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36 anni di Okkupazione al Corto Circuito
Martedì scorso il Corto Circuito ha spento 36 candeline in un’atmosfera festosa, militante e piena di quella solidarietà concreta che solo i luoghi liberati sanno esprimere. Una festa partecipata, con vecchi e nuovi compagni, ha riempito gli spazi del centro sociale di risate, discussioni e quella gioia collettiva che nasce dal ritrovarsi insieme per difendere e far vivere un pezzo di città strappato all’abbandono e alla speculazione.   Al centro della serata c’è stata la bellissima mappa psicogeografica dello spazio, presentata da Andrea Leroy per Leroy S.P.Q.R. DAM: un’opera corale e militante che racconta la storia di questi 36 anni. Intorno al disegno del centro si dispiegano decine di immagini che ne raccontano l’anima: il vecchio edificio scolastico occupato, la ricostruzione dopo l’incendio delle cucine, l’area cani intitolata idealmente a Umberto D. e al suo cagnolino, il campo di calcio testimone di cento tornei popolari e immortalato con lo sguardo combattivo di Letizia Battaglia. Ogni angolo dell’opera è un pezzo di memoria viva, un inno alla capacità delle persone di riappropriarsi degli spazi e trasformarli in luoghi di resistenza, cultura e socialità dal basso.     La cena sociale, realizzata a più mani, ha reso ancora più concreta l’idea di un altro modo di stare insieme: sano, abbondante e condiviso. Grazie a chi c’era e ha voluto condividere insieme a noi questo momento di festa. E chi non è riuscito a venire si è perso qualcosa The post 36 anni di Okkupazione al Corto Circuito first appeared on CSOA CORTO CIRCUITO.
June 22, 2026
CSOA CORTO CIRCUITO
Senza confini Martedi 23 giugno al Corto Circuito
In un’epoca di guerre senza fine, un giovane condottiero vive il proprio mestiere con onore e passione. Ma l’arrivo di una nuova tecnologia di morte cambierà per sempre il volto dei conflitti e il destino degli uomini. Il Mestiere delle Armi Regia di Ermanno Olmi 2001 Durata: 100min. Dalle ore 20:15 Cena sociale Inizio proiezione ore 21:00 Nel cuore dell’inverno 1526, durante le guerre d’Italia, Giovanni de’ Medici – giovane e leggendario capitano dell’esercito pontificio – guida le sue truppe contro le temibili bande di lanzichenecchi imperiali di Carlo V. Tra manovre, tradimenti di principi italiani e una campagna logorante, il film segue gli ultimi giorni di un uomo che ha fatto della guerra il proprio mestiere, amato dalle donne, rispettato dai soldati, conteso dai potenti. Ferito da un colpo di falconetto – una delle prime armi da fuoco moderne – Giovanni affronta una lenta e dolorosa agonia, segnando la fine di un’epoca. Olmi non celebra eroismi retorici, ma si sofferma sui temi profondi del film: l’onore personale nel “mestiere delle armi”, il contrasto tra guerra “umana” fatta di corpo a corpo e l’impersonalità della tecnologia bellica, la fragilità del potere e i tradimenti della politica. Il film riflette sulla guerra come professione che esalta e distrugge l’uomo, sul passaggio da un combattimento fatto di coraggio e abilità a una violenza meccanica e distaccata. A venticinque anni dalla sua uscita, questi temi risultano drammaticamente attuali. Le armi sempre più sofisticate e remote (droni, missili, ciberguerra) hanno ulteriormente depersonalizzato il conflitto, riducendo il nemico a un bersaglio sullo schermo. Le alleanze fragili, i tradimenti di convenienza e l’uso della guerra come strumento politico ed economico continuano a segnare il nostro presente. Il film di Olmi ci invita a riflettere su quanto il “progresso” tecnologico abbia reso la guerra più letale e meno umana, senza però cancellare le antiche questioni di onore, responsabilità individuale e vanità del potere. Un’opera poetica e antimilitarista che, nel suo rigore formale, parla ancora al nostro tempo inquieto. The post Senza confini Martedi 23 giugno al Corto Circuito first appeared on CSOA CORTO CIRCUITO.
June 22, 2026
CSOA CORTO CIRCUITO
Tre anni insieme a Senza Confini. Cinema al Corto Circuito
Compagn* Tre anni fa, tra una birra e una chiacchiera, ci siamo detti: perché non facciamo anche noi una rassegna di cinema qui al Corto? Non per fare gli intellettuali, ma perché un CSOA che si rispetti non è solo un posto dove si mangia, si beve e si fa assemblea. Un Centro Sociale Occupato Autogestito è il cuore pulsante di un quartiere. È l’unico spazio dove chi vive a Lamaro può respirare senza avere il fiato della speculazione, della repressione e dell’abbandono. In un quartiere difficile come il nostro, una programmazione cinematografica settimanale non è un lusso. È resistenza. È mutualismo concreto. È dire che la cultura non è roba per pochi, ma è un’arma popolare. Perché mentre le televisioni private e pubbliche ci propinano solo reality di merda, fiction di regime e propaganda di guerra, noi qui proiettiamo film che loro non si sognerebbero mai di mandare in onda: storie di lotta, di resistenza e di persone che non si arrendono. Film che fanno pensare, che fanno incazzare, che fanno sognare. E proprio tre anni fa abbiamo iniziato con “La Strategia della Lumaca”, un film che parla di resistenza popolare, di astuzia dal basso e di come un intero palazzo si organizza per non farsi sfrattare. Un inizio perfetto per quello che volevamo essere: un cinema senza confini, militante e radicato nel territorio.Questo è mutualismo dal basso: non solo cibo e beni di prima necessità, ma anche nutrimento per la testa e per il cuore. Perché chi non conosce la propria storia, chi non vede altre possibilità, chi non impara a guardare il mondo con occhi critici, è più facile da governare, da dividere, da piegare.Tre anni. Tre anni di Senza Confini. Tre anni di proiezioni, di discussioni accese, di gente che torna ogni settimana, di ragazzini che scoprono registi che le scuole non gli hanno mai nominato. Tre anni di ostinazione bellissima Il Collettivo Politico del CSOA Corto Circuito vuole dire grazie. Grazie a tutt* voi che venite, che portate amici, che discutete, che ci sostenete anche quando fuori fa freddo o piove. E grazie soprattutto a Lorenzo “Lollo” per questa locandina che ci accompagna dall’inizio: un’opera d’arte militante che racconta chi siamo meglio di mille manifesti. Senza confini. Senza padroni. Senza paura. Viva il CSOA Corto Circuito. Viva la cultura popolare. Viva la resistenza! The post Tre anni insieme a Senza Confini. Cinema al Corto Circuito first appeared on CSOA CORTO CIRCUITO.
June 22, 2026
CSOA CORTO CIRCUITO
Gli anni della ricostruzione
Bellissima vittoria referendaria. Euforia post-depressione. La discesa in campo della generazione Gaza. La politicizzazione del malessere sociale. La riattivazione delle classi popolari. La stupenda mobilitazione No Kings. Tanta roba, certo, ma la domanda adesso è: di tutto questo, che ne facciamo?  Dall’autunno antisionista alla primavera anti-Meloni il clima nel paese è […] L'articolo Gli anni della ricostruzione su Contropiano.
April 9, 2026
Contropiano
Odessa, arruolatori in azione
Approfittando delle vacanze di Pasqua ho deciso di fare un altro viaggio in Ucraina, questa volta prendendo l’aereo. Sono arrivato alle 7.30 di mattina del 2 aprile all’aeroporto internazionale di Chişinău, in Moldavia e poi ho preso il pullman per Odessa. Alla frontiera con l’Ucraina hanno fatto scendere solo me con il bagaglio. Mi hanno fatto aprire lo zaino, ma senza ispezionarlo. “Il mio inglese fa schifo” ho detto alla ragazza con la divisa della Guardia di frontiera. “Anche il mio” mi ha risposto. Dopo pochi minuti ero nuovamente seduto al mio posto sul pullman, con il mio zaino e il passaporto timbrato. Oggi, 3 aprile, è previsto l’incontro con i sindacati per avere informazioni sui lavori di ristrutturazione della Casa dei Sindacati. Spero che si riesca a organizzare una raccolta di fondi perché quel luogo, teatro dell’orrenda strage del 2014, perpetrata da bande di nazifascisti arrivati da fuori ai danni di decine di decine di antifascisti, fu volutamente incendiato in odio ai sindacati dei lavoratori. Aiutarli a ristrutturarlo sarebbe un gesto dal valore simbolico e pratico molto forte. Sono da poche ore in Ucraina e ho già visto all’opera i famigerati arruolatori, che hanno catturato un uomo che correva disperato. Un arruolatore ha sparato anche due colpi di pistola. A quel punto il poveretto si è arreso, l’uomo che lo ha raggiunto per primo lo ha buttato a terra e si è seduto su di lui. Nel frattempo ne sono arrivati altri dieci. Li ho visti osservare la preda catturata e complimentarsi tra di loro. Il povero Cristo sarà spedito al fronte quanto prima. É molto frustrante non poter soccorrerle un uomo in pericolo. Mauro Carlo Zanella
April 3, 2026
Pressenza
Neocolonialismo e debiti di ricostruzione
Articolo pubblicato in origine su Transform Italia il 22/10/2025 di M. Minetti Chi ricostruirà la città di Gaza, se davvero la tregua attualmente negoziata diventerà una pace stabile? Chi investirà in abitazioni e infrastrutture che, ovviamente, i cittadini palestinesi non … Continua a leggere→
February 25, 2026
Rizomatica
Ciclone Harry: i fondi per le armi vengano destinati alla ricostruzione e al risollevamento della Sicilia
Appena 33 milioni stanziati dal governo Meloni per far fronte all’emergenza provocata dal ciclone Harry, un terzo di quelli stanziati da Musumeci per tutte e tre le Regioni del Sud colpite, nel totale una somma risibile rispetto ai 741milioni di euro di danni stimati dalla Protezione Civile. Dopo anni di […] L'articolo Ciclone Harry: i fondi per le armi vengano destinati alla ricostruzione e al risollevamento della Sicilia su Contropiano.
January 28, 2026
Contropiano
Il timore che a Gaza il provvisorio diventi permanente
Il vero dilemma che i palestinesi si trovano ad affrontare dopo l’annuncio di Trump della seconda fase del cosiddetto “piano di pace” non risiede nella definizione del comitato tecnocratico concordato dai palestinesi e dalla regione, e con l’approvazione americana, nonostante la precedente chiara interferenza israeliana. Questo comitato, secondo la definizione […] L'articolo Il timore che a Gaza il provvisorio diventi permanente su Contropiano.
January 26, 2026
Contropiano
Un anno dopo Assad: il paese delle molte verità
A Damasco la pioggia si attraversa senza ombrelli. Le persone camminano a testa scoperta, come se non avessero tempo per negoziare con il cielo. Sugli autobus, spesso con le porte aperte, scoppiano risate improvvise; qualcuno scende al volo, qualcun altro sale mentre il mezzo è già in movimento. Mi è capitato di vedere i soldi del biglietto viaggiare di mano in mano, dal fondo del bus fino all’autista, e il resto tornare indietro lungo lo stesso percorso, senza una parola, come se fosse un gesto imparato da tempo. È una normalità ostinata, quasi testarda: questa è la Damasco quotidiana. Una città che vive nei dettagli, mentre a pochi isolati di distanza la Siria inizia a raccontarsi attraverso immagini molto più grandi. È da qui che ho cominciato a guardare la Siria un anno dopo: prima che dalle piazze delle celebrazioni o dai comizi dei nuovi leader, da questo modo di abitare il presente senza protezioni inutili. Ho imparato presto che, in Siria, le immagini ufficiali e quelle quotidiane non coincidono sempre. Bastano pochi chilometri, o un diverso canale televisivo, per passare da una realtà all’altra: da un Paese in festa a un Paese in lutto, da una piazza gremita di bandiere a una città che osserva in silenzio. Nei giorni dell’anniversario è bastato poco per ritrovarsi immersi in un’altra narrazione. Le piazze si sono riempite di persone, colori e slogan. I fuochi d’artificio disegnavano il cielo, i cori gridavano il nome della “nuova Siria”. Una festa che si propone come cornice nazionale, simbolo di rinascita, ma che racconta molto più di quanto sembri. > Accanto alle nuove bandiere siriane a stelle rosse, simbolo della Siria > post-regime, sventolavano centinaia di bandiere bianche con la shahada nera — > La ilaha illa Allah. Non erano marginali, né sporadiche. In molte città a maggioranza sunnita dominavano lo spazio visivo della festa. Per chi celebrava, «rappresentano la fine di un silenzio imposto», mi sottolinea Hanan. Per la prima volta in decenni, la comunità sunnita sente di poter occupare lo spazio pubblico. Per altri, però, quelle stesse immagini risvegliavano un timore antico: che un potere cada solo per essere sostituito da un altro e che la libertà si trasformi in appartenenza obbligata. Gli analisti regionali lo avevano previsto. La fine del regime non avrebbe generato immediatamente un’identità nazionale condivisa, ma avrebbe aperto una fase di riappropriazione simbolica, in cui ogni gruppo tenta di ricostruire la propria narrazione, di ridefinire il proprio posto nel Paese. Il problema è che questa riappropriazione si muove in uno spazio già frammentato, carico di ferite e memorie contrapposte. Autostrada in Siria nei pressi di Tartus IDENTITÀ CONFESSIONALI: IL POTERE CHE NON SCOMPARE Il regime di Assad aveva imparato a usare le identità confessionali come strumenti di governo. Non le rafforzava apertamente, ma le coltivava come fili invisibili: linee di sospetto, di appartenenza, di controllo. Un sistema silenzioso che attribuiva un peso politico a ogni identità, anche a quelle che sembravano solo sociali o religiose. Quando il regime è caduto, quel meccanismo non si è dissolto. Al contrario, si è reso più visibile, come se l’intonaco fosse saltato rivelando crepe già presenti nel muro. Camminando per i sobborghi di Damasco, o attraversando le città del sud e della costa, si percepisce chiaramente che quelle differenze continuano a orientare la vita quotidiana. Le appartenenze restano una bussola invisibile. Non si dichiarano, ma tutti le riconoscono. Ti dicono dove puoi abitare, chi puoi frequentare, cosa puoi permetterti di dire. Sono confini non scritti, ma netti. A volte emergono nei silenzi, negli sguardi, in quella breve esitazione prima di rispondere a una domanda. C’è un filo invisibile che unisce Suwayda, la città abitata dai drusi, alla costa, luogo riconducibile alla comunità alawita, nonostante tutto le divida. Da entrambe le parti resta la stessa ferita: quella dei massacri, quando le linee del fronte si sono fatte improvvisamente mobili e le popolazioni civili sono diventate bersagli. A Suwayda, se ne parla ancora con rabbia e incredulità; a Latakia, il dolore resta chiuso nelle case, come un lutto privato che alimenta isolamento e sospetto. In entrambi i casi la giustizia è rimasta lontana, sommersa da inchieste sospese, silenzi istituzionali, una burocrazia che parla di ricostruzione ma evita la parola responsabilità. > Le memorie si sono così trasformate in confini emotivi: ognuno custodisce la > propria versione, il proprio elenco di vittime, il proprio modo di ricordare. > Nel vuoto lasciato dall’impunità cresce la polarizzazione confessionale, come > un’erba resistente che intreccia traumi e disillusioni da sud a ovest, più > profonda di qualsiasi linea politica tracciata sulle mappe. La difficoltà della Siria oggi è tutta qui: costruire una transizione che includa senza cancellare, che riconosca senza irrigidire. Suwayda, casa bruciata durante il massacro di luglio LA GEOPOLITICA CHE INQUINA GLI EQUILIBRI INTERNI La Siria del dopo non è solo un Paese che tenta di ricomporsi. È anche uno spazio attraversato da interessi regionali che continuano a plasmarne il presente, spesso in modo più incisivo delle decisioni prese a Damasco. In questo scenario frammentato, Israele gioca un ruolo centrale e poco nascosto, approfittando del vuoto di potere e della debolezza strutturale dello Stato siriano. Da Beit Jenn alla campagna di Suwayda, gli abitanti convivono con la presenza costante di forze esterne, milizie locali e attori stranieri che cambiano nome ma non logica. Qui il confine non è una linea, ma una pressione continua. «Abbiamo cambiato i nomi, non le paure», mi dice un giovane. «Tutti vogliono qualcosa da noi». Israele osserva e interviene da anni nello spazio siriano, colpendo selettivamente, ampliando di fatto il controllo su territori già occupati e approfittando delle divisioni interne per rafforzare la propria profondità strategica. Le operazioni militari, presentate come preventive o difensive, si inseriscono in un contesto in cui la Siria non è una reale sovranità, né militare né diplomatica. In questo gioco di forze, le contraddizioni confessionali e politiche diventano terreno fertile. Ogni frattura interna — tra comunità, tra centro e periferia, tra milizie e civili – riduce ulteriormente la capacità del Paese, come società civile, come spazio di cittadinanza di presentarsi come interlocutore unitario. E più la Siria appare frammentata, più risulta vulnerabile a interventi esterni che si muovono come un elefante in una stanza di cristalli. Nelle campagne, lontano dalle piazze delle celebrazioni, questa dinamica è percepita con chiarezza. Qui la caduta del regime, dopo essere stata accolta con una comune e straordinaria euforia, resta una domanda aperta. I contadini parlano di prezzi, di acqua, di sicurezza. Le famiglie raccontano la fatica di mandare i figli a scuola quando lo spazio aereo non è mai del tutto neutro e il futuro resta opaco. > È una Siria che paga il prezzo di equilibri decisi altrove. Le celebrazioni, in questo contesto, assumono un doppio significato. All’interno segnano un passaggio di potere; all’esterno parlano a chi osserva la Siria come scacchiera regionale. Ma per molte comunità questo si traduce in una sensazione diffusa di marginalità e di abbandono. «Siamo passati dall’essere governati dall’interno a essere tirati da tutti i lati», mi dice un abitante della zona rurale. A rendere tutto più fragile è il vuoto lasciato dalla comunità internazionale. Le grandi dichiarazioni sulla transizione non si sono tradotte in una reale protezione dei civili, né in un quadro politico capace di limitare le interferenze esterne. In assenza di una pressione diplomatica efficace, attori regionali come Israele operano in uno spazio quasi privo di vincoli, mentre la popolazione resta intrappolata tra poteri che non controlla. La transizione siriana resta così sospesa: non solo per le sue fratture interne, ma perché la politica nazionale fatica a emergere come spazio autonomo, capace di rispondere ai bisogni della popolazione prima che agli interessi strategici altrui. Beit Jenn, casa distrutta da Israele ARTE, GIOVANI E SPAZI DI POSSIBILITÀ Tornando a Damasco, la città appare come un mosaico di tutte queste contraddizioni. Viva da lontano, fragilissima da vicino. I mercati sono pieni, le scuole riaperte, i bambini giocano sotto la pioggia senza ombrelli. Ma dietro questa vitalità si nasconde una realtà dura: stipendi insufficienti, giovani che sognano di partire, anziani che sopravvivono più che vivere. «Non vogliamo emigrare», mi dice un amico. «Ma non vogliamo restare così». > In questo spazio incerto, l’arte è diventata uno dei pochi luoghi di respiro > reale. Nei quartieri popolari, giovani musicisti, pittori e registi lavorano > in scantinati, case private, biblioteche dismesse. Non producono manifesti > ideologici, ma racconti di quartiere, frammenti di memoria, gesti di > normalità. Si tratta di spazi che resistono. Perché creare, oggi, significa aprire un dialogo che va oltre la polarizzazione. Significa immaginare un linguaggio comune dove la politica ha fallito. Laboratorio artistico La Siria che ho visto è divisa, ma non immobile. Vive nella testardaggine quotidiana dei suoi abitanti, nei giovani, nelle donne, nei bambini. Se esiste una possibilità di uscita dalla polarizzazione, passa da qui: dal sostegno alle nuove generazioni, agli spazi culturali, ai luoghi dove il dialogo è ancora possibile come fondamento della transizione. Forse la vera rivoluzione non è sui palchi delle celebrazioni, ma in questa normalità ostinata. Nel desiderio, semplice e radicale, di continuare a vivere – nonostante tutto. Ed è qui che la nostra missione «la Siria con gli occhi dei civili» prende forma. Una cooperazione dai civili per i civili. Immagini di copertina e nell’articolo di Giovanna Cavallo. In copertina le celebrazioni Damasco per anniversario caduta Assad SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Un anno dopo Assad: il paese delle molte verità proviene da DINAMOpress.
December 29, 2025
DINAMOpress
ONU: territori palestinesi in rovina, decenni buttati e ricostruzione in salita
Non è una recessione, e non è nemmeno una semplice crisi. Quello che si sta consumando nei Territori Palestinesi Occupati è un collasso sistemico che le Nazioni Unite, nel loro ultimo rapporto rilasciato in questo novembre 2025, non esitano a definire come un passaggio “dal sottosviluppo alla rovina totale“. Si […] L'articolo ONU: territori palestinesi in rovina, decenni buttati e ricostruzione in salita su Contropiano.
November 30, 2025
Contropiano