Palestina, la squadra che lotta oltre il 90°

Jacobin Italia - Saturday, December 13, 2025
Articolo di Andrea Ponticelli, Gabriele Granato

Il sogno della nazionale di calcio maschile della Palestina di accedere alle semifinali della Coppa Araba si è concluso al minuto 115 della partita contro l’Arabia Saudita, quando – sul risultato di 1 a 1 – Mohamed Kanno, centrocampista dell’Al Hilal di Simone Inzaghi, ha insaccato alle spalle di Rami Hamedeh la rete del definitivo 2 a 1. Arabia Saudita in semifinale e Palestina a casa, sempre che così si possa dire per una nazionale costretta da anni a giocare lontana dalla propria terra e dalla propria gente. 

Questo l’amaro verdetto del campo che ha giustamente gettato tutte e tutti i tifosi della Palestina nello sconforto. Perché non solo ci avevano sperato ma – visto l’andamento della partita – ci avevano anche creduto. Emozioni contrastanti che solo chi ama il gioco del calcio potrà mai provare. E dopo tutto, forse, è proprio questo a rendere il calcio così bello e popolare. Un gol subito a 5 minuti dai calci di rigore che sa di beffa. Si conclude così la cavalcata della Palestina nella Coppa Araba. Ma in questo percorso non vi è sconfitta, semmai una delle più grandi vittorie nella storia dello sport palestinese: una vittoria di identità, resistenza, libertà e orgoglio nazionale.

La Palestina mai era arrivata così lontano nella competizione continentale. Nelle precedenti apparizioni non aveva nemmeno mai ottenuto una vittoria, tanto meno era riuscita a superare il girone eliminatorio. Mai aveva mostrato un livello di gioco e una determinazione così alti. E proprio per questo, quanto raggiunto in questa competizione e, prima ancora, nelle qualificazioni mondiali 2026 e nella Coppa d’Asia 2024, non rappresentano solo una pagina sportiva di tutto rilievo, ma una vera e propria testimonianza storica. È il risultato di una resistenza strutturale, quotidiana, fisica e mentale, contro l’occupazione e le politiche di apartheid israeliane. 

Una squadra che ha superato ogni ostacolo immaginabile, che gioca sistematicamente lontana dalla propria terra: nessuna delle partite casalinghe della nazionale palestinese si è disputata in Palestina. L’Occupazione, le restrizioni di movimento e il genocidio in corso rendono impossibile ospitare competizioni di qualsiasi livello. Senza considerare il fatto che a oggi la quasi totalità delle infrastrutture sportive è stata rasa al suolo. Durante la preparazione per la Coppa d’Asia 2024, le sessioni di allenamento sono state più volte interrotte da allarmi e notizie provenienti da Gaza, dove si facevano (e si fanno ancora) i conti con una delle offensive sioniste più violente degli ultimi decenni. A novembre 2023, mentre la squadra si radunava per la prima fase di preparazione, i bombardamenti israeliani su Khan Younis distruggevano le abitazioni di almeno due membri dello staff tecnico, lasciandoli senza notizie dei propri familiari. Alcuni giocatori della nazionale, come il difensore Mohammed Saleh e il centrocampista Mahmoud Wadi, entrambi di Gaza, hanno dichiarato pubblicamente di aver perso amici d’infanzia e cugini sotto le bombe. Eppure sono rimasti, hanno giocato. Hanno trasformato il dolore in concentrazione. Ed anche in quel caso hanno riscritto la storia contribuendo alla qualificazione della Palestina – per la prima volta nella sua storia – agli ottavi di finale della Coppa d’Asia. 

Il capitano Mus’ab Al-Battat in conferenza stampa, prima della partita decisiva contro Hong Kong, aveva parlato di una squadra unita non solo da un obiettivo sportivo, ma da un destino condiviso. Il destino di chi deve superare checkpoint, burocrazie oppressive, visti negati e trasferte forzate anche solo per raggiungere il ritiro. Un destino che costringe atleti professionisti ad allenarsi in campi sabbiosi, con attrezzature precarie, in impianti bombardati e devastati. Eppure, tutto questo non ha impedito, un anno dopo, durante le qualificazioni ai Mondiali del 2026, a Oday Kharoub di siglare il gol che per 94 minuti ha fatto sognare la Palestina contro l’Oman. Non ha impedito a Tamer Seyam di guidare l’attacco con lucidità, o a Rami Hamadeh di parare due rigori cruciali nella fase precedente delle qualificazioni. Le storie individuali dei giocatori si intrecciano con quella collettiva della nazione. 

Perché con un genocidio ancora in corso, una nazione sotto Occupazione da oltre 75 anni, con centinaia di migliaia di persone costrette ad abbandonare la propria terra, diventa impossibile separare ciò che avviene sul campo da gioco da ciò che accade fuori. La nazionale palestinese è oggi molto più di una squadra: è il volto sportivo di una nazione che lotta per esistere, è una voce che si alza in mezzo al silenzio assordante dell’opinione pubblica internazionale, è un simbolo che racchiude in sé l’orgoglio di un popolo sotto assedio. Ogni passaggio, ogni gol, ogni bandiera sventolata sugli spalti è un atto di resistenza. La nazionale di calcio palestinese è la rappresentazione plastica del concetto di «calcio come spazio di identità politica»: un’arena in cui, più che una partita, si disputa il diritto stesso alla rappresentanza, alla visibilità, all’autodeterminazione. Perché in Palestina, lo sport non è mai stato solo sport. È cultura, è politica, è resistenza quotidiana. E in questa prospettiva, la nazionale palestinese non gioca solo per raggiungere un obiettivo sportivo, ma per un popolo intero in cerca di pace e libertà. 

Il risultato sportivo, proprio per questo – per quanto importantissimo – diventa quasi secondario. Perché la Palestina ha già vinto. Ha vinto dimostrando che può competere ad alti livelli nonostante l’Occupazione e un genocidio in corso. Ha vinto conquistando la solidarietà di milioni di tifosi e tifose in tutto il mondo che anche giovedì sera hanno in qualche modo seguito le imprese di calciatori assurti a simboli di un’intera nazione. Ha vinto ogni volta che il nome «Palestina» è stato pronunciato negli stadi, scritto nelle cronache sportive, trasmesso in diretta sulle tv internazionali. Ha vinto contro l’invisibilità e la complicità di una parte del mondo. Sicuramente di quella che ci governa. 

Le imprese della nazionale palestinese assumono una portata immediatamente politica. Giocare una partita internazionale equivale, per la Palestina, a essere riconosciuta come soggetto tra i soggetti. Il calcio diventa una forma di rappresentanza internazionale che supera confini, barriere e veti. In assenza di uno Stato riconosciuto pienamente dalla comunità internazionale, la nazionale diventa la Palestina stessa. Una bandiera. Un inno. Un gruppo di giocatori che corre per milioni di persone. Ogni partita è lotta per affermare la propria esistenza, ogni dribbling è una sfida contro l’Occupazione. È una forma di diplomazia sportiva, di rappresentanza non ufficiale ma potentissima. Il calcio per la Palestina è memoria collettiva, identità culturale, progetto politico. È uno strumento che sposta narrazioni, apre spazi, costruisce ponti. È un modo per dire: noi ci siamo, con il nostro nome, la nostra bandiera, la nostra gente. Come ha detto Susan Shalabi, vicepresidente della Federazione Calcistica Palestinese (Pfa) «la squadra nazionale è diventata un simbolo delle nostre aspirazioni nazionali, del desiderio di vivere in pace come le altre nazioni sotto il sole».

La lezione che arriva dalla partecipazione della Palestina a queste competizioni è quindi profonda. Lo sport in una prospettiva gramsciana è anche campo di egemonia politica e culturale: un luogo dove si costruisce consenso, si modellano identità, si esercita potere. E quando una squadra come quella palestinese riesce a imporsi, a farsi ascoltare, a generare entusiasmo e solidarietà, sta compiendo una vera «war of position». Sta mostrando che esiste un’altra narrazione possibile, che resiste ai tentativi di cancellazione e marginalizzazione. E in questo spazio conquistato, lo sport si trasforma in resistenza.

La delusione per il risultato, quindi, deve trasformarsi immediatamente in orgoglio. In ulteriore determinazione ad andare avanti e a non mollare. Perché chi ha seguito questo cammino, chi ha guardato le partite della Palestina, chi ha visto le immagini provenienti dagli stadi, chi ha ascoltato i cori e letto i nomi dei giocatori, sa che ha assistito a qualcosa di più importante di semplici partite di competizioni sportive. La Palestina ha dato corpo e volto alla propria storia attraverso il calcio. Ha cantato, corso, lottato. E lo ha fatto con incredibile dignità e determinazione. E questo resterà, al di là di tutto, perché come ha detto il centrocampista della nazionale, Mohammed Rashid, nonostante le forze israeliane «cercano di uccidere i nostri sogni, non permetteremo loro di ostacolarci. Non smetteremo mai di sognare».

Il cammino in Coppa Araba si ferma qui. Ma è un punto di partenza, non un traguardo. Come detto dal centravanti della nazionale Oday Dabbagh all’indomani dell’eliminazione dalle qualificazioni mondiali questa non è la fine. È solo un’altra pagina della loro storia, una storia scritta con il sacrificio, con la passione e con lo spirito indomabile della Palestina: «Continueremo a usare il calcio come messaggio per mostrare al mondo che in Palestina ci sono anche altre cose. Continueremo ad andare avanti. Il sogno non è finito, è solo rimandato».

Perché le imprese sportive della Palestina sono la prova che si può costruire qualcosa di importante anche nelle condizioni più avverse. È il seme di una nuova generazione che sogna, crede, resiste, lotta. E che sa che un giorno, quella bandiera che oggi sventola negli stadi e nelle strade di mezzo mondo in segno di solidarietà, sventolerà su un campo del Mondiale a rappresentare una terra finalmente libera. Perché la Palestina non è solo una squadra. È un popolo. E il popolo palestinese, ogni volta che cade, si rialza. Più forte. E più unito.

*Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione.

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