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La preghiera dello Studio Ovale
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9) Ci sono immagini che raccontano più di molte analisi. Quelle arrivate dallo Studio Ovale nei giorni scorsi sono tra queste. Un cerchio di pastori evangelici, le mani tese verso il presidente degli Stati Uniti, mentre invocano lo Spirito Santo affinché scenda su di lui: pregano perché Dio benedica la sua azione, perché la saggezza del cielo riempia il suo cuore e perché protegga “le nostre truppe”. La preghiera è uno dei gesti più fragili e disarmati della tradizione religiosa. È l’atto di chi riconosce un limite, di chi si espone alla vulnerabilità della domanda. Per questo, quando la preghiera si piega al potere e diventa linguaggio di legittimazione politica, qualcosa si incrina. Non è più soltanto invocazione: si trasforma in consacrazione della forza e in legittimazione del fanatismo. Quando Dio viene invocato per rafforzare la violenza o il dominio, questa fede può diventare il pretesto per qualsiasi crudeltà. Negli Stati Uniti, una parte significativa del mondo evangelico sostiene apertamente Donald Trump. Questo sostegno non nasce tanto da un’affinità spirituale personale, quanto da una convergenza politica e culturale: difesa di alcuni valori morali conservatori, ruolo pubblico della religione, nazionalismo religioso. Negli ultimi decenni questo fenomeno è stato spesso descritto come “nazionalismo cristiano”, cioè l’idea che la nazione abbia una missione quasi sacra e che il potere politico possa essere interpretato come strumento della volontà divina. È qui che avviene un’operazione profonda e rischiosa: la creazione di una “blindatura etica”. Quando il potere politico viene sacralizzato in questo modo, esso smette di essere sottoposto al vaglio della morale comune o del dubbio democratico. Se il leader è uno strumento divino, ogni sua azione — anche la più cruda o divisiva — viene percepita come parte di un piano superiore, diventando così moralmente inattaccabile. La fede non agisce più come una bussola che orienta verso la giustizia, ma come uno scudo che protegge il potere da ogni senso di colpa e da ogni critica esterna. A rafforzare questa visione contribuisce anche la cosiddetta “teologia della prosperità”, diffusa in alcuni settori del mondo evangelico. Secondo questa interpretazione, il successo economico e la ricchezza sarebbero segni della benedizione divina, mentre la povertà indicherebbe una fede insufficiente. È un rovesciamento radicale del messaggio evangelico, che ha sempre guardato agli ultimi come luogo privilegiato della rivelazione. Molti teologi cristiani hanno denunciato con forza questo rischio. Il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer parlava già negli anni Trenta di una religione che diventa “grazia a buon mercato”: una fede che benedice il potere invece di chiedergli conversione. Anche pensatori molto diversi tra loro, come Simone Weil, hanno insistito sul fatto che il sacro autentico non coincide mai con la forza. Per Weil, quando la religione si allea con il potere, perde il suo nucleo più profondo: la capacità di stare dalla parte degli oppressi. Dietro queste scene c’è però anche un fenomeno più ampio. Nelle società attraversate da paura, incertezza e crisi identitarie, cresce il bisogno di protezione. E spesso questo bisogno produce una saldatura potente: il capo forte, la comunità che si percepisce minacciata e un Dio che viene chiamato a garantire la sicurezza del gruppo. Ma il Vangelo nasce esattamente come rottura di questo schema. Non presenta un Dio che protegge una tribù contro le altre. Non legittima la violenza dei forti. Al contrario, mette al centro la vulnerabilità, la misericordia, l’attenzione agli ultimi. Quando Dio diventa il Dio di una parte, quando viene chiamato a proteggere “le nostre truppe” e a garantire il successo dei più forti, la fede smette di interrogare il potere e comincia a servirlo. In fondo, la domanda è semplice: che Dio è quello che viene invocato in queste scene? Un Dio che protegge “le nostre truppe”, che garantisce il successo dei potenti, che benedice la forza di una parte contro l’altra? O il Dio che la tradizione biblica ha raccontato per secoli: il Dio che ascolta il grido di chi è oppresso? Il Dio della Bibbia non è il Dio del dominio. È il Dio che ascolta il grido degli oppressi. «Beati i miti, perché erediteranno la terra». -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La preghiera dello Studio Ovale proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
Palestina: una terra che vuole vivere
Oggi potete leggere: aggiornamenti da Anbamed del 28 e 27 febbraio aggiornamenti da Radio Onda d’Urto del 27 febbraio da Solidaria Bari una iniziativa di solidarietà a Lozza (VA) una mostra per 10 giorni una poesia di MOHAMMED ABO SOLTAN da Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista – una importante lettera rivolta alla
February 28, 2026
La Bottega del Barbieri
La guerra contro le donne a Gaza
“SOGNAVO DI DIVENTARE UNA PIONIERA DELLA SCIENZA, COME MARIE CURIE O ZAHA HADID. MA POI HO CAPITO CHE ERO NATA IN UNO DEGLI ANGOLI PIÙ DIFFICILI DEL MONDO, DOVE ANCHE SOLO ESPRIMERE I PROPRI SOGNI È SUFFICIENTE PER SEPPELLIRLI. COME DONNA DI GAZA, NESSUNO MI HA MAI CHIESTO COSA VOLESSI… DA RAGAZZE CI SIAMO ABITUATE A TANTE COSE: SE QUALCUNO CI MOLESTA PER STRADA, CI SI ASPETTA CHE RESTIAMO IN SILENZIO… ESSERE UNA DONNA A GAZA SIGNIFICA PARTORIRE SOTTO I BOMBARDAMENTI O FUGGIRE CON I PROPRI FIGLI MENTRE SI SANGUINA… SIGNIFICA ESSERE COSTRETTE A LASCIARE LA SCUOLA A CAUSA DELLA GUERRA, ESSERE FORZATE AL MATRIMONIO… LA MIA OBIEZIONE RIGUARDA L’USO IMPROPRIO DELLA RELIGIONE PER GIUSTIFICARE LA VIOLENZA… SONO STANCA DI ESSERE SEMPRE CONSIDERATA UNA VITTIMA…”. DIMA SHAMALY È UNA STUDENTESSA DI INGEGNERIA BIOMEDICA E SCRITTRICE DI GAZA: AMMESSA AL VASSAR COLLEGE E ALL’UNIVERSITÀ DI EDIMBURGO, NON HA POTUTO FREQUENTARE A CAUSA DELLA CHIUSURA DELLE FRONTIERE. OGGI È SFOLLATA, MA NON HA SMESSO DI OCCUPARSI DI QUESTIONI CHE RIGUARDANO IL GENERE. E DELLA RELAZIONE ESISTENTE TRA PATRIARCATO, RELIGIONE E OCCUPAZIONE Foto di Ngar Amini su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Dima Shamaly è studentessa di ingegneria biomedica e scrittrice di Gaza. Ammessa al Vassar College e all’Università di Edimburgo, non ha potuto frequentare a causa della chiusura delle frontiere. Attualmente sfollata, si occupa di questioni che riguardano il genere, la salute e i diritti umani nelle zone di conflitto. In questo saggio dimostra come le tradizioni patriarcali, le interpretazioni religiose e la dura realtà dell’assedio si combinino per mettere a tacere e opprimere le donne a Gaza. Attingendo dalle sue esperienze di vita nella striscia, l’autrice spiega come queste forze aggravino le difficoltà delle donne: dalla sistematica emarginazione peggiorata dal conflitto in corso, agli abusi personali giustificati da interpretazioni distorte dei testi religiosi. Il suo obiettivo è quello di offrire una prospettiva onesta dall’interno di Gaza che sfidi le solite narrazioni in un luogo così complesso [Bruna Bianchi] Questo articolo fa parte di Voci di pace -------------------------------------------------------------------------------- Non ho mai capito veramente cosa significasse avere tutta la propria vita dettata dalla geografia. Sentivo spesso dire che Gaza era una prigione a cielo aperto. Sentivo questa verità nel profondo del mio cuore, ma non capivo come un luogo potesse avere il potere di plasmare il tuo passato, intrappolare il tuo presente e rubarti il futuro. Immaginavo il mondo come quello descritto dalla rosa ne Il piccolo principe: un luogo gentile e bellissimo dove tutti venivano trattati con amore e dignità. Ma la realtà si è rivelata ben diversa da quelle storie. Credevo che avrei avuto la libertà di fare le mie scelte e sognavo di diventare una pioniera della scienza, come Marie Curie o Zaha Hadid. Ma poi ho capito che ero nata in uno degli angoli più difficili del mondo, dove anche solo esprimere i propri sogni è sufficiente per seppellirli. Come donna di Gaza, nessuno mi ha mai chiesto cosa volessi. C’era sempre qualcuno che decideva per me, che fosse un membro della famiglia, un uomo per strada o qualcuno che predicava alla moschea. La mia voce è sempre stata temuta, la mia mente costantemente repressa e la mia stessa presenza subordinata al mio silenzio. E ogni volta che oppongo resistenza, mi puntano una pistola in faccia in nome dell’onore, della religione e della tradizione. La violenza contro le donne viene giustificata con le Scritture. Le porte ci vengono sbattute in faccia con il pretesto della guerra. E quando parliamo, ci viene detto di essere pazienti, perché “Dio è con coloro che sopportano”. Da ragazze ci siamo abituate a tante cose: se qualcuno ci molestava per strada, ci si aspettava che restassimo in silenzio, tenessimo la testa bassa e continuassimo a camminare. Ricordo di aver assistito ad aggressioni contro ragazze e di aver pensato che l’unica persona con cui potevo parlare fosse la vittima stessa, perché se anche avessi detto qualcosa, sarei stata ignorata o l’intera faccenda sarebbe stata insabbiata. È diventato inquietantemente normale vedere le mie cugine picchiate o costrette a sposarsi. Le lacrime nei loro occhi dicevano tutto: “Ma io voglio solo finire la scuola”. Eppure nessuno le ascoltava. Pensavo fosse così che dovevano andare le cose, perché c’era sempre una giustificazione: la tradizione, la cultura o la religione. Crescendo, mi sono trasformata da tipica ragazza mediorientale di Gaza in una persona piena di domande e pensieri critici. Con il tempo, le mie domande sono aumentate e nel mio vocabolario sono entrate nuove parole come “diritti delle donne”. Non mi era mai stato insegnato cosa significassero e quando finalmente l’ho capito, mi sono resa conto che non li avevo mai visti messi in pratica. Durante la guerra, man mano che mi immergevo sempre più in spazi femminili, ho iniziato a vedere cose che prima ritenevo incredibili. Essere una donna a Gaza significa partorire sotto i bombardamenti o fuggire con i propri figli mentre si sanguina. Significa dire addio al proprio marito o al proprio figlio, senza sapere se torneranno mai, e poi essere costrette a essere forti e andare avanti come se nulla fosse. Ci si aspetta che cresciamo i nostri figli per strada, senza riparo né cibo, e che lo facciamo in silenzio. Essere una donna a Gaza significa portare il peso di tutti, mentre ci viene negato il diritto di prendere decisioni sulla nostra vita. Significa essere costrette a lasciare la scuola a causa della guerra, essere forzate al matrimonio perché “è il momento giusto” e vedere i propri sogni derisi come se l’ambizione fosse un lusso riservato a chi non è sopravvissuto ai massacri. Se esci per andare a lavorare, devi affrontare molestie o accuse infinite; se rimani a casa, sei un peso. Durante il mio esilio in un campo profughi nella parte occidentale di Rafah, le donne si riunivano nella tenda in cui vivevo. Ci sedevamo a bere tè e a parlare di tutto, letteralmente di tutto: politica e religione, passato e presente, femminilità e bellezza, persone e uomini. Ero la più giovane tra loro, ma mi sentivo sempre un po’ come una madre. Non era una sensazione confortante. Quando qualcuno si sente abbastanza al sicuro da mostrarsi vulnerabile con te, inizi a sentirti responsabile del suo dolore e della sua sopravvivenza. Significa che devi essere presente, sempre. È quello che è successo tra me e la mia vicina. Ogni sera sentivamo suo marito urlare contro di lei, seguito dal suono nauseante delle sue ossa che venivano picchiate. Nessuno di noi osava intervenire. Offrire aiuto non è qualcosa che ci viene insegnato a fare nella nostra società. Al mattino, gli uomini dicevano cose del tipo: “Chissà cosa ha fatto per meritarselo?” o “È sua moglie, che c’entriamo noi?”. La ascoltavo ogni giorno. Era lei che manteneva la famiglia; correva dietro alle organizzazioni umanitarie per procurare cibo ai suoi figli, cucinava, lavava, puliva, faceva tutto in quella tenda angusta, simile a una cantina. Cresceva ed educava i figli e simultaneamente provvedeva al sostentamento della famiglia. E nonostante tutto, veniva maltrattata ogni giorno. Nessuno osava aiutarla. Non le era nemmeno permesso cercare l’aiuto di uno specialista o farsi curare i lividi sul viso e sul corpo. Tutto quello che potevo fare era ascoltarla. Perché cosa può davvero fare una ragazza di 19 anni per cambiare la vita di una donna sulla trentina, se non sedersi accanto a lei e offrirle sostegno emotivo? Eppure non potevo fare a meno di sentirmi in colpa per non essere in grado di aiutarla. Volevo approfondire le ragioni di tutto questo. Non riuscivo a capire come un essere umano adulto potesse alzare le mani sulla persona che diceva di amare. Il pensiero che qualcuno potesse fare del male al proprio partner era incomprensibile per me. Quello che ho invece sentito ogni giorno ha distrutto tutto ciò che pensavo di sapere. Storie che non avrei mai immaginato: una donna picchiata semplicemente perché la sua molokhia non era di gradimento del marito. Un’altra donna il cui volto è stato sfigurato dal fratello perché era stata vista parlare con suo cugino. Un’altra ancora che è stata molestata in pieno giorno sui mezzi pubblici, che poi è stata chiamata puttana quando ha osato reagire. Quante storie. Quanto dolore. E nessuna scusa che possa giustificare tutto questo. Ho capito che ci sono molte cause alla base di questa sofferenza. C’è la violenza radicata nell’educazione, quella legata alla possessività e autorità maschile, la violenza esterna della guerra e molte altre ragioni che spingono l’aggressore ad agire in questo modo. Ma non ho mai trovato una sola scusa convincente. Tutte le giustificazioni si nascondono dietro la religione o le usanze e le tradizioni, soprattutto la religione. La città di Gaza è governata da un’autorità puramente religiosa. È uno dei luoghi più chiusi al mondo, se non il più chiuso in assoluto, il che rende la religione il fondamento di tutto nella società. Non è questo che contesto. La mia obiezione riguarda l’uso improprio della religione per giustificare la violenza e i maltrattamenti contro le donne. Tutte le religioni rivelate onorano le donne. Parlando specificamente di Gaza, qui predomina l’Islam, eppure gli uomini usano versetti del Corano e degli Hadith per giustificare crimini imperdonabili. Si dichiarano studiosi religiosi, maturi e competenti in materia di religione. Si svegliano per la preghiera, mostrano devozione a Dio, poi nel pomeriggio picchiano brutalmente le loro mogli, e nessuno li ritiene responsabili. Quando viene loro chiesto il motivo, rispondono che Dio ha ordinato loro di farlo, citando la frase coranica “ma se persistono, picchiatele” (Sura An-Nisa, 4:34). Ma Dio non ha mai ordinato questo, e si tratta di una falsa interpretazione del versetto. Questa errata interpretazione è sostenuta sia dai leader religiosi che dalla gente comune. L’aggressore crede addirittura che sarà ricompensato ed entrerà in paradiso per ciò che fa. Un padre stupra sua figlia e nessuno lo punisce. Quando gli viene chiesto perché, risponde che Dio gli ha permesso di sposare o avere rapporti con “quelle schiave in tuo possesso” (cioè le schiave di cui si parla nel Corano). Quindi non vede sua figlia solo come un oggetto sessuale, ma come una schiava. E la cosa viene insabbiata perché “non è nostra usanza o tradizione” riconoscere cose del genere. Non nasciamo con diritti chiari; nasciamo, piuttosto, in un mondo in cui dobbiamo dimostrare di meritare anche il minimo briciolo di dignità. Molte donne non sanno nemmeno come proteggersi dalla violenza, né all’interno delle loro famiglie né davanti alla legge. La salute mentale e quella riproduttiva sono trattate come un lusso, come se fossimo solo macchine per la riproduzione e la sopportazione, non esseri umani. Le donne di Gaza devono affrontare l’occupazione, la povertà, l’aggressività e la violenza, oltre a subire una sistematica emarginazione all’interno della propria società. Non sono protette, ma ritenute responsabili. Non sono rispettate, ma sorvegliate. Anche la guerra viene usata come scusa per zittirle: “Non è il momento di rivendicare i propri diritti”, “Lasciamo morire le persone mentre voi vi concentrate sull’hijab, l’uguaglianza e la violenza? Ma quando arriverà il momento giusto? Dobbiamo aspettare un’altra morte, un altro sfollamento, prima di essere trattate come esseri umani? La guerra non è mai stata una scusa valida per rimanere in silenzio di fronte all’ingiustizia. Parlarne è proibito. Rivolgersi alla legge è proibito, perché in circostanze normali la legge è nelle mani degli stessi uomini religiosi che abusano delle loro mogli. In ogni angolo di Gaza che percorro, vedo manifesti di Hizb ut-Tahrir (Partito di liberazione della Palestina) che parlano delle donne: “Il secolarismo corrompe le donne”, “La CEDAW [Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne] umilia le donne”, “Il califfato protegge le donne”. Queste parole non significano nulla, se non che parlano di me senza mai ascoltarmi. Questo partito, e altri gruppi religiosi che riducono la religione al controllo dei corpi delle donne, non si curano della mia situazione reale. Non gli importa che io viva nella paura costante, senza protezione né libertà. Non parlano mai di povertà, guerra o occupazione. Non menzionano mai la violenza che subisco, le molestie o gli stupri. Parlano solo di me, non come essere umano, ma come simbolo che deve essere preservato, purificato o proibito. Non scrivo questo perché rifiuto la religione o odio la mia società. Scrivo perché sono stanca di essere usata come uno slogan. Stanca di essere ridotta a dibattiti che non hanno nulla a che fare con me. Stanca di essere trattata come un “caso tabù” che nessuno osa affrontare. Sono stanca di essere sempre considerata una vittima, di vedermi negati anche i miei diritti più elementari e di essere costretta a tacere. Non sono una vittima da preservare. Sono una donna che lavora nei campi, una madre in una tenda, una studentessa a scuola, una sopravvissuta alla guerra, ai matrimoni forzati e all’emarginazione. Sono creativa nell’arte e nella musica. Sogno di diventare un’icona scientifica, di aprire un giorno un mio ospedale. Ma nonostante tutto questo, non sono rappresentata nel processo decisionale, non sono rappresentata nel dibattito, non sono nemmeno rappresentata nella mia stessa storia. Se non iniziamo ad ascoltare le donne, non solo a parlare di loro, ma ad ascoltarle davvero, proteggerle e sostenerle, continueremo a ripetere lo stesso crimine: zittire la donna, ucciderla lentamente, poi mettere un cartello con il suo nome in ogni angolo della città. -------------------------------------------------------------------------------- Lo scritto è stato pubblicato per la prima volta in in “DEP. Deportate, esuli, profughe”, n. 56/57, Guerra all’infanzia dicembre 2025, pp. 267-270. La traduzione in italiano è di Catia C. Confortini. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Gli atleti israeliani -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La guerra contro le donne a Gaza proviene da Comune-info.
February 22, 2026
Comune-info
L’ombra di Mossadeq
È FORTE L’ILLUSIONE DI UN FRONTE ANTI-OCCIDENTALE ETEROGENEO RISPETTO A QUANTO ACCADE IN IRAN. MA MOLTI TRA CHI SEGUE CON APPRENSIONE LE VICENDE DEGLI IRANIANI, E SOPRATTUTTO DELLE IRANIANE, NON CONOSCONO BENE CIÒ CHE QUEL PAESE HA ATTRAVERSATO NELL’ULTIMO SECOLO. E SENZA RISALIRE A QUELLE VICENDE NON SI CAPISCE QUEL CHE STA AVVENENDO. “L’OMBRA DI MOSSADEQ ALEGGIA SULLE VICENDE IRANIANE DAGLI ANNI CINQUANTA AD OGGI – SCRIVE FRANCO BERARDI BIFO IN QUESTA PREZIOSA RICOSTRUZIONE STORICA – MA QUANDO DICO L’OMBRA DI MOSSADEQ VOGLIO DIRE: IL PROCESSO DI LIBERAZIONE DAL COLONIALISMO CHE A METÀ DEL SECOLO SCORSO CREBBE DOVUNQUE… Theran. Foto di Haidar Alkhayat, Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- 11 gennaio 2026, passeggiata domenicale nel sole a Bologna. Vogliamo andare a un ristorante dalle parti di porta Saragozza, ma ci fermiamo in piazza Galvani dove c’è una manifestazione: qualche centinaio di persone, per lo più iraniane, sventolano bandiere con lo stemma monarchico. Diversi cartelli gridano: “Viva lo shah”. Da alcuni giorni l’Iran è sconvolto da una rivolta popolare di proporzioni colossali. Non si sa molto perché il regime ha chiuso l’accesso a Internet, ma si sa abbastanza per capire che è in corso un massacro (probabilmente più di 30mila morti, ndr). Alcuni ritengono che il regime sia sul punto di cadere, altri pensano che questo sia improbabile. Il regime islamista ha una base di massa, e potrebbe affrontare uno scontro prolungato e sanguinoso. Intanto Trump ha minacciato di bombardare, si attende che scoppi una guerra che potrebbe aggiungersi alle carneficine già in corso nell’area. Il regime degli Ayatollah può arginare il genocidio sionista? Improbabile. Ma ormai siamo ridotti a sperare che il nazismo degli uni sconfigga il nazismo degli altri: Putin e Zelenskjj, Khamenei e Netanyahu… Confesso che non avevo pensato che potesse riapparire la faccia di un rappresentante della genia assassina degli Shah di Persia: le bandiere con il leone dorato, simbolo della Persia monarchica mi danno la percezione di una regressione inimmaginabile. Credo che la maggioranza dei ragazzi che oggi seguono con apprensione le vicende degli iraniani, e soprattutto delle iraniane, non conoscano tanto bene le vicende che quel paese ha attraversato nell’ultimo secolo. E senza risalire a quelle vicende non si capisce bene quel che sta accadendo, né chi fosse lo Shah di Persia, il boia Reza Pahlevi, cacciato dalla rivoluzione khomeinista nel 1979 e morto in esilio. Suo figlio, oggi businessman nel paese degli yankee, si presenta come possibile successore del regime dei boia col turbante. Mossadeq, nel 1953 Ho seguito le vicende iraniane fin da quando ero ragazzo. Alla fine degli anni Sessanta avevo conosciuto alcuni studenti comunisti iraniani che abitavano a Bologna, a pochi metri da via Marsili, la casa dove vivevo a quel tempo. Nel 1973 mi invitarono a partecipare a un convegno della CISNU, l’organizzazione degli studenti iraniani esiliati in Europa. Andai a Francoforte dove si teneva il convegno e ricordo uno stanzone pieno di letti a castello dove dormivano i nemici del regime. Ma non si dormì molto, perché alcuni dei partecipanti erano maoisti, altri erano filo-sovietici, passarono la notte a discutere animatamente, e rischiarono di venire alle mani. Quando il mattino seguente tornammo tutti insieme (maoisti, filo-sovietici e io che non appartenevo a nessuna delle chiese comuniste dominanti) nella grande sala dove si svolgeva il convegno, mi chiesero di tenere un discorso a nome degli studenti del movimento italiano anti-imperialista e parlai delle lotte alla FIAT Mirafiori. Negli anni successivi la situazione iraniana divenne turbolenta, fino a quando, nel 1977 cominciarono rivolte guidate a distanza dai discorsi di Khomeini registrati su nastri magnetici che a Teheran si ascoltavano di nascosto. Per capire quel che accadde negli anni Settanta, e anche quel che accade oggi, occorre risalire ancora più indietro, al 1953, quando un primo ministro democraticamente eletto dal popolo iraniano, di nome Mohammed Mossadeq, decise di nazionalizzare i pozzi petroliferi, espropriando le compagnie petrolifere inglesi e statunitensi. Nei mesi seguenti a questa decisione venne arrestato e processato da emissari della Cia. L’ombra di Mossadeq aleggia sulle vicende iraniane da allora ad oggi. Ma quando dico l’ombra di Mossadeq voglio dire: il processo di liberazione dal colonialismo che a metà del secolo scorso crebbe dovunque, ma quasi dovunque fu stroncato dalla reazione neo-colonialista oppure fu deviato in direzione integralista e ultra-reazionaria. Nel 1953 io avevo tre anni, non avevo tempo per seguire le vicende iraniane, ma c’era Ryszard Kapuscinski che faceva il reporter per l’agenzia di stampa polacca, PAP, e che ha scritto un libro nel quale dedica alcune pagine alla persona di Mossadeq. “Mossadeq… il dottore, da tempo sotto costante minaccia d’attentato (contro di lui cospirano democratici e liberali come pure uomini dello Shah ed estremisti islamici)… ha cacciato gli inglesi dai campi petroliferi sostenendo che ogni paese ha diritto di disporre delle proprie ricchezze, ma dimenticando che la forza ha sempre la meglio sul diritto. L’Occidente ha decretato il blocco dell’Iran e il boicottaggio del petrolio iraniano facendone un frutto proibito per tutti i mercati” (Kapucinski: Shah-in-Shah, Feltrinelli, 2001, pag. 40). Mossadeq, come l’indiano Nehru, l’egiziano Nasser, l’indonesiano Sukarno e lo jugoslavo Tito tentarono di realizzare forme di socialismo indipendente dal dominio sovietico e dal dominio occidentale: avevano questa idea che i loro popoli avessero diritto a utilizzare le risorse dei loro paesi e che il colonialismo andasse cancellato definitivamente. Perciò avviarono riforme e nazionalizzazioni che spesso furono stroncate con la forza. Mossadeq venne arrestarono e rimase agli arresti per dieci anni, fin quando morì. Un leccaculo delle grandi aziende petroliere inglesi e nordamericane, di nome Reza Pahlevi si impadronì di tutto il potere e iniziò un processo di modernizzazione che consisteva nel proporre al popolo iraniano modelli che venivano dai paesi dei suoi padroni. “Il petrolio produce grossi profitti ma dà lavoro a poca gente, non genera problemi sociali non crea né un proletariato numeroso né una borghesia numerosa, per cui il governo, non essendo obbligato a dividere i profitti, può disporne a suo piacimento” (Ryszard Kapuscinski: Shah-in-Shah, Feltrinelli, 2001, pag 52). Lo Shah non avrebbe potuto opporsi alle decisioni del primo ministro eletto Mossadeq, che era popolarissimo e godeva dell’appoggio dei partiti socialisti, del partito comunista Tudeh, e anche dei nazionalisti. Furono dunque gli occidentali che si incaricarono di far fuori il legittimo rappresentante della volontà popolare. “Non esiste alcun dubbio che sia stata la CIA a organizzare e dirigere il colpo di stato che nel 1953 portò alla destituzione del primo ministro Mohammed Mossadeq e al mantenimento sul trono dello Shah Rehza Pahlavi, però pochi americani sanno che l’agente della CIA incaricato di organizzare il colpo di stato era un nipote del presidente Theodore Roosevelt. Questo uomo, Kermit Roosevelt, condusse a Teheran un’operazione talmente spettacolare che per molti anni nella CIA continuarono a chiamarlo Mister Iran…” (45-6). Non si capisce quel che è accaduto nei decenni successivi, non si capisce l’odio profondo che gli iraniani hanno sempre manifestato contro gli americani (il grande Satana). se non si ricorda la brutale eliminazione di Mossadeq. Può sorprendere che un popolo colto come quello persiano abbia accettato di piegarsi all’oscurantismo integralista e rinunciare alla democrazia, ma lo spettacolo che i propugnatori occidentali della democrazia avevano dato nel 1953 fu sufficiente per convincere i persiani che la democrazia è una burla, e che qualsiasi boia è meglio dei boia nord-americani, anche dei fanatici come i seguaci dell’orrendo Khomeini. Durante gli anni dello Shah, la democrazia imposta dagli americani usava come strumento la più brutale polizia segreta, nota come SAVAK. Quando conobbi gli studenti della CISNU sentii molto parlare della polizia segreta che li perseguitava: la SAVAK era nota per la sua efferatezza, per i sequestri di persona e le torture. “L’Iran apparteneva alla SAVAK, ma la Savak agiva come organizzazione clandestina, appariva e spariva, cancellava le sue tracce, non aveva indirizzo… annoverava sessantamila agenti senza contare i tre milioni di informatori… La SAVAK era libera di comprare la gente o di torturarla, di distribuire impieghi o di reclutare nei sotterranei. Stabiliva chi fossero i nemici da annientare… L’unica persona a cui l’istituzione doveva rendere conto era lo Shah. Gli altri non contavano” (Kapuscinski: 66-67). Arriva Khomeini Nel 1977, quando le proteste popolari cominciarono a diffondersi e la voce di Khomeini veniva ascoltata nei bazaar e nelle case private, lo Shah fece pubblicare da un giornale un articolo che fece precipitare la situazione. “Lo Shah disse che Khomeini è uno straniero…” (Kapuscinski, 155) Khomeini non era straniero, tutti sapevano che era costretto all’esilio. E nei giorni successivi le strade si riempirono di manifestanti inviperiti. “Le folle cantano e scandiscono: morte allo Shah. Pochi miliziani, poche inquadrature di volti. Gli operatori sembrano affascinati dalla valanga incalzante… durante gli ultimi mesi della rivoluzione milioni di manifestanti hanno calpestato le strade di tutte le città iraniane: folle inermi, la cui forza stava tutta nel numero e nella determinazione irremovibile. Gli uomini scendono in strada tutti, fino all’ultimo, ed è in questo sciamare contemporaneo di intere città che consiste il fenomeno della rivoluzione iraniana” (155). La repressione della polizia e della Savak fu feroce. “Uno dei documentari più trasmessi è quello sulla manifestazione di Esfahan: un oceano di teste attraversa la piazza principale, poi i soldati aprono all’improvviso il fuoco da ogni lato. La folla cerca disperatamente una via di scampo: grida, tumulto, fuga disordinata. Infine la piazza si svuota… Al centro su una sedia a rotelle è rimasto un invalido senza gambe. Anche lui vorrebbe scappare, ma la ruota della carrozzina si è bloccata, il film non mostra il perché. Spinge disperatamente la poltrona con le mani incassando istintivamente la testa tra le spalle per proteggersi dalle pallottole che gli fischiano intorno, ma invano… Spettacolo tanto sconvolgente che per un attimo i soldati smettono di sparare… Cala il silenzio…” (156-7) In quei giorni gli intellettuali europei si misurarono per la prima volta con un fenomeno nuovo: il fondamentalismo religioso islamico, che si alimentava di decenni di umiliazioni, frustrazioni, violenze che l’occidente aveva imposto per garantirsi il dominio sulla produzione di petrolio. Negli anni successivi il fenomeno si diffuse, imprevisto dai politologi occidentali e anche dagli intellettuali di sinistra per i quali il fondamentalismo rappresentava una sfida. Come si potevano tenere insieme rivoluzione sociale e oscurantismo religioso? Tariq Ali è un intellettuale di origine pakistana che si era fatto conoscere a Londra nelle lotte studentesche del ’68, e aveva preso posizione a favore delle sinistre arabe e soprattutto palestinesi. In un libro dal titolo Lo scontro dei fondamentalisti, esprime lo sconcerto della sinistra laica e libertaria: “Per la sinistra iraniana era impossibile immaginare che la gente che aveva partecipato alle gigantesche manifestazioni potesse fare sul serio quando cantava Allah u akhbar o Lunga vita a Khomeini, o quando inneggiava ai religiosi col turbante intenzionati a creare la repubblica islamica. Gli idioti della sinistra dell’Europa occidentale che erano arrivati in Iran per partecipare agli eventi straordinari, si lasciarono trascinare dal fervore e dall’eccitazione e cominciarono a cantare gli stessi slogan per dimostrare la propria solidarietà… Questa era una rivolta contro l’illuminismo, contro il progresso. Era una rivoluzione postmoderna che accadeva prima che si affermasse il postmoderno. Foucault, tra i primi a riconoscere questa affinità, fu tra i più accesi difensori della Repubblica Islamica. Come si era potuti arrivare a questo?” (Tariq Ali: Lo scontro dei fondamentalismi, Rizzoli, 2002, pagina 176-7). In una serie di articoli pubblicati dal Corriere della sera, Michel Foucault aveva proposto un’interpretazione innovativa e controversa della rivoluzione fondamentalista. La reazione tradizionalista e religiosa esprimeva secondo lui un bisogno profondo di liberarsi non solo dello Shah, ma anche dell’imperialismo culturale occidentale. Naturalmente c’era del vero in quel che diceva Foucault, ma non c’è dubbio che sottovalutò le mostruose conseguenze di repressione e oscurantismo che la rivoluzione fondamentalista era destinata a produrre. La vendetta imperialista La vendetta americana fu terribile, e provocò milioni di morti in Iran e in Iraq. Gli Stati Uniti spinsero il dittatore dell’Iraq, Saddam Hussein, a scatenare una guerra contro la Repubblica Islamica, che stava influenzando le masse di tutto il mondo islamico. Armato dai sovietici e dagli americani, Saddam poté scatenare un’offensiva contro l’Iran che si stava appena riprendendo dagli effetti della rivoluzione, e che non aveva gli strumenti per difendersi. La risposta del regime islamico fu la mobilitazione generale. Khomeini parlò alla televisione e chiese a chiunque possedesse un fucile di presentarsi immediatamente alla moschea più vicina, dichiarando la jihad. “Solo la morte potrà salvarci. L’America controlla tutto dall’alto, a noi resta un’unica possibilità: gettare prima un ponte di morti per poi essere in grado di combattere contro l’Iraq. Disse Khomeini in un discorso televisivo. Un esercito di credenti, vestiti di sudari, imbracciò le armi e partì per farsi strada fino all’esercito iracheno. Finalmente le truppe iraniane raggiunsero gli iracheni e iniziarono una guerra destinata a durare otto anni. Milioni di soldati sarebbero caduti su entrambi i fronti…” (Kader Abdolah: La casa nella moschea, Iperborea, 2005, pagina 353). Anno dopo anno Khomeini continuò a mandare truppe mal equipaggiate ma decise a tutto, l’offensiva saddamista venne fermata, gli aerei iraniani bombardarono le città irachene come gli aerei iracheni avevano bombardato le città iraniane. Quando gli uomini cominciarono a scarseggiare Khomeini chiamò alla guerra anche i bambini. Migliaia di ragazzini di dodici anni furono mandati a morire nel deserto: un’onda umana destinata a bonificare i campi minati. Si racconta che a ciascuno di loro veniva consegnata una chiave che dovevano portare al collo. La guerra si concluse con un nulla di fatto: le truppe irachene che avevano invaso parte dell’Iran si ritirarono, e una decina di anni dopo gli Stati Uniti scatenarono la prima guerra contro Saddam Hussein, che non serviva più. Fu la prima guerra del Golfo. La seconda guerra contro Saddam venne lanciata nel nuovo millennio dal presidente George Bush jr. Quella seconda volta Saddam venne impiccato. E l’Iraq fu devastato da una guerra criminale e insensata. L’illusione “campista” Non appena esplose la guerra Iran-Iraq, Khomeini decise di liberarsi delle sinistre che lo avevano appoggiato nei primi mesi della sua rivoluzione. Nel romanzo La casa della moschea Abdolah racconta l’eliminazione della sinistra da parte del regime integralista. “Per rendere sicuro il fronte interno il regime decise di fare piazza pulita di tutti i movimenti di sinistra.… A Senjan l’ayatollah Araki ricevette l’ordine di sgombrare il Villaggio Rosso. A quell’epoca il villaggio viveva i suoi giorni migliori, era diventato una zona autonoma con regole proprie, un paese dei sogni dove i giovani avevano creato, in piccolo, il loro stato comunista ideale. I raccolti venivano messi in comune e divisi equamente tra tutti gli abitanti. La sera si ritrovavano in piazza e si leggevano a vicenda i versi del poeta Majakovski….. Mentre i carri armati entravano nel villaggio, spuntarono centinaia di islamici armati che si appostarono nell’oscurità. Nel frattempo due elicotteri volavano sopra le case, illuminando i tetti con un potente fascio di luce. Iniziarono a sparare contro tutto ciò che si muoveva” (354-5). Chi si era illuso che la rivoluzione khomeinista potesse aprire la strada a una democrazia, o che comunque le sinistre potessero convivere con un regime religioso integralista dovette rapidamente arrendersi alla prova dei fatti: il khomeinismo era oscurantismo reazionario. Foucault aveva certamente preso male le misure. Non solo la rivoluzione iraniana, ma in generale tutto il movimento anti-colonialista portava dentro di sé un’ambiguità di fondo: pur di liberarsi dall’imperialismo occidentale spesso i popoli credettero di potersi affidare a leader nazionalisti o integralisti. In India, ad esempio una componente decisiva del movimento indipendentista, guidato da Subas Chandra Bose, era ideologicamente vicino al fascismo italiano e durante la guerra ebbe il sostegno dei nazisti. Nel lungo periodo il nazionalismo induista ha finito per prevalere rispetto alle componenti liberal-democratiche, e l’attuale predominio di Norendra Modi si fonda proprio sulla prevalenza di un nazionalismo razzista e aggressivo. Oggi riemerge l’illusione di un fronte anti-occidentale eterogeneo che mette insieme regimi nazionalisti in alcuni casi apertamente autoritari. La grande dimostrazione di forza che si è svolta a Pechino il primo settembre 2025 ha mostrato che questo fronte può effettivamente sfidare l’egemonia occidentale e bianca. Questo fronte può portare a uno scontro finale con l’imperialismo statunitense, ma l’idea che possa avviare un’emancipazione dal modello capitalista estrattivista e militarista è un’illusione. Chi crede che il regime fondamentalista e misogino iraniano debba essere appoggiato perché sarebbe anti-imperialista è vittima di un’illusione. Solo l’internazionalismo operaio poteva emancipare il pianeta dallo sfruttamento e dalla guerra. La sconfitta del movimento comunista è la sconfitta dell’umanità e della pace. Mentre scrivo queste righe, alla fine del gennaio del 2026, gli iraniani trattengono il respiro perché il Fuhrer biondo che governa gli Stati Uniti d’America ha detto che un’Armada si sta preparando ad attaccare. Il pretesto con cui statunitensi e sionisti si preparano ad aggredire la Repubblica Islamica è la spaventosa repressione che gli ayatollah hanno scatenato contro la popolazione che nelle prime settimane dell’anno ha occupato le strade delle città iraniane. Anche se Internet è bloccata nello spazio iraniano, qualche notizia arriva: si parla di migliaia di morti, si parla di cadaveri scaricati da camion militari, si parla di decine di migliaia di arresti. Non posso sapere se il ministero della Guerra Usa lancerà davvero una nuova guerra in nome della democrazia, mentre a Minneapolis le milizie trumpiane uccidono sequestrano e deportano la gente che si nasconde per evitare di incappare negli aggressori dell’ICE. Non posso immaginare quali rappresaglie sarà in grado di lanciare la Repubblica Islamica nel caso che le minacce si concretizzino. Gli Ayatollah hanno dichiarato che in caso di attacco per loro sarà guerra totale. Guerra totale significa, fra le altre cose, il blocco dello Stretto di Hormuz, dal quale transita una quota considerevole del petrolio mondiale. Inoltre occorre ricordare che la Cina e l’Iran hanno un patto di mutuo sostegno militare, e pare che da qualche settimana armi cinesi stiano arrivando in Iran. Forse ci avviciniamo allo scontro finale che gli sciiti duodecimani attendono come si attende il sacrificio salvifico che permetterà il ritorno dell’Imam nascosto, Muhammad al Mahdi, il dodicesimo Imam che si nascose una quindicina di secoli fa. Non saprei davvero per chi parteggiare, nel caso la guerra si scatenasse davvero. Da disertore quale sono non parteggerei per nessuno, ma non dimentico che ai suoi tempi Khomeini avvertì gli occidentali a fare attenzione. “C’è un solo essere che veglia sul nostro paese, un solo essere che ci protegge, un solo essere che tiene tutto sotto controllo mentre dormiamo, Allah. L’America ha i computer, noi abbiamo Allah. L’America ha grandi aerei di ricognizione, noi abbiamo Allah. America, se vuoi sapere chi ha abbattuto i tuoi aerei leggi la sura dell’Elefante: Alam para kayfe raz bin azabel fiel Non hai visto cosa abbiamo fatto di coloro che cavalcavano gli elefanti? La loro astuzia li aveva ingannati. Noi inviammo stormi di uccelli Che lanciarono pietre contro di loro Riducendoli come pula di grano svuotata” (Kader Abdolah, op. cit. 350-1). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Che succede in Iran? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’ombra di Mossadeq proviene da Comune-info.
January 29, 2026
Comune-info
Sono stato salvato da Dio
NEL SUO DISCORSO DI INAUGURAZIONE, TRUMP HA DETTO: “SONO STATO SALVATO DA DIO PER RENDERE DI NUOVO GRANDE L’AMERICA”. QUALCHE MESE DOPO, LE FOTO DI TRUMP CIRCONDATO DAI SUOI CONSIGLIERI SPIRITUALI, TUTTI A OCCHI CHIUSI E CON LE MANI PROTESE, HANNO FATTO IL GIRO DEL MONDO, ACCOLTE PER LO PIÙ CON SORRISI. IN REALTÀ, STIAMO ASSISTENDO SEMPRE PIÙ SPESSO ALL’UNIONE TRA DOTTRINE RELIGIOSE E DOTTRINE POLITICHE, IN UNA SORTA DI TOTALITARISMO AUTARCHICO DOTTRINALE CHE SA TRASFORMARE LE PAURE IN NAZIONALISMI. INTANTO, LE LOBBY EVANGELICHE DIFFUSE NEL MONDO HANNO SOSTENUTO E SOSTENGONO TRUMP, COSÌ COME LO FANNO FATTO CON BOLSONARO E ORBAN. ANCHE L’ITALIA STA DIVENTANDO UN LORO TERRITORIO D’AZIONE unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- C’è un monologo di Giorgio Gaber, ancora oggi attuale ma che risale agli anni Novanta. Riporto alcune parti del testo: “A noi ci hanno insegnato tutto gli americani. Se non c’erano gli americani a quest’ora noi, eravamo europei. Vecchi, pesanti, sempre pensierosi, con gli abiti grigi e i taxi ancora neri. Non c’è popolo che sia pieno di spunti nuovi come gli americani. E generosi, e buoni, e giusti. Non c’è popolo che sia più giusto degli americani. Anche se sono costretti a fare una guerra, per cause di forza maggiore, s’intende, non la fanno mica perché conviene a loro. No! È perché ci sono ancora dei posti dove non c’è né giustizia, né libertà. E loro, eccola lì, pum! Te la portano. Sono portatori, gli americani. Sono portatori sani di democrazia. Nel senso che a loro non fa male, però te l’attaccano. […] L’America è un arsenale di democrazia. È lo sviluppo incontrollato e selvaggio, è la spietata legge del più forte intesa come selezione naturale della specie. È l’eroico sacrificio di qualsiasi giustizia sociale. È la vittoria totale del mercato. È il trionfo dell’unica visione del mondo. […] Ogni tempo presente è tale perché discende dal passato e i monologhi di Gaber riescono ancora a  rendere visibile quell’archeologia che scava nei rapporti di relazione storica e che faranno poi nel futuro altre consegne. L’America non cambia rotta e non smentisce il suo passato, quasi per il timore di perdere la sua potenza assoluta sul mondo; l’America è così  come la raccontava più volte ironicamente Giorgio Gaber.  Trump continua, anzi esaspera la tradizione statunitense, lo fa con i suoi numeri tra show e guerre, dimostrando i suoi chiari obiettivi politici antidemocratici, anti tutto ciò che è segno delle conquiste democratiche avvenute dagli anni Sessanta in poi. Antifemminista, anti lgbtq in nome della famiglia bianca ed eterosessuale. Non è politica questa, è un errore chiamarla politica, visto il significato etimologico della parola. Trump ha ritenuto perciò di creare, appena insediatosi, l’Ufficio per la fede, gestito e amministrato da Paula White, controversa figura evangelica, che predica il vangelo della prosperità nel senso stretto della prosperità economica: “Se credi, diventerai ricco”. Perciò più che di politica, potremmo parlare di fondamentalismo religioso militarizzato a sancire ancora oggi la stretta alleanza tra religione e politica, peraltro senza alcun confine geografico che possa rappresentare un limite, un argine, fuori l’America.  Nel suo discorso di inaugurazione, Trump ha detto: “Sono stato salvato da Dio per rendere di nuovo grande l’America”.  Nell’ottobre del 2024, cioè pochi giorni prima del voto, invitò nel North Caroline diversi leader cristiani, tra i più influenti. Offriva non solo esenzioni fiscali e finanziamenti pubblici ma li incitava, legittimando il combattere quelle forze che minano l’integrità della purezza statunitense. Il pastore evangelico Guillermo Maldonado (il 3 ottobre di ogni anno si tiene a Miami il Maldonado Day) lo spiegò in quell’evento parlando di una” guerra tra il bene e il male, quel male che sta sconvolgendo l’America”. Lui, che conduce anche un suo programma tv “The Supernatural”, ogni settimana ospita nella sua chiesa di Miami circa 20.000 persone sentendosi investito da Gesù Cristo. Un fenomeno più recente è quello che vede la Chiesa Cattolica degli Stati Uniti radicalizzarsi verso l’estrema destra alimentando alleanze internazionali. Franklin Graham, paladino della guerra anti-woke, ha detto in un grande evento che Trump e Milei governano per mandato divino.  Si sta dunque diffondendo ed affermando una destra mondiale che si ispira a forme diffuse di repressione, usata come risposta alla sicurezza. Se le alleanze con la politica, sempre esistite, sono dinamiche e mondiali, ora qui, ora là, il patto e l’intreccio sempre stretto e solido tra religione e politica non ha inflessioni, non si indebolisce, tutt’altro. Le lobby evangeliche, diffuse nel mondo, hanno sostenuto e sostengono ancora Trump, così come Bolsonaro e Orban e l’Italia diventa un altro territorio d’azione e di diffusione, visto che i raduni di folla presenti negli Usa sono arrivati anche da noi, a Napoli, con la partecipazione di alcuni esponenti di Fratelli d’ Italia “Ci siamo incontrati grazie al comune impegno per la libertà religiosa…”, ha spiegato il senatore Lucio Malan.  È come richiamare in versione moderna il vecchio principio sancito dalla Pace di Augusta nel 1555: Cuius regio, eius religio (di chi è la regione, di lui sia la religione).  Il sistema dell’intreccio tra religione e politica non esclude alcuna religione. Nel 1988 entrò in scena, sempre negli Usa, Jonathan Cahn. Nel giro di pochi anni divenne un profeta con la sua pubblicazione The Harbinger e i suoi sermoni vengono ancora ascoltati da milioni di persone della destra cristiana. Il movimento negli Stati uniti mescola identità ebraica e fede cristiana differenziandosi dal fondamentalismo ebraico, come a rafforzare la già stretta alleanza tra Israele e Usa. Nel nome di una proclamata libertà religiosa, si conducono operazioni militari e programmi politici che corrodono democrazie, diritti e conquiste civili. Il parlare direttamente alle interne intonazioni emotive ha un effetto megafonico, amplifica, alza il volume delle  emozioni dando un tempo e uno spazio di consumo immediato, istantaneo, personale e collettivo, nel quale riconoscersi. La strategia la conosciamo anche nel nostro Paese.  Le foto di Trump al centro circondato dai suoi consiglieri spirituali, tutti a occhi chiusi e con le mani protese, risuonano come una tensione al divino che è in lui. La dottrina religiosa si unisce alla dottrina politica, abbattendo il confine tra privato e pubblico, in una sorta di totalitarismo autarchico dottrinale. Politica e religione sfruttano intimità e interiorità umane come espediente narrativo e persuasivo, proprio per occupare quello spazio privato, intimo, che si anima e si muove tra il senso del “perdono, della punizione, dell’appartenenza, della paura e della salvezza”. Forse la sinistra e gli stessi movimenti di sinistra hanno sottovalutato il potere di queste alleanze, un potere che si fa sistema e come tale solido, diffuso a livello mondiale, con un preciso obiettivo e con una diffusa e articolata agenda politica.  Il confine tra sfera pubblica e privata si decompone, si smaterializza e non saprei dire se la tecnologia social ha dato a questo confine dissolto un suo potente contributo. Mi viene da pensare a una fragilità o debolezza della ragione, nonostante possa sembrare un ossimoro in questi tempi, con un suo orientamento marcato verso un bisogno di “credere” che alimenta e fa fiorire ovunque nel mondo sette e nuovi gruppi religiosi con legami politici internazionali.  Ma in questo disorientamento dovuto alla  fluidità delle politiche (oggi sei un alleato e domani un nemico) e alla instabilità mondiale, la paura e il  bisogno di credere assumono una forte connotazione identitaria unita a un senso di appartenenza e di permanenza. I manipolatori, i persuasori, i profeti e i dittatori, gli affabulatori, gli antidemocratici, i politici affamati di potere e di guerre, si appropriano di questo potere trasformando le paure in odio e il bisogno di credere nei nazionalismi sempre più radicali. Ha scritto Roberto Escobar, docente di Filosofia politica: “La paura si identifica nell’immaginario diffuso, nel rischio che il mondo perda la sua forma, che l’Est venga ad Ovest, che il Sud salga al Nord”. Di fronte a tutto questo l’impotenza ci sembra un dato reale, immutabile, qualcosa che non possiamo trasformare, qualcosa da subire. Poi ti soffermi su ciò che ancora si muove dentro di noi, tra rabbia e indignazione, e che ci motiva a rimanere attivi, consapevoli, pronti a dare comunque una risposta a tutto questo. Ci guardiamo dentro e anche se non abbiamo mai né cercato né trovato certezze o ancoraggi nella religione o nella politica partitica, scopriamo di avere ancora una sola nostra certezza: non possiamo essere o diventare ciò che non siamo mai stati. La fedeltà a sé stessi dà un senso alla speranza. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sono stato salvato da Dio proviene da Comune-info.
January 23, 2026
Comune-info
La terra, la promessa, i corpi
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Rahaf Abu Jazar aveva otto mesi quando è morta assiderata tra le braccia della madre, in una tenda lacerata a Khan Yunis. Non è morta per una bomba, ma per il freddo. Nei giorni successivi altri bambini sono morti allo stesso modo, nei campi di sfollati di Gaza. Vivono in tende senza ripari adeguati, senza acqua potabile, senza la possibilità di ricostruire una casa. Il clima, la pioggia, il freddo sono diventati strumenti di morte. Non si tratta di una fatalità. Queste morti sono il risultato di condizioni di vita rese deliberatamente insostenibili (le tende dove vivono 1,5 milioni di palestinesi non offrono alcuna protezione reale dalle tempeste e del freddo, leggi anche Gaza: 14 morti nelle ultime 24 ore per crollo abitazioni e allagamento tende, Rai news). La distruzione delle infrastrutture, il blocco degli aiuti, il controllo dei materiali essenziali trasformano la natura stessa in un’arma. La terra diventa ostile, non per caso, ma per scelta. Colpisce il contrasto con ciò che accade nello stesso momento alle forze armate israeliane: ai soldati è vietato dormire all’aperto per ragioni di sicurezza, mentre bambini palestinesi passano la notte nel fango. La vita viene così divisa in vite da proteggere e vite esposte. Non per emergenza, ma per sistema. Il corpo di Rahaf pone una domanda: si possono lasciare morire di freddo i bambini in nome di Dio. Cosa succede quando la terra smette di essere un luogo condiviso e diventa di esclusiva proprietà di qualcuno? Tra Israele e Palestina questa dinamica raggiunge un livello particolare di intensità. Qui la terra non è soltanto un luogo da abitare, ma il centro di una promessa divina. Per alcune correnti del sionismo religioso ortodosso – correnti che oggi hanno un peso determinante nel governo israeliano – il controllo esclusivo di Eretz Israel, la terra d’Israele nei suoi confini biblici, non è una questione negoziabile. Non si tratta solo di sicurezza, non si tratta nemmeno solo di identità nazionale. Si tratta di teologia applicata alla politica. In questa visione, Dio ha dato la terra al popolo ebraico attraverso un patto eterno. Quel patto non può essere revocato, non può essere condiviso, non può essere ridiscusso. Senza il controllo totale di quella terra, la redenzione finale – il compimento messianico della storia – non può iniziare. La presenza palestinese su quella terra, in questa prospettiva, non è solo un problema politico da risolvere, ma un ostacolo teologico da rimuovere. La politica, in questa cornice, diventa esecuzione di un piano divino. Non si tratta più di costruire la storia insieme, nel tempo, attraverso il compromesso. Si tratta di portare a compimento un disegno già scritto. Ogni metro di terra ceduto è vissuto come un tradimento verso Dio, ogni insediamento costruito come un atto di fedeltà. Ed è qui che questa visione produce le sue conseguenze più concrete e terribili: se la terra è sacra e il suo controllo è volontà divina, allora ogni mezzo per ottenerla o mantenerla diventa giustificabile. Le espulsioni, le demolizioni di case, il blocco degli aiuti, la violenza quotidiana contro i civili palestinesi non sono più sopraffazioni da condannare, ma passaggi necessari di un compimento superiore. La sofferenza inflitta non interroga più la coscienza, perché viene letta come parte di un piano più grande. Dio, in questa lettura, non chiede giustizia verso l’altro, ma fedeltà al mandato. E la fedeltà passa attraverso la conquista. La terra si carica di un valore che non può essere discusso né condiviso, e ogni rinuncia viene vissuta come una perdita insopportabile. L’etica si ritira. La sofferenza dell’altro non è più una domanda, ma un ostacolo. La terra, difesa come sacra, finisce per calpestare i corpi. Eppure, nel Levitico, si legge una frase che mette in discussione radicalmente questa idea messianica: «La terra è mia e voi state presso di me come stranieri e ospiti». Dio ricorda al suo popolo che la terra non gli appartiene. Gli è stata affidata, non donata: nessuna rivendicazione di possesso è accettabile. Per questo nessuno può considerarsi padrone assoluto di ciò che abita. Vivere sulla terra significa accettare un limite, riconoscere di essere ospiti, non proprietari. Essere “stranieri e ospiti” davanti a Dio non è una condizione di debolezza, ma una responsabilità. Significa che la relazione viene prima del possesso, la giustizia prima del dominio. Nessuna promessa può cancellare la presenza dell’altro, nessuna fedeltà può trasformarsi in esclusione. In questa prospettiva, la terra non è il luogo in cui si afferma il potere, ma quello in cui si misura la cura. Abitare un luogo obbliga alla convivenza. Nessuna terra è santa se chiede la morte dei bambini. Nessuna promessa può passare attraverso l’annientamento dell’altro. Forse è tempo di rileggere quel versetto del Levitico. Non come un dettaglio teologico, ma come un’istruzione pratica: chi vive sulla terra d’altri, o su una terra contesa, è sempre straniero e ospite. Anche quando crede di essere a casa. La violenza contro l’altro è inaccettabile. Quando la distruzione delle condizioni di vita diventa sistematica, quando i bambini muoiono di freddo, quando l’annientamento di un popolo è reso possibile per scelta, non siamo davanti a una tragedia inevitabile, ma a un genocidio: un crimine contro l’umanità. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La terra, la promessa, i corpi proviene da Comune-info.
December 14, 2025
Comune-info
Disarmata e disarmante
-------------------------------------------------------------------------------- Marcia della pace Perugia-Assisi 2025. Foto di Oliviero Bettinelli -------------------------------------------------------------------------------- Il disarmo, l’obiezione di coscienza e il servizio civile, gli investimenti delle banche, la presenza nelle forze armate dei cappellani senza che questi siano inquadrati nelle gerarchie militari, dialogo ecumenico e interreligioso: sono tra i temi portanti della nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante che i vescovi italiani della chiesa cattolica hanno ha approvato il 5 dicembre (pdf). Parole nette, come raramente accade, che non possono dare adito a fraintendimenti. I vescovi italiani affrontano più volte il tema della produzione e del commercio di armi, ricordando che educare alla pace significa prendere le distanze dalle realtà economiche che speculano sul riarmo, le quali «sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi». Rivolgendosi all’Unione europea, chiamata a riprendere il cammino di coloro che dopo la seconda guerra mondiale «scelsero con coraggio una via di pace da costruire insieme», la Cei giudica «contraddittorie… quelle proposte di pesanti investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari che hanno fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia». Le necessità difensive, ammonisce la nota, non devono favorire «il riarmo globale», né distogliere risorse dalla costruzione di «una comunità più umana». Si chiede inoltre un rafforzamento della normativa per limitare l’esportazione di armi verso Paesi in conflitto. In questo senso l’Ue, anche alla luce del piano ReArm Europe, è invitata a «sostenere la costituzione di un’agenzia unica per il controllo dell’industria militare interna e del commercio di armi con il resto del mondo». Un capitolo è dedicato poi a “la difesa, mai la guerra”, in cui si valorizzano la scelta di obiezione di coscienza e l’esperienza del servizio civile: “in un tempo in cui i governi attori politici e persino opinioni pubbliche considerano la guerra come strumento privilegiato di risoluzione dei conflitti occorre il coraggio di vie alternative per dare sostanza al realismo lungimirante della cura della dignità umana e del creato”. Il testo ribadisce l’essere ormai totalmente superata e inapplicabile la dottrina della “guerra giusta”: qualunque guerra infatti “provoca distruzioni estremamente peggiori di qualunque bene si voglia difendere, aggravando la miseria”, la strada allora, è la nonviolenza, la “resistenza pacifica”. Tutto questo chiama a un percorso educativo che coinvolga le famiglie e le comunità tutte in un cammino che “esige un no deciso alla logica bellica e scelte coerenti con esso”. Il documento parla chiaro: l’auspicio è che non resti solo un documento, ma che venga letto e veramente tradotto in azioni coerenti. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE PUGLIESE: > Il nostro rifiuto della chiamata alle armi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Disarmata e disarmante proviene da Comune-info.
December 9, 2025
Comune-info
Trascendere i confini, incontro virtuale tra India e Pakistan
Il 4 ottobre 2025 alle ore 11.00 CET, si è tenuto online su zoom il webinar “Transcending the Borders: an Interdisciplinary Analysis on the Indo-Pakistani Conflict in a peace construction perspective”. L’incontro si è inserito all’interno di una serie di iniziative promosse da Energia per i Diritti Umani in occasione della Giornata Internazionale della Nonviolenza, celebrata il 2 ottobre scorso. In questo contesto, è parso appropriato e necessario includere uno spazio di discussione per fare luce su uno dei conflitti più sottovalutati dal punto di vista geopolitico, quello indo-pakistano. Benché la comunità internazionale sia intervenuta nella recente escalation del maggio del 2025, il problema non è stato ancora risolto alla radice, né tantomeno portato in modo significativo all’attenzione dell’opinione pubblica. Per questo motivo l’organizzazione di un webinar volto a discutere l’argomento da un punto di vista accademico, al fine di coinvolgere le università e la rete di studenti dei due Paesi oggetto del dibattito, ha costituito un’occasione importante per sollecitare il pensiero critico della società civile. In particolare il coinvolgimento dei giovani, alimentato dal contesto educativo e dal confronto plurale, rappresenta un potente strumento di cambiamento sul piano dell’evoluzione sociale futura. All’incontro con più di 100 partecipanti (di origine indiana, pakistana, italiana, islandese, francese, spagnola, nepalese, argentina e canadese), sono stati invitati a relazionare il professor Irshad Ahmad Mughal (visiting professor all’Università del Punjab, Lahore, Pakistan), il professor Syed Khawaja Alqama (Preside della facoltà di Scienze Umane e Sociali della Minhaj University di Lahore, Pakistan) e Sudhir Gandrota, attivista indiano nel Movimento Umanista da oltre 45 anni, residente a Delhi. Il filo conduttore che accomuna questi tre profili risiede nel fatto che tutti, nell’ambito delle proprie attività quotidiane, si interfacciano con la popolazione civile: il professor Alqama e il professor Ahmad  attraverso l’insegnamento, mentre Sudhir Gandrota attraverso la promozione del dialogo sociale sia a livello locale che nazionale. Non a caso, l’obiettivo del seminario era proprio quello di allontanarsi dalla narrativa dominante e politicizzata che circonda una controversia rimasta in gran parte trascurata nel panorama geopolitico, per concentrarsi invece su un’analisi interdisciplinare che tenesse conto di due aspetti principali: da un lato, la complessità del conflitto e la necessità di affrontarlo da diverse angolazioni e prospettive per risolverlo alla radice, mediante un approccio olistico che possa offrire soluzioni concrete a una questione profondamente radicata nella coscienza storica e sociale dei popoli indiano e pakistano. Dall’altro, il ruolo fondamentale della sensibilità culturale e spiritual-religiosa nella gestione delle divergenze, attraverso la costruzione di un nuovo atteggiamento relazionale volto a sradicare la violenza. Ho moderato il dibattito in qualità di volontaria di Energia per i Diritti Umani e partecipante alla delegazione della Terza Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza in Pakistan. Dopo una breve introduzione del contesto e presentazione dei relatori, il confronto si è aperto con un intervento congiunto di Ahmad e Gandrota, che hanno approfondito il primo dei due punti dialogando sul conflitto indo-pakistano e sviscerandone tutte le sfaccettature, da quella sociale, a quella politica, economica, ambientale e narrativa. Il dialogo tra i due relatori ha fatto emergere l’importanza di un approccio di cooperazione dal basso volto allo scardinamento dei pregiudizi e all’incentivo alla collaborazione tra i due popoli, che condividono molto sia in termini culturali che territoriali. Non possiamo infatti dimenticare come la divisione tra India e Pakistan costituisca di fatto l’esito del colonialismo britannico per cui, in un’ottica di barbara semplificazione, i confini sono stati tracciati sulla base della divisione religiosa tra induisti e musulmani, causando un violentissimo fenomeno migratorio che ha registrato innumerevoli perdite e originato traumi collettivi che si sono tramandati su base intergenerazionale. Tutto ciò ha avuto come risultato l’aumento di divisioni e ostilità, nonché la strumentalizzazione del fattore religioso, indicato come causa del conflitto. Proprio sulla prospettiva religiosa si è concentrato, a chiusura della tavola rotonda, l’intervento del professor Alqama, incentrato sull’analisi del paradigma discendente dalla Carta di Medina del 622 d.C., modello costitutivo dei principi di convivenza in ottica di conservazione di ciascuna identità e della costruzione di pace. L’argomentazione ha dimostrato come la religione in quanto tale, scevra da manipolazioni interpretative e strumentalizzazioni, abbia da sempre incoraggiato l’unione e la valorizzazione delle differenze e non possa quindi essere addotta in ottica strumentale a fondamento delle ragioni di un conflitto. La discussione è stata estremamente partecipata, in particolar modo da studenti universitari, accademici e attivisti sia dell’uno che dell’altro Paese, in un clima di ascolto reciproco, condivisione e desiderio di cominciare a strutturare un movimento di co-progettazione dal basso che possa occuparsi di questi temi, nell’auspicio di trovare una soluzione e un cambio di paradigma alle dinamiche distruttive che hanno caratterizzato il conflitto negli ultimi settant’anni. In questo clima di speranza, India e Pakistan si sono finalmente incontrati trascendendo i confini fisici posti a separazione gli uni dagli altri. In un mondo in cui il confine è visto come un limite, un luogo da interdire o demonizzare, in cui la dicotomia “dentro-fuori” genera l’orrore “noi-loro”, ripensare i confini come spazi di riflessione, confronto e co-costruzione si è rivelato un atto di resistenza necessario ai fini di riscoprire la radice dell’umano e costruire ponti di dialogo sociale. La più bella eredità di sabato 4 ottobre in fondo è proprio questa: il manifestarsi della pace nello sforzo intenzionale del dialogo, nel tentativo luminoso che attraversa chi riconosce un Essere Umano nel volto di colui che qualcun altro aveva cercato di dipingere come un nemico.   Energia per i Diritti Umani
October 12, 2025
Pressenza
Red Snake
Red Snake proiezione giovedì 14 agosto alle 19:00 Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa Viale Monza, 255 Milano …. Le donne sono sfruttate per soddisfare gli appetiti sessuali dei combattenti jihadisti tra i quali primeggia un foreign fighter, Al Britani, che … Continua a leggere→