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Diplomazia in musica e silenzio nella memoria
-------------------------------------------------------------------------------- Il monumento che commemora ad Addis Abeba il pogrom di Yekatit 12, un crimine di guerra italiano in Etiopia durante il quale furono uccise, in un paio di giorni, tra 20 e le 30 mila persone -------------------------------------------------------------------------------- Non sappiamo se la presidente del Consiglio si sia resa conto di essere arrivata in Etiopia (13-14 febbraio) a pochi giorni dalla ricorrenza, il 19 febbraio, del massacro di Yekatit12, la terribile rappresaglia, centinaia di volte quella delle fosse ardeatine, che seguì l’azione di due giovani partigiani etiopi che tentarono di eliminare il criminale di guerra Rodolfo Graziani, Viceré d’Etiopia. Nei tre giorni che seguirono l’attentato, che fece sette vittime tra il seguito del generale, ma a cui Graziani sopravvisse, esercito e coloni civili italiani effettuarono quella che Angelo del Boca ha definito “la più furiosa caccia al nero che il continente africano avesse mai visto”. La repressione arrivò allo sterminio di tutti gli abitanti, monaci e laici, del convento di Debra Libanos. L’Italia fascista aveva replicato ad Addis Abeba quello che l’Italia liberale aveva già fatto a Tripoli nel 1911 in seguito alla battaglia di Shara Shatt. La strage è stata tecnica ordinaria di governo del colonialismo italiano. Crimini per i quale la Repubblica non ha mai assunto responsabilità rimuovendoli dalla memoria pubblica e che da tempo un vasto arcipelago di associazioni chiede di riconoscere con l’istituzione, proprio il 19 febbraio di una “Giornata della memoria delle vittime del colonialismo italiano”. Nessun giornale narra, comunque, che questa coincidenza temporale sia stata notata. E sembra, inoltre, che in ogni caso nessuno in Etiopia gliela abbia fatta notare. Alla “rimozione storica” che ha caratterizzato il rapporto dello Stato italiano con il passato coloniale si somma l’”oblio strategico” di uno stato in disperato bisogno di investimenti esteri come sostiene questa interessantissima riflessione pubblicata sull’Ethiopian Tribune e che, con il loro esplicito consenso, vi propongo in italiano raccomandandovi di leggerla fino in fondo. L’articolo illumina il fatto che il colonialismo e il neocolonialismo non siano rapporti unidirezionali di predazione, ma strutture di un’alleanza, certo asimmetrica, ma comunque reciprocamente vantaggiosa, tra capitale europeo ed élite locali dominanti dentro un paradigma dello sviluppo che esclude e marginalizza le popolazioni locali. E che questo è il quadro in cui si svolge anche il cosiddetto Piano Mattei. [Fabio Alberti] -------------------------------------------------------------------------------- Diplomazia in musica e silenzio nella memoria: l’incontro Meloni-Abiy e la questione irrisolta delle relazioni Italia-Etiopia Introduzione. Una canzone, un summit e l’amnesia strutturale Nel febbraio 2026, durante una cena di stato ad Addis Abeba per il Secondo Vertice Italia-Africa, cantanti etiopi hanno eseguito “Ma il cielo è sempre più blu”, un classico del 1975 del cantautore italiano Rino Gaetano. La Prima Ministra Giorgia Meloni è stata ripresa dalla Ethiopian Broadcasting Corporation mentre sorrideva, canticchiava e applaudiva il gentile tributo musicale. Il video, intitolato “Diplomazia in Musica! Meloni ha stupito Addis Abeba” è circolato ampiamente come emblema di scambio culturale e di calore nelle relazioni bilaterali. Eppure, sotto questa cordialità superficiale si cela una profonda asimmetria storica. Lo stesso stato italiano, che Meloni rappresenta, novant’anni prima ha utilizzato gas iprite contro civili etiopi, ha effettuato bombardamenti aerei sistematici su villaggi e infrastrutture e ha orchestrato il massacro di Yekatit12 ad Addis Abeba — uno degli atti più noti di terrore coloniale fascista in Africa. L’Italia non ha mai fatto scuse formali e complete per questi crimini, né ha avviato un sistematico confronto pubblico con l’eredità della sua occupazione dell’Etiopia (1935–1941). Questo articolo colloca l’incontro diplomatico Meloni-Abiy all’interno della più ampia continuità storica e strutturale delle relazioni Italia-Etiopia. Attingendo al quadro della colonialità del potere (Quijano, 2000) e della politica della memoria post-coloniale (Mbembe, 2001), esamina come la violenza coloniale irrisolta si interseci con l’impegno economico contemporaneo, il controllo della migrazione e i conflitti interni dell’Etiopia. L’allegra esecuzione di una canzonetta italiana in una cena di stato diventa, in questa luce, non solo un gesto di ospitalità, ma un sintomo di quella che si potrebbe chiamare amnesia strutturale, la cancellazione diplomatica della responsabilità storica a favore di una partnership pragmatica. 1. Il peso storico: iprite, massacri e l’architettura della violenza coloniale 1.1 Potenza Aerea e Guerra Chimica come Terrore Strategico L’invasione italiana dell’Etiopia nell’ottobre 1935 non fu una conquista territoriale convenzionale. Era un laboratorio per la modernità militare fascista, combinando forze di terra meccanizzate, bombardamenti aerei e, cosa più famosa, armi chimiche. Tra il 1935 e il 1936, la Regia Aeronautica impiegò iprite contro formazioni militari etiopi, insediamenti civili, fonti d’acqua e bestiame (Del Boca, 1991; Baer, 1967). Non si trattava di danni collaterali incidentali; si trattava di un uso sistematico di armi proibite per terrorizzare, disabilitare e demoralizzare. Gli effetti furono catastrofici: * Decine di migliaia di civili hanno riportato ferite, tra cui ustioni, cecità e insufficienza respiratoria. * Le infrastrutture agricole furono distrutte, determinando insicurezza alimentare a lungo termine. * Il trauma psicologico ha permeato la memoria collettiva, radicando l’occupazione italiana come simbolo paradigmatico di violenza razziale e asimmetria tecnologica. La potenza aerea, come osservano gli studiosi della guerra contemporanea (Singer, 2009), funziona non solo come strumento tattico ma anche come dichiarazione politica, una dimostrazione di superiorità tecnologica progettata per minare la sovranità e il morale della popolazione bersaglio. Negli anni ’30 in Etiopia, ciò assunse la forma di quella che Del Boca (1969) descrive come “violenza di massa industrializzata” impiegata contro una società prevalentemente agraria. 1.2 Yekatit12: Il massacro come pedagogia coloniale Il 19 febbraio 1937, a seguito di un tentativo di assassinio contro il viceré italiano Rodolfo Graziani, le forze fasciste condussero rappresaglie organizzate ad Addis Abeba. In tre giorni, soldati italiani e collaboratori civili hanno sistematicamente ucciso migliaia di etiopi, inclusi intellettuali, membri del clero e persone comuni. Interi quartieri furono rasi al suolo. Furono prese di mira anche le istituzioni religiose. Il massacro, noto come Yekatit12 (19 febbraio nel calendario etiope), non è stata violenza di massa spontanea, ma una pedagogia diretta dallo Stato, progettata per comunicare le conseguenze della resistenza (Campbell, 2017). Il massacro di Yekatit12 viene commemorato ogni anno in Etiopia come il Giorno dei Martiri. Occupa un posto nella coscienza storica etiope analogo ad altre atrocità di massa che definiscono l’identità nazionale e il trauma collettivo. Eppure, in Italia, l’evento rimane in gran parte assente dall’istruzione pubblica, dal discorso politico e dalla memoria diplomatica. 1.3 L’antropologia come arma amministrativa La governance coloniale italiana si basava fortemente sulla conoscenza etnografica e antropologica. Studiosi come Enrico Cerulli produssero studi dettagliati sugli Oromo, i somali e altri gruppi etnici, mappando le strutture linguistiche, sociali e politiche (Sbacchi, 1985). Sebbene alcuni di questi lavori avessero valore accademico, erano strumenti per giustificare strategie di divide et impera, suddivisioni amministrative volte a spezzare la coesione nazionale e a rafforzare le élite intermediarie fedeli all’autorità coloniale. Questo riecheggia le più ampie pratiche coloniali europee analizzate da Mamdani (1996), che sostiene che la classificazione etnografica è diventata uno strumento di governo indiretto, incorporando gerarchie razzializzate in strutture di governo che sono sopravvissute al colonialismo formale. In Etiopia, queste classificazioni influenzarono non solo le mappe amministrative italiane, ma anche i dibattiti post-coloniali su federalismo, autonomia regionale e identità etnica. 2. Il paesaggio contemporaneo: sovranità sotto costrizione e continuità della potenza aerea 2.1 Conflitto interno etiope e vulnerabilità civile I conflitti interni dell’Etiopia dal 2020, inclusi i conflitti del Tigray, degli Amhara e degli Oromo, hanno coinvolto un ampio uso di droni e attacchi aerei da parte del governo federale. I rapporti di Amnesty International (2022) e Human Rights Watch (2023) documentano: * Vittime civili da bombardamenti aerei. * Distruzione delle infrastrutture, inclusi ospedali e scuole. * Sfollamento di massa, con oltre due milioni di sfollati interni e centinaia di migliaia di rifugiati in fuga verso il Sudan e i paesi vicini (ONU OCHA, 2022). Sebbene i contesti differiscano notevolmente dagli anni ’30: non si tratta di un’occupazione coloniale ma di un conflitto federale interno, la continuità è innegabile: la potenza aerea rimane un meccanismo attraverso cui l’autorità politica esercita una forza coercitiva sulle popolazioni civili. Il trauma psicologico, la devastazione infrastrutturale e lo sfollamento rispecchiano, in forma contemporanea, le conseguenze delle campagne aeree italiane di nove decenni prima. 2.2 Sovranità, Responsabilità e i Limiti dello Sviluppismo Il governo del Primo Ministro Abiy Ahmed ha inquadrato le sue operazioni militari come necessarie per preservare l’unità nazionale e l’integrità territoriale. Eppure, l’uso di droni forniti da attori esterni (comprese Turchia ed Emirati Arabi Uniti) solleva interrogativi sulla sovranità sotto coercizione, su quanto l’Etiopia eserciti decisioni autonome in un contesto di dipendenza economica e partnership strategiche con potenze esterne. Questo dilemma non è unico dell’Etiopia. Riflette una realtà post-coloniale più ampia in cui gli stati africani affrontano asimmetrie strutturali ereditate dal colonialismo, compresa la dipendenza economica, gli oneri del debito e la dipendenza dalla tecnologia militare estera. Il Piano Mattei, il quadro di investimento italiano per l’Africa annunciato nel 2024, esemplifica questa tensione: promette sviluppo delle infrastrutture e partenariati economici operando all’interno di un’architettura geopolitica che restringe lo spazio di manovra africana, limita la sovranità fiscale e perpetua condizioni di scambio diseguali. 3. Sfollamento urbano e la nuova geografia coloniale: lo sviluppo del corridoio di Addis Abeba come gentrificazione 3.1 Il progetto di sviluppo del corridoio: infrastrutture o esclusione? Mentre Meloni e Abiy si scambiavano cortesie diplomatiche nel febbraio 2026, Addis Abeba stava attraversando una trasformazione spaziale drammatica. Gli ambiziosi progetti di “corridor development” del governo Abiy, ufficialmente definiti come modernizzazione delle infrastrutture e rinnovamento urbano, hanno portato allo spostamento in massa di residenti di lunga data provenienti dai quartieri centrali e periurbani. Decine di migliaia di famiglie sono state sfrattate per far spazio all’espansione delle autostrade, complessi residenziali di lusso, zone commerciali e a boulevard paesaggistici progettati per attrarre turismo e investimenti esteri. La retorica governativa enfatizza lo sviluppo economico, la creazione di posti di lavoro e la “beautification”. Tuttavia, i critici sostengono che questi progetti costituiscono una gentrificazione su larga scala che crea una nuova geografia coloniale in cui i residenti etiopi della classe operaia vengono espulsi per fare spazio a investitori europei e stranieri, professionisti espatriati e élite locali benestanti (Harvey, 2008; Smith, 1996). 3.2 Echi storici: pianificazione urbana italiana e violenza spaziale contemporanea La politica spaziale dell’Addis Abeba contemporanea presenta somiglianze scomode con la pianificazione urbana coloniale italiana. Durante l’occupazione del 1936–1941, le autorità italiane ridisegnarono Addis Abeba secondo principi di segregazione razziale, creando zone distinte per coloni italiani, élite indigene e per la popolazione etiope più larga Labanca, 2002). Mercati, aree residenziali e spazi pubblici furono riorganizzati per riflettere le gerarchie coloniali di razza, classe e potere amministrativo. Sebbene gli sviluppi attuali dei corridoi non siano esplicitamente razzializzati nel senso coloniale, la logica funzionale è analoga: si spostano gli etiopi poveri e gli operai per creare spazi di lusso per l’accumulazione di capitale e il consumo delle élite. Il fatto che aziende italiane e di altri paesi europei siano tra i principali beneficiari di contratti di costruzione, investimenti immobiliari e infrastrutture turistiche aggrava l’ironia storica. 3.3 Sfollamento senza compensazione: il costo umano Il giornalismo investigativo e la ricerca sui diritti umani rivelano schemi sistematici di sfratto forzato: ∙ I residenti ricevono un compenso inadeguato o nessun compenso per le case demolite. ∙ Le abitazioni alternative, quando fornite, si trovano ai margini urbani, lontane dalle opportunità di lavoro e dalle reti sociali. ∙ La difesa legale è limitata: i tribunali spesso si pronunciano a favore delle richieste di espropriazione governative. ∙ L’organizzazione comunitaria e le proteste pubbliche vengono represse con arresti e intimidazioni. Questo costituisce ciò che Saskia Sassen (2014) definisce espulsione, la violenta rimozione delle popolazioni dai contesti economici, sociali e spaziali per facilitare l’accumulazione delle élite. Ad Addis Abeba l’espulsione opera attraverso il discorso dello sviluppo e della modernizzazione, rendendo lo sfollamento un progresso e la resistenza un ostacolo. 3.4 Per chi è stata costruita la città? La questione della giustizia spaziale Lo sviluppo dei “corridoi” solleva questioni fondamentali di giustizia territoriale (Soja, 2010): per chi si sta costruendo la città e chi ha il diritto di occupare, modellare e beneficiare dello spazio urbano? Quando hotel di lusso, complessi residenziali recintati e caffè in stile europeo sostituiscono insediamenti informali e quartieri operai, la città viene di fatto ricollocata lontano dai suoi abitanti attuali verso un’élite cosmopolita immaginata, sia nazionale che straniera. Questo non è un processo solo di Addis Abeba. Dinamiche simili caratterizzano la trasformazione urbana in tutto il Sud Globale, da Mumbai a Lagos fino a Rio de Janeiro. Eppure, nel contesto etiope, lo sfollamento avviene in una città che ha un profondo significato simbolico come luogo sia della resistenza anticoloniale (la Battaglia di Adwa) sia di atrocità coloniali (Yekatit 12). La cancellazione spaziale degli della classe operaia etiope per accogliere investimenti di capitale straniero diventa, in questa luce, una continuazione delle logiche coloniali con altri mezzi. 3.5 Il Piano Mattei e il Mercato Immobiliare: il Ritorno della Capitale Italiana ad Addis Abeba Il Piano Mattei italiano, annunciato nel 2024, prevede investimenti infrastrutturali, progetti energetici e partnership con il settore privato in Etiopia. Imprese di costruzioni italiane, sviluppatori immobiliari e aziende alberghiere hanno espresso un interesse significativo per la trasformazione di Addis Abeba. I rapporti preliminari suggeriscono che il capitale italiano sia coinvolto in: * Costruzione di complessi commerciali a uso misto in zone riqualificate del “corridoio”. * Accordi di partnership con sviluppatori etiopi per progetti residenziali di lusso. * Infrastrutture turistiche, inclusi hotel e ristoranti rivolti a visitatori internazionali. L’immagine politica è sorprendente: novant’anni dopo che i fascisti italiani occuparono Addis Abeba, demolirono quartieri e massacrarono i residenti, il capitale italiano ritorna non attraverso invasioni militari, ma attraverso schemi di investimento accolti da un governo etiope in disperato bisogno di valuta estera e in finanziamenti per lo sviluppo. Il meccanismo è cambiato; l’asimmetria persiste. 4. Migrazione, confini e l’asimmetria del movimento 4.1 La chiusura dell’Europa e la cartolarizzazione dello spostamento I rifugiati etiopi in fuga dal conflitto affrontano politiche migratorie europee sempre più restrittive. L’Italia, sotto il governo di Meloni, ha intensificato: ∙ Le intercettazioni marittime nel Mediterraneo. ∙ Gli accordi con Libia e Tunisia per prevenire attraversamenti irregolari. ∙ L’inasprimento legislativo delle procedure di asilo, la riduzione dei tassi di approvazione e l’estensione dei periodi di detenzione (Consiglio Europeo, 2023; Triandafyllidou, 2022). Questo quadro politico rivela un’asimmetria fondamentale: gli stati europei incoraggiano investimenti e impegno economico in Africa rafforzando contemporaneamente i confini contro la mobilità africana. La logica strutturale è quella di permeabilità selettiva: capitale, merci e partnership strategiche attraversano liberamente i confini, mentre le persone sfollate vengono intercettate, detenute o deportate. 4.2 Ironia storica e incoerenza morale L’ironia è storicamente forte. L’Italia, che ha sfollato centinaia di migliaia di etiopi durante l’occupazione coloniale e continua a sfuggire alla responsabilità per crimini di guerra, ora limita l’ingresso agli etiopi in fuga dalla espulsione contemporanea causata, in parte, da conflitti che coinvolgono armi fornite da stati europei e mediorientali, e da progetti di gentrificazione urbana che beneficiano il capitale europeo. Questo non è solo ipocrita; riflette ciò che Mbembe (2001) chiama la necropolitica della governance globale contemporanea, ovvero la distribuzione differenziale delle opportunità di vita, dei diritti alla mobilità e della protezione basata su gerarchie razzializzate che riecheggiano le strutture coloniali di potere. 4.3 Sfollamento in patria, esclusione all’estero: il doppio vincolo Per gli etiopi normali, la realtà contemporanea è un doppio vincolo: sfollati dalle loro case ad Addis Abeba per fare spazio a uno sviluppo orientato all’estero, sono contemporaneamente esclusi dal migrare verso i paesi europei il cui capitale trae profitto da questo spostamento. Vengono resi invisibili nella loro stessa città e inammissibili per le città europee. Questa è la logica spaziale e politica dell’accumulazione neocoloniale: estrarre valore, spostare le popolazioni ed esternalizzare le conseguenze. 5. L’incontro Meloni-Abiy: cosa nasconde la musica 5.1 Diplomazia culturale come gestione della memoria L’esecuzione di “Ma il cielo è sempre più blu” alla cena di stato era, in apparenza, un gesto di ospitalità e riconoscimento culturale. I conduttori etiopi hanno onorato i loro ospiti italiani con una canzone ispirata all’eredità musicale italiana. La visibile gioia di Meloni ha umanizzato l’incontro diplomatico, generando una copertura mediatica positiva e rafforzando la narrazione di partnership e rispetto reciproco. Eppure, la diplomazia culturale, in particolare tra ex colonizzatori e colonizzati, non è mai politicamente neutrale. Funziona come una forma di gestione della memoria, un modo per mettere in primo piano lo scambio estetico mentre si relega sullo sfondo la violenza storica. L’esecuzione di una canzone italiana ad Addis Abeba, in assenza del riconoscimento italiano degli attacchi con iprite o del massacro di Yekatit 12, diventa uno spostamento simbolico, una sostituzione della responsabilità strutturale con la buona volontà culturale. 5.2 Il Silenzio dell’Archivio Ciò che non c’è stato alla cena è significativo quanto ciò che c’è stato. Non c’è stata alcuna lettura dei nomi delle 12 vittime Yekatit. Nessun riconoscimento dei villaggi distrutti dalle armi chimiche italiane. Nessuna menzione dell’Obelisco di Axum, restituito nel 2005 ma ancora emblematico di decenni di rifiuto italiano di rimpatriare il patrimonio culturale saccheggiato. Nessun riferimento al fatto che l’Italia non abbia mai pagato riparazioni, emesso scuse complete o integrato i suoi crimini coloniali nei programmi di istruzione nazionale (Labanca, 2002). Non è stato nemmeno riconosciuto che i residenti venivano sfollati, proprio in quel momento, dai quartieri di Addis Abeba, alcuni per facilitare “Development Corridors” di cui aziende italiane detengono quote di investimento. La cena di stato si è svolta in uno spazio edulcorato, d’élite, ermeticamente sigillato dalle realtà sia della violenza storica che da quella contemporanea. Questo silenzio non è casuale. Riflette ciò che gli studiosi della politica della memoria post-coloniale chiamano oblio strategico, la costruzione selettiva di narrazioni storiche che enfatizzano la riconciliazione e la partnership mentre oscurano le eredità strutturali della violenza e dello sfruttamento. 5.3 Il Gala come Performance Spaziale La cena di stato stessa, probabilmente tenutasi in una sede ristrutturata o di nuova costruzione progettata per impressionare dignitari internazionali, fa parte della performance spaziale di modernità e apertura agli investimenti di Addis Abeba. La coreografia estetica di tali eventi (architettura elegante, performance culturali curate, protocolli multilingue) serve a proiettare un’immagine di sofisticazione cosmopolita che attrae capitali stranieri e legittima la governance. Eppure, questa performance si costruisce, letteralmente, sulla cancellazione dei residenti della classe operaia della città e sul silenziamento della memoria storica. La melodia della canzone di Rino Gaetano ha riempito uno spazio da cui gli etiopi sono stati sistematicamente esclusi sia storicamente, attraverso la violenza coloniale, sia contemporaneamente attraverso la gentrificazione e lo sfollamento. 6. Etiopianesimo e la politica della dignità 6.1 Eccezionalismo etiope e il peso della resistenza L’eccezionalismo storico dell’Etiopia, la sua resistenza riuscita alla colonizzazione, culminata nella battaglia di Adwa del 1896, sono da tempo fonte di orgoglio nazionale e simbolismo panafricano. Il discorso dell’imperatore Haile Selassie alla Società delle Nazioni nel 1936, in cui denunciava l’aggressione italiana e faceva appello alla sicurezza collettiva, rimane un testo canonico nella storia anticoloniale. Eppure, questa eccezionalità porta un peso. L’aspettativa che l’Etiopia, avendo resistito alla colonizzazione totale, debba orientarsi nella geopolitica contemporanea con una particolare autorità morale o autonomia strategica può oscurare i vincoli strutturali in cui essa si trova. La dipendenza economica, i conflitti interni e le pressioni della gestione migratoria limitano la capacità dell’Etiopia di esercitare la sovranità. L’etiopianismo, l’affermazione ideologica della sovranità, della dignità e della continuità storica etiope, deve quindi essere intesa non come una mitologia nazionalista statica, ma come un progetto politico in corso, costantemente negoziato in mezzo a diversità interna, tensioni regionali e pressioni esterne. 6.2 Il dilemma di Abiy: Modernizzazione, Conflitto e Legittimità Il mandato del Primo Ministro Abiy Ahmed esemplifica questa tensione. Inizialmente celebrato per le riforme liberalizzanti e per l’accordo di pace del 2018 con l’Eritrea (per il quale ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace), il governo di Abiy è stato da allora coinvolto in atrocità di massa, repressione mediatica e consolidamento autoritario (Human Rights Watch, 2023). Il dispiegamento della potenza aerea contro il Tigray e altre regioni, unito allo sfollamento urbano dei residenti di Addis Abeba, solleva profondi interrogativi sui confini della violenza statale legittima e sulla coerenza morale di un governo che cerca contemporaneamente investimenti internazionali e coercizione interna. Il rapporto di Abiy con Meloni va letto in questo contesto. La partnership italiana offre risorse economiche e legittimità diplomatica, ma coinvolge anche l’Etiopia in un’architettura geopolitica più ampia che dà priorità alla stabilità, ai rendimenti degli investimenti e al controllo migratorio rispetto ai diritti umani, alla giustizia spaziale e alla responsabilità storica. 6.3 La critica dal basso: movimenti urbani e contro-narrazioni Nonostante la repressione statale, la resistenza ai “Deveopment Corridors” persiste. Organizzazioni comunitarie, residenti sfollati e intellettuali critici hanno articolato contro-narrazioni che sfidano il discorso ufficiale sullo sviluppo: ∙ La città appartiene al suo popolo, non al capitale: argomentazioni che sottolineano il diritto all’abitazione, la continuità spaziale e la coesione comunitaria. ∙ Sviluppo per chi?: Domande sui beneficiari dei progetti infrastrutturali e sulla distribuzione di costi e benefici. ∙ Coscienza storica: Collegare lo sfollamento contemporaneo alla violenza spaziale coloniale e chiedere che l’etiopianismo includa la protezione degli etiopi comuni, non solo una resistenza simbolica alla dominazione esterna. Questi movimenti, sebbene frammentati e precari, rappresentano la possibilità di un etiopiesimo dal basso, uno che insiste sulla responsabilità interna accanto alla sovranità esterna. 7. Verso una politica della responsabilità: cosa richiederebbe la riconciliazione 7.1 Oltre i gesti simbolici Una vera riconciliazione tra Italia ed Etiopia richiederebbe più della restituzione di reperti culturali o di cene di stato con spettacoli musicali. Richiederebbe: 1. Apologia formale: Un riconoscimento italiano completo dell’uso di gas iprite, del massacro di Yekatit12 e della violenza coloniale sistemica. 2. Riparazioni: Compensazione finanziaria per i discendenti delle vittime e finanziamenti per istituzioni etiopi dedicate alla memoria storica e alla salute pubblica. 3. Integrazione educativa: Incorporazione dei crimini coloniali italiani nei programmi di studio nazionali italiani, nei musei e nel discorso pubblico. 4. Accesso agli archivi: Apertura completa degli archivi militari e coloniali italiani ai ricercatori etiopi e internazionali. 5. Coerenza delle politiche: Allineamento delle politiche migratorie con gli impegni etici verso le popolazioni sfollate, in particolare quelle in fuga da conflitti che coinvolgono armi fornite dagli europei o causati da progetti di sviluppo sostenuti dall’Europa. 6. Trasparenza degli investimenti: Divulgazione pubblica delle partecipazioni italiane negli sviluppi del “Corridors” di Addis Abeba e dei meccanismi per garantire che i profitti beneficino le comunità locali. 7.2 Responsabilità e Governance Interna Etiope Ugualmente importante è la responsabilità dell’Etiopia per la violenza e lo sfollamento contemporanei. L’uso del potere aereo da parte del governo federale contro i civili, la detenzione di giornalisti, la repressione del dissenso e lo sfratto forzato dei residenti urbani minano l’autorità morale dell’Etiopia nel chiedere responsabilità agli ex colonizzatori. Un etiopiesimo credibile deve integrare la critica interna insieme alla resistenza alla dominazione esterna. Questo richiede: ∙ Indagini indipendenti sulle vittime civili degli attacchi con droni. ∙ Meccanismi di giustizia transizionale per le vittime della guerra del Tigray e di altri conflitti. ∙ Fermare gli sfratti forzati e implementare una pianificazione urbana partecipativa che dia priorità ai diritti abitativi e ai mezzi di sussistenza dei residenti esistenti. ∙ Compensazione e rialloggio per famiglie sfollate, con supervisione comunitaria dei progetti dei “Corridor Development”. ∙ Riforme costituzionali che bilanciano l’autorità federale con l’autonomia regionale e i diritti delle minoranze. ∙ Libertà dei media e spazio della società civile per favorire il dibattito pubblico e la responsabilità. 7.3 Giustizia spaziale come pratica decoloniale Affrontare lo spostamento urbano ad Addis Abeba richiede di riconoscere che la giustizia spaziale è inseparabile dalla politica decoloniale. Se l’etiopianismo deve significare più di una semplice sovranità simbolica, deve comprendere il diritto degli etiopi comuni a rimanere, formare e beneficiare della propria capitale. Questo significa: ∙ Pianificazione partecipativa: coinvolgere le comunità interessate nelle decisioni sullo sviluppo urbano. ∙ Edilizia abitativa a prezzi accessibili: Garantire che le nuove costruzioni includano alloggi sociali accessibili ai residenti della classe operaia. ∙ Inclusione economica: Creazione di opportunità di occupazione per le popolazioni sfollate nei progetti dei Corridor. ∙ Conservazione culturale: Protezione dei quartieri storici e dei siti della memoria dalla demolizione. VIII. Conclusione: Il cielo non è sempre più blu e la città non è sempre nostra Il titolo della canzone di Rino Gaetano, “Ma il cielo è sempre più blu”, porta con sé un ottimismo lirico, una promessa di continuità, rinnovamento e speranza. Eppure, per gli etiopi che ricordano gli aerei italiani che un tempo oscuravano i loro cieli con gas iprite, e per coloro che ora vedono i bulldozer demolire le loro case per far spazio agli investimenti stranieri, l’espressione risuona in modo diverso. Il cielo non è sempre stato più blu. È stato un luogo di terrore, spostamento e traumi non riconosciuti. E la città di Addis Abeba, luogo sia dell’orgoglio di Adwa che del dolore di Yekatit12, non è sempre più loro. L’incontro diplomatico di febbraio 2026 tra Meloni e Abiy, incorniciato da scambi culturali e partnership economiche, illustra la persistenza dell’amnesia strutturale e della violenza spaziale nelle relazioni contemporanee tra Italia ed Etiopia. Quadri di investimento, restrizioni migratorie, gentrificazione urbana e gesti simbolici coesistono con le eredità irrisolte della violenza coloniale e con il continuo impiego di forza coercitiva da parte dell’Italia negli anni ’30 attraverso la potenza aerea e il massacro, e da parte del governo di Abiy negli anni 2020 tramite droni e bulldozer. L’etiopionesimo, come progetto politico ed etico, richiede più dell’affermazione della sovranità o della celebrazione della resistenza. Richiede l’integrazione della memoria storica con la responsabilità contemporanea, il bilanciamento della critica esterna con la riforma della governance interna e il riconoscimento che la vera partnership non può essere costruita sulla cancellazione del passato o sullo spostamento del presente. Finché l’Italia non riconoscerà la piena portata dei suoi crimini coloniali, e finché l’Etiopia non affronterà le implicazioni etiche del proprio uso della forza coercitiva, sia militare che spaziale, la musica alle cene di stato rimarrà quella che è: una bellissima melodia che nasconde un giudizio incompiuto. Il cielo può essere più blu nelle canzoni, ma sul terreno le ombre della storia restano lunghe, gli avvisi di sfratto sono reali e l’opera della giustizia incompiuta. La domanda non è se gli etiopi possano canticchiare una canzone italiana. La domanda è se potranno rimanere nella loro città, plasmare il proprio futuro e chiedere responsabilità, sia agli ex colonizzatori che al proprio governo. Finché questa domanda non avrà risposta affermativa, nella politica e nella pratica, il gala rimane una performance di amnesia, e lo sviluppo del corridoio rappresenta una continuazione della geografia coloniale con altri mezzi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato sulla Ethiopian Tribune il 15 febbraio 2026. Traduzione a cura di Fabio Alberti. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti: Harvey, D. (2008) La destra alla città, New Left Review, 53, pp. 23–40. Sassen, S. (2014) Espulsioni: brutalità e complessità nell’economia globale, Cambridge, MA: Harvard University Press. Smith, N. (1996) La nuova frontiera urbana: gentrificazione e la città revanchista, Londra: Routledge. Soja, E. (2010) Alla ricerca della giustizia spaziale, Minneapolis: University of Minnesota Press. Amnesty International (2022) Etiopia: vittime civili da attacchi con droni, Londra: Amnesty International. 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(2003) La guerra di Haile Selassie, Oxford: Oxford University Press. Quijano, A. (2000) Colonialità del potere ed eurocentrismo in America Latina, International Sociology, 15(2), pp. 215–232. Sbacchi, A. (1985) Il colonialismo italiano in Etiopia, Journal of Modern African Studies, 23(4), pp. 563–585. Singer, P. W. (2009) Wired for War: La rivoluzione e il conflitto robotico nel XXI secolo, New York: Penguin. Triandafyllidou, A. (2022) Migrazione e confini europei, Londra: Routledge. Nazioni Unite (2022) Situazione umanitaria in Etiopia: Rapporto sulla situazione, New York: UN OCHA -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Yekatit 12 e il rimosso coloniale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Diplomazia in musica e silenzio nella memoria proviene da Comune-info.
February 18, 2026
Comune-info
Politiche dell’identità: più parlate che praticate
Patrizio Paolinelli (*) su «La cattura delle élite. Come le identità oppresse vengono strumentalizzate dal potere» di Olúfẹ́mi O. Táíwò Domanda: in Occidente la liberazione di subalterni, oppressi e discriminati è più parlata che praticata? A parere del giovane filosofo afroamericano Olúfẹ́mi O. Táíwò sembrerebbe di sì. E per dimostrarlo ha dato alle stampe un libro col quale mette in
February 7, 2026
La Bottega del Barbieri
Board of Peace, la nuova forma di colonialismo e pulizia etnica a Gaza
Lo scorso venerdì nell’ambito del World Economic Forum a Davos si è tenuta la cerimonia della firma della Board of Peace,  già annunciata da Donald Trump nell’ambito della Fase Due dell’accordo di “tregua” tra Israele e le fazioni della resistenza palestinese. Il BoP si presenta come una “organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile” ma dalla cui composizione, in continua evoluzione, si può ben comprendere il reale scopo: creare un’organizzazione sovranazionale con un unico capo e pieni poteri coloniali sui territori altrui e che miri a sostituire le Nazioni Unite. Un progetto che va molto al di là di Gaza in termini di interesse internazionale e che in nessun modo coinvolge i palestinesi, né nella futura amministrazione di Gaza né nella sua ricostruzione, come evidente dal Masterplan di “New Gaza” e “New Rafah”, presentati da Jared Kushner proprio a Davos.  Ne parliamo con Michele Giorgio, corrispondente de Il Manifesto e direttore di Pagine Esteri. 
January 26, 2026
Radio Blackout - Info
Circolare nazionale della Rete Radié Resch di solidarietà internazionale, gennaio 2026. Repressione
La Circolare nazionale di gennaio della Rete Radié Resch, Associazione di solidarietà internazionale, a cura di Pierpaolo Loi della Rete Radié Resch di Cagliari, riflette sulla crisi della democrazia liberale e i suoi epigoni autoritari: Tra violenza strutturale/culturale (neocolonialismo) e repressione di ogni forma di dissenso. Il tramonto della democrazia. Il primo paragrafo, l’Inganno, riporta quanto affermava Tolstoj sulla violenza dei governanti nei confronti dei governati: «La violenza dei governanti sui governati non è una violenza diretta, immediata di un uomo forte su un debole o della maggioranza sulla minoranza, dei cento sui venti etc. La violenza dei governanti si mantiene, come solo può mantenersi la violenza di una minoranza sulla maggioranza, sull’inganno…». Il secondo paragrafo, Svolta autoritaria e repressione, affronta il tema della repressione, spesso da noi occidentali relegata ai regimi di tipo autoritario. «Tuttavia, il dissenso politico, talvolta unito a quello religioso, è stato mal tollerato e spesso represso anche nelle nostre democrazie. Basti pensare alla storia delle Americhe (Stati Uniti e America Latina), alla storia degli Stati coloniali europei, anche dopo la fondazione dell’ONU e la Dichiarazione universale dei diritti umani (10 dicembre 1948). Caso emblematico, tragicamente tale, l’occupazione di territori e l’apartheid praticato da Israele nei confronti dei Palestinesi». A supporto di questa tesi, nel terzo paragrafo si presenta il caso Sardegna: La Sardegna, tra neocolonialismo e repressione. Il territorio sardo è l’avamposto occidentale della preparazione delle guerre attraverso le basi militari (oltre il 60% delle servitù militari italiane), poligoni di tiro e esercitazioni militari periodiche. «Molti cittadini e cittadine da decenni portano avanti una lotta pacifica contro la destinazione bellica dell’Isola che, posta al centro del Mediterraneo, rivendica un ruolo di collaborazione e di pace con gli altri popoli che si affacciano sulle sue sponde. La presenza, inoltre, della RWM – Rheinmetall, fabbrica di bombe tedesca dislocata nel Sulcis – Iglesiente – ora anche di proiettili e droni killer -, è oggetto di una campagna contro l’ampliamento della medesima (STOP RWM) e per la riconversione della fabbrica a usi civili (Comitato Riconversione RWM). Lo Stato italiano ha scatenato tutta la sua forza repressiva nei confronti militanti dei movimenti che lottano contro la colonizzazione militare, e attualmente anche contro quella energetica, attraverso alcune operazioni poliziesche…». L’emblema della svolta repressiva, l’approvazione del Decreto Legge sulla sicurezza (Decreto Legge 11 aprile 2025, n. 48 è stato convertito in Legge 9 giugno 2025, n. 80.), che ha introdotto 14 nuovi reati, aggravato le pene contro manifestanti inermi, rafforzato le tutele per le forze dell’ordine. Il paragrafo successivo, Dopo il 7 ottobre, si sofferma sui meccanismi di repressione delle manifestazioni in favore della Palestina in America e in Europa, «con il divieto in alcuni paesi di esporre la bandiera palestinese o indossare simboli della Palestina, col pretesto dell’antisemitismo». In Italia «alcune manifestazioni di solidarietà con la Palestina sono state represse con il lancio di lacrimogeni e l’utilizzo di idranti, come a Cagliari, e durante le manifestazioni contro gli sgombri dei Centri Sociali, l’ultimo del centro sociale Askatasuna a Torino». Il quinto paragrafo, Attacco alla libertà di manifestazione del pensiero, prende in considerazione il tentativo di assimilare l’antisionismo all’antisemitismo tout court attraverso iniziative legislative (attualmente nel numero di 5) di cui si parlato in un interessante incontro-dibattito tenutosi il 19 dicembre 2025 presso la Casa del Popolo Rosa Luxemburg, sede dell’assemblea cagliaritana di Potere al Popolo. «L’intento principale di queste proposte è far tacere ogni critica verso Israele, intimorire e fermare l’onda di solidarietà nei confronti del popolo palestinese. Seguendo il dettato costituzionale, difenderemo la libertà di manifestare esercitandola e non facendoci intimorire». Nel paragrafo successivo, Kairos Palestine II, si riportano alcuni brani del documento Kairos Palestine II – «Un momento diverità: la fede in tempo di genocidio». Il documento, a cura dei rappresentanti di tutte le Chiese cristiane di Palestina, è stato presentato il 14 novembre a Betlemme. Viene condannato ogni tentativo di «confondere l’antisemitismo con l’opposizione all’apartheid e con la pressione esercitata affinché Israele sia chiamato a rispondere delle proprie responsabilità ai sensi del diritto internazionale». L’ultimo paragrafo della Circolare è un invito a nutrire la speranza rivolto ai/alle giovani di Palestina (in Kairos Palestine II): «In un momento in cui la resistenza palestinese e i movimenti di solidarietà globale vengono criminalizzati, ribadiamo il diritto di tutti i popoli colonizzati di resistere ai propri colonizzatori […] Crediamo in voi. Vediamo la vostra rabbia, il vostro dolore, la vostra paura. Vediamo anche la vostra forza. […] Non gvi chiamiamo a un ottimismo ingenuo, ma a una speranza radicata nell’azione. La speranza non è resa. La speranza è un atto vivente di resistenza — un rifiuto fermo della realtà di morte imposta su di noi, un affrontare e resistere a ogni forma di ingiustizia e occupazione». L’intero testo della Circolare nazionale al seguente link: https://reterr.it/?p=4207     Redazione Italia
January 24, 2026
Pressenza
Vi racconto il Venezuela che resiste
Giorgio Monestarolo a colloquio con Geraldina Colotti. Il Venezuela di Rodriguez risponde con la diplomazia e la politica alla violenza dell’Impero. Lottando per la liberazione di Maduro e Cilia Flores. Geraldina Colotti, giornalista, saggista, direttrice dell’edizione italiana de «Le monde diplomatique», è a Caracas dove segue da vicino la situazione venutasi a creare in seguito all’attacco USA tra il 2
January 14, 2026
La Bottega del Barbieri
In piazza per il Venezuela: contro l’imperialismo
Sabato 10 gennaio manifestazioni in molte città. Una nota redazionale, con il comunicato dell’Usb (Unione Sindacale di Base) e la mobilitazione di Osa (Opposizione Studentesca d’Alternativa). Nonostante in molte parti d’Italia sia previsto un gelo quasi polare, il 10 gennaio si torna in piazza contro la guerra permanente (e dilagante), contro l’aggressione Usa al Venezuela e per la Palestina. Qui
L’Algeria dichiara la colonizzazione un “crimine di Stato” e chiede risarcimenti alla Francia
Il 24 dicembre l’Assemblea Popolare Nazionale di Algeri, cioè il parlamento algerino, ha approvato all’unanimità una legge che stabilisce la colonizzazione francese, che ha riguardato il paese dal 1830 al 1962, è un “crimine di Stato”. Il presidente dell’Assemblea, Brahim Boughali, ha indicato il testo come un modo per fissare la […] L'articolo L’Algeria dichiara la colonizzazione un “crimine di Stato” e chiede risarcimenti alla Francia su Contropiano.
December 27, 2025
Contropiano
TOTAL-ENERGIES ALLA SBARRA PER LA COMPLICITA’ NEI CRIMINI DI GUERRA IN MOZAMBICO
Martedì 18 è stata ufficialmente esposta da parte di ECCHR ( European Centre for Costitutional and Human Rights) denuncia ai danni di TotalEnergies presso l’antiterrorismo francese, per accuse di complicità in crimini di guerra, torture e sparizioni forzate legate alle azioni di soldati governativi in Mozambico nel 2021 nell’ambito del cosidetto “Massacro dei container”. (metti link) Il colosso petrolifero è accusato di aver finanziato direttamente e supportato materialmente l’unità speciale di forze armate, nell’ambito di un accordo di sicurezza con lo stato, perchè quest’ultime protegessero le installazioni di estrazione di GNL installate da Total a Capo Delgado. La situazione a Capo Delgado è epicentro di un conflitto fra esercito e milizie di ispirazione jihadista affiliate allo Stato Islamico. Le mani di Total sono sporche del trasferimento forzato di migliaia di famiglie, oltre che della degradazione ambientale legata ai progetti estrattivi, che ha acuito le tensioni sociali, mentre la povertà è aumentata di più dell’80%. La denuncia riprende la dettagliata inchiesta della testata Politico ” All must be beheaded, revelations of atrocities at French energy giant’s African stronghold” pubblicata nel 2024. L’accusa arriva a poche settimane di distanza dalla dichiarazione di Total di voler far ripartire il progetto, considerato il più grande investimento privato mai realizzato in Africa, con un costo totale di 50 miliardi di dollari. La ripresa del progetto non avverrà prima del concordato con il governo di Maputo e sarà sostenuta dal prestito di 4,7 miliardi di dollari dall’Export-Impost Bank statunitense ed è prevista entro il 2029. La banca statunitense non è l’unico finanziatore pubblico al progetto, infatti altri due importanti partner commerciali sono le italiane SACE e Cassa Depositi e Prestiti. Nelle parole di Simone Ogno “la SACE italiana è stata la prima agenzia di credito all’esportazione a confermare il proprio sostegno finanziario a Mozambique LNG, e lo ha fatto senza una nuova valutazione degli impatti sociali e ambientali associati al progetto. Oggi l’US EXIM sta facendo lo stesso. In queste scelte possiamo vedere il rapporto stretto tra il governo della premier Giorgia Meloni e quello del presidente Donald Trump, in totale disprezzo per le violazioni dei diritti umani direttamente e indirettamente associate a Mozambique LNG”. Ne parliamo con Simone Ogno, campaigner di Recommon: Qui trovate il link al report di Recommon “Dieci anni perduti“.
November 19, 2025
Radio Blackout - Info