
La terra, la promessa, i corpi
Comune-info - Sunday, December 14, 2025
Pixabay.comRahaf Abu Jazar aveva otto mesi quando è morta assiderata tra le braccia della madre, in una tenda lacerata a Khan Yunis. Non è morta per una bomba, ma per il freddo. Nei giorni successivi altri bambini sono morti allo stesso modo, nei campi di sfollati di Gaza. Vivono in tende senza ripari adeguati, senza acqua potabile, senza la possibilità di ricostruire una casa. Il clima, la pioggia, il freddo sono diventati strumenti di morte. Non si tratta di una fatalità. Queste morti sono il risultato di condizioni di vita rese deliberatamente insostenibili (le tende dove vivono 1,5 milioni di palestinesi non offrono alcuna protezione reale dalle tempeste e del freddo, leggi anche Gaza: 14 morti nelle ultime 24 ore per crollo abitazioni e allagamento tende, Rai news).
La distruzione delle infrastrutture, il blocco degli aiuti, il controllo dei materiali essenziali trasformano la natura stessa in un’arma. La terra diventa ostile, non per caso, ma per scelta.
Colpisce il contrasto con ciò che accade nello stesso momento alle forze armate israeliane: ai soldati è vietato dormire all’aperto per ragioni di sicurezza, mentre bambini palestinesi passano la notte nel fango. La vita viene così divisa in vite da proteggere e vite esposte. Non per emergenza, ma per sistema.
Il corpo di Rahaf pone una domanda: si possono lasciare morire di freddo i bambini in nome di Dio. Cosa succede quando la terra smette di essere un luogo condiviso e diventa di esclusiva proprietà di qualcuno? Tra Israele e Palestina questa dinamica raggiunge un livello particolare di intensità. Qui la terra non è soltanto un luogo da abitare, ma il centro di una promessa divina.
Per alcune correnti del sionismo religioso ortodosso – correnti che oggi hanno un peso determinante nel governo israeliano – il controllo esclusivo di Eretz Israel, la terra d’Israele nei suoi confini biblici, non è una questione negoziabile. Non si tratta solo di sicurezza, non si tratta nemmeno solo di identità nazionale. Si tratta di teologia applicata alla politica. In questa visione, Dio ha dato la terra al popolo ebraico attraverso un patto eterno. Quel patto non può essere revocato, non può essere condiviso, non può essere ridiscusso. Senza il controllo totale di quella terra, la redenzione finale – il compimento messianico della storia – non può iniziare. La presenza palestinese su quella terra, in questa prospettiva, non è solo un problema politico da risolvere, ma un ostacolo teologico da rimuovere. La politica, in questa cornice, diventa esecuzione di un piano divino. Non si tratta più di costruire la storia insieme, nel tempo, attraverso il compromesso. Si tratta di portare a compimento un disegno già scritto. Ogni metro di terra ceduto è vissuto come un tradimento verso Dio, ogni insediamento costruito come un atto di fedeltà. Ed è qui che questa visione produce le sue conseguenze più concrete e terribili: se la terra è sacra e il suo controllo è volontà divina, allora ogni mezzo per ottenerla o mantenerla diventa giustificabile. Le espulsioni, le demolizioni di case, il blocco degli aiuti, la violenza quotidiana contro i civili palestinesi non sono più sopraffazioni da condannare, ma passaggi necessari di un compimento superiore.
La sofferenza inflitta non interroga più la coscienza, perché viene letta come parte di un piano più grande. Dio, in questa lettura, non chiede giustizia verso l’altro, ma fedeltà al mandato. E la fedeltà passa attraverso la conquista.
La terra si carica di un valore che non può essere discusso né condiviso, e ogni rinuncia viene vissuta come una perdita insopportabile. L’etica si ritira. La sofferenza dell’altro non è più una domanda, ma un ostacolo. La terra, difesa come sacra, finisce per calpestare i corpi.
Eppure, nel Levitico, si legge una frase che mette in discussione radicalmente questa idea messianica: «La terra è mia e voi state presso di me come stranieri e ospiti». Dio ricorda al suo popolo che la terra non gli appartiene. Gli è stata affidata, non donata: nessuna rivendicazione di possesso è accettabile. Per questo nessuno può considerarsi padrone assoluto di ciò che abita. Vivere sulla terra significa accettare un limite, riconoscere di essere ospiti, non proprietari. Essere “stranieri e ospiti” davanti a Dio non è una condizione di debolezza, ma una responsabilità. Significa che la relazione viene prima del possesso, la giustizia prima del dominio. Nessuna promessa può cancellare la presenza dell’altro, nessuna fedeltà può trasformarsi in esclusione. In questa prospettiva, la terra non è il luogo in cui si afferma il potere, ma quello in cui si misura la cura. Abitare un luogo obbliga alla convivenza.
Nessuna terra è santa se chiede la morte dei bambini. Nessuna promessa può passare attraverso l’annientamento dell’altro. Forse è tempo di rileggere quel versetto del Levitico. Non come un dettaglio teologico, ma come un’istruzione pratica: chi vive sulla terra d’altri, o su una terra contesa, è sempre straniero e ospite. Anche quando crede di essere a casa. La violenza contro l’altro è inaccettabile.
Quando la distruzione delle condizioni di vita diventa sistematica, quando i bambini muoiono di freddo, quando l’annientamento di un popolo è reso possibile per scelta, non siamo davanti a una tragedia inevitabile, ma a un genocidio: un crimine contro l’umanità.
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