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Primi passaggi contro la crisi
Articolo di Alessandro Volpi La crisi del capitalismo finanziario, attraversato da una gigantesca bolla che trova alimento quasi esclusivamente dal trasferimento del risparmio di buona parte del mondo occidentale in direzione delle Borse americane e in particolare verso un numero ristretto di titoli di società partecipate dai grandi gestori globali di tali risparmi, sta rapidamente aggravandosi. Ciò esaspera ancor più la natura predatoria del capitalismo con lo smantellamento dei sistemi di Welfare e delle stesse sovranità democratiche, per continuare a creare nuovi soggetti che hanno bisogno della finanza.  Al di là dell’obiettivo di un superamento definitivo di un simile modello – che non è possibile definire  in queste poche righe – mi sembrano indispensabili alcuni passaggi propedeutici per muoversi in tale direzione, partendo dal piano europeo. Tratteggerò di seguito in modo schematico questi necessari passaggi. LIMITARE LA CIRCOLAZIONE DEI CAPITALI È necessaria la reintroduzione di forme di limitazione di circolazione dei capitali che dovrebbero restituire una dimensione «territoriale» alla gestione dei capitali stessi e dei risparmi. L’unica dominante non può essere rappresentata dal massimo rendimento finanziario, a prescindere dalle effettive ricadute sui tessuti produttivi e sui livelli e sulla qualità del lavoro e della sua retribuzione.  L’ideologia del superamento dei vincoli sociali, e più in generale il processo di affidamento alla finanza e alla sua infinita ingegneria, non può motivare un’idea di mercato dove la determinazione del valore è solo finanziaria. Per evitare ciò occorre una normativa, statale ed europea, che impedisca la corsa verso la finanza degli Stati uniti, iniziata fin dall’era reaganiana. La costruzione di macro aree regionali di circolazione di capitali e risparmi e l’introduzione di vincoli specifici alla loro destinazione deve rappresentare l’oggetto di uno sforzo politico profondamente radicale e innovativo.  RIDURRE GLI STRUMENTI FINANZIARI Serve una drastica riduzione del numero e delle tipologie di strumenti finanziari, finalizzati a moltiplicare le ricadute «diffuse» dell’altamente insufficiente capacità della finanza di generare ricchezza e soprattutto a evitare una sua eccessiva concentrazione destinata a creare un vero conflitto sociale. Mi riferisco agli strumenti della cosiddetta «democratizzazione» della finanza, messi a disposizione di tutti e inseriti nei sempre crescenti fondi pensione privati, che sono in realtà lo strumento di tenuta del sistema capitalistico, attraverso l’allargamento costante della platea dei coinvolti nella finanza.  Le normative degli ultimi tre decenni si sono mosse nella direzione di consentire l’esplosione della finanza «derivata» nelle sue infinite forme  – basti pensare agli Etf, gli Exchange Traded Funds, ossia i fondi di investimento quotati sui mercati – rivolte a un pubblico socialmente sempre più vasto. Questo processo deve essere invertito, cancellando gran parte di questi strumenti nell’intento, chiaro, di riportare la finanza a una dimensione esclusivamente legata all’economia reale. TASSARE LA RENDITA FINANZIARIA È necessaria una radicale riforma fiscale, intesa come strumento per spostare il prelievo dal lavoro dipendente e dai consumi in direzione della rendita, a cominciare da quella finanziaria.  Non è più tollerabile che proprio la rendita finanziaria sia la forma di reddito e di ricchezza che paga meno imposte, mentre continua a essere mantenuto in vita un principio ottocentesco di tassazione basato sul lavoro. Patrimoniali, imposte di successione, imposte sulla rendita dotate di forte progressività sono le condizioni per generare un gettito in grado di sostenere la spesa sociale indispensabile a bloccare la privatizzazione degli Stati. In questo senso è indispensabile superare la logica della tassazione straordinaria degli extraprofitti che dovrebbe trasformarsi in un incremento strutturale del prelievo nei confronti dei settori a maggiore rendimento finanziario.  È poi superfluo ricordare l’insostenibilità di paradisi fiscali interni all’Unione europea e tutte le forme di dumping fiscale che dovrebbero essere rapidamente smantellate. Una particolare attenzione dovrebbe essere riservata al risparmio cinese  e alla ristrutturazione in atto della finanza di quel paese e in generale di alcuni grandi paesi del Sud globale perché potrebbero diventare, all’interno di accordi di natura bilaterale, risorse fondamentali per la ripresa economica europea.  RICOSTITUIRE IL CREDITO PUBBLICO Bisogna ricostituire forme di credito pubblico, a cominciare da istituti creditizi e assicurativi, per sostituire i grandi colossi privati nella gestione del risparmio e nell’erogazione di un credito produttivo, non finanziarizzato, e sostenuto appunto dall’enorme mole di risparmi che, attualmente, si spostano, attraverso la gestione dei grandi fondi americani, per circa il 60% in direzione degli Stati uniti.  Lo snaturamento, nel caso italiano, della Cassa Depositi e Prestiti, ormai quasi totalmente finanziarizzata, e la funzione altrettanto finanziaria di realtà come Invitalia e Invimit richiedono un radicale ripensamento di simili strumenti, la cui proprietà pubblica è ora solo ancillare alla garanzia per operazioni di natura totalmente di interesse privatistico.  TUTELARE I PATRIMONI NATURALI È necessario evitare qualsiasi privatizzazione dei monopoli naturali, a cominciare dal vasto sistema di servizi pubblici essenziali, che stanno diventando uno dei terreni di conquista dei grandi gestori privati del risparmio, attratti proprio dalla natura di monopoli naturali, tipica di tali servizi e dalla garanzie delle tariffe pagate dagli utenti. Anche di qui passa un pezzo rilevante della finanziarizzazione dei risparmi. PER UNA VERA BANCA CENTRALE PUBBLICA Servirebbe una vera banca centrale, capace di operare la monetizzazione dei debiti pubblici, in maniera da favorire gli investimenti pubblici indispensabili per affrontare la crisi climatica e per operare in direzione della riduzione delle disuguaglianze. Non bastano certo limitate partite di eurobond, la cui emissione costituisce una forma decisamente pericolosa e costosa di concorrenza nei riguardi dei debiti dei singoli paesi, a cominciare da quelli più grandi.  In questo senso appare rilevante l’utilizzo strategico dell’euro che non può essere solo una moneta di stabilizzazione del valore del debito, ma dovrebbe avere l’ambizione, proprio per la sua forza strutturale, destinata peraltro a sottrarre capacità di esportazione alle economie europee, di essere strumento di finanziamento pubblico, certo non messo a repentaglio, in questa fase, dalla debolezza del dollaro. Inoltre  proprio la condizione di debolezza del dollaro, può consentire all’euro di occupare un posto di primo piano tra le valute di riserva. Infine, per ridurre l’insostenibile dipendenza dai sistemi di pagamento in dollari e dalla pressoché totale irrilevanza dell’Unione europea in tale ambito occorre rivedere, in maniera chiara, il monopolio del sistema Swift (la rete globale che permette a banche e istituti finanziari di comunicare in modo standardizzato per scambiarsi istruzioni e trasferimenti di denaro), avviando relazioni strette con i paesi Brics per trovare una soluzione comune.  *Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. I suoi ultimi libri sono Prezzi alle stelle. Non è inflazione, è speculazione (Laterza, 2023), I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza, 2024). L'articolo Primi passaggi contro la crisi proviene da Jacobin Italia.
Un’economia per uscire dalla voragine
Articolo di Liam Mc Court Oggi è un pensiero diffuso che le cose stiano andando male. La maggior parte delle persone, istintivamente, lo sa. Sa che le prospettive future e le condizioni di vita di fette sempre più larghe della popolazione sono in declino. Sente che c’è qualcosa di profondamente disfunzionale nel mondo di oggi. Allo stesso tempo, raramente come in questa epoca le persone si sono sentite così impotenti di fronte a un sistema che le sta gradualmente impoverendo, che sta distruggendo gli spazi in cui cui esse vivono e che nelle comunità sta creando un enorme vuoto. L’impressione diffusa è quella di non avere più il controllo delle proprie vite e nemmeno influenza sulle scelte e le decisioni che impattano le collettività. Accanto alla sensazione di impotenza, vi sono una grande preoccupazione per il futuro e una rabbia per ciò che è oggi il presente. Tra di noi, nelle nostre comunità, si è creato un enorme vuoto: ci sentiamo soli come non mai e l’aria inizia a mancare. Questo vuoto è di ideologie, di spazi e di luoghi, è di comunità e di legami ed è di prospettive e speranze. È giunto il momento, ora, di invertire la rotta e iniziare a riempire questo vuoto. L’economia e gli economisti, senza dubbio, hanno un ruolo fondamentale da giocare in questo sforzo. Queste poche righe vogliono provare a spiegare cosa possono fare gli economisti e raccogliere così l’appello pubblicato su Jacobin Italia.  PRIMA DI TUTTO, LE PULIZIE DI PRIMAVERA Nell’ormai lontanissimo 1980, dinanzi a quelli che allora erano i fallimenti logici e programmatici delle correnti di pensiero egemoni in economia (oggi, per altro,  ancora tali), l’economista britannica Joan Robinson, una delle più brillanti e controverse allieve di John Maynard Keynes, scriveva che era necessaria una «pulizia di primavera». Gli economisti avrebbero dovuto disfarsi dei concetti, dei modelli e delle teorie che avevano fallito il contatto con la realtà. Scriveva, poi, che la cosa che più interessava alle persone dell’economia era la questione della distribuzione della ricchezza prodotta e che l’economia, invece, si stava sempre più allontanando da questo genere di problemi. Ovviamente, ed è lapalissiano scriverlo, nulla di ciò che Robinson auspicava si realizzò. Anzi, nel 1980 iniziavano i decenni del Monetarismo di Milton Friedman, della fede totale nella teoria della razionalità degli agenti economici come strumento utile per predire il futuro e nell’efficienza dei mercati nel gestire qualsiasi ambito della vita collettiva. Mentre in economia si compiva la rivoluzione che ha poi portato alla cosiddetta «New Consensus Economics» (e all’esclusione sistematica di tutti coloro che da questo paradigma dissentivano), nelle società iniziavano gli anni del neoliberismo, della finanziarizzazione, delle privatizzazioni, di una crisi finanziaria dopo l’altra, del declino delle classi medie, della deindustrializzazione e dell’austerità.  Oggi la crisi è senz’altro più grave di allora, ma credo sia giusto tornare all’appello di Joan Robinson. Nel 2025 pensare di trovare la via d’uscita dall’abisso in cui ci siamo cacciati cercando una soluzione tra le correnti del pensiero economico che hanno fornito la giustificazione scientifica e ideologica per attuare il trentennio del neoliberismo sarebbe una follia. Cominciamo, quindi, scartando dell’economia tutto ciò che ha aiutato a consegnarci il mondo attuale. Ciò significa liberarsi di quelle parti dell’economia che non sono state in grado di vedere come, in quasi tutte le società occidentali, le prospettive della maggior parte della popolazione siano declinanti da trent’anni. Significa disfarsi di quelle lenti che non hanno compreso come il patto sociale delle giovani generazioni sia infinitamente peggiore di quello delle precedenti. Significa abbandonare i modelli economici secondo i quali la distribuzione della ricchezza prodotta è una questione di importanza secondaria, e che ritengono che se i lavoratori vengono pagati sempre meno, è perché sono loro a contribuire meno al processo produttivo. Significa liberarsi di quelle impalcature teoriche che raccontano che per contenere la crisi climatica basta semplicemente assegnare un prezzo ai danni climatici (prezzo che, secondo il premio cosiddetto Nobel William Nordhaus era di 31$ la tonnellata di CO₂), poiché il mercato, grazie alle sue salvifiche proprietà, si sarebbe occupato di risolvere i nostri problemi. Significa, infine, liberarsi di tutte quelle teorie che pensano che il benessere di una collettività possa solo voler dire massimizzare il valore monetario di ciò che viene prodotto dall’economia.  ALCUNI INGREDIENTI DI BASE PER UN PARADIGMA ALL’ALTEZZA DEI TEMPI Liberarci di tutto ciò è la premessa per costruire un’idea all’altezza dei tempi duri in cui viviamo.   Le pulizie di primavera, per come descritte, non possono essere solo una decostruzione; devono essere, infatti, anche una proposta. Forse, in questo caso, potrebbe essere utile delineare una serie di ingredienti minimi necessari per costruire il nuovo. La lista di questi ingredienti non dev’essere né lunga né troppo dettagliata, poiché la costruzione di un nuovo paradigma è possibile solo in un ambiente ideologicamente e metodologicamente plurale. Si può, quindi, tentare di stilare i confini entro cui lavorare. Ad esempio, si può riconoscere che le attività umane hanno un impatto tale sulla Terra, da aver inaugurato una nuova era geologica, l’Antropocene – declinato anche come Capitalocene – e che queste attività stanno destabilizzando il sistema climatico in modo pericolosissimo. Significa, di conseguenza, considerare come inappellabili i limiti del nostro clima e ritenere parte integrante della propria missione l’evitare la catastrofe climatica.  Si può dire oggi con sicurezza che sono necessari approcci che incorporino al loro interno il fatto che il capitalismo, a prescindere dall’opinione che si può avere su di esso come sistema produttivo, è basato su rapporti di potere tra chi ha e chi non ha. Si può dire che questi rapporti di forza, accanto a fattori istituzionali, influenzano in modo determinante la distribuzione della ricchezza prodotta dai nostri sistemi economici. Un nuovo paradigma deve considerare come fine ultimo dell’economia quello di suggerire politiche che portino alla soddisfazione dei bisogni di base delle persone: un tetto sopra la testa, un lavoro dignitoso, ciò di cui nutrirsi, la possibilità di curarsi, un’istruzione di qualità, energia (pulita) con cui scaldarsi. Un nuovo paradigma economico deve riconoscere che il «libero mercato», un concetto che esiste più nei libri che nella realtà, senza regole né limiti queste cose non le fornisce. Infine,  serve un paradigma economico che riconosca il ruolo del capitalismo contemporaneo nella creazione della società attuale, sempre più iniqua, atomizzata, sola e mercificata in ogni suo rapporto umano. Il nuovo paradigma deve fare della protezione delle comunità, dei legami e delle forme associative umane una parte della propria ragion d’essere.  Forse questa lista di ingredienti può sembrare banale, troppo breve, o insufficiente, ma in realtà si tratta di moltissimo, perché, di fatto, è un ribaltamento di quasi tutto ciò che di base insegna una parte maggioritaria dell’economia odierna.  COSA CI RESTA DOPO LE PULIZIE DI PRIMAVERA Avendo quindi accennato a ciò di cui noi economisti dovremmo liberarci e avendo abbozzato i confini di un possibile contenitore in cui inserire un nuovo paradigma all’altezza dei tempi, con cosa ci resta da lavorare?  Fortunatamente ci resta un mondo di idee, teorie e metodologie su cui costruire. L’economia, infatti, gode di un patrimonio molto vasto e diversificato che, una volta completate le pulizie di primavera, potrà fiorire. Questo patrimonio ha fatto molti passi avanti rispetto ai tempi in cui Robinson scriveva e si è evoluto grazie alle esperienze storiche e ai progressi nei metodi statistici degli ultimi cinquant’anni. Si può dire che restano tra noi i cosiddetti «mainstream ribelli» come Joseph Stiglitz e Thomas Piketty (che Emilio Carnevali in questo dibattito su Jacobin includeva tra i nuovi socialisti), economisti cresciuti nelle teorie egemoni, ma che a queste si sono ribellati, giungendo a conclusioni radicalmente diverse da quelle dei loro colleghi. Restano gli economisti ecologici, che studiano il sistema economico quale sottosistema di quello climatico e che criticano i modi, le forme e la contraddizione che derivano dalla ricerca di una crescita infinita su di un Pianeta con risorse finite. Restano poi gli economisti post-keynesiani, che hanno costruito una teoria fondata sulla rivoluzione keynesiana nell’analisi del funzionamento del capitalismo e su teorie di stampo più marxista riguardanti i rapporti tra le classi sociali. Restano gli economisti istituzionalisti, i marxisti, i post-walrasiani, femministi e così via. Come accennato precedentemente, infine, resta un mondo di metodi di studio e approcci statistici sofisticati, che hanno infinitamente migliorato il modo in cui possiamo comprendere e fotografare la nostra realtà.  Oggi, infatti, grazie a questi metodi, e all’enorme mole di dati di cui disponiamo, possiamo guardare con sguardo molto più maturo e distaccato le varie forme di capitalismo e gli esempi di sistemi a esso alternativi, che il vissuto del Novecento e del primo quarto degli anni Duemila ci hanno consegnato. Ad esempio, possiamo guardare ai risultati della lunga stagione del thatcherismo e reaganismo nel Regno unito e negli Stati uniti, ai modelli socialdemocratici della Scandinavia e dell’Austria, all’esperimento liberista e tecnocratico dell’Unione europea, ma anche al sistema cinese, al socialismo reale dell’Ex Patto di Varsavia o alla Jugoslavia e così via. Ben inteso, perché un nuovo paradigma possa svilupparsi in modo diverso da quello presente, è necessario che sia inclusivo. Da questo punto di vista, è positivo riscontrare che molte delle scuole di pensiero sopra delineate si sono spesso influenzate e contaminate a vicenda, adottando, in generale, un approccio tendente al dialogo e non all’esclusione. Questo è un aspetto fondamentale all’interno di una disciplina che è una scienza sociale che deve necessariamente evolvere nel tempo. Partendo da qui si può cominciare a costruire qualcosa di nuovo oltre ai paradigmi che hanno fallito il contatto con il presente e riempire quanto prima il vuoto causato e lasciato dal vecchio. Tutto ciò senza illudersi relativamente alle difficoltà e alle sfide che ci pone il proposito che ci siamo dati. Le pulizie di primavera, infatti, non possono solo riguardare il paradigma dell’economia mainstream, ma anche le scuole eterodosse.  LE PULIZIE IN CASA PROPRIA: UN’ECONOMIA PER L’ANTROPOCENE Se per liberarci dai fallimenti della «New Consensus Economics» ci siamo affidati a Joan Robinson, forse per fare pulizia in casa nostra può essere utile tornare alle parole di John Maynard Keynes, che per tutta la vita ha lottato per fare le pulizie in casa sua e superare i limiti dei paradigmi dominanti dei suoi tempi. Ci riuscì solo in parte, ma nella Teoria Generale, che nel 2026 compie novant’anni, scrisse delle parole oggi rilevantissime: «La difficoltà non sta tanto nell’ inventarsi idee nuove, quanto nel liberarsi da quelle vecchie, che ramificano in ogni angolo nella mente di quelli che, come noi, con esse sono stati cresciuti».   Fare pulizie in ambito eterodosso non è così semplice, poiché ogni approccio è diverso e, come precedentemente sostenuto, il pluralismo è un valore da coltivare. Per provare a capire quali approcci devono essere aggiornati si rende forse necessario un passo allo stesso tempo indietro e in avanti. Entrambi ci portano alla fine a dover riconsiderare l’utilizzo delle risorse naturali, dell’energia, e l’interazione tra l’antroposfera e la Terra come parte fondante e irrinunciabile dell’economia. Si tratta di un passo indietro poiché, sebbene immersi nella loro dimensione storica, gli economisti del Settecento e dell’Ottocento ponevano l’utilizzo delle risorse naturali e l’equilibrio tra ciò che la Terra poteva offrire e ciò che l’umanità poteva utilizzare al centro delle loro analisi. Si tratta di un passo avanti, verso un’integrazione più coerente dell’economia con le evidenze delle scienze della terra, che ci impongono di considerare l’impatto delle attività umane sul Pianeta, e i modi in cui utilizziamo le risorse finite della Terra, quali premesse irrinunciabili dello studio delle economie. I modelli economici che non tengano conto di queste fondamentali realtà devono essere urgentemente aggiornati.  Un nuovo paradigma economico deve riconoscere che nell’Antropocene, energia, risorse e ambiente sono importanti tanto quanto i mercati e i rapporti di potere tra le classi sociali per comprendere in profondità l’economia stessa. Gli economisti, per essere socialmente utili, non possono più permettersi di costruire approcci alla loro disciplina che ignorino questo cruciale fattore. Steve Keen, un vulcanico economista post-keynesiano molto attivo nell’ambito della divulgazione scientifica, pone la questione nel modo seguente: «la manodopera senza energia è un cadavere e il capitale senza energia è una scultura”, frase che può essere senza dubbio allargata alle risorse naturali.  Come e con quale intensità utilizziamo lo stock finito di risorse sul nostro Pianeta è una questione fondamentale e ineludibile. L’interazione tra tutte le attività umane (l’antroposfera) e il sistema-Terra deve essere parte fondante di qualsiasi nuovo paradigma. In altre parole, sui capitalismi, i socialismi e i comunismi si può essere in disaccordo, ma tutte le economie devono essere ecologiche. La ben nota (a noi economisti) frase che si trova all’inizio di un numero infinito di articoli, saggi e libri «in questo modello consideriamo le risorse naturali abbondanti” deve iniziare pian piano a scomparire. Di tutto il resto, poi, tenuto conto degli ingredienti di base sopra delineati, si può e si deve discutere.  ALCUNE NOTE ORGANIZZATIVE SUL COSTRUIRE UN NUOVO PARADIGMA Con questi mattoni, quindi, si possono gettare le basi per costruire il nuovo e sostituire il vecchio, che oggi come mai prima è in crisi. Ben inteso, una maggioranza netta di chi oggi fa economia, di chi la divulga, di chi la insegna farà resistenza alla nascita di un nuovo paradigma. Oggi, il vecchio, nonostante i suoi notevoli fallimenti, resta un paradigma dirigente, dominante ed egemone. La «New Consensus Economics» è testarda, escludente e rigidamente ideologica e occupa posizioni di potere in ambito scientifico e istituzionale. Si tratta di un paradigma dotato di mezzi e metodi sofisticati per difendersi e mantenere le proprie posizioni di influenza. La percezione della sua crescente crisi di autorità e di credibilità agli occhi della comunità scientifica, oltre che a una sempre più rilevante rivolta interna, guidata spesso da premi cosiddetti «Nobel» (come spiegato da Tiziano Di Stefano su Jacobin, quello per l’economia non è un reale Premio Nobel) quali il defunto Bob Solow, Paul Romer, Angus Deaton e il già citato Stiglitz, ha reso i difensori dello status quo più aggressivi e arroganti. Forse questo è il prevedibile atteggiamento di rappresentanti di un approccio ideologico egemone che, causa i suoi fallimenti e le sue contraddizioni interne, sta perdendo la capacità di fungere da guida e coagulatore della disciplina.  Sta a chi vuole costruire un’alternativa prendere coscienza di ciò, tirare avanti con serenità e cercare di convincere chi sarà possibile convincere. Sta a chi vuole costruire un’alternativa agire in modo strategico e sistematico, costruire alleanze dove possibile con studiosi di altre discipline, divulgatori ed esponenti delle istituzioni. Ciò significa accettare ogni occasione di confronto e di dibattito perché, come ci ricorda Antonio Gramsci, un messaggio giusto non può mai essere ripetuto troppe volte, in troppe diverse forme e per troppi pubblici differenti. C’è fame di un paradigma nuovo nell’accademia e nella società. C’è un bisogno disperato di un paradigma economico capace di rispondere al vuoto in cui oggi ci troviamo.  *Liam Mc Court è dottorando in Economia presso le Università di Siena, Pisa e Firenze dove si occupa di conflitto sociale, disuguaglianza, instabilità economica e cambiamento climatico. L'articolo Un’economia per uscire dalla voragine proviene da Jacobin Italia.
Limitare genera prosperità
Articolo di Ugo Biggeri In un discorso della Regina Elisabetta II tenuto nel 2008, alla London School of Economics la Regina chiese perché l’Università non avesse previsto la crisi finanziaria del 2008. Se Londra non ha saputo gestire le crisi globali, può forse riuscirci Londa?  Oggi, finalmente, tutte le maggiori scuole di economia internazionali hanno corsi su sostenibilità, finanza sostenibile, economia circolare ecc. L’impostazione di fondo, però, rimane la stessa: i cambiamenti pare debbano arrivare per scelta volontaria e magnanima da parte degli attori di mercato, senza di fatto un cambiamento di modello politico o un’idea di riorganizzazione del ruolo di società e mercato. A partire da questi ragionamenti, nasce la Londa School of Economics, grazie a Lama Impresa Sociale e con il supporto dell’Otto per Mille della Tavola Valdese. La consapevolezza dei limiti impliciti a una scuola che parte in un piccolo Comune dell’Appennino tosco-romagnolo non impedisce alla scuola di avere una visione ambiziosa. Del resto, non lontano da Londa, a Vicchio, oltre sessant’anni fa, la scuola di Barbiana è riuscita a rivoluzionare la pedagogia e anche a essere generatrice di idee per un’economia diversa. La Scuola vuole quindi anche essere un luogo di pensiero e di proposta di economia che sia capace di indicare delle direzioni di un cambiamento significativo dei modelli economici. Per questo ben volentieri rispondiamo all’appello di Jacobin Italia e condividiamo qui alcune delle idee del working paper della scuola, che ancora per qualche mese è aperto ai contributi di tutti. LONDA E NON LONDRA Se partiamo da Londa e non da Londra, è chiaro che la visione si discosta nettamente dal paradigma della crescita illimitata, della deregolamentazione dei mercati e della depoliticizzazione dell’economia. Per superare i paradigmi dominanti, è necessario adottare un approccio che parta dalle specificità locali per poi parlare al sistema nazionale e globale. Le aree interne custodiscono un patrimonio di conoscenze e pratiche spesso trascurato, ma che potrebbe offrire soluzioni innovative alle sfide contemporanee. Sono inoltre luoghi in cui il concetto del limite è vissuto quotidianamente e si è costretti a imparare a gestirlo.  Quindi i luoghi delle aree interne (a cui appartiene Londa) possono essere fonte di ispirazione per modelli economici alternativi e resilienti, veri e propri laboratori di innovazione. Sulla base di queste intuizioni la Londa School of Economics ha elaborato cinque principi per una nuova grammatica economica: 1. L’economia è prosperità;  2. Insieme è meglio;  3. Salute è ben-essere;  4. La Terra è comune;  5. Governare è responsabilità condivisa I principi evidenziano una visione economica che si apre a tutti gli ambiti della società e dell’ambiente. Presentiamo quindi qui di seguito tre delle dicotomie legate a questi principi che speriamo possano aiutare il dibattito. PROSPERITÀ COLLETTIVA VS. PROFITTO INDIVIDUALE Spostare l’attenzione dell’efficienza economica dal profitto alla prosperità implica la necessità di cambiare il modo con cui si governano le imprese e riscrivere le regole del mercato. La prosperità contiene in sé l’idea del profitto economico, ma lo misura a partire dagli effetti sulla collettività e sull’ambiente.  Una delle conseguenze fondamentali di tale approccio sarebbe quella della liberazione di spazi dal mercato. La prosperità non può dipendere solo dal mercato. Il dono, la cura, il volontariato, le auto produzioni, gli scambi non mediati dal denaro, sono azioni economiche e come tali vanno studiate e valorizzate. È anche evidente che alcuni bisogni fondamentali delle persone e della collettività non possono essere soddisfatti in una logica commerciale, meno evidente, ma verificabile, è che anche le attività imprenditoriali possano coesistere e trovare beneficio da interazioni non commerciali.  Anche nelle attività economiche con scambio di denaro collaborare in modo solidale genera prosperità: l’idea chiave del mutualismo e della cooperazione è che è meglio insieme perché si genera sicurezza, democrazia economica, equità, capacità di fare impresa con obiettivi condivisi e diversi dal solo profitto. Oltre al mercato esistono quindi altri due ambiti di azione economica:  * il livello locale, e anche personale, dell’autoproduzione e della cooperazione; * l’economia pubblica finalizzata al soddisfacimento dei bisogni fondamentali delle persone e alla tutela ambientale e quindi alla calmierazione dei mercati. Entrambi questi ambiti sono sempre più marginalizzati dalle norme e prassi in uso, ma anche da un punto di vista culturale e di visione economica. Per perseguire la prosperità per le persone e il pianeta sarebbe invece fondamentale favorire questi ambiti ricercando e promuovendo innovazione e capacità di indirizzo. All’interno dei meccanismi di mercato un’altra strada per raggiungere un’economia di prosperità è quella di riformare gli incentivi che muovono gli attori economici.  Nel linguaggio economico, gli incentivi sono spesso legati ai prezzi, in particolare ai prezzi relativi tra beni e servizi. Ad esempio, se il costo orario del lavoro è significativamente superiore al costo dell’energia utilizzata nella produzione (e prodotta dai combustibili fossili), un’impresa sarà incentivata a sostituire il lavoro con l’energia, ovvero ad automatizzare i processi produttivi. Sebbene ciò possa aumentare la produttività aziendale, può generare al contempo esternalità negative ambientali, come l’aumento delle emissioni di anidride carbonica, e sociali, come l’aumento del tasso di disoccupazione. Dal punto di vista della politica economica, è possibile intervenire su due fronti principali: aumentare i costi delle pratiche e dell’utilizzo di risorse che si intendono disincentivare (principalmente attraverso tasse oppure con l’eliminazione di incentivi o di norme favorevoli); ridurre i costi di quelle che si intendono incentivare (attraverso sussidi, riduzioni fiscali, semplificazioni burocratiche). Un esempio significativo di norme che favorirebbero la prosperità viene dalle normative europee sul Green Deal. È stato introdotto il principio secondo cui le imprese devono garantire di non determinare danno all’ambiente e alla società in alcuni ambiti ancora in corso di definizione (quelli ambientali sono più definiti: contrasto ai cambiamenti climatici, tutela biodiversità, tutela delle acque ecc.).  Il principio è quello di Do not significantly harm e implica di misurare e valutare gli impatti dell’agire economico e quindi se necessario cambiare il modo di fare impresa. Si tratta dell’unico esempio di norme su ampia scala che mirano a evitare le esternalità negative delle attività economiche. Nonostante su tale principio non siano state elaborate norme conseguenti per gli inadempienti, o meccanismi di incentivo o disincentivo efficaci, si tratta decisamente di una rivoluzione, anche da un punto di vista delle teorie economiche. Non ci si deve quindi meravigliare che tali norme siano già in via di smantellamento o almeno di forte depotenziamento. Indicano comunque una strada possibile per ridefinire le regole per fare impresa.   VISIONE A LUNGO TERMINE VS. GUADAGNI A BREVE TERMINE Privilegiare la solidità finanziaria e la creazione di valore duraturo per la comunità locale implica l’adozione di un orizzonte temporale significativamente più lungo rispetto quello tipico dell’economia di mercato tradizionale, spesso orientata al ritorno sull’investimento nel più breve tempo possibile. La creazione di prosperità collettiva e durevole richiede pazienza, pianificazione strategica e cura continua.   Sebbene questo principio sia applicabile a qualsiasi impresa, esso assume particolare rilevanza nel settore finanziario. La finanza moderna è spesso dominata dalla logica del profitto a breve termine. Un esempio emblematico e dalle conseguenze fortemente negative è rappresentato dalle pratiche delle società di private equity. Attraverso sofisticati strumenti finanziari e sfruttando vuoti normativi, questi fondi di investimento acquisiscono aziende anche in salute, ne estraggono il massimo valore nel breve periodo (attraverso la riduzione di costi, indebitamento, taglio del personale, distribuzioni eccessive di dividendi) e poi vendono, spesso lasciando le aziende in condizioni tali da compromettere la qualità della vita delle persone. Quando queste pratiche vengono applicate a settori vulnerabili come le case di cura, l’edilizia popolare e i servizi pubblici essenziali, possono generare gravi danni sociali e ambientali, come evidenziato nei lavori di Ballou, e di Corlet Walker e coautori. La finanza etica rifiuta categoricamente queste logiche predatorie e promuove una riflessione etica sul ruolo complessivo del sistema finanziario. La finanza dovrebbe supportare le attività economiche reali e le comunità in cui queste operano. La finanza etica si basa, quindi, su una visione di lungo periodo, privilegiando investimenti in attività che generino valore reale e duraturo e che possano contribuire al benessere delle comunità e alla salvaguardia degli ecosistemi. Sarebbe fondamentale recuperare le funzioni sociali da cui la finanza si sta allontanando drammaticamente: favorire un’efficiente allocazione delle risorse economiche a favore dell’economia reale e della capacità di gestione dei nuovi rischi globali ambientali e sociali.  Oggi la regolamentazione della finanza favorisce gli investimenti speculativi e lontani dall’economia reale a discapito del credito a persone e piccole imprese. In questo modo inoltre determina una forte concentrazione delle risorse e la creazione di monopoli. Pochissimi gestori finanziari e un pugno di banche controllano di fatto le principali imprese del mondo e un mercato dei derivati che drena risorse per una frazione significativa del Pil mondiale. Limitare fortemente l’uso di strumenti finanziari derivati, introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie, incentivare la valutazione degli investimenti nell’economia reale e disincentivare investimenti speculativi o in attività non sostenibili, sono tutte azioni possibili e che libererebbero risorse molto ingenti per un’economia diversa. RIGENERARE L’ABBONDANZA VS. LOGICA DELLA SCARSITÀ L’economia capitalista, pur avendo apparentemente generato abbondanza, ha in realtà invaso il pianeta e le nostre case di oggetti inutili e superflui, prodotti sottraendo risorse ai territori e riversandoli come rifiuti nelle discariche di tutto il mondo. I beni e servizi essenziali, invece, sono sempre più scarsi. La tutela dell’ambiente è stata spesso associata alla logica della scarsità, ma la cura della natura e dei territori è cruciale per la riproduzione della vita sulla Terra, per rigenerare l’abbondanza e per rendere accessibili a un numero crescente di persone beni essenziali come acqua, suolo fertile e aria pulita, nel rispetto dei limiti ecologici. L’abbondanza non si misura in oggetti da acquistare ma, ad esempio in parchi dove giocare con i bambini, trovare riparo dal caldo, trascorrere del tempo senza dover consumare o pagare.  Il modello della crescita illimitata è chiaramente non sostenibile non solo ambientalmente ma anche socialmente dato che da anni i meccanismi redistributivi della ricchezza si sono inceppati a favore della concentrazione delle ricchezze. Per invertire il meccanismo si può puntare sul concetto di «sufficienza» che non solo evita il sovrasfruttamento delle risorse naturali, ma favorisce la redistribuzione delle risorse. La sufficienza non deve essere vista come un atto volontario, ma come un obiettivo da perseguire attraverso le norme.   Un’impresa sostenibile non persegue l’espansione continua del fatturato e della produzione come obiettivo primario, ma si concentra sulla stabilità finanziaria, sulla qualità dei prodotti e dei servizi offerti e sulla sostenibilità dei processi produttivi. Inoltre, il valore della redistribuzione implica un approccio diverso alla gestione degli utili. Le imprese sostenibili, anziché distribuire la maggior parte degli utili agli azionisti, investono una parte significativa in progetti sociali, formazione, sviluppo locale e altre iniziative a beneficio della collettività. Tutte queste scelte possono essere incentivate e favorite dalle norme. Il principio si può applicare in generale alle politiche fiscali: aumentare la tassazione sulle imprese transnazionali, tassare i super ricchi, avere tasse progressive, mettere un tetto alle retribuzioni dei top manager, introdurre il reddito minimo di cittadinanza, detassare le piccole attività economiche ecc., sono tutte misure che vanno contro la logica della scarsità e generano equità.  MANIFESTO DELLA LONDA SCHOOL OF ECONOMICS Condividiamo infine un manifesto che condensa le idee proposte nei cinque principi del working paper della Londa School of Economics in dieci punti per una nuova grammatica della provocazione economica. Se si scrive «Londa» su una tastiera, il correttore automatico lo considera un errore suggerendo di cambiarlo in Londra o in l’onda. Le idee eterodosse in economia non sono errori, ma le innovazioni di cui abbiamo bisogno.  1. Etica come sintassi del fare impresa  L’idea che l’egoismo e il profitto siano gli incentivi dell’impresa è sbagliata. Non si può separare il fare impresa dalla società e dai territori in cui si inserisce. Fare impresa è un progetto etico da costruire con cura dando valore ai processi, e a soluzioni collaborative. 2. Finanza è un futuro prossimo Le risposte sul futuro che vogliamo passano anche attraverso i rischi che la finanza gestisce e le scelte di credito e investimento attuate. Più economia reale e meno speculazione, tanto per iniziare. 3. Cooperare è un verbo transitivo  Crediamo nella cooperazione come processo di apprendimento continuo, che arricchisce sia le persone che le comunità. Meglio insieme per scelta, strategia e cultura.  4. Prosperità è una finalità di causa Crediamo nella prosperità come bene comune, perché la vera ricchezza non è accumulare, ma condividere. Scegliamo un’economia da costruire insieme, che alimenti legami, prospettive e futuro condiviso, al di là del solo profitto individuale. 5. Stare bene si coniuga al plurale   Crediamo che lo stare bene dipenda dall’«I care», che non ci sia salute psico fisica senza benessere eco sociale, senza relazioni sane, senza sicurezze, senza un destino comune. I soldi sono solo una delle tante sfaccettature. 6. Salute ha significati multipli   Scegliamo la salute pubblica e la redistribuzione di risorse a favore di comunità e territori, perché sia veramente un diritto e non una speculazione. Processi partecipativi e approcci integrati garantiscono migliore prevenzione e soluzioni efficaci nell’interesse collettivo.  7. Natura come complemento d’unione  Siamo natura: riconoscere l’interdipendenza tra umanità e ambiente è punto di partenza per coltivare relazioni sinergiche e non gerarchiche. Umano e non umano hanno pari dignità.  8. Limitare è un verbo generativo Porre limiti all’attività economica è il presupposto del contrasto al cambiamento climatico. Saper dire dei no è il cuore della nostra evoluzione culturale.  9. Territorio vuole l’articolo (auto)determinativo Crediamo che la vera forza dei territori risieda nell’autodeterminazione. Non esistono luoghi marginali ma aree marginalizzate: invertire lo sguardo permette di rimetterle al centro come luoghi di sperimentazione e innovazione. 10. Governare è sinonimo di libertà  Crediamo che governare sia un atto collettivo: partecipazione, strategie di lungo periodo e politiche pubbliche attente ai desideri e bisogni delle persone valorizzano la complessità dei luoghi e aprono nuove opportunità per amministrarli.  *Ugo Biggeri, già presidente di Banca Etica, è direttore scientifico della Londa School of Economics. Il working paper da cui trae ispirazione questo articolo è stato realizzato grazie al contributo del comitato scientifico della scuola: Filippo Barbera, Federico Benassi, Ugo Biggeri (Direttore Scientifico), Chiara Bodini, Nicoletta Dentico, Paola Imperatore, Dario Leoni, Laura Secco, Alessia Zabatino, e da Fiorenzo Polito e Alessandra Zagli. Hanno inoltre dato consigli: Leonardo Becchetti, Mario Biggeri, Francuccio Gesualdi, Sara Horowitz, Adriana Kocornik Mina, Clara Mattei, Peru Sasia, Wolfgang Sachs, Katherine Trebeck. L'articolo Limitare genera prosperità proviene da Jacobin Italia.
L’euro digitale può cambiare il mondo?
Articolo di Luca Lombardi La pandemia ha avuto numerosi e profondi effetti sulla società e l’economia mondiale. Tra di essi, un’accelerazione della transizione verso i pagamenti digitali, soprattutto tra i più giovani. Questa crescita avviene attraverso circuiti internazionali dei pagamenti, come le carte di credito o sistemi nati digitali come PayPal che, nella quasi totalità, sono americani, e segnano un importante elemento di subordinazione dell’Europa alle aziende statunitensi. Esistono alternative europee, come Satispay, che però hanno dimensioni irrisorie rispetto ai colossi di oltre oceano.  In questi anni il sistema finanziario ha visto anche il sorgere delle criptovalute, ora elemento rilevante delle speculazioni di borsa. A una prima generazione di criptovalute, attorno al bitcoin, è seguita una nuova classe di criptovalute, le stablecoin che, essendo garantite da attività più tradizionali, dovrebbero mantenersi stabili rimanendo però pur sempre speculative, con ciò favorendone la fusione con le attività tipiche dell’asset management, venendo insomma sdoganate a tutti gli effetti come prodotto per qualunque risparmiatore. Per il Tesoro americano, che ogni anno ha l’esigenza di collocare migliaia di miliardi di debito, costituiscono un aiuto soprattutto in una fase in cui gli investitori asiatici, in primis cinesi e giapponesi, si stanno liberando dei titoli di Stato statunitensi. Si tratta di una surrettizia privatizzazione della moneta, con cui l’amministrazione Trump coglie anche l’obiettivo di difendere la centralità del dollaro nel mondo. Accanto al dollaro pubblico c’è ora, infatti, un cospicuo numero di valute private in dollari, appunto le stablecoin, al di fuori di ogni controllo. Nello spalancare le porte alla speculazione delle criptovalute (il Genius Act prevede che gli Stati uniti siano la «criptocapitale del mondo» ), il governo statunitense ha anche chiuso alla possibilità di creare una valuta digitale pubblica. Come nella sanità e in molti altri campi, le prerogative pubbliche vanno emarginate per far posto agli interessi dei privati. I NEMICI DELL’EURO DIGITALE L’Europa sembrerebbe seguire un’altra strada. In questi anni, infatti, l’Eurosistema ha sviluppato il progetto di euro digitale, una valuta digitale emessa dalla Banca centrale europea (Bce) che si aggiungerebbe alla moneta fisica come metodo di pagamento nell’Eurozona. La Bce ha prodotto regolarmente dei rapporti sullo stato di avanzamento del progetto che, tecnicamente, sarebbe già prossimo alla fase operativa.  Tuttavia, l’euro digitale ha diversi nemici alquanto potenti. Innanzitutto, non proprio entusiaste sono le banche europee, che temono di subire un deflusso di depositi. Infatti, con l’euro digitale si offrirebbe la possibilità di aprire un conto presso la Bce, non solo a costi presumibilmente concorrenziali, ma con la sicurezza di avere i propri risparmi custoditi da un’istituzione pubblica anziché da banche private che, per quanto vigilate e generalmente affidabili, pensano a massimizzare i profitti, con tutto ciò che ne consegue in termini di aggressività commerciale e rischiosità dei propri affari. Si tratta di un aspetto decisivo perché i depositi costituiscono la materia prima dell’attività bancaria. Per esempio il loan to deposit ratio (la proporzione tra prestiti e depositi) per le banche dell’Eurozona si aggira sul 95-100%. Se i depositi defluissero in quantità significativa verso la Bce, le banche dovrebbero sostituirli con altre fonti di raccolta più costose, come le obbligazioni, e ciò comporterebbe un calo della loro redditività. Non che i profitti delle banche siano stati pochi negli ultimi tempi, ma per le banche non sono mai abbastanza. Del resto, hanno fatto opposizione anche alle poche misure volte a versare parte di questi utili al fisco, come, per l’Italia, il contributo di solidarietà previsto dalla finanziaria del 2024 (si parlava di alcuni miliardi contro oltre 110 miliardi di utili nel triennio 2022-2024). Le banche europee, in particolare quelle tedesche, si sono espresse più volte contro il progetto, sostenendo che non serve perché esistono già numerose possibilità di pagamento digitale (sebbene tutte basate negli Stati uniti). In pratica sono preoccupate per le future mosse della Bce mentre sottovalutano la minaccia rappresentata dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi, il cui crescente coinvolgimento nei servizi bancari sta già trasformando la struttura delle catene del valore nel settore bancario proprio a scapito delle banche tradizionali. Anche le stablecoin statunitensi possono rappresentare una seria minaccia, in quanto possono offrire un rendimento, sfumando così i confini tra strumenti di pagamento e prodotti di investimento, offrendo un’alternativa ai depositi tradizionali ma rimanendo al di fuori di qualsiasi regolamentazione bancaria. Sebbene i rappresentanti della Bce abbiano spesso spiegato che l’euro digitale non è destinato a sostituire le banconote né i depositi, le banche europee rimangono quantomeno scettiche e stanno preparando una stablecoin europea. A questo nemico, a cui la Bce deve prestare ascolto in quanto autorità di vigilanza del sistema bancario dell’Eurozona e quindi interessata alla stabilità del business delle banche, si aggiungono politici «sovranisti» di varia natura, generalmente contrari a qualsiasi progetto delle istituzioni europee e in particolare a un progetto visto come una minaccia alla privacy e alla libertà dei cittadini europei. Fa sorridere il fatto che questi stessi «sovranisti» sono poi normalmente favorevoli alle criptovalute Usa, ma non è certo l’unica incoerenza nei rapporti tra Europa e Stati uniti manifestata dalla destra europea. Così, che ne siano consapevoli o meno, questi soggetti si pongono in scia dell’amministrazione Trump, che ha tra i suoi obiettivi principali, ribaditi nella recente National Security Strategy, il mantenimento della subordinazione del sistema finanziario europeo agli interessi finanziari statunitensi, da cui deve anche derivare l’afflusso costante di investimenti in titoli americani a partire da quelli del Tesoro. Si consideri che circa un quarto degli investimenti diretti dell’Ue vanno agli Stati uniti e che la posizione estera verso gli Usa è quintuplicata nell’ultimo decennio, divenendo la principale destinazione degli investimenti finanziari cross border dei paesi dell’Eurozona, tanto che ormai le attività finanziarie dell’Eurozona nei confronti degli Stati uniti ammontano a oltre l’80% del Pil dell’Eurozona stessa. Se questi flussi tornassero anche solo in parte in Europa, finanziare il deficit commerciale per gli Usa sarebbe molto più difficile. Vi è dunque l’esigenza di mantenere la subordinazione del sistema finanziario europeo. Banche europee, e implicitamente americane, sovranisti e il loro padrino Trump sono nemici potenti, anche se cancellare tout court il progetto dell’euro digitale non sarà facile. Basterà però ridurne le potenzialità, fino al punto che la sua presenza verrebbe a malapena notata. Dal canto suo la Bce è cauta, e ipotizza un conto in euro digitale con un saldo alquanto esiguo (1.000 euro) in modo da non disturbare la potente alleanza anti-euro digitale. La prudenza è comprensibile, data la posizione della Bce, ma occorrerebbe decisamente un altro passo. Una valuta digitale che timidamente si fa strada tra i colossi americani e l’ostilità delle banche europee non servirà a molto. Dopo decenni di paurosa crescita della finanza, dopo che i comportamenti delle grandi banche, quelle «troppo grandi per fallire», hanno portato il mondo sull’orlo del precipizio, costando alle casse pubbliche centinaia di miliardi, l’euro digitale potrebbe incarnare un’idea diversa del ruolo che la moneta pubblica svolge nell’era digitale. L’idea più completa e radicale di una valuta digitale pubblica «radicale» è stata avanzata nel 2021  da Saule Omarova, all’epoca professoressa alla Cornell University e candidata dall’amministrazione Biden a guidare l’Office of the Comptroller of the Currency, una delle autorità di vigilanza bancaria statunitensi. Proprio per le sue idee radicali sul dollaro digitale la comunità finanziaria si oppose ferocemente alla candidatura, riuscendo a impedirla con uno sforzo collettivo a cui parteciparono dal Democratico Larry Summers  al repubblicano Wall Street Journal . In effetti le idee della Omarova erano decisamente dirompenti e implicavano esplicitamente che il dollaro digitale dovesse essere utilizzato per determinare «la fine del sistema bancario così come lo conosciamo». Le riprendiamo perché sarebbero ciò che servono per fare dell’euro digitale un progetto che cambia la natura della finanza nell’Eurozona. PER UNA VALUTA DIGITALE PUBBLICA L’idea è questa: tutti gli individui, le imprese, le istituzioni dell’Eurozona avrebbero un conto corrente presso la Bce dove regolerebbero le proprie transazioni (fatture, stipendi, tasse, ecc.). Ai servizi di pagamento si potrebbero associare anche altri tradizionali servizi bancari di base, in particolare il credito. Questi servizi bancari di base verrebbero offerti a un prezzo simbolico, sufficiente a coprire i costi di gestione. Il conto corrente universale presso la banca centrale aiuterebbe l’inclusione delle persone più povere e vulnerabili ora escluse dal sistema bancario abbassandone i costi. Sarebbe molto interessante anche per le piccole imprese e gli artigiani, che non sarebbero più schiacciati dalle banche. Quanto ai clienti facoltosi, i segreti che le banche conservano per i loro clienti ricchi sarebbero a disposizione delle autorità pubbliche, dall’evasione fiscale al riciclaggio.  I tassi d’interesse che la Bce praticherebbe su questi conti o sulle corrispondenti operazioni di credito potrebbero fungere da tasso di policy (il vecchio tasso di sconto). Cambierebbe così anche il funzionamento della politica monetaria poiché la banca centrale potrebbe utilizzare l’euro digitale per espandere gli aggregati monetari nella quantità e nella direzione ritenuta ottimale. Per esempio, dopo la crisi finanziaria del 2008 le banche centrali hanno azzerato i tassi e avviato manovre di quantitative easing che avevano lo scopo di salvare il mondo finanziario e riavviare l’economia. Il primo scopo è stato raggiunto, il secondo meno perché la liquidità data alle banche si fermava in buona parte nei loro bilanci in attesa di tempi migliori. All’epoca si parlava, per uscire da questa impasse, di un quantitative easing «per il popolo» . La valuta digitale permetterebbe di realizzarlo efficacemente. Poniamo che il governo decidesse, per rilanciare l’economia, di espandere la liquidità nel sistema. Ogni mese la banca centrale accrediterebbe il conto corrente di ogni cittadino, o piccola impresa, incidendo direttamente sull’economia anziché passare per le banche private. Sistema dei pagamenti, politica monetaria ma anche la vigilanza bancaria, le tre funzioni tipiche di una banca centrale moderna, cambierebbero totalmente. Infatti, anche la natura delle banche ne risulterebbe del tutto trasformata. Non avendo più depositi, dove troverebbero le risorse per fare credito? Avrebbero soluzioni private ma costose (aumentare la remunerazione dei depositi, emettere obbligazioni), oppure dovrebbero prendere i fondi dalla Bce. Nei fatti assomiglierebbero a un fondo comune, con molto minore spazio di manovra sulla crescita del credito e delle bolle speculative. Come la stessa Omarova suggeriva, l’impossibilità per le banche private di creare moneta aiuterebbe una generale riduzione del peso della finanza. Anche lo shadow banking system, cinghia di trasmissione tra le banche «ordinarie» e la speculazione più selvaggia, il cui ruolo è talmente forte anche nell’Eurozona da costringere la Bce a tenerne conto nella conduzione della politica monetaria, avrebbe meno libertà di operare in assenza dei finanziamenti illimitati da parte delle banche.  La finanza nel suo complesso ne risulterebbe fortemente ridimensionata. Ricordiamo che dopo la crisi del 2008, persino alcune ricerche del Fondo Monetario Internazionale conclusero che nel mondo c’è troppa finanza, ma questo non ha indotto a politiche per limitarne la crescita, tutt’altro. Sono passati oltre dieci anni e la situazione è ancora più fuori controllo. Solo per fare un esempio, il Dow Jones – il principale indice azionario della borsa di New York – negli ultimi cinque anni è cresciuto di oltre il 50%, e del 400% dal 2009. Se poi prendiamo le criptovalute, in un decennio hanno visto aumenti di valore nell’ordine delle cento volte. L’enorme crescita della finanza avvantaggia solo un pugno di ultraricchi, mentre l’economia reale galleggia e i salari rimangono al palo.  La valuta digitale potrebbe essere utilizzata anche per impostare una politica industriale di cui l’Europa ha disperatamente bisogno, indirizzando i fondi verso i settori e i progetti necessari, ad esempio per una rapida transizione ecologica, andando molto oltre il ruolo pur importante ma alquanto limitato delle banche di sviluppo come la Banca Europea degli Investimenti o Cassa depositi e prestiti in Italia. Infine, permetterebbe all’Europa di sganciarsi dal soffocante abbraccio degli operatori americani. Occorre ricordare che se il governo americano decidesse che i paesi europei si stanno comportando male, potrebbe girare l’interruttore e l’Europa dei pagamenti tornerebbe a cinquant’anni fa, quando ci davano il resto in gettoni del telefono e caramelle, se solo si trovassero ancora gettoni del telefono. Non è fantascienza, se ne parla già in ambienti informati come quello di Politico. L’introduzione di una valuta digitale pubblica di questo tipo comporterebbe, dunque, nuove modalità di pagamento e di detenzione delle liquidità di famiglie e imprese, un nuovo modo di rilanciare gli investimenti e i consumi e potrebbe ridisegnare il l’intero funzionamento del sistema bancario; riporterebbe l’attore pubblico al centro dell’economia e dei flussi finanziari, ponendo sotto controllo la finanza, emarginando l’economia illegale, darebbe una leva essenziale all’Europa nel confronto internazionale. Per tutti questi motivi, l’euro digitale, persino nella versione alquanto blanda che propone la Bce, conta su molti e agguerriti nemici che mirano a ritardarne la nascita e depotenziarne le funzioni. Il modo con cui nascerà l’euro digitale dirà molto su ciò che l’Europa immagina per il proprio futuro. *Luca Lombardi ha un dottorato di ricerca in economia. Lavora da oltre 25 anni nel settore bancario ed è un esperto di regolamentazione bancaria e stabilità finanziaria. L'articolo L’euro digitale può cambiare il mondo? proviene da Jacobin Italia.