesWestCoast (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Tutti i cenci di famiglia o, se preferite, i batteri che dunque siamo proviene da DINAMOpress.
March 15, 2026
DINAMOpress
Viva il solarpunk: fra germoplasma e…
… recensioni senza scordare “il manifesto” (per sciagurate/i che ancora non lo avessero letto). E poi riprendiamo testi e link da solarpunk.it e dall’ultima newsletter. Sì, siamo tifose/i. E oggi è Marte-dì (*). Le Banche del Germoplasma La prima Banca dei semi per preservare la varietà biologica delle specie alimentari fu creata negli anni Venti a Leningrado, in Urss. In
February 24, 2026
La Bottega del Barbieri
La politica nel tempo dell’impossibilità della politica
-------------------------------------------------------------------------------- Napoli, il rogo finale del carnevale 2026 del Gridas, a Scampia, simbolo delle brutture e della cultura politica di cui sbarazzarsi, ma anche del furore di chi resiste con passione, Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- Nella settima lettera Platone lega la sua decisione di consacrarsi alla filosofia alle sciagurate condizioni politiche della città in cui viveva. Dopo aver cercato in ogni modo di partecipare alla vita pubblica, egli scrive, alla fine si rese conto che tutte le città erano politicamente corrotte (kakos politeuontai) e si sentì allora costretto ad abbandonare la politica e a dedicarsi alla filosofia. La filosofia si presenta in questa prospettiva come un sostituto della politica. Dobbiamo occuparci di filosofia, perché – oggi non meno di allora – fare politica è diventato impossibile. Occorre non dimenticare questo particolare nesso fra politica e filosofia, che fa del filosofare un succedaneo dell’azione politica, una supplenza e un risarcimento non certo pienamente appagante di qualcosa che non possiamo più praticare. Che valore dobbiamo allora dare a questo sostituto che non avremmo scelto se la vita politica fosse stata ancora possibile? La filosofia mostra qui il suo vero significato, che non è quello di elaborare teorie e opinioni da proporre a coloro che credono di poter fare ancora politica. La filosofia è una forma di vita, che ci permette di vivere in condizioni politicamente invivibili. In questo – in quanto ci permette di abitare l’inabitabile e impolitica città – la vita filosofica mostra di essere l’unica politica possibile nel tempo dell’impossibilità della politica. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI VINCENZO SCALONI: > Hegel, Nietzsche, Marx. E il pensiero della speranza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La politica nel tempo dell’impossibilità della politica proviene da Comune-info.
February 21, 2026
Comune-info
La caduta dell’Occidente
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- La parola «Occidente», con cui definiamo la nostra cultura, deriva etimologicamente dal verbo cadere e significa alla lettera: «ciò che sta cadendo, che non cessa di cadere». Connessi con questo verbo sono anche i termini caso e casuale. Ciò che non cessa di cadere e tramontare (occasus è in latino il tramonto) è per questo anche in preda al caso, a una incessante casualità. Non sorprende, pertanto, che il governo degli uomini e delle cose abbia oggi la forma di protocolli di intervento, indipendenti da risultati certi, su un mondo concepito come disponibile e calcolabile proprio in quanto casuale. L’Occidente esiste e si governa solo nel tempo della sua fine e della sua assidua caduta e, come il suo Dio, è ininterrottamente in atto di morire. Ma proprio in questo consiste la sua forza: una morte incessante è propriamente senza fine, una caducità o casualità infinita si vuole propriamente inarrestabile. Una strategia che cerchi di far fronte a questa perpetua caduta deve trovare in essa un interstizio o un’interruzione in cui l’Occidente smarrisca la sua continuità e sprofondi una volta per tutte. Questa cesura abissale è la memoria. L’Occidente, in quanto casuale e caduco, non ha memoria di sé, non conosce un varco e uno spazio in cui qualcosa come un ricordo possa per un attimo irrompere e affiorare. Esso può certamente costruire, come fa, archivi e registri in cui disporre continuativamente gli eventi – i casi – della sua storia, ma manca della capacità di esperire veramente un passato, di aprirsi a qualcosa che spezzi il tessuto uniforme delle sue rappresentazioni. L’anamnesi, il ricordo ha, invece, la forma di un interstizio in cui la caduta – il caso – per un istante si arresta e lascia apparire come mai stato un passato eterogeneo e irrappresentabile. «O passato, abisso del pensiero» (Schelling): solo il pensiero che si cala risolutamente in questo abisso può condurre l’Occidente una volta per tutte alla sua fine. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La caduta dell’Occidente proviene da Comune-info.
February 19, 2026
Comune-info
Pillole tossiche dal Corriere
Il Corriere è tanto caricatevole… Consapevole di darci ogni giorno notizie un tantino manipolate, altamente tossiche, vorrebbe sinceramente elevare la conoscenza di tutti noi. Così ha appaltato delle “pillole di filosofia” ad una serie di divulgatori di cui non so dire la qualità (la filosofia ridotta in pillole è un […] L'articolo Pillole tossiche dal Corriere su Contropiano.
February 17, 2026
Contropiano
Quale filosofia dopo Gaza? [parte I]
ABBIAMO BISOGNO DI PROVARE AD APRIRE IL PENSIERO A RELAZIONI IMPENSATE TRA PAROLE, COSE E AZIONI. DOPO GAZA E MENTRE ANCORA A GAZA C’È MASSACRO IN FORMA DI TREGUA, DI ROVINE, DI FREDDO, DI FANGO E DI BLOCCO DEGLI AIUTI Acquerello e inchiostro su carta ruvida: disegno (su commissione) di Gianluca Foglia Fogliazza -------------------------------------------------------------------------------- L’intento di questo scritto in due parti è aprire uno spazio di riflessione. Uno spazio di intervento che sia al contempo analitico e di liberazione; che oltrepassi l’adesione a un campo. Uno spazio che non si limiti alla difesa della critica, comunque sempre necessaria, ma si costituisca come campo di possibilità pratiche. Urlare lo stato del mondo è urgente e importante. Da tempo si è preso atto che non si può contrastare frontalmente la forza e la ferocia. Ma mentre si urla, la navigazione si fa nelle tempesta del confronto tra forza e diritto, tra guerra e politica, nel senso di una politica della vita, che è ciò che davvero è in questione. Perché il “governo del caos e dell’automa” è comunque una forma di diritto, cioè un modo di governare che assume la fine delle relazioni tra stati nel dominio transnazionale. Per questo è urgente un pensiero della destituzione e della diserzione, cioè fare un’eresia filosofico-politica. Si tratterebbe da un lato di condurre la pratica filosofica alla diserzione, dall’altro, di provare ad aprire il pensiero a relazioni impensate tra parole, cose e azioni. Dopo Gaza e mentre ancora a Gaza c’è massacro in forma di tregua, di rovine, di freddo, di fango e di blocco degli aiuti. Mentre in Cisgiordania continuano gli assalti dei coloni ai villaggi palestinesi. Mentre, malgrado le proteste mondiali per fermare il genocidio, prosegue il commercio di armi con Israele, la sistematica disinformazione e la “fase 2” della “pace” di Trump decide la ricostruzione di Gaza senza palestinesi. Mente Israele nega l’accesso a Gaza alle Ong. Mentre l’Europa si riarma, i territori vengono militarizzati, il dissenso silenziato e le proteste criminalizzate, la macchina mediatica con la sua produzione di paura si riverbera su una sfera pubblica capace solo di proporre legge e ordine. Mentre un atto di pirateria internazionale cattura il presidente eletto del Venezuela, Maduro, e riafferma il diritto della forza e la proprietà esclusiva di risorse energetiche, sequestrando e distruggendo il mondo. Dopo Gaza, quale filosofia? Dopo Gaza e dall’interno di Gaza la filosofia è “palestinese”. Palestinese vuol dire che la filosofia, malgrado si produca molto di filosofico che è semplicemente evanescente, rimane segno critico, contrassegno di resistenza, non luogo di appartenenza o univoca espressione di un’identità di classe, razza, nazione. Al contrario, contaminandosi, diviene filosofia nomade, filosofia della diaspora, filosofia “trans”. Una filosofia resistente all’antisemitismo e al sionismo. Resistente alla politica mondiale. La filosofia è anzitutto segno; è l’insieme storico, soggettivo e comune dei segni con cui si pensa: con cui si prende posizione in parole, cose e azioni. Pensare è “di parte”, è errare; ma è radicale nel senso di una radice nomade, di una terra non di un territorio. Pensare è sconfinare, liberare i confini dalle frontiere. Come pensare se non nei termini di una filosofia storica? Una filosofia storica è una filosofia della comune. La comune è storica, nel senso che si realizza ai margini, al di sotto, al di sopra e attraversando gli stati nazionali e le loro trasformazioni, e nei momenti di recrudescenza della “nazione”. La comune è comune facoltà di pensare il campo, il modo e la pratica del corpo e del linguaggio. Una filosofia della comune è critica della nozione universale, dell’universalismo che ha animato il pensiero “globale”, e non può tornare all’universale per sfuggire alla cattura. Una filosofia “può”, nel senso che permette di pensare se non corteggia la muta pratica dell’”irrazionale” contro gli esiti, anch’essi secolari, della ragione strumentale. Può invece curare una sensibilità razionale o una ragione sensibile per una vita non fascista; anzitutto, come indicava Walter Benjamin, strappando al fascismo la tradizione e demolendone i miti. Di questa elaborazione e dell’ignoranza antisemita che circola e si estende, deve incaricarsi una filosofia “dopo Gaza”. Una filosofia critica, di resistenza; una filosofia storica; una filosofia della comune; una filosofia post-coloniale perché è archeologia del colonialismo, è indagine su forme vecchie e nuove di dominio e di razzismo, ed è infine giornalismo filosofico. Sembra essere questo il campo di intervento di un pensiero che raccoglie. Lo scorso febbraio commentando il libro di Franco “Bifo” Berardi, Pensare dopo Gaza, abbiamo scritto che la conversione alla civiltà è stato il tentativo di subordinare la ferocia alla politica. Dopo Gaza quel tentativo è fallito. Ma, aggiungiamo, è “prima” di Gaza che qualsiasi politica è fallita, e lo è stata nel perverso esercizio della ragione governamentale, sia nelle istituzioni liberal-democratiche, sia nei regimi autoritari. Oggi, uno sguardo lucido penetra la realtà, fino a pochi anni fa indicibile, dell’apartheid e del colonialismo secolare imposto da Israele nei territori palestinesi occupati. È lo sguardo di un giornalismo filosofico sulle contraddizioni e i conflitti in Medioriente e sui problemi, anch’essi secolari, che, dalla fine della prima guerra mondiale, hanno prodotto l’attuale realtà. È il giornalismo praticato da chi rischia la vita e viene ucciso dai poteri di guerra, – ed è pratica quotidiana di quei rari giornali, periodici e siti di informazione, che sopravvivono alle intimidazioni e alle censure dei governi. Una difficile riflessione filosofica si è affacciata in articoli di quotidiani davvero indipendenti, nei reportage delle organizzazioni umanitarie, nel report di Francesca Albanese sull’economia del genocidio e nelle cronache di giornalisti e critici che continuano a testimoniare. Tra il 7 ottobre 2023 e oggi si è sviluppata una vasta letteratura storico-politica su Israele, Palestina, sionismo, ebraismo, resistenza, guerra e geopolitica mediorientale. È una letteratura che distingue due generi, la cronaca di informazione e la saggistica, mentre emerge, giustissima, una poesia, una narrativa e un’arte palestinese che testimoniano quanto Michel Foucault pronosticava agli inizi degli scorsi anni settanta: che una cultura non capitalista non può nascere che fuori dall’occidente; il compito di inventarla è dei non occidentali. Gideon Levy, giornalista del quotidiano “Haaretz”, ha raccolto in Killing Gaza 93 articoli, dal 2014 al giugno 2025, in cui è tracciata la storia recente dei «crimini commessi dal tuo Paese e dal tuo esercito… descrivere la vita e la morte all’interno di un altro popolo che vive schiacciato dalla conquista del tuo stesso Stato». Diviso in due parti, prima e dopo il 7 ottobre, il testo è un diario dolente, minoritario e minacciato, della verità quotidiana del “ghetto” di Gaza (2021), dell’ingiunzione al mondo di costringere Israele alla pace (febbraio 2024) e della triste previsione che non obbedirà all’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia e «recluterà Washington nel sabotaggio del diritto internazionale». Come pensare dopo Gaza è il tema inevitabile di un testo importante, La filosofia di fronte al genocidio. Si tratta di una conversazione di Luca Salza, docente di letteratura italiana e storia delle idee a Lille, con Étienne Balibar, filosofo-politico di sopraffina intelligenza, marxista critico che con Althusser ha indagato puntualmente le trasformazioni del capitalismo nei nefasti effetti di razza, classe e identità nazionale. Le genealogie filosofiche aiutano in parte a capire il presente, che è comunque sempre incomprensibile filosoficamente e lo è in parte storicamente, attraverso un’archeologia che scorre tra Günther Anders, Anthelme, Primo Levi, Kertész, Hannah Arendt. La prima costatazione di Balibar è che la storia è stata divisa in due dal genocidio. Il “dopo” destituisce il “prima” da cui pure procede. La seconda evidenza storico-filosofica è che la pratica dello sterminio di un popolo, gli ebrei, attuato dal nazismo, «è stato possibile perché l’Europa ha importato i metodi di concentrazione e sterminio che gli europei, inglesi e poi francesi, perpetravano nel resto del mondo dagli inizi della colonizzazione». Oggi, la colonizzazione storica della Palestina nella forma del colonialismo di insediamento, «utilizza le conseguenze dello sterminio degli ebrei al contempo come un’opportunità, come una risorsa, (demografica, intellettuale) e con una copertura ideologica». Nel 1984, due anni dopo il massacro di Chabra e Chatila, Gilles Deleuze scriveva che «…i palestinesi hanno percorso tutti i gironi infernali della storia: il fallimento delle soluzioni, ogni volta che erano possibili, i peggiori rovesciamenti di alleanze di cui pagavano le spese, le promesse più solenni non mantenute. E di tutto questo la loro resistenza ha dovuto nutrirsi» (Grandezza di Arafat). Questa realtà è documentata da decenni da storici come Ilan Pappé, il cui ultimo studio, La fine di Israele, mostra che Israele e Palestina non sono gli unici stati ad avere un futuro incerto. «La Siria si è già disintegrata come Stato; il Libano è finito di recente nella categoria degli Stati falliti; e i disordini in posti come l’Iraq e, più lontano, nello Yemen, nel Sudan e in Libia», indicano che quegli stati sono investiti da cambiamenti fondamentali. «La sorte dei palestinesi nei prossimi anni è comprensibilmente la nostra più grande preoccupazione, ma nel lungo periodo sarà la sorte degli ebrei nella Palestina storica la questione da risolvere». Di recente storici quali Elias Sanbar e Rachid Khabili, hanno dimostrato che l’analisi è più complicata ed evita di ridursi al suo schema binario. Come scrive Saree Makdisi, docente di di inglese e Letteratura Comparata all’Università di California, il livello di censura e di repressione di questa storia «non era necessario in un’epoca in cui prevaleva la narrazione israeliana dell’innocenza progressista: è necessario solo ora perché quella narrazione è andata perduta. Ciò che sembra la forza del sionismo in Occidente, è in realtà il segno più evidente della sua debolezza terminale…» (La tolleranza è una terra desolata, 2025). Il sionismo, fin dai fondatori, Herzl e Weizman, è insieme un nazionalismo europeo e un “orientalismo” che ha considerato “barbari” i popoli orientali. La convinzione si è saldata al “messianesimo laico” dello stato di Israele che ne ha giustificato la potenza tecnologica e militare. Tutti questi elementi hanno delineato posizioni plurime, della diaspora ebraica e degli arabi israeliani, delle comunità ebraiche, oggi per lo più schiacciate sull’ideologia nazionalista, e di singole e singoli intellettuali, gruppi e collettivi critici e antisionisti. D’altra parte, come ha segnalato Gad Lerner in Gaza. Odio e amore per Israele, la destra si è fatta sionista ed «essere diventati i più fedeli amici degli ebrei, ormai, a destra, lo si porta come un fiore all’occhiello». Il sionismo dei non ebrei è un “sionismo cristiano”, corrente formatasi negli Stati Uniti circa mezzo secolo fa all’interno delle congregazioni evangeliche. Passato un secolo, «gli eredi di coloro che agitavano lo spauracchio dell’universalismo ebraico, dando credito alla cospirazione dei Protocolli dei Savi di Sion… proprio loro sono giunti a vedere nello Stato ebraico un modello ideale di riferimento.» I discendenti della destra antisemita «salutano nell’esperimento israeliano il portabandiera di una nuova destra sovranista, volitiva, refrattaria ai vincoli delle istituzioni sovranazionali»; e oltremodo feroce. Il sovranismo patriottico «aveva bisogno di trovare un nuovo riferimento teorico, per rimpiazzare i pensatori di destra compromessi con le pagine più buie del secolo scorso». Nelle comunità ebraiche il tempo di guerra «ha infranto quello che era parso un imperativo ferreo: mai più con i fascisti e con i loro eredi». D’altra parte è intensa la commistione di interessi privati «che ha rinsaldato negli ultimi anni il legame fra le componenti dell’establishment israeliano e i loro interlocutori della destra europea», soprattutto nei settori dell’intelligence, dei sistemi di sicurezza e dell’energia. Nel 1984, racconta Gad Lerner, «Telefonai a Primo Levi dalla redazione dell’“Espresso” proponendogli di riflettere sui difficili rapporti tra Israele e la diaspora ebraica». Nel governo Shamir, insieme a Sharon, era stato nominato ministro anche «un seguace del rabbino estremista Meir Kahane, fautore della deportazione forzata dei palestinesi fuori dai confini della Grande Israele. Primo Levi ne rimase colpito». Osservò: «Mi sono convinto che il ruolo di Israele come baricentro unificatore dell’ebraismo adesso… è in una fase di eclissi. Bisogna quindi che il baricentro dell’ebraismo si rovesci, torni fuori di Israele, torni fra noi ebrei della diaspora…». Invece, «il partito razzista si sarebbe consolidato in Israele a dispetto dell’incriminazione che escluse il rabbino Kahane dalla Knesset». Bisogna rivoltarsi parlando in prima persona, dice Balibar. La filosofia “dopo Gaza” prevede il coraggio della verità. Roberta de Monticelli scrive che mai dopo Gaza, a Gaza e in Cisgiordania «s’era vista accendersi più sfolgorante la luminaria del vero… perché i vincoli che diamo alla nostra ferocia e idiozia hanno questo di divino: che più sono violati, più accendono luci sul vero… mai fu più vero l’annuncia che viene da Betlemme, mai tanta luce viene dalla Palestina. Mai tanta verità s’era accesa sul sangue della strage degli innocenti” (La Palestina e la luminaria del vero. Preghiera del solstizio d’inverno, “il manifesto” 30 dicembre 2025). È la bianchezza dei sudari (kafan) nella dolorosa parola narrata da Paola Caridi in Sudari. Elegia per Gaza. Nascondono i corpi agli occhi del mondo e illuminano «il segno della strage, del genocidio della nostra vita, individuale e collettiva, europea e globale». Il velo, il telo, il sudario, il lenzuolo funebre. «Un pezzo di stoffa rende il corpo invisibile… e allo stesso tempo è come se proteggesse dalla vista della morte. Dalla paura, dal terrore, dalla guerra». Nel racconto del poeta Nabil Bey Salaneh, «Dopo che l’acqua ha compiuto il suo canto, viene il momento del bianco. Il corpo non si veste più con abiti del mondo: ora viene avvolto – come un neonato, come una preghiera, come un silenzio… Come se dicessimo: ‘Torna nudo ma rispettato. Torna spoglio, ma protetto’…». Poesia, rito, luce, scrive Paola Caridi. «E nome. Perché nessun nome bisogna dimenticare, degli uccisi e dei sommersi nel genocidio palestinese a Gaza. Dare nome, a un corpo da seppellire… Dare nome e raccontare un amore. “Mio marito, il mio innamorato…”. Resta, come imperativo, fermare il genocidio e rendere giustizia. Il poeta Refaat Alareer, ucciso la notte del 6 dicembre 2023, chiese di farlo bianco l’aquilone, con una lunga coda». Ogni liberazione deve passare nel gioco dell’immaginazione In un’archeologia della visione che è un altro punto di senso della filosofia “dopo Gaza”, il biancore dell’aquilone è segno di una presenza che richiama l’angelo retto da un lenzuolo che si posa sopra il San Matteo delle pale di Caravaggio nella Cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi. Quella posa testimonia, – afferma Nadia Fusini, che ogni liberazione deve passare nel gioco dell’immaginazione. «Dovremo coraggiosamente inoltrarci in un differente grado, o stadio di realtà, che ha molto a che fare con il sogno, fin con l’allucinazione, il delirio… per fare esperienza di verità che sono al di là della ragione». Caravaggio a Gaza, ha scritto lo storico dell’arte Tomaso Montanari, «non avrebbe dipinto i mandanti, il governo israeliano, i politici fanatici assetati di sangue. Non li avrebbe degnati di uno sguardo: avrebbe semmai dipinto i soldati delle forze armate israeliane, ma solo quelli nei cui sguardi avesse colto la riluttanza, il pentimento, il dolore, il disagio. I suoi carnefici sono tutti tristi, travolti anche loro dalla morte che danno». L’esercizio dell’arte è questo sapere indispensabile, che può o meno divenire conoscenza, ma che genera conversione e incontra il sapere come sponda contraria alla realtà costruita. La storica Anna Foa in un saggio essenziale, Il suicidio di Israele, ricostruisce in sintesi la storia del sionismo, delle responsabilità storica dell’Europa e dell’occidente e di quelle del governo Netanyahu nel massacro del 7 ottobre 2023. «Si dice che Israele è un paese democratico… senza considerare che un paese che porta avanti un’occupazione da oltre cinquant’anni esercita almeno una democrazia limitata». Questa considerazione smonta l’identificazione di antisionismo e antisemitismo, usata dal governo israeliano e perseguita dalle destre suprematiste e dai liberaldemocratici europei che hanno deciso il riarmo, per legittimare i bombardamenti e la pulizia etnica in Cisgiordania e reprimere le proteste mondiali. La sintesi storica tracciata da Anna Foa rende ragione sia della dispersione di «ciò su cui si era tanto costruito dai testimoni della Shoah e che l’uso cinico che Netanhyau fa della Shoah ha compromesso» – sia del pensiero ebraico, della sua ricchezza, avvolta oggi dall’ignoranza di quanti identificano ebraismo e Israele. Premesso, con Anna Foa, che «L’attacco del 7 ottobre è stato un terribile choc per Israele… Fra i civili assassinati, gli abitanti dei kibbutzim al confine con la Striscia di Gaza, in grande maggioranza abitati da laici, impegnati nella battaglia per la pace», e che il terrore era proprio quanto Hamas voleva, – alla strage è seguita una narrazione che ha congelato il 7 ottobre. Da allora è come se il 7 ottobre fosse l’unico giorno della storia e come se nulla fosse successo prima per renderla possibile. Makdisi scrive che «fermare un orologio al 7 ottobre è esattamente ciò che fa funzionare l’altro orologio, quello del genocidio». Come se «75 anni di diritti abrogati, la detenzione di decine di migliaia di uomini, donne e bambini, i posti di blocco e le irruzioni nelle case, la pulizia etnica, la demolizione delle abitazioni, il rapimento di ragazzini, i bombardamenti casuali, l’espropriazione, la tortura, lo stupro, l’omicidio, gli abusi, la negazione della mobilità, la deprivazione, la punizione, l’assedio, non fossero mai avvenuti». Il che non significa negare gli atti di terrorismo di Hamas, finanziato fino al giorno prima da Netanhyau in funzione anti-ANP, la guerra secolare con Hezbollah e l’Iran, l’apertura di un fonte con la Siria. Significa pensare storicamente. -------------------------------------------------------------------------------- Bibliografia Francesca Albanese, From economy of occupation to economy of genocide. Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967. ohchr.org Hannah Arendt, Ripensare il sionismo (ottobre 1945), in Ebraismo e modernità, trad.it. G. Bettini, Feltrinelli, Milano 1993. Étienne Balibar – Luca Salza, La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, cronopio, Napoli 2025. Franco Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo, Palermo 2025. Paola Caridi, Sudari. Elegia per Gaza, Feltrinelli, Milano 2025. Gilles Deleuze, Grandezza di Arafat. Con un saggio di Francois Chatelet, trad.it. A. Moscati, Cronopio, Napoli 2002. Roberta de Monticelli, La Palestina e la luminaria del vero. Preghiera del solstizio d’inverno, “il manifesto” 30 dicembre 2025. Anna Foa, Il suicidio di Israele, Editori Laterza, Bari-Roma 2025. Gad Lerner, Gaza. Odio e amore per Israele, Feltrinelli, Milano 2025. Gideon Lévy, Killing Gaza. Cronaca di una catastrofe, trad.it. G. Dina, Meltemi editore, Milano 2025. Saree Makdisi, La tolleranza è una terra desolata. Come si nega un genocidio trad.it. V. Binetti, DeriveApprodi, Bologna 2025. Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, trad. it. N. Mataldi, Fazi editore, Roma 2025. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quale filosofia dopo Gaza? [parte I] proviene da Comune-info.
January 9, 2026
Comune-info