L’euro digitale può cambiare il mondo?

Jacobin Italia - Friday, December 19, 2025
Articolo di Luca Lombardi

La pandemia ha avuto numerosi e profondi effetti sulla società e l’economia mondiale. Tra di essi, un’accelerazione della transizione verso i pagamenti digitali, soprattutto tra i più giovani. Questa crescita avviene attraverso circuiti internazionali dei pagamenti, come le carte di credito o sistemi nati digitali come PayPal che, nella quasi totalità, sono americani, e segnano un importante elemento di subordinazione dell’Europa alle aziende statunitensi. Esistono alternative europee, come Satispay, che però hanno dimensioni irrisorie rispetto ai colossi di oltre oceano. 

In questi anni il sistema finanziario ha visto anche il sorgere delle criptovalute, ora elemento rilevante delle speculazioni di borsa. A una prima generazione di criptovalute, attorno al bitcoin, è seguita una nuova classe di criptovalute, le stablecoin che, essendo garantite da attività più tradizionali, dovrebbero mantenersi stabili rimanendo però pur sempre speculative, con ciò favorendone la fusione con le attività tipiche dell’asset management, venendo insomma sdoganate a tutti gli effetti come prodotto per qualunque risparmiatore. Per il Tesoro americano, che ogni anno ha l’esigenza di collocare migliaia di miliardi di debito, costituiscono un aiuto soprattutto in una fase in cui gli investitori asiatici, in primis cinesi e giapponesi, si stanno liberando dei titoli di Stato statunitensi. Si tratta di una surrettizia privatizzazione della moneta, con cui l’amministrazione Trump coglie anche l’obiettivo di difendere la centralità del dollaro nel mondo. Accanto al dollaro pubblico c’è ora, infatti, un cospicuo numero di valute private in dollari, appunto le stablecoin, al di fuori di ogni controllo. Nello spalancare le porte alla speculazione delle criptovalute (il Genius Act prevede che gli Stati uniti siano la «criptocapitale del mondo» ), il governo statunitense ha anche chiuso alla possibilità di creare una valuta digitale pubblica. Come nella sanità e in molti altri campi, le prerogative pubbliche vanno emarginate per far posto agli interessi dei privati.

I nemici dell’euro digitale

L’Europa sembrerebbe seguire un’altra strada. In questi anni, infatti, l’Eurosistema ha sviluppato il progetto di euro digitale, una valuta digitale emessa dalla Banca centrale europea (Bce) che si aggiungerebbe alla moneta fisica come metodo di pagamento nell’Eurozona. La Bce ha prodotto regolarmente dei rapporti sullo stato di avanzamento del progetto che, tecnicamente, sarebbe già prossimo alla fase operativa

Tuttavia, l’euro digitale ha diversi nemici alquanto potenti. Innanzitutto, non proprio entusiaste sono le banche europee, che temono di subire un deflusso di depositi. Infatti, con l’euro digitale si offrirebbe la possibilità di aprire un conto presso la Bce, non solo a costi presumibilmente concorrenziali, ma con la sicurezza di avere i propri risparmi custoditi da un’istituzione pubblica anziché da banche private che, per quanto vigilate e generalmente affidabili, pensano a massimizzare i profitti, con tutto ciò che ne consegue in termini di aggressività commerciale e rischiosità dei propri affari. Si tratta di un aspetto decisivo perché i depositi costituiscono la materia prima dell’attività bancaria. Per esempio il loan to deposit ratio (la proporzione tra prestiti e depositi) per le banche dell’Eurozona si aggira sul 95-100%. Se i depositi defluissero in quantità significativa verso la Bce, le banche dovrebbero sostituirli con altre fonti di raccolta più costose, come le obbligazioni, e ciò comporterebbe un calo della loro redditività. Non che i profitti delle banche siano stati pochi negli ultimi tempi, ma per le banche non sono mai abbastanza. Del resto, hanno fatto opposizione anche alle poche misure volte a versare parte di questi utili al fisco, come, per l’Italia, il contributo di solidarietà previsto dalla finanziaria del 2024 (si parlava di alcuni miliardi contro oltre 110 miliardi di utili nel triennio 2022-2024).

Le banche europee, in particolare quelle tedesche, si sono espresse più volte contro il progetto, sostenendo che non serve perché esistono già numerose possibilità di pagamento digitale (sebbene tutte basate negli Stati uniti). In pratica sono preoccupate per le future mosse della Bce mentre sottovalutano la minaccia rappresentata dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi, il cui crescente coinvolgimento nei servizi bancari sta già trasformando la struttura delle catene del valore nel settore bancario proprio a scapito delle banche tradizionali. Anche le stablecoin statunitensi possono rappresentare una seria minaccia, in quanto possono offrire un rendimento, sfumando così i confini tra strumenti di pagamento e prodotti di investimento, offrendo un’alternativa ai depositi tradizionali ma rimanendo al di fuori di qualsiasi regolamentazione bancaria. Sebbene i rappresentanti della Bce abbiano spesso spiegato che l’euro digitale non è destinato a sostituire le banconote né i depositi, le banche europee rimangono quantomeno scettiche e stanno preparando una stablecoin europea.

A questo nemico, a cui la Bce deve prestare ascolto in quanto autorità di vigilanza del sistema bancario dell’Eurozona e quindi interessata alla stabilità del business delle banche, si aggiungono politici «sovranisti» di varia natura, generalmente contrari a qualsiasi progetto delle istituzioni europee e in particolare a un progetto visto come una minaccia alla privacy e alla libertà dei cittadini europei. Fa sorridere il fatto che questi stessi «sovranisti» sono poi normalmente favorevoli alle criptovalute Usa, ma non è certo l’unica incoerenza nei rapporti tra Europa e Stati uniti manifestata dalla destra europea. Così, che ne siano consapevoli o meno, questi soggetti si pongono in scia dell’amministrazione Trump, che ha tra i suoi obiettivi principali, ribaditi nella recente National Security Strategy, il mantenimento della subordinazione del sistema finanziario europeo agli interessi finanziari statunitensi, da cui deve anche derivare l’afflusso costante di investimenti in titoli americani a partire da quelli del Tesoro. Si consideri che circa un quarto degli investimenti diretti dell’Ue vanno agli Stati uniti e che la posizione estera verso gli Usa è quintuplicata nell’ultimo decennio, divenendo la principale destinazione degli investimenti finanziari cross border dei paesi dell’Eurozona, tanto che ormai le attività finanziarie dell’Eurozona nei confronti degli Stati uniti ammontano a oltre l’80% del Pil dell’Eurozona stessa. Se questi flussi tornassero anche solo in parte in Europa, finanziare il deficit commerciale per gli Usa sarebbe molto più difficile. Vi è dunque l’esigenza di mantenere la subordinazione del sistema finanziario europeo.

Banche europee, e implicitamente americane, sovranisti e il loro padrino Trump sono nemici potenti, anche se cancellare tout court il progetto dell’euro digitale non sarà facile. Basterà però ridurne le potenzialità, fino al punto che la sua presenza verrebbe a malapena notata. Dal canto suo la Bce è cauta, e ipotizza un conto in euro digitale con un saldo alquanto esiguo (1.000 euro) in modo da non disturbare la potente alleanza anti-euro digitale.

La prudenza è comprensibile, data la posizione della Bce, ma occorrerebbe decisamente un altro passo. Una valuta digitale che timidamente si fa strada tra i colossi americani e l’ostilità delle banche europee non servirà a molto. Dopo decenni di paurosa crescita della finanza, dopo che i comportamenti delle grandi banche, quelle «troppo grandi per fallire», hanno portato il mondo sull’orlo del precipizio, costando alle casse pubbliche centinaia di miliardi, l’euro digitale potrebbe incarnare un’idea diversa del ruolo che la moneta pubblica svolge nell’era digitale. L’idea più completa e radicale di una valuta digitale pubblica «radicale» è stata avanzata nel 2021  da Saule Omarova, all’epoca professoressa alla Cornell University e candidata dall’amministrazione Biden a guidare l’Office of the Comptroller of the Currency, una delle autorità di vigilanza bancaria statunitensi. Proprio per le sue idee radicali sul dollaro digitale la comunità finanziaria si oppose ferocemente alla candidatura, riuscendo a impedirla con uno sforzo collettivo a cui parteciparono dal Democratico Larry Summers  al repubblicano Wall Street Journal . In effetti le idee della Omarova erano decisamente dirompenti e implicavano esplicitamente che il dollaro digitale dovesse essere utilizzato per determinare «la fine del sistema bancario così come lo conosciamo». Le riprendiamo perché sarebbero ciò che servono per fare dell’euro digitale un progetto che cambia la natura della finanza nell’Eurozona.

Per una valuta digitale pubblica

L’idea è questa: tutti gli individui, le imprese, le istituzioni dell’Eurozona avrebbero un conto corrente presso la Bce dove regolerebbero le proprie transazioni (fatture, stipendi, tasse, ecc.). Ai servizi di pagamento si potrebbero associare anche altri tradizionali servizi bancari di base, in particolare il credito. Questi servizi bancari di base verrebbero offerti a un prezzo simbolico, sufficiente a coprire i costi di gestione. Il conto corrente universale presso la banca centrale aiuterebbe l’inclusione delle persone più povere e vulnerabili ora escluse dal sistema bancario abbassandone i costi. Sarebbe molto interessante anche per le piccole imprese e gli artigiani, che non sarebbero più schiacciati dalle banche. Quanto ai clienti facoltosi, i segreti che le banche conservano per i loro clienti ricchi sarebbero a disposizione delle autorità pubbliche, dall’evasione fiscale al riciclaggio. 

I tassi d’interesse che la Bce praticherebbe su questi conti o sulle corrispondenti operazioni di credito potrebbero fungere da tasso di policy (il vecchio tasso di sconto). Cambierebbe così anche il funzionamento della politica monetaria poiché la banca centrale potrebbe utilizzare l’euro digitale per espandere gli aggregati monetari nella quantità e nella direzione ritenuta ottimale. Per esempio, dopo la crisi finanziaria del 2008 le banche centrali hanno azzerato i tassi e avviato manovre di quantitative easing che avevano lo scopo di salvare il mondo finanziario e riavviare l’economia. Il primo scopo è stato raggiunto, il secondo meno perché la liquidità data alle banche si fermava in buona parte nei loro bilanci in attesa di tempi migliori. All’epoca si parlava, per uscire da questa impasse, di un quantitative easing «per il popolo» . La valuta digitale permetterebbe di realizzarlo efficacemente. Poniamo che il governo decidesse, per rilanciare l’economia, di espandere la liquidità nel sistema. Ogni mese la banca centrale accrediterebbe il conto corrente di ogni cittadino, o piccola impresa, incidendo direttamente sull’economia anziché passare per le banche private.

Sistema dei pagamenti, politica monetaria ma anche la vigilanza bancaria, le tre funzioni tipiche di una banca centrale moderna, cambierebbero totalmente. Infatti, anche la natura delle banche ne risulterebbe del tutto trasformata. Non avendo più depositi, dove troverebbero le risorse per fare credito? Avrebbero soluzioni private ma costose (aumentare la remunerazione dei depositi, emettere obbligazioni), oppure dovrebbero prendere i fondi dalla Bce. Nei fatti assomiglierebbero a un fondo comune, con molto minore spazio di manovra sulla crescita del credito e delle bolle speculative. Come la stessa Omarova suggeriva, l’impossibilità per le banche private di creare moneta aiuterebbe una generale riduzione del peso della finanza. Anche lo shadow banking system, cinghia di trasmissione tra le banche «ordinarie» e la speculazione più selvaggia, il cui ruolo è talmente forte anche nell’Eurozona da costringere la Bce a tenerne conto nella conduzione della politica monetaria, avrebbe meno libertà di operare in assenza dei finanziamenti illimitati da parte delle banche. 

La finanza nel suo complesso ne risulterebbe fortemente ridimensionata. Ricordiamo che dopo la crisi del 2008, persino alcune ricerche del Fondo Monetario Internazionale conclusero che nel mondo c’è troppa finanza, ma questo non ha indotto a politiche per limitarne la crescita, tutt’altro. Sono passati oltre dieci anni e la situazione è ancora più fuori controllo. Solo per fare un esempio, il Dow Jones – il principale indice azionario della borsa di New York – negli ultimi cinque anni è cresciuto di oltre il 50%, e del 400% dal 2009. Se poi prendiamo le criptovalute, in un decennio hanno visto aumenti di valore nell’ordine delle cento volte. L’enorme crescita della finanza avvantaggia solo un pugno di ultraricchi, mentre l’economia reale galleggia e i salari rimangono al palo. 

La valuta digitale potrebbe essere utilizzata anche per impostare una politica industriale di cui l’Europa ha disperatamente bisogno, indirizzando i fondi verso i settori e i progetti necessari, ad esempio per una rapida transizione ecologica, andando molto oltre il ruolo pur importante ma alquanto limitato delle banche di sviluppo come la Banca Europea degli Investimenti o Cassa depositi e prestiti in Italia. Infine, permetterebbe all’Europa di sganciarsi dal soffocante abbraccio degli operatori americani. Occorre ricordare che se il governo americano decidesse che i paesi europei si stanno comportando male, potrebbe girare l’interruttore e l’Europa dei pagamenti tornerebbe a cinquant’anni fa, quando ci davano il resto in gettoni del telefono e caramelle, se solo si trovassero ancora gettoni del telefono. Non è fantascienza, se ne parla già in ambienti informati come quello di Politico.

L’introduzione di una valuta digitale pubblica di questo tipo comporterebbe, dunque, nuove modalità di pagamento e di detenzione delle liquidità di famiglie e imprese, un nuovo modo di rilanciare gli investimenti e i consumi e potrebbe ridisegnare il l’intero funzionamento del sistema bancario; riporterebbe l’attore pubblico al centro dell’economia e dei flussi finanziari, ponendo sotto controllo la finanza, emarginando l’economia illegale, darebbe una leva essenziale all’Europa nel confronto internazionale. Per tutti questi motivi, l’euro digitale, persino nella versione alquanto blanda che propone la Bce, conta su molti e agguerriti nemici che mirano a ritardarne la nascita e depotenziarne le funzioni.

Il modo con cui nascerà l’euro digitale dirà molto su ciò che l’Europa immagina per il proprio futuro.

*Luca Lombardi ha un dottorato di ricerca in economia. Lavora da oltre 25 anni nel settore bancario ed è un esperto di regolamentazione bancaria e stabilità finanziaria.

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