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“Reborn”. Farsa taumaturgica a Hormuz
Se non tutti l’hanno visto, una delle ultime di Trump è una sua foto realizzata con IA, una specie di santino postato su Truth in cui lui, ieratico ed emanante luce, vestito da nuovo Messia (a suo dire un medico!) è un guaritore che pone la mano su un malato, e […] L'articolo “Reborn”. Farsa taumaturgica a Hormuz su Contropiano.
April 19, 2026
Contropiano
Pasqua
-------------------------------------------------------------------------------- La nota deposizione di Cristo nel sepolcro, dipinta da Caravaggio (oggi nei Musei Vaticani) -------------------------------------------------------------------------------- “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È il simbolo del dolore umano. (…) Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo”, scrive Natalia Ginzburg, ebrea e atea, in un articolo pubblicato sul quotidiano L’Unità nel 1988. Forse è da qui che si può ripartire. Da un’immagine che non divide, non impone, non urla. Che non chiede di credere, ma di guardare. Un uomo tradito, venduto, martoriato. Un uomo solo. Un uomo che muore. E insieme, in quel corpo, tutti gli altri. Tutti quelli che la storia continua a produrre: i volti cancellati, i corpi senza nome, le vite che scorrono sotto i nostri occhi mentre ci insegnano a non vedere. Il crocifisso li rappresenta tutti, scrive Ginzburg. Forse è questo che ancora ci inquieta. Non è un segno di appartenenza. È uno specchio. Ci riguarda, anche quando pensiamo di esserne fuori. Anche quando ci sentiamo dalla parte giusta. Perché dentro quella storia — in modi diversi — ci siamo tutti. E allora, forse, Pasqua non è una risposta. È un modo di stare. Stare davanti al dolore senza distogliere lo sguardo. Stare dentro una idea semplice e difficile: che il prossimo esiste. E che non possiamo far finta di niente. Dobbiamo augurarci di avere la forza e la capacità di opporci sempre all’orrore a cui stiamo assistendo. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ALESSANDRO SANTORO: > Pasqua laica -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Pasqua proviene da Comune-info.
April 4, 2026
Comune-info
Pasqua laica
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 marzo: corteo No Kings. Foto di Riccardo Troisi per Comune -------------------------------------------------------------------------------- La Pasqua ci spinge a ritrovare la forza di sperare contro ogni speranza. Ogni liturgia civica, nella quale si protesta contro la follia della guerra e del dominio e lo si fa con dignità e costanza, è una Pasqua laica, è un respiro di vita. Ovunque si vuole una società basata sulla giustizia e si chiamano in causa i responsabili delle trame della violenza, si fa Vangelo, anche se al Vangelo non ci si crede. Ed io lo vedo, per esperienza, questo trasparire del Vangelo in coloro che non lo leggono, e questa menomazione del Vangelo in coloro che lo portano sotto il braccio. Dobbiamo scegliere questo mondo di pace. E dobbiamo essere spinti e animati ogni giorno da questa mitezza profetica e perciò coraggiosa, pronta a compromettersi in tutti i modi perché la violenza sia debellata e perché in qualche modo tutti i viventi nel mondo abbiano la Vita e l’abbiano densa di speranza. [Alessandro Santoro, prete della Comunità delle Piagge di Firenze] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Imparare a pensare la speranza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Pasqua laica proviene da Comune-info.
March 31, 2026
Comune-info
I’m not muslim
-------------------------------------------------------------------------------- Teheran. Foto di mdreza jalali su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è un gesto che circola nella diaspora iraniana, soprattutto dopo il 2022: il cartello alzato nelle piazze occidentali, la dichiarazione sui social, la frase pronunciata davanti alle telecamere “I’m not Muslim, I’m Persian” (Non sono musulmano/a, sono persiano/a). Un gesto comprensibile nella sua origine emotiva: il rifiuto della Repubblica Islamica, della teocrazia, della violenza di stato esercitata in nome di Dio. Ma un gesto che, nella sua formulazione, rivela una ignoranza storica così profonda da risultare, paradossalmente, un atto di autolesionismo culturale non nei confronti dell’Islam, ma nei confronti della Persia stessa. Perché chi pronuncia quella frase non sa – o ha scelto di dimenticare – che la civiltà islamica nella sua espressione più alta è in larghissima parte un’opera persiana. Cominciamo dall’inizio assoluto. Il primo iraniano a convertirsi all’Islam fu Salman al-Farisi, nato Ruzbeh Khoshnudan a Isfahan. Era così vicino al Profeta che quando i musulmani di Mecca e quelli di Medina litigavano su chi potesse rivendicarlo come proprio, Maometto pose fine alla disputa con una formula senza precedenti: Salman appartiene all’Ahl al-Bayt, alla famiglia del Profeta. Non a una tribù araba. Alla famiglia. È lui a suggerire al Profeta la tattica del fossato durante la battaglia del Khandaq – tecnica militare sasanide sconosciuta agli arabi – salvando la comunità islamica nascente dall’annientamento. Ed è ancora lui a tradurre parti del Corano in persiano durante la vita stessa del Profeta: il primo essere umano a portare il Libro sacro dell’Islam in un’altra lingua. La Persia è dentro l’Islam dal primo giorno, non arrivata dopo. Da quel momento, la presenza persiana non fu una presenza dentro l’Islam: ne divenne la colonna vertebrale intellettuale. La grammatica dell’arabo classico – la lingua del Corano – fu sistematizzata da Sibawayhi di Shiraz, persiano che aveva imparato l’arabo come seconda lingua. Prima di lui non esisteva grammatica araba scientifica. I sei libri canonici dell’hadith sunnita – le raccolte che definiscono normativamente cosa Maometto disse e fece, fondamento della giurisprudenza islamica – furono tutti compilati da persiani: al-Bukhari di Bukhara, Muslim di Nishapur, al-Tirmidhi di Termez, Abu Dawud, al-Nasa’i, Ibn Majah. Tutti. La scuola giuridica Hanafi, la più seguita al mondo con oltre un miliardo di fedeli, fu fondata da Abu Hanifa di origine khorasanica. La teologia sunnita fu rifondata da al-Ghazali di Tus, la cui Ihya Ulum al-Din è ancora oggi la summa del pensiero islamico ortodosso. Ma è nella scienza e nella filosofia che la grandezza persiana diventa vertiginosa. Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi, nato nel Khorasan, lavorò alla Casa della Sapienza di Baghdad e scrisse il trattato che diede all’umanità la parola algebra – dal titolo arabo al-jabr – e il suo stesso nome latinizzato, Algoritmi, diede alla matematica e poi all’informatica la parola algoritmo. Ogni equazione risolta in ogni scuola del mondo porta il nome di un persiano. Al-Biruni di Khwarezm, che i suoi contemporanei chiamavano semplicemente “il Maestro”, calcolò il raggio terrestre con un margine di errore inferiore al 2% cinquecento anni prima di Galileo, scrisse la prima opera di antropologia comparata sull’India, fondò la geodesia moderna e la storia comparata delle religioni, padroneggiava arabo, persiano, sanscrito, greco e siriaco. Ibn Sina di Bukhara – Avicenna in Occidente – costruì il sistema filosofico e medico che rimase testo universitario in Europa fino al XVII secolo e che influenzò Tommaso d’Aquino attraverso le sue traduzioni di Aristotele. E poi c’è chi andò oltre la sintesi tra fede e ragione per costruire qualcosa di radicalmente nuovo. Suhrawardi di Zanjan, il “Maestro dell’Illuminazione” – Shaykh al-Ishraq – fondò nel XII secolo la scuola della Hikmat al-Ishraq, la Filosofia della Luce, recuperando esplicitamente la saggezza zoroastriana preislamica, il neoplatonismo greco e la mistica islamica in un sistema dove la luce è il principio costitutivo della realtà e la conoscenza è presenza immediata, non mediazione concettuale. Mulla Sadra, il grande filosofo safavide, descrisse Suhrawardi come il “Rinnovatore delle Tracce dei Saggi Pahlavi”, e Suhrawardi stesso si considerava il restauratore dell’antica saggezza persiana. La mistica islamica – il Sufismo, l’anima interiore dell’Islam – è quasi interamente un’invenzione del mondo iranico: Hallaj di Tur, Sanai di Ghazni, Attar di Nishapur che scrisse il Mantiq al-Tayr, Rumi di Balkh il cui Masnavi è la più grande summa poetico-spirituale dell’Islam, Hafez di Shiraz che Goethe considerava suo maestro. E la letteratura narrativa islamica? Le Mille e una notte sono la traduzione araba di un originale persiano – l’Hezar Afsan – e i nomi dei suoi protagonisti, Shahryar e Shahrazad, sono persiani. Kalila e Dimna, il libro di favole politiche più influente del Medioevo islamico, fu tradotto dal pahlavi in arabo da Ibn al-Muqaffa’, persiano di Fars, che scrivendo in una lingua che stava ancora imparando fondò la prosa letteraria araba. La Persia non è una componente dell’Islam. Ne è il corridoio universale: il canale attraverso cui l’India, la Grecia, la Mesopotamia e la Cina sono entrate nella cultura islamica e, attraverso di essa, nell’Europa medievale e rinascimentale. Ogni volta che uno studente di matematica risolve un’equazione, ogni volta che un programmatore scrive un algoritmo, ogni volta che qualcuno legge Rumi in qualsiasi lingua del mondo, sta attraversando una porta che i persiani hanno costruito all’interno dell’Islam. Si può – e spesso si deve – rifiutare la Repubblica Islamica, il clericalismo, la violenza esercitata in nome della religione. Si può vivere come atei, agnostici, zoroastriani, liberi pensatori. Ma confondere il regime di Teheran con quattordici secoli di civiltà è esattamente l’errore che serve alla propaganda di chi vuole ridurre una delle tradizioni intellettuali più ricche della storia umana a un’immagine di oppressione, velo e teocrazia. Quell’errore non sfida il potere: lo serve. Chi porta quel cartello non sta resistendo all’Islam. Sta regalando la propria storia a chi non la merita. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO: > Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I’m not muslim proviene da Comune-info.
March 27, 2026
Comune-info
Abbiamo bisogno di un esodo dal sionismo
IL SIONISMO SIN DALL’INIZIO HA RICHIESTO L’ESPULSIONE DI MASSA DELLE PERSONE PALESTINESI DALLE LORO CASE E DALLE LORO TERRE ANCESTRALI, LA NAKBA. SIN DALL’INIZIO HA GENERATO UNA FORMA DI LIBERTÀ RIBUTTANTE CHE VEDE I BAMBINI E LE BAMBINE PALESTINESI NON COME ESSERI UMANI MA COME MINACCE DEMOGRAFICHE. «ABBIAMO LASCIATO CRESCERE INDISTURBATO IL FALSO IDOLO DEL SIONISMO PER TROPPO TEMPO…. – SCRIVE NAOMI KLEIN IN CONTRO L’ANTISEMITISMO (TAMU/TANGERIN ED.), UN LIBRO CHE RACCOGLIE VOCI EBRAICHE E NON CHE RAGIONANO SU SIONISMO, ANTISEMITISMO E RAZZISMO – CERCHIAMO DI LIBERARE L’EBRAISMO DA UN ETNOSTATO CHE VUOLE CHE EBREE ED EBREI VIVANO PER SEMPRE NELLA PAURA… ECCOLO, IL FALSO IDOLO. NON È IL SOLO NETANYAHU, È IL MONDO CHE LUI HA CREATO E CHE LO HA CREATO: È IL SIONISMO. CHE COSA SIAMO NOI? NOI CHE DA MESI E MESI SCENDIAMO IN STRADA, NOI SIAMO L’ESODO. L’ESODO DAL SIONISMO…» Distribuzione di cibo (febbraio 2026) promossa dalla cucina popolare ad Al-Mawasi, Striscia di Gaza, progetto SOS Gaza -------------------------------------------------------------------------------- Ho pensato a Mosè, alla rabbia che deve aver provato quando, sceso dal monte, trovò gli israeliti intenti a adorare un vitello d’oro. L’ecofemminista che c’è in me si è sempre sentita a disagio con questa storia: che razza di Dio è un Dio geloso degli animali? Che razza di Dio è un Dio che vuole accaparrarsi e tenere per sé tutto il sacro della Terra? Ma esiste un’interpretazione meno letterale di questa storia. Parla di falsi idoli. Della tendenza umana ad adorare ciò che è profano e luccicante, a guardare verso ciò che è piccolo e materiale invece che verso ciò che è grande e trascendente. Quello che voglio dirvi stasera, in occasione di questo rivoluzionario e storico «Seder in the Streets»,[1] è che troppe persone, tra quelle che compongono il nostro popolo, hanno ricominciato ad adorare un falso idolo. Ne sono affascinate. Inebriate. Profanate. Quel falso idolo si chiama sionismo. È un falso idolo che prende le nostre più profonde storie bibliche di giustizia ed emancipazione dalla schiavitù – la storia stessa della Pèsach – e le trasforma in armi brutali di furto coloniale di terre, le trasforma in programmi di pulizia etnica e genocidio. È un falso idolo che ha preso l’idea trascendente della terra promessa – una metafora di liberazione umana che attraversa credi e religioni di tutto il pianeta – e si è arrogato il diritto di tramutarla in un atto di compravendita per un etnostato militarista. La forma di liberazione difesa dal sionismo politico è a sua volta profana. Sin dall’inizio ha richiesto l’espulsione di massa delle persone palestinesi dalle loro case e dalle loro terre ancestrali, la Nakba. Sin dall’inizio, ha dichiarato guerra ai sogni di liberazione. In un Seder, è bene ricordare il trattamento che ha riservato ai sogni di liberazione e di autodeterminazione del popolo egiziano. Il falso idolo del sionismo individua la sicurezza di Israele nella dittatura egiziana e nei suoi stati-clienti. Sin dall’inizio ha generato una forma di libertà ributtante che vedeva i bambini e le bambine palestinesi non come esseri umani ma come minacce demografiche, proprio come nel libro dell’Esodo faceva il faraone che, preoccupato per la crescita della popolazione israelita, ordinava di sterminarne gli infanti. Il sionismo ha portato tutti e tutte a questo presente catastrofico, ed è tempo di dirlo chiaramente: è dove ci porta da sempre, alla catastrofe. È un falso idolo che ha spinto davvero troppi membri del nostro popolo su un cammino profondamente immorale, che li incita ormai a giustificare il calpestamento dei comandamenti fondamentali: non uccidere. Non rubare. Non desiderare la roba d’altri. È un falso idolo che identifica la libertà ebraica con le bombe a grappolo che uccidono e mutilano i bambini e le bambine palestinesi. Il sionismo è un falso idolo che ha tradito tutti i valori ebraici, incluso quello che attribuiamo alla messa in discussione, una pratica insita nel Seder, con le sue quattro domande poste dal più giovane o dalla più giovane dei bambini. Incluso l’amore che proviamo, come popolo, per i testi e per l’istruzione. Oggi questo falso idolo difende il bombardamento di ogni università di Gaza; la distruzione di innumerevoli scuole, archivi, tipografie; l’uccisione di centinaia di accademici e accademiche, giornalisti e giornaliste, poetesse e poeti – ciò che in Palestina chiamano «scolasticidio», cioè la distruzione dei mezzi di istruzione. Nel frattempo qui, a New York, le università chiedono l’intervento della polizia e levano barricate contro la grave minaccia costituita dai loro stessi studenti e studentesse, giovani che osano porre domande semplici del tipo: come potete sostenere di credere in qualcosa, e men che meno in noi, se nel frattempo permettete che si compia questo genocidio, se vi investite e collaborate? Abbiamo lasciato crescere indisturbato il falso idolo del sionismo per troppo tempo. E allora stasera diciamo: basta così. Il nostro ebraismo non può essere rinchiuso in un etnostato, perché il nostro ebraismo è internazionalista per natura. Il nostro ebraismo non può essere protetto dall’esercito devastatore di quello stato, perché tutto ciò che fa quell’esercito è seminare dolore e raccogliere odio, anche contro noi ebrei ed ebree. Il nostro ebraismo non è minacciato dalle persone che alzano la voce per esprimere solidarietà alla Palestina al di là delle differenze di razza, di etnia, abilità fisica, identità di genere ed età. Il nostro ebraismo è una di quelle voci, e sa che in quel coro risiedono sia la nostra sicurezza, sia la nostra liberazione collettiva. Il nostro ebraismo è l’ebraismo del Seder di Pèsach: riunirsi in una cerimonia per condividere il cibo e il vino con le persone amate e con quelle sconosciute, un rito che per sua stessa natura è portatile, abbastanza leggero da poterselo caricare sulle spalle, e che non ha bisogno di nient’altro che delle altre persone: niente muri, niente templi, niente rabbini, un ruolo per tutti e tutte, soprattutto il bambino più piccolo o la bambina più piccola. Il Seder è la tecnologia della diaspora per eccellenza, concepita per il lutto collettivo, la contemplazione, la messa in discussione, la commemorazione e la rivitalizzazione dello spirito rivoluzionario. Allora guardatevi attorno. Questo, qui, è il nostro ebraismo. Mentre il livello dei mari sale, le foreste bruciano e nulla è certo, preghiamo davanti all’altare della solidarietà e del mutuo soccorso, a qualunque costo. Non abbiamo bisogno del falso idolo del sionismo. Non lo vogliamo. Vogliamo liberarci dal progetto che commette un genocidio in nostro nome. Liberarci da un’ideologia i cui unici piani di pace sono gli accordi con i petrolstati teocratici che uccidono l’intera regione, mentre vende al resto del mondo le sue tecnologie di omicidio meccanicizzato. Cerchiamo di liberare l’ebraismo da un etnostato che vuole che ebree ed ebrei vivano per sempre nella paura, che vuole che i nostri bambini e le nostre bambine abbiano paura, che vuole convincerci che il mondo ce l’abbia con noi affinché corriamo nella sua fortezza e sotto la sua cupola di ferro, o quantomeno affinché armi e donazioni continuino ad affluire. Eccolo, il falso idolo. Non è il solo Netanyahu, è il mondo che lui ha creato e che lo ha creato: è il sionismo. Che cosa siamo noi? Noi che da mesi e mesi scendiamo in strada, noi siamo l’esodo. L’esodo dal sionismo. E ai Chuck Schumer di questo mondo non diciamo: «Lasciate andare il nostro popolo». Diciamo: « Ce ne siamo già andati. E i vostri figli, le vostre figlie? Adesso sono con noi» -------------------------------------------------------------------------------- [1] Questo testo è il discorso pronunciato da Klein il 23 aprile 2024 in occasione dell’«Emergency Seder in the Streets» a New York. Celebrato durante la festa ebraica della Pèsach, il Seder è un rito che fa rivivere simbolicamente ai suoi partecipanti, attraverso la condivisione di cibi e bevande e la lettura del libro dell’Esodo, il passaggio dalla schiavitù in Egitto alla libertà. Questo «Seder nelle strade», organizzato da Jewish Voice for Peace, si è svolto a Grand Army Plaza, Brooklyn, nelle vicinanze dell’abitazione di Chuck Schumer – leader della maggioranza democratica al Senato e sostenitore incondizionato di Israele – per chiedere l’interruzione della fornitura di armi a Israele. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Abbiamo bisogno di un esodo dal sionismo proviene da Comune-info.
March 11, 2026
Comune-info
La preghiera dello Studio Ovale
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9) Ci sono immagini che raccontano più di molte analisi. Quelle arrivate dallo Studio Ovale nei giorni scorsi sono tra queste. Un cerchio di pastori evangelici, le mani tese verso il presidente degli Stati Uniti, mentre invocano lo Spirito Santo affinché scenda su di lui: pregano perché Dio benedica la sua azione, perché la saggezza del cielo riempia il suo cuore e perché protegga “le nostre truppe”. La preghiera è uno dei gesti più fragili e disarmati della tradizione religiosa. È l’atto di chi riconosce un limite, di chi si espone alla vulnerabilità della domanda. Per questo, quando la preghiera si piega al potere e diventa linguaggio di legittimazione politica, qualcosa si incrina. Non è più soltanto invocazione: si trasforma in consacrazione della forza e in legittimazione del fanatismo. Quando Dio viene invocato per rafforzare la violenza o il dominio, questa fede può diventare il pretesto per qualsiasi crudeltà. Negli Stati Uniti, una parte significativa del mondo evangelico sostiene apertamente Donald Trump. Questo sostegno non nasce tanto da un’affinità spirituale personale, quanto da una convergenza politica e culturale: difesa di alcuni valori morali conservatori, ruolo pubblico della religione, nazionalismo religioso. Negli ultimi decenni questo fenomeno è stato spesso descritto come “nazionalismo cristiano”, cioè l’idea che la nazione abbia una missione quasi sacra e che il potere politico possa essere interpretato come strumento della volontà divina. È qui che avviene un’operazione profonda e rischiosa: la creazione di una “blindatura etica”. Quando il potere politico viene sacralizzato in questo modo, esso smette di essere sottoposto al vaglio della morale comune o del dubbio democratico. Se il leader è uno strumento divino, ogni sua azione — anche la più cruda o divisiva — viene percepita come parte di un piano superiore, diventando così moralmente inattaccabile. La fede non agisce più come una bussola che orienta verso la giustizia, ma come uno scudo che protegge il potere da ogni senso di colpa e da ogni critica esterna. A rafforzare questa visione contribuisce anche la cosiddetta “teologia della prosperità”, diffusa in alcuni settori del mondo evangelico. Secondo questa interpretazione, il successo economico e la ricchezza sarebbero segni della benedizione divina, mentre la povertà indicherebbe una fede insufficiente. È un rovesciamento radicale del messaggio evangelico, che ha sempre guardato agli ultimi come luogo privilegiato della rivelazione. Molti teologi cristiani hanno denunciato con forza questo rischio. Il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer parlava già negli anni Trenta di una religione che diventa “grazia a buon mercato”: una fede che benedice il potere invece di chiedergli conversione. Anche pensatori molto diversi tra loro, come Simone Weil, hanno insistito sul fatto che il sacro autentico non coincide mai con la forza. Per Weil, quando la religione si allea con il potere, perde il suo nucleo più profondo: la capacità di stare dalla parte degli oppressi. Dietro queste scene c’è però anche un fenomeno più ampio. Nelle società attraversate da paura, incertezza e crisi identitarie, cresce il bisogno di protezione. E spesso questo bisogno produce una saldatura potente: il capo forte, la comunità che si percepisce minacciata e un Dio che viene chiamato a garantire la sicurezza del gruppo. Ma il Vangelo nasce esattamente come rottura di questo schema. Non presenta un Dio che protegge una tribù contro le altre. Non legittima la violenza dei forti. Al contrario, mette al centro la vulnerabilità, la misericordia, l’attenzione agli ultimi. Quando Dio diventa il Dio di una parte, quando viene chiamato a proteggere “le nostre truppe” e a garantire il successo dei più forti, la fede smette di interrogare il potere e comincia a servirlo. In fondo, la domanda è semplice: che Dio è quello che viene invocato in queste scene? Un Dio che protegge “le nostre truppe”, che garantisce il successo dei potenti, che benedice la forza di una parte contro l’altra? O il Dio che la tradizione biblica ha raccontato per secoli: il Dio che ascolta il grido di chi è oppresso? Il Dio della Bibbia non è il Dio del dominio. È il Dio che ascolta il grido degli oppressi. «Beati i miti, perché erediteranno la terra». -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La preghiera dello Studio Ovale proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
Palestina: una terra che vuole vivere
Oggi potete leggere: aggiornamenti da Anbamed del 28 e 27 febbraio aggiornamenti da Radio Onda d’Urto del 27 febbraio da Solidaria Bari una iniziativa di solidarietà a Lozza (VA) una mostra per 10 giorni una poesia di MOHAMMED ABO SOLTAN da Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista – una importante lettera rivolta alla
February 28, 2026
La Bottega del Barbieri
La guerra contro le donne a Gaza
“SOGNAVO DI DIVENTARE UNA PIONIERA DELLA SCIENZA, COME MARIE CURIE O ZAHA HADID. MA POI HO CAPITO CHE ERO NATA IN UNO DEGLI ANGOLI PIÙ DIFFICILI DEL MONDO, DOVE ANCHE SOLO ESPRIMERE I PROPRI SOGNI È SUFFICIENTE PER SEPPELLIRLI. COME DONNA DI GAZA, NESSUNO MI HA MAI CHIESTO COSA VOLESSI… DA RAGAZZE CI SIAMO ABITUATE A TANTE COSE: SE QUALCUNO CI MOLESTA PER STRADA, CI SI ASPETTA CHE RESTIAMO IN SILENZIO… ESSERE UNA DONNA A GAZA SIGNIFICA PARTORIRE SOTTO I BOMBARDAMENTI O FUGGIRE CON I PROPRI FIGLI MENTRE SI SANGUINA… SIGNIFICA ESSERE COSTRETTE A LASCIARE LA SCUOLA A CAUSA DELLA GUERRA, ESSERE FORZATE AL MATRIMONIO… LA MIA OBIEZIONE RIGUARDA L’USO IMPROPRIO DELLA RELIGIONE PER GIUSTIFICARE LA VIOLENZA… SONO STANCA DI ESSERE SEMPRE CONSIDERATA UNA VITTIMA…”. DIMA SHAMALY È UNA STUDENTESSA DI INGEGNERIA BIOMEDICA E SCRITTRICE DI GAZA: AMMESSA AL VASSAR COLLEGE E ALL’UNIVERSITÀ DI EDIMBURGO, NON HA POTUTO FREQUENTARE A CAUSA DELLA CHIUSURA DELLE FRONTIERE. OGGI È SFOLLATA, MA NON HA SMESSO DI OCCUPARSI DI QUESTIONI CHE RIGUARDANO IL GENERE. E DELLA RELAZIONE ESISTENTE TRA PATRIARCATO, RELIGIONE E OCCUPAZIONE Foto di Ngar Amini su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Dima Shamaly è studentessa di ingegneria biomedica e scrittrice di Gaza. Ammessa al Vassar College e all’Università di Edimburgo, non ha potuto frequentare a causa della chiusura delle frontiere. Attualmente sfollata, si occupa di questioni che riguardano il genere, la salute e i diritti umani nelle zone di conflitto. In questo saggio dimostra come le tradizioni patriarcali, le interpretazioni religiose e la dura realtà dell’assedio si combinino per mettere a tacere e opprimere le donne a Gaza. Attingendo dalle sue esperienze di vita nella striscia, l’autrice spiega come queste forze aggravino le difficoltà delle donne: dalla sistematica emarginazione peggiorata dal conflitto in corso, agli abusi personali giustificati da interpretazioni distorte dei testi religiosi. Il suo obiettivo è quello di offrire una prospettiva onesta dall’interno di Gaza che sfidi le solite narrazioni in un luogo così complesso [Bruna Bianchi] Questo articolo fa parte di Voci di pace -------------------------------------------------------------------------------- Non ho mai capito veramente cosa significasse avere tutta la propria vita dettata dalla geografia. Sentivo spesso dire che Gaza era una prigione a cielo aperto. Sentivo questa verità nel profondo del mio cuore, ma non capivo come un luogo potesse avere il potere di plasmare il tuo passato, intrappolare il tuo presente e rubarti il futuro. Immaginavo il mondo come quello descritto dalla rosa ne Il piccolo principe: un luogo gentile e bellissimo dove tutti venivano trattati con amore e dignità. Ma la realtà si è rivelata ben diversa da quelle storie. Credevo che avrei avuto la libertà di fare le mie scelte e sognavo di diventare una pioniera della scienza, come Marie Curie o Zaha Hadid. Ma poi ho capito che ero nata in uno degli angoli più difficili del mondo, dove anche solo esprimere i propri sogni è sufficiente per seppellirli. Come donna di Gaza, nessuno mi ha mai chiesto cosa volessi. C’era sempre qualcuno che decideva per me, che fosse un membro della famiglia, un uomo per strada o qualcuno che predicava alla moschea. La mia voce è sempre stata temuta, la mia mente costantemente repressa e la mia stessa presenza subordinata al mio silenzio. E ogni volta che oppongo resistenza, mi puntano una pistola in faccia in nome dell’onore, della religione e della tradizione. La violenza contro le donne viene giustificata con le Scritture. Le porte ci vengono sbattute in faccia con il pretesto della guerra. E quando parliamo, ci viene detto di essere pazienti, perché “Dio è con coloro che sopportano”. Da ragazze ci siamo abituate a tante cose: se qualcuno ci molestava per strada, ci si aspettava che restassimo in silenzio, tenessimo la testa bassa e continuassimo a camminare. Ricordo di aver assistito ad aggressioni contro ragazze e di aver pensato che l’unica persona con cui potevo parlare fosse la vittima stessa, perché se anche avessi detto qualcosa, sarei stata ignorata o l’intera faccenda sarebbe stata insabbiata. È diventato inquietantemente normale vedere le mie cugine picchiate o costrette a sposarsi. Le lacrime nei loro occhi dicevano tutto: “Ma io voglio solo finire la scuola”. Eppure nessuno le ascoltava. Pensavo fosse così che dovevano andare le cose, perché c’era sempre una giustificazione: la tradizione, la cultura o la religione. Crescendo, mi sono trasformata da tipica ragazza mediorientale di Gaza in una persona piena di domande e pensieri critici. Con il tempo, le mie domande sono aumentate e nel mio vocabolario sono entrate nuove parole come “diritti delle donne”. Non mi era mai stato insegnato cosa significassero e quando finalmente l’ho capito, mi sono resa conto che non li avevo mai visti messi in pratica. Durante la guerra, man mano che mi immergevo sempre più in spazi femminili, ho iniziato a vedere cose che prima ritenevo incredibili. Essere una donna a Gaza significa partorire sotto i bombardamenti o fuggire con i propri figli mentre si sanguina. Significa dire addio al proprio marito o al proprio figlio, senza sapere se torneranno mai, e poi essere costrette a essere forti e andare avanti come se nulla fosse. Ci si aspetta che cresciamo i nostri figli per strada, senza riparo né cibo, e che lo facciamo in silenzio. Essere una donna a Gaza significa portare il peso di tutti, mentre ci viene negato il diritto di prendere decisioni sulla nostra vita. Significa essere costrette a lasciare la scuola a causa della guerra, essere forzate al matrimonio perché “è il momento giusto” e vedere i propri sogni derisi come se l’ambizione fosse un lusso riservato a chi non è sopravvissuto ai massacri. Se esci per andare a lavorare, devi affrontare molestie o accuse infinite; se rimani a casa, sei un peso. Durante il mio esilio in un campo profughi nella parte occidentale di Rafah, le donne si riunivano nella tenda in cui vivevo. Ci sedevamo a bere tè e a parlare di tutto, letteralmente di tutto: politica e religione, passato e presente, femminilità e bellezza, persone e uomini. Ero la più giovane tra loro, ma mi sentivo sempre un po’ come una madre. Non era una sensazione confortante. Quando qualcuno si sente abbastanza al sicuro da mostrarsi vulnerabile con te, inizi a sentirti responsabile del suo dolore e della sua sopravvivenza. Significa che devi essere presente, sempre. È quello che è successo tra me e la mia vicina. Ogni sera sentivamo suo marito urlare contro di lei, seguito dal suono nauseante delle sue ossa che venivano picchiate. Nessuno di noi osava intervenire. Offrire aiuto non è qualcosa che ci viene insegnato a fare nella nostra società. Al mattino, gli uomini dicevano cose del tipo: “Chissà cosa ha fatto per meritarselo?” o “È sua moglie, che c’entriamo noi?”. La ascoltavo ogni giorno. Era lei che manteneva la famiglia; correva dietro alle organizzazioni umanitarie per procurare cibo ai suoi figli, cucinava, lavava, puliva, faceva tutto in quella tenda angusta, simile a una cantina. Cresceva ed educava i figli e simultaneamente provvedeva al sostentamento della famiglia. E nonostante tutto, veniva maltrattata ogni giorno. Nessuno osava aiutarla. Non le era nemmeno permesso cercare l’aiuto di uno specialista o farsi curare i lividi sul viso e sul corpo. Tutto quello che potevo fare era ascoltarla. Perché cosa può davvero fare una ragazza di 19 anni per cambiare la vita di una donna sulla trentina, se non sedersi accanto a lei e offrirle sostegno emotivo? Eppure non potevo fare a meno di sentirmi in colpa per non essere in grado di aiutarla. Volevo approfondire le ragioni di tutto questo. Non riuscivo a capire come un essere umano adulto potesse alzare le mani sulla persona che diceva di amare. Il pensiero che qualcuno potesse fare del male al proprio partner era incomprensibile per me. Quello che ho invece sentito ogni giorno ha distrutto tutto ciò che pensavo di sapere. Storie che non avrei mai immaginato: una donna picchiata semplicemente perché la sua molokhia non era di gradimento del marito. Un’altra donna il cui volto è stato sfigurato dal fratello perché era stata vista parlare con suo cugino. Un’altra ancora che è stata molestata in pieno giorno sui mezzi pubblici, che poi è stata chiamata puttana quando ha osato reagire. Quante storie. Quanto dolore. E nessuna scusa che possa giustificare tutto questo. Ho capito che ci sono molte cause alla base di questa sofferenza. C’è la violenza radicata nell’educazione, quella legata alla possessività e autorità maschile, la violenza esterna della guerra e molte altre ragioni che spingono l’aggressore ad agire in questo modo. Ma non ho mai trovato una sola scusa convincente. Tutte le giustificazioni si nascondono dietro la religione o le usanze e le tradizioni, soprattutto la religione. La città di Gaza è governata da un’autorità puramente religiosa. È uno dei luoghi più chiusi al mondo, se non il più chiuso in assoluto, il che rende la religione il fondamento di tutto nella società. Non è questo che contesto. La mia obiezione riguarda l’uso improprio della religione per giustificare la violenza e i maltrattamenti contro le donne. Tutte le religioni rivelate onorano le donne. Parlando specificamente di Gaza, qui predomina l’Islam, eppure gli uomini usano versetti del Corano e degli Hadith per giustificare crimini imperdonabili. Si dichiarano studiosi religiosi, maturi e competenti in materia di religione. Si svegliano per la preghiera, mostrano devozione a Dio, poi nel pomeriggio picchiano brutalmente le loro mogli, e nessuno li ritiene responsabili. Quando viene loro chiesto il motivo, rispondono che Dio ha ordinato loro di farlo, citando la frase coranica “ma se persistono, picchiatele” (Sura An-Nisa, 4:34). Ma Dio non ha mai ordinato questo, e si tratta di una falsa interpretazione del versetto. Questa errata interpretazione è sostenuta sia dai leader religiosi che dalla gente comune. L’aggressore crede addirittura che sarà ricompensato ed entrerà in paradiso per ciò che fa. Un padre stupra sua figlia e nessuno lo punisce. Quando gli viene chiesto perché, risponde che Dio gli ha permesso di sposare o avere rapporti con “quelle schiave in tuo possesso” (cioè le schiave di cui si parla nel Corano). Quindi non vede sua figlia solo come un oggetto sessuale, ma come una schiava. E la cosa viene insabbiata perché “non è nostra usanza o tradizione” riconoscere cose del genere. Non nasciamo con diritti chiari; nasciamo, piuttosto, in un mondo in cui dobbiamo dimostrare di meritare anche il minimo briciolo di dignità. Molte donne non sanno nemmeno come proteggersi dalla violenza, né all’interno delle loro famiglie né davanti alla legge. La salute mentale e quella riproduttiva sono trattate come un lusso, come se fossimo solo macchine per la riproduzione e la sopportazione, non esseri umani. Le donne di Gaza devono affrontare l’occupazione, la povertà, l’aggressività e la violenza, oltre a subire una sistematica emarginazione all’interno della propria società. Non sono protette, ma ritenute responsabili. Non sono rispettate, ma sorvegliate. Anche la guerra viene usata come scusa per zittirle: “Non è il momento di rivendicare i propri diritti”, “Lasciamo morire le persone mentre voi vi concentrate sull’hijab, l’uguaglianza e la violenza? Ma quando arriverà il momento giusto? Dobbiamo aspettare un’altra morte, un altro sfollamento, prima di essere trattate come esseri umani? La guerra non è mai stata una scusa valida per rimanere in silenzio di fronte all’ingiustizia. Parlarne è proibito. Rivolgersi alla legge è proibito, perché in circostanze normali la legge è nelle mani degli stessi uomini religiosi che abusano delle loro mogli. In ogni angolo di Gaza che percorro, vedo manifesti di Hizb ut-Tahrir (Partito di liberazione della Palestina) che parlano delle donne: “Il secolarismo corrompe le donne”, “La CEDAW [Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne] umilia le donne”, “Il califfato protegge le donne”. Queste parole non significano nulla, se non che parlano di me senza mai ascoltarmi. Questo partito, e altri gruppi religiosi che riducono la religione al controllo dei corpi delle donne, non si curano della mia situazione reale. Non gli importa che io viva nella paura costante, senza protezione né libertà. Non parlano mai di povertà, guerra o occupazione. Non menzionano mai la violenza che subisco, le molestie o gli stupri. Parlano solo di me, non come essere umano, ma come simbolo che deve essere preservato, purificato o proibito. Non scrivo questo perché rifiuto la religione o odio la mia società. Scrivo perché sono stanca di essere usata come uno slogan. Stanca di essere ridotta a dibattiti che non hanno nulla a che fare con me. Stanca di essere trattata come un “caso tabù” che nessuno osa affrontare. Sono stanca di essere sempre considerata una vittima, di vedermi negati anche i miei diritti più elementari e di essere costretta a tacere. Non sono una vittima da preservare. Sono una donna che lavora nei campi, una madre in una tenda, una studentessa a scuola, una sopravvissuta alla guerra, ai matrimoni forzati e all’emarginazione. Sono creativa nell’arte e nella musica. Sogno di diventare un’icona scientifica, di aprire un giorno un mio ospedale. Ma nonostante tutto questo, non sono rappresentata nel processo decisionale, non sono rappresentata nel dibattito, non sono nemmeno rappresentata nella mia stessa storia. Se non iniziamo ad ascoltare le donne, non solo a parlare di loro, ma ad ascoltarle davvero, proteggerle e sostenerle, continueremo a ripetere lo stesso crimine: zittire la donna, ucciderla lentamente, poi mettere un cartello con il suo nome in ogni angolo della città. -------------------------------------------------------------------------------- Lo scritto è stato pubblicato per la prima volta in in “DEP. Deportate, esuli, profughe”, n. 56/57, Guerra all’infanzia dicembre 2025, pp. 267-270. La traduzione in italiano è di Catia C. Confortini. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Gli atleti israeliani -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La guerra contro le donne a Gaza proviene da Comune-info.
February 22, 2026
Comune-info
L’ombra di Mossadeq
È FORTE L’ILLUSIONE DI UN FRONTE ANTI-OCCIDENTALE ETEROGENEO RISPETTO A QUANTO ACCADE IN IRAN. MA MOLTI TRA CHI SEGUE CON APPRENSIONE LE VICENDE DEGLI IRANIANI, E SOPRATTUTTO DELLE IRANIANE, NON CONOSCONO BENE CIÒ CHE QUEL PAESE HA ATTRAVERSATO NELL’ULTIMO SECOLO. E SENZA RISALIRE A QUELLE VICENDE NON SI CAPISCE QUEL CHE STA AVVENENDO. “L’OMBRA DI MOSSADEQ ALEGGIA SULLE VICENDE IRANIANE DAGLI ANNI CINQUANTA AD OGGI – SCRIVE FRANCO BERARDI BIFO IN QUESTA PREZIOSA RICOSTRUZIONE STORICA – MA QUANDO DICO L’OMBRA DI MOSSADEQ VOGLIO DIRE: IL PROCESSO DI LIBERAZIONE DAL COLONIALISMO CHE A METÀ DEL SECOLO SCORSO CREBBE DOVUNQUE… Theran. Foto di Haidar Alkhayat, Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- 11 gennaio 2026, passeggiata domenicale nel sole a Bologna. Vogliamo andare a un ristorante dalle parti di porta Saragozza, ma ci fermiamo in piazza Galvani dove c’è una manifestazione: qualche centinaio di persone, per lo più iraniane, sventolano bandiere con lo stemma monarchico. Diversi cartelli gridano: “Viva lo shah”. Da alcuni giorni l’Iran è sconvolto da una rivolta popolare di proporzioni colossali. Non si sa molto perché il regime ha chiuso l’accesso a Internet, ma si sa abbastanza per capire che è in corso un massacro (probabilmente più di 30mila morti, ndr). Alcuni ritengono che il regime sia sul punto di cadere, altri pensano che questo sia improbabile. Il regime islamista ha una base di massa, e potrebbe affrontare uno scontro prolungato e sanguinoso. Intanto Trump ha minacciato di bombardare, si attende che scoppi una guerra che potrebbe aggiungersi alle carneficine già in corso nell’area. Il regime degli Ayatollah può arginare il genocidio sionista? Improbabile. Ma ormai siamo ridotti a sperare che il nazismo degli uni sconfigga il nazismo degli altri: Putin e Zelenskjj, Khamenei e Netanyahu… Confesso che non avevo pensato che potesse riapparire la faccia di un rappresentante della genia assassina degli Shah di Persia: le bandiere con il leone dorato, simbolo della Persia monarchica mi danno la percezione di una regressione inimmaginabile. Credo che la maggioranza dei ragazzi che oggi seguono con apprensione le vicende degli iraniani, e soprattutto delle iraniane, non conoscano tanto bene le vicende che quel paese ha attraversato nell’ultimo secolo. E senza risalire a quelle vicende non si capisce bene quel che sta accadendo, né chi fosse lo Shah di Persia, il boia Reza Pahlevi, cacciato dalla rivoluzione khomeinista nel 1979 e morto in esilio. Suo figlio, oggi businessman nel paese degli yankee, si presenta come possibile successore del regime dei boia col turbante. Mossadeq, nel 1953 Ho seguito le vicende iraniane fin da quando ero ragazzo. Alla fine degli anni Sessanta avevo conosciuto alcuni studenti comunisti iraniani che abitavano a Bologna, a pochi metri da via Marsili, la casa dove vivevo a quel tempo. Nel 1973 mi invitarono a partecipare a un convegno della CISNU, l’organizzazione degli studenti iraniani esiliati in Europa. Andai a Francoforte dove si teneva il convegno e ricordo uno stanzone pieno di letti a castello dove dormivano i nemici del regime. Ma non si dormì molto, perché alcuni dei partecipanti erano maoisti, altri erano filo-sovietici, passarono la notte a discutere animatamente, e rischiarono di venire alle mani. Quando il mattino seguente tornammo tutti insieme (maoisti, filo-sovietici e io che non appartenevo a nessuna delle chiese comuniste dominanti) nella grande sala dove si svolgeva il convegno, mi chiesero di tenere un discorso a nome degli studenti del movimento italiano anti-imperialista e parlai delle lotte alla FIAT Mirafiori. Negli anni successivi la situazione iraniana divenne turbolenta, fino a quando, nel 1977 cominciarono rivolte guidate a distanza dai discorsi di Khomeini registrati su nastri magnetici che a Teheran si ascoltavano di nascosto. Per capire quel che accadde negli anni Settanta, e anche quel che accade oggi, occorre risalire ancora più indietro, al 1953, quando un primo ministro democraticamente eletto dal popolo iraniano, di nome Mohammed Mossadeq, decise di nazionalizzare i pozzi petroliferi, espropriando le compagnie petrolifere inglesi e statunitensi. Nei mesi seguenti a questa decisione venne arrestato e processato da emissari della Cia. L’ombra di Mossadeq aleggia sulle vicende iraniane da allora ad oggi. Ma quando dico l’ombra di Mossadeq voglio dire: il processo di liberazione dal colonialismo che a metà del secolo scorso crebbe dovunque, ma quasi dovunque fu stroncato dalla reazione neo-colonialista oppure fu deviato in direzione integralista e ultra-reazionaria. Nel 1953 io avevo tre anni, non avevo tempo per seguire le vicende iraniane, ma c’era Ryszard Kapuscinski che faceva il reporter per l’agenzia di stampa polacca, PAP, e che ha scritto un libro nel quale dedica alcune pagine alla persona di Mossadeq. “Mossadeq… il dottore, da tempo sotto costante minaccia d’attentato (contro di lui cospirano democratici e liberali come pure uomini dello Shah ed estremisti islamici)… ha cacciato gli inglesi dai campi petroliferi sostenendo che ogni paese ha diritto di disporre delle proprie ricchezze, ma dimenticando che la forza ha sempre la meglio sul diritto. L’Occidente ha decretato il blocco dell’Iran e il boicottaggio del petrolio iraniano facendone un frutto proibito per tutti i mercati” (Kapucinski: Shah-in-Shah, Feltrinelli, 2001, pag. 40). Mossadeq, come l’indiano Nehru, l’egiziano Nasser, l’indonesiano Sukarno e lo jugoslavo Tito tentarono di realizzare forme di socialismo indipendente dal dominio sovietico e dal dominio occidentale: avevano questa idea che i loro popoli avessero diritto a utilizzare le risorse dei loro paesi e che il colonialismo andasse cancellato definitivamente. Perciò avviarono riforme e nazionalizzazioni che spesso furono stroncate con la forza. Mossadeq venne arrestarono e rimase agli arresti per dieci anni, fin quando morì. Un leccaculo delle grandi aziende petroliere inglesi e nordamericane, di nome Reza Pahlevi si impadronì di tutto il potere e iniziò un processo di modernizzazione che consisteva nel proporre al popolo iraniano modelli che venivano dai paesi dei suoi padroni. “Il petrolio produce grossi profitti ma dà lavoro a poca gente, non genera problemi sociali non crea né un proletariato numeroso né una borghesia numerosa, per cui il governo, non essendo obbligato a dividere i profitti, può disporne a suo piacimento” (Ryszard Kapuscinski: Shah-in-Shah, Feltrinelli, 2001, pag 52). Lo Shah non avrebbe potuto opporsi alle decisioni del primo ministro eletto Mossadeq, che era popolarissimo e godeva dell’appoggio dei partiti socialisti, del partito comunista Tudeh, e anche dei nazionalisti. Furono dunque gli occidentali che si incaricarono di far fuori il legittimo rappresentante della volontà popolare. “Non esiste alcun dubbio che sia stata la CIA a organizzare e dirigere il colpo di stato che nel 1953 portò alla destituzione del primo ministro Mohammed Mossadeq e al mantenimento sul trono dello Shah Rehza Pahlavi, però pochi americani sanno che l’agente della CIA incaricato di organizzare il colpo di stato era un nipote del presidente Theodore Roosevelt. Questo uomo, Kermit Roosevelt, condusse a Teheran un’operazione talmente spettacolare che per molti anni nella CIA continuarono a chiamarlo Mister Iran…” (45-6). Non si capisce quel che è accaduto nei decenni successivi, non si capisce l’odio profondo che gli iraniani hanno sempre manifestato contro gli americani (il grande Satana). se non si ricorda la brutale eliminazione di Mossadeq. Può sorprendere che un popolo colto come quello persiano abbia accettato di piegarsi all’oscurantismo integralista e rinunciare alla democrazia, ma lo spettacolo che i propugnatori occidentali della democrazia avevano dato nel 1953 fu sufficiente per convincere i persiani che la democrazia è una burla, e che qualsiasi boia è meglio dei boia nord-americani, anche dei fanatici come i seguaci dell’orrendo Khomeini. Durante gli anni dello Shah, la democrazia imposta dagli americani usava come strumento la più brutale polizia segreta, nota come SAVAK. Quando conobbi gli studenti della CISNU sentii molto parlare della polizia segreta che li perseguitava: la SAVAK era nota per la sua efferatezza, per i sequestri di persona e le torture. “L’Iran apparteneva alla SAVAK, ma la Savak agiva come organizzazione clandestina, appariva e spariva, cancellava le sue tracce, non aveva indirizzo… annoverava sessantamila agenti senza contare i tre milioni di informatori… La SAVAK era libera di comprare la gente o di torturarla, di distribuire impieghi o di reclutare nei sotterranei. Stabiliva chi fossero i nemici da annientare… L’unica persona a cui l’istituzione doveva rendere conto era lo Shah. Gli altri non contavano” (Kapuscinski: 66-67). Arriva Khomeini Nel 1977, quando le proteste popolari cominciarono a diffondersi e la voce di Khomeini veniva ascoltata nei bazaar e nelle case private, lo Shah fece pubblicare da un giornale un articolo che fece precipitare la situazione. “Lo Shah disse che Khomeini è uno straniero…” (Kapuscinski, 155) Khomeini non era straniero, tutti sapevano che era costretto all’esilio. E nei giorni successivi le strade si riempirono di manifestanti inviperiti. “Le folle cantano e scandiscono: morte allo Shah. Pochi miliziani, poche inquadrature di volti. Gli operatori sembrano affascinati dalla valanga incalzante… durante gli ultimi mesi della rivoluzione milioni di manifestanti hanno calpestato le strade di tutte le città iraniane: folle inermi, la cui forza stava tutta nel numero e nella determinazione irremovibile. Gli uomini scendono in strada tutti, fino all’ultimo, ed è in questo sciamare contemporaneo di intere città che consiste il fenomeno della rivoluzione iraniana” (155). La repressione della polizia e della Savak fu feroce. “Uno dei documentari più trasmessi è quello sulla manifestazione di Esfahan: un oceano di teste attraversa la piazza principale, poi i soldati aprono all’improvviso il fuoco da ogni lato. La folla cerca disperatamente una via di scampo: grida, tumulto, fuga disordinata. Infine la piazza si svuota… Al centro su una sedia a rotelle è rimasto un invalido senza gambe. Anche lui vorrebbe scappare, ma la ruota della carrozzina si è bloccata, il film non mostra il perché. Spinge disperatamente la poltrona con le mani incassando istintivamente la testa tra le spalle per proteggersi dalle pallottole che gli fischiano intorno, ma invano… Spettacolo tanto sconvolgente che per un attimo i soldati smettono di sparare… Cala il silenzio…” (156-7) In quei giorni gli intellettuali europei si misurarono per la prima volta con un fenomeno nuovo: il fondamentalismo religioso islamico, che si alimentava di decenni di umiliazioni, frustrazioni, violenze che l’occidente aveva imposto per garantirsi il dominio sulla produzione di petrolio. Negli anni successivi il fenomeno si diffuse, imprevisto dai politologi occidentali e anche dagli intellettuali di sinistra per i quali il fondamentalismo rappresentava una sfida. Come si potevano tenere insieme rivoluzione sociale e oscurantismo religioso? Tariq Ali è un intellettuale di origine pakistana che si era fatto conoscere a Londra nelle lotte studentesche del ’68, e aveva preso posizione a favore delle sinistre arabe e soprattutto palestinesi. In un libro dal titolo Lo scontro dei fondamentalisti, esprime lo sconcerto della sinistra laica e libertaria: “Per la sinistra iraniana era impossibile immaginare che la gente che aveva partecipato alle gigantesche manifestazioni potesse fare sul serio quando cantava Allah u akhbar o Lunga vita a Khomeini, o quando inneggiava ai religiosi col turbante intenzionati a creare la repubblica islamica. Gli idioti della sinistra dell’Europa occidentale che erano arrivati in Iran per partecipare agli eventi straordinari, si lasciarono trascinare dal fervore e dall’eccitazione e cominciarono a cantare gli stessi slogan per dimostrare la propria solidarietà… Questa era una rivolta contro l’illuminismo, contro il progresso. Era una rivoluzione postmoderna che accadeva prima che si affermasse il postmoderno. Foucault, tra i primi a riconoscere questa affinità, fu tra i più accesi difensori della Repubblica Islamica. Come si era potuti arrivare a questo?” (Tariq Ali: Lo scontro dei fondamentalismi, Rizzoli, 2002, pagina 176-7). In una serie di articoli pubblicati dal Corriere della sera, Michel Foucault aveva proposto un’interpretazione innovativa e controversa della rivoluzione fondamentalista. La reazione tradizionalista e religiosa esprimeva secondo lui un bisogno profondo di liberarsi non solo dello Shah, ma anche dell’imperialismo culturale occidentale. Naturalmente c’era del vero in quel che diceva Foucault, ma non c’è dubbio che sottovalutò le mostruose conseguenze di repressione e oscurantismo che la rivoluzione fondamentalista era destinata a produrre. La vendetta imperialista La vendetta americana fu terribile, e provocò milioni di morti in Iran e in Iraq. Gli Stati Uniti spinsero il dittatore dell’Iraq, Saddam Hussein, a scatenare una guerra contro la Repubblica Islamica, che stava influenzando le masse di tutto il mondo islamico. Armato dai sovietici e dagli americani, Saddam poté scatenare un’offensiva contro l’Iran che si stava appena riprendendo dagli effetti della rivoluzione, e che non aveva gli strumenti per difendersi. La risposta del regime islamico fu la mobilitazione generale. Khomeini parlò alla televisione e chiese a chiunque possedesse un fucile di presentarsi immediatamente alla moschea più vicina, dichiarando la jihad. “Solo la morte potrà salvarci. L’America controlla tutto dall’alto, a noi resta un’unica possibilità: gettare prima un ponte di morti per poi essere in grado di combattere contro l’Iraq. Disse Khomeini in un discorso televisivo. Un esercito di credenti, vestiti di sudari, imbracciò le armi e partì per farsi strada fino all’esercito iracheno. Finalmente le truppe iraniane raggiunsero gli iracheni e iniziarono una guerra destinata a durare otto anni. Milioni di soldati sarebbero caduti su entrambi i fronti…” (Kader Abdolah: La casa nella moschea, Iperborea, 2005, pagina 353). Anno dopo anno Khomeini continuò a mandare truppe mal equipaggiate ma decise a tutto, l’offensiva saddamista venne fermata, gli aerei iraniani bombardarono le città irachene come gli aerei iracheni avevano bombardato le città iraniane. Quando gli uomini cominciarono a scarseggiare Khomeini chiamò alla guerra anche i bambini. Migliaia di ragazzini di dodici anni furono mandati a morire nel deserto: un’onda umana destinata a bonificare i campi minati. Si racconta che a ciascuno di loro veniva consegnata una chiave che dovevano portare al collo. La guerra si concluse con un nulla di fatto: le truppe irachene che avevano invaso parte dell’Iran si ritirarono, e una decina di anni dopo gli Stati Uniti scatenarono la prima guerra contro Saddam Hussein, che non serviva più. Fu la prima guerra del Golfo. La seconda guerra contro Saddam venne lanciata nel nuovo millennio dal presidente George Bush jr. Quella seconda volta Saddam venne impiccato. E l’Iraq fu devastato da una guerra criminale e insensata. L’illusione “campista” Non appena esplose la guerra Iran-Iraq, Khomeini decise di liberarsi delle sinistre che lo avevano appoggiato nei primi mesi della sua rivoluzione. Nel romanzo La casa della moschea Abdolah racconta l’eliminazione della sinistra da parte del regime integralista. “Per rendere sicuro il fronte interno il regime decise di fare piazza pulita di tutti i movimenti di sinistra.… A Senjan l’ayatollah Araki ricevette l’ordine di sgombrare il Villaggio Rosso. A quell’epoca il villaggio viveva i suoi giorni migliori, era diventato una zona autonoma con regole proprie, un paese dei sogni dove i giovani avevano creato, in piccolo, il loro stato comunista ideale. I raccolti venivano messi in comune e divisi equamente tra tutti gli abitanti. La sera si ritrovavano in piazza e si leggevano a vicenda i versi del poeta Majakovski….. Mentre i carri armati entravano nel villaggio, spuntarono centinaia di islamici armati che si appostarono nell’oscurità. Nel frattempo due elicotteri volavano sopra le case, illuminando i tetti con un potente fascio di luce. Iniziarono a sparare contro tutto ciò che si muoveva” (354-5). Chi si era illuso che la rivoluzione khomeinista potesse aprire la strada a una democrazia, o che comunque le sinistre potessero convivere con un regime religioso integralista dovette rapidamente arrendersi alla prova dei fatti: il khomeinismo era oscurantismo reazionario. Foucault aveva certamente preso male le misure. Non solo la rivoluzione iraniana, ma in generale tutto il movimento anti-colonialista portava dentro di sé un’ambiguità di fondo: pur di liberarsi dall’imperialismo occidentale spesso i popoli credettero di potersi affidare a leader nazionalisti o integralisti. In India, ad esempio una componente decisiva del movimento indipendentista, guidato da Subas Chandra Bose, era ideologicamente vicino al fascismo italiano e durante la guerra ebbe il sostegno dei nazisti. Nel lungo periodo il nazionalismo induista ha finito per prevalere rispetto alle componenti liberal-democratiche, e l’attuale predominio di Norendra Modi si fonda proprio sulla prevalenza di un nazionalismo razzista e aggressivo. Oggi riemerge l’illusione di un fronte anti-occidentale eterogeneo che mette insieme regimi nazionalisti in alcuni casi apertamente autoritari. La grande dimostrazione di forza che si è svolta a Pechino il primo settembre 2025 ha mostrato che questo fronte può effettivamente sfidare l’egemonia occidentale e bianca. Questo fronte può portare a uno scontro finale con l’imperialismo statunitense, ma l’idea che possa avviare un’emancipazione dal modello capitalista estrattivista e militarista è un’illusione. Chi crede che il regime fondamentalista e misogino iraniano debba essere appoggiato perché sarebbe anti-imperialista è vittima di un’illusione. Solo l’internazionalismo operaio poteva emancipare il pianeta dallo sfruttamento e dalla guerra. La sconfitta del movimento comunista è la sconfitta dell’umanità e della pace. Mentre scrivo queste righe, alla fine del gennaio del 2026, gli iraniani trattengono il respiro perché il Fuhrer biondo che governa gli Stati Uniti d’America ha detto che un’Armada si sta preparando ad attaccare. Il pretesto con cui statunitensi e sionisti si preparano ad aggredire la Repubblica Islamica è la spaventosa repressione che gli ayatollah hanno scatenato contro la popolazione che nelle prime settimane dell’anno ha occupato le strade delle città iraniane. Anche se Internet è bloccata nello spazio iraniano, qualche notizia arriva: si parla di migliaia di morti, si parla di cadaveri scaricati da camion militari, si parla di decine di migliaia di arresti. Non posso sapere se il ministero della Guerra Usa lancerà davvero una nuova guerra in nome della democrazia, mentre a Minneapolis le milizie trumpiane uccidono sequestrano e deportano la gente che si nasconde per evitare di incappare negli aggressori dell’ICE. Non posso immaginare quali rappresaglie sarà in grado di lanciare la Repubblica Islamica nel caso che le minacce si concretizzino. Gli Ayatollah hanno dichiarato che in caso di attacco per loro sarà guerra totale. Guerra totale significa, fra le altre cose, il blocco dello Stretto di Hormuz, dal quale transita una quota considerevole del petrolio mondiale. Inoltre occorre ricordare che la Cina e l’Iran hanno un patto di mutuo sostegno militare, e pare che da qualche settimana armi cinesi stiano arrivando in Iran. Forse ci avviciniamo allo scontro finale che gli sciiti duodecimani attendono come si attende il sacrificio salvifico che permetterà il ritorno dell’Imam nascosto, Muhammad al Mahdi, il dodicesimo Imam che si nascose una quindicina di secoli fa. Non saprei davvero per chi parteggiare, nel caso la guerra si scatenasse davvero. Da disertore quale sono non parteggerei per nessuno, ma non dimentico che ai suoi tempi Khomeini avvertì gli occidentali a fare attenzione. “C’è un solo essere che veglia sul nostro paese, un solo essere che ci protegge, un solo essere che tiene tutto sotto controllo mentre dormiamo, Allah. L’America ha i computer, noi abbiamo Allah. L’America ha grandi aerei di ricognizione, noi abbiamo Allah. America, se vuoi sapere chi ha abbattuto i tuoi aerei leggi la sura dell’Elefante: Alam para kayfe raz bin azabel fiel Non hai visto cosa abbiamo fatto di coloro che cavalcavano gli elefanti? La loro astuzia li aveva ingannati. Noi inviammo stormi di uccelli Che lanciarono pietre contro di loro Riducendoli come pula di grano svuotata” (Kader Abdolah, op. cit. 350-1). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Che succede in Iran? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’ombra di Mossadeq proviene da Comune-info.
January 29, 2026
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