Un’economia per uscire dalla voragine
Articolo di Liam Mc Court
Oggi è un pensiero diffuso che le cose stiano andando male. La maggior parte
delle persone, istintivamente, lo sa. Sa che le prospettive future e le
condizioni di vita di fette sempre più larghe della popolazione sono in declino.
Sente che c’è qualcosa di profondamente disfunzionale nel mondo di oggi. Allo
stesso tempo, raramente come in questa epoca le persone si sono sentite così
impotenti di fronte a un sistema che le sta gradualmente impoverendo, che sta
distruggendo gli spazi in cui cui esse vivono e che nelle comunità sta creando
un enorme vuoto. L’impressione diffusa è quella di non avere più il controllo
delle proprie vite e nemmeno influenza sulle scelte e le decisioni che impattano
le collettività. Accanto alla sensazione di impotenza, vi sono una grande
preoccupazione per il futuro e una rabbia per ciò che è oggi il presente. Tra di
noi, nelle nostre comunità, si è creato un enorme vuoto: ci sentiamo soli come
non mai e l’aria inizia a mancare. Questo vuoto è di ideologie, di spazi e di
luoghi, è di comunità e di legami ed è di prospettive e speranze. È giunto il
momento, ora, di invertire la rotta e iniziare a riempire questo vuoto.
L’economia e gli economisti, senza dubbio, hanno un ruolo fondamentale da
giocare in questo sforzo. Queste poche righe vogliono provare a spiegare cosa
possono fare gli economisti e raccogliere così l’appello pubblicato su Jacobin
Italia.
PRIMA DI TUTTO, LE PULIZIE DI PRIMAVERA
Nell’ormai lontanissimo 1980, dinanzi a quelli che allora erano i fallimenti
logici e programmatici delle correnti di pensiero egemoni in economia (oggi, per
altro, ancora tali), l’economista britannica Joan Robinson, una delle più
brillanti e controverse allieve di John Maynard Keynes, scriveva che era
necessaria una «pulizia di primavera». Gli economisti avrebbero dovuto disfarsi
dei concetti, dei modelli e delle teorie che avevano fallito il contatto con la
realtà. Scriveva, poi, che la cosa che più interessava alle persone
dell’economia era la questione della distribuzione della ricchezza prodotta e
che l’economia, invece, si stava sempre più allontanando da questo genere di
problemi. Ovviamente, ed è lapalissiano scriverlo, nulla di ciò che Robinson
auspicava si realizzò. Anzi, nel 1980 iniziavano i decenni del Monetarismo di
Milton Friedman, della fede totale nella teoria della razionalità degli agenti
economici come strumento utile per predire il futuro e nell’efficienza dei
mercati nel gestire qualsiasi ambito della vita collettiva. Mentre in economia
si compiva la rivoluzione che ha poi portato alla cosiddetta «New Consensus
Economics» (e all’esclusione sistematica di tutti coloro che da questo paradigma
dissentivano), nelle società iniziavano gli anni del neoliberismo, della
finanziarizzazione, delle privatizzazioni, di una crisi finanziaria dopo
l’altra, del declino delle classi medie, della deindustrializzazione e
dell’austerità.
Oggi la crisi è senz’altro più grave di allora, ma credo sia giusto tornare
all’appello di Joan Robinson. Nel 2025 pensare di trovare la via d’uscita
dall’abisso in cui ci siamo cacciati cercando una soluzione tra le correnti del
pensiero economico che hanno fornito la giustificazione scientifica e ideologica
per attuare il trentennio del neoliberismo sarebbe una follia. Cominciamo,
quindi, scartando dell’economia tutto ciò che ha aiutato a consegnarci il mondo
attuale. Ciò significa liberarsi di quelle parti dell’economia che non sono
state in grado di vedere come, in quasi tutte le società occidentali, le
prospettive della maggior parte della popolazione siano declinanti da
trent’anni. Significa disfarsi di quelle lenti che non hanno compreso come il
patto sociale delle giovani generazioni sia infinitamente peggiore di quello
delle precedenti. Significa abbandonare i modelli economici secondo i quali la
distribuzione della ricchezza prodotta è una questione di importanza secondaria,
e che ritengono che se i lavoratori vengono pagati sempre meno, è perché sono
loro a contribuire meno al processo produttivo. Significa liberarsi di quelle
impalcature teoriche che raccontano che per contenere la crisi climatica basta
semplicemente assegnare un prezzo ai danni climatici (prezzo che, secondo il
premio cosiddetto Nobel William Nordhaus era di 31$ la tonnellata di CO₂),
poiché il mercato, grazie alle sue salvifiche proprietà, si sarebbe occupato di
risolvere i nostri problemi. Significa, infine, liberarsi di tutte quelle teorie
che pensano che il benessere di una collettività possa solo voler dire
massimizzare il valore monetario di ciò che viene prodotto dall’economia.
ALCUNI INGREDIENTI DI BASE PER UN PARADIGMA ALL’ALTEZZA DEI TEMPI
Liberarci di tutto ciò è la premessa per costruire un’idea all’altezza dei tempi
duri in cui viviamo. Le pulizie di primavera, per come descritte, non possono
essere solo una decostruzione; devono essere, infatti, anche una proposta.
Forse, in questo caso, potrebbe essere utile delineare una serie di ingredienti
minimi necessari per costruire il nuovo. La lista di questi ingredienti non
dev’essere né lunga né troppo dettagliata, poiché la costruzione di un nuovo
paradigma è possibile solo in un ambiente ideologicamente e metodologicamente
plurale. Si può, quindi, tentare di stilare i confini entro cui lavorare. Ad
esempio, si può riconoscere che le attività umane hanno un impatto tale sulla
Terra, da aver inaugurato una nuova era geologica, l’Antropocene – declinato
anche come Capitalocene – e che queste attività stanno destabilizzando il
sistema climatico in modo pericolosissimo. Significa, di conseguenza,
considerare come inappellabili i limiti del nostro clima e ritenere parte
integrante della propria missione l’evitare la catastrofe climatica.
Si può dire oggi con sicurezza che sono necessari approcci che incorporino al
loro interno il fatto che il capitalismo, a prescindere dall’opinione che si può
avere su di esso come sistema produttivo, è basato su rapporti di potere tra chi
ha e chi non ha. Si può dire che questi rapporti di forza, accanto a fattori
istituzionali, influenzano in modo determinante la distribuzione della ricchezza
prodotta dai nostri sistemi economici. Un nuovo paradigma deve considerare come
fine ultimo dell’economia quello di suggerire politiche che portino alla
soddisfazione dei bisogni di base delle persone: un tetto sopra la testa, un
lavoro dignitoso, ciò di cui nutrirsi, la possibilità di curarsi, un’istruzione
di qualità, energia (pulita) con cui scaldarsi. Un nuovo paradigma economico
deve riconoscere che il «libero mercato», un concetto che esiste più nei libri
che nella realtà, senza regole né limiti queste cose non le fornisce. Infine,
serve un paradigma economico che riconosca il ruolo del capitalismo
contemporaneo nella creazione della società attuale, sempre più iniqua,
atomizzata, sola e mercificata in ogni suo rapporto umano. Il nuovo paradigma
deve fare della protezione delle comunità, dei legami e delle forme associative
umane una parte della propria ragion d’essere.
Forse questa lista di ingredienti può sembrare banale, troppo breve, o
insufficiente, ma in realtà si tratta di moltissimo, perché, di fatto, è un
ribaltamento di quasi tutto ciò che di base insegna una parte maggioritaria
dell’economia odierna.
COSA CI RESTA DOPO LE PULIZIE DI PRIMAVERA
Avendo quindi accennato a ciò di cui noi economisti dovremmo liberarci e avendo
abbozzato i confini di un possibile contenitore in cui inserire un nuovo
paradigma all’altezza dei tempi, con cosa ci resta da lavorare?
Fortunatamente ci resta un mondo di idee, teorie e metodologie su cui costruire.
L’economia, infatti, gode di un patrimonio molto vasto e diversificato che, una
volta completate le pulizie di primavera, potrà fiorire. Questo patrimonio ha
fatto molti passi avanti rispetto ai tempi in cui Robinson scriveva e si è
evoluto grazie alle esperienze storiche e ai progressi nei metodi statistici
degli ultimi cinquant’anni. Si può dire che restano tra noi i cosiddetti
«mainstream ribelli» come Joseph Stiglitz e Thomas Piketty (che Emilio Carnevali
in questo dibattito su Jacobin includeva tra i nuovi socialisti), economisti
cresciuti nelle teorie egemoni, ma che a queste si sono ribellati, giungendo a
conclusioni radicalmente diverse da quelle dei loro colleghi. Restano gli
economisti ecologici, che studiano il sistema economico quale sottosistema di
quello climatico e che criticano i modi, le forme e la contraddizione che
derivano dalla ricerca di una crescita infinita su di un Pianeta con risorse
finite. Restano poi gli economisti post-keynesiani, che hanno costruito una
teoria fondata sulla rivoluzione keynesiana nell’analisi del funzionamento del
capitalismo e su teorie di stampo più marxista riguardanti i rapporti tra le
classi sociali. Restano gli economisti istituzionalisti, i marxisti, i
post-walrasiani, femministi e così via. Come accennato precedentemente, infine,
resta un mondo di metodi di studio e approcci statistici sofisticati, che hanno
infinitamente migliorato il modo in cui possiamo comprendere e fotografare la
nostra realtà.
Oggi, infatti, grazie a questi metodi, e all’enorme mole di dati di cui
disponiamo, possiamo guardare con sguardo molto più maturo e distaccato le varie
forme di capitalismo e gli esempi di sistemi a esso alternativi, che il vissuto
del Novecento e del primo quarto degli anni Duemila ci hanno consegnato. Ad
esempio, possiamo guardare ai risultati della lunga stagione del thatcherismo e
reaganismo nel Regno unito e negli Stati uniti, ai modelli socialdemocratici
della Scandinavia e dell’Austria, all’esperimento liberista e tecnocratico
dell’Unione europea, ma anche al sistema cinese, al socialismo reale dell’Ex
Patto di Varsavia o alla Jugoslavia e così via. Ben inteso, perché un nuovo
paradigma possa svilupparsi in modo diverso da quello presente, è necessario che
sia inclusivo. Da questo punto di vista, è positivo riscontrare che molte delle
scuole di pensiero sopra delineate si sono spesso influenzate e contaminate a
vicenda, adottando, in generale, un approccio tendente al dialogo e non
all’esclusione. Questo è un aspetto fondamentale all’interno di una disciplina
che è una scienza sociale che deve necessariamente evolvere nel tempo. Partendo
da qui si può cominciare a costruire qualcosa di nuovo oltre ai paradigmi che
hanno fallito il contatto con il presente e riempire quanto prima il vuoto
causato e lasciato dal vecchio. Tutto ciò senza illudersi relativamente alle
difficoltà e alle sfide che ci pone il proposito che ci siamo dati. Le pulizie
di primavera, infatti, non possono solo riguardare il paradigma dell’economia
mainstream, ma anche le scuole eterodosse.
LE PULIZIE IN CASA PROPRIA: UN’ECONOMIA PER L’ANTROPOCENE
Se per liberarci dai fallimenti della «New Consensus Economics» ci siamo
affidati a Joan Robinson, forse per fare pulizia in casa nostra può essere utile
tornare alle parole di John Maynard Keynes, che per tutta la vita ha lottato per
fare le pulizie in casa sua e superare i limiti dei paradigmi dominanti dei suoi
tempi. Ci riuscì solo in parte, ma nella Teoria Generale, che nel 2026 compie
novant’anni, scrisse delle parole oggi rilevantissime: «La difficoltà non sta
tanto nell’ inventarsi idee nuove, quanto nel liberarsi da quelle vecchie, che
ramificano in ogni angolo nella mente di quelli che, come noi, con esse sono
stati cresciuti».
Fare pulizie in ambito eterodosso non è così semplice, poiché ogni approccio è
diverso e, come precedentemente sostenuto, il pluralismo è un valore da
coltivare. Per provare a capire quali approcci devono essere aggiornati si rende
forse necessario un passo allo stesso tempo indietro e in avanti. Entrambi ci
portano alla fine a dover riconsiderare l’utilizzo delle risorse naturali,
dell’energia, e l’interazione tra l’antroposfera e la Terra come parte fondante
e irrinunciabile dell’economia. Si tratta di un passo indietro poiché, sebbene
immersi nella loro dimensione storica, gli economisti del Settecento e
dell’Ottocento ponevano l’utilizzo delle risorse naturali e l’equilibrio tra ciò
che la Terra poteva offrire e ciò che l’umanità poteva utilizzare al centro
delle loro analisi. Si tratta di un passo avanti, verso un’integrazione più
coerente dell’economia con le evidenze delle scienze della terra, che ci
impongono di considerare l’impatto delle attività umane sul Pianeta, e i modi in
cui utilizziamo le risorse finite della Terra, quali premesse irrinunciabili
dello studio delle economie. I modelli economici che non tengano conto di queste
fondamentali realtà devono essere urgentemente aggiornati.
Un nuovo paradigma economico deve riconoscere che nell’Antropocene, energia,
risorse e ambiente sono importanti tanto quanto i mercati e i rapporti di potere
tra le classi sociali per comprendere in profondità l’economia stessa. Gli
economisti, per essere socialmente utili, non possono più permettersi di
costruire approcci alla loro disciplina che ignorino questo cruciale fattore.
Steve Keen, un vulcanico economista post-keynesiano molto attivo nell’ambito
della divulgazione scientifica, pone la questione nel modo seguente: «la
manodopera senza energia è un cadavere e il capitale senza energia è una
scultura”, frase che può essere senza dubbio allargata alle risorse naturali.
Come e con quale intensità utilizziamo lo stock finito di risorse sul nostro
Pianeta è una questione fondamentale e ineludibile. L’interazione tra tutte le
attività umane (l’antroposfera) e il sistema-Terra deve essere parte fondante di
qualsiasi nuovo paradigma. In altre parole, sui capitalismi, i socialismi e i
comunismi si può essere in disaccordo, ma tutte le economie devono essere
ecologiche. La ben nota (a noi economisti) frase che si trova all’inizio di un
numero infinito di articoli, saggi e libri «in questo modello consideriamo le
risorse naturali abbondanti” deve iniziare pian piano a scomparire. Di tutto il
resto, poi, tenuto conto degli ingredienti di base sopra delineati, si può e si
deve discutere.
ALCUNE NOTE ORGANIZZATIVE SUL COSTRUIRE UN NUOVO PARADIGMA
Con questi mattoni, quindi, si possono gettare le basi per costruire il nuovo e
sostituire il vecchio, che oggi come mai prima è in crisi. Ben inteso, una
maggioranza netta di chi oggi fa economia, di chi la divulga, di chi la insegna
farà resistenza alla nascita di un nuovo paradigma. Oggi, il vecchio, nonostante
i suoi notevoli fallimenti, resta un paradigma dirigente, dominante ed egemone.
La «New Consensus Economics» è testarda, escludente e rigidamente ideologica e
occupa posizioni di potere in ambito scientifico e istituzionale. Si tratta di
un paradigma dotato di mezzi e metodi sofisticati per difendersi e mantenere le
proprie posizioni di influenza. La percezione della sua crescente crisi di
autorità e di credibilità agli occhi della comunità scientifica, oltre che a una
sempre più rilevante rivolta interna, guidata spesso da premi cosiddetti «Nobel»
(come spiegato da Tiziano Di Stefano su Jacobin, quello per l’economia non è un
reale Premio Nobel) quali il defunto Bob Solow, Paul Romer, Angus Deaton e il
già citato Stiglitz, ha reso i difensori dello status quo più aggressivi e
arroganti. Forse questo è il prevedibile atteggiamento di rappresentanti di un
approccio ideologico egemone che, causa i suoi fallimenti e le sue
contraddizioni interne, sta perdendo la capacità di fungere da guida e
coagulatore della disciplina.
Sta a chi vuole costruire un’alternativa prendere coscienza di ciò, tirare
avanti con serenità e cercare di convincere chi sarà possibile convincere. Sta a
chi vuole costruire un’alternativa agire in modo strategico e sistematico,
costruire alleanze dove possibile con studiosi di altre discipline, divulgatori
ed esponenti delle istituzioni. Ciò significa accettare ogni occasione di
confronto e di dibattito perché, come ci ricorda Antonio Gramsci, un messaggio
giusto non può mai essere ripetuto troppe volte, in troppe diverse forme e per
troppi pubblici differenti. C’è fame di un paradigma nuovo nell’accademia e
nella società. C’è un bisogno disperato di un paradigma economico capace di
rispondere al vuoto in cui oggi ci troviamo.
*Liam Mc Court è dottorando in Economia presso le Università di Siena, Pisa e
Firenze dove si occupa di conflitto sociale, disuguaglianza, instabilità
economica e cambiamento climatico.
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