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Caro carburante: la rabbia di chi non riesce più a lavorare
Travolta dalla psicosi che finisca il combustibile, l’orda degli automobilisti si precipita a fare il pieno di benzina e diesel. È talmente ossessiva la smania di accaparramento, che alcuni distributori, sebbene rientranti nel tetto massimo, rifilano il gasolio a 2,60. Intanto, mentre nelle città tutti si affrettano a formare code alle pompe di benzina, il tempo rallenta in prossimità dei blocchi. Sotto i gazebo, intorno alle rotatorie, camionisti e agricoltori bevono caffè caldo, sui telefonini guardano i servizi televisivi che narrano la loro lotta al caro carburante. Gli autotrasportatori vivono giorni drammatici. Hanno perlopiù ditte individuali che lavorano con margini bassi, dovendo consegnare merci eccellenti alla grande distribuzione, a prezzi da strozzo. Viaggiano su camion acquistati con mutui pluridecennali, costretti ad accettare tariffe col tempo sempre meno remunerative. «Alla fine la globalizzazione è arrivata pure qua e ci ha ridotti alla fame», strepita digrignando i denti Giovanni, che il padre lo ha convinto a fare l’autotrasportatore e adesso si acquatta accanto al figlio, vicino al falò acceso per la notte, quasi avesse il rimorso di averlo portato sulla cattiva strada. Pure fra quelli dei trattori la voce è univoca: «In due o tre anni, la nafta agricola è aumentata del 100 percento, da 70 centesimi al litro a 1,40, ma il problema reale. non è solo il gasolio. Lavoriamo sottocosto. La maggior parte di noi ha pochi ettari di terreno. La proprietà frazionata, scarsa e divisa, quindi non potendo permetterci un’economia di scala, cioè non lavorando sulle grandi quantità, stiamo sempre con l’acqua alla gola; appena il livello si alza un po’, anneghiamo». Risale al 2021 l’ultimo censimento Istat sulle aziende agricole in Calabria. Erano 95.538, con una diminuzione del 30,7 percento rispetto alle 137.790 del 2010. La superficie agricola utilizzata è pari a 543.000 ettari, con una media aziendale che è salita a 5,7. Le imprese a conduzione familiare sono il 93,5 percento. Soprattutto loro, in questi giorni, animano la protesta. > Preoccupano la signora Meloni, perché questi manifestanti sono autorganizzati. > Molti votarono per lei, ma adesso la contestano e ce l’hanno pure con Salvini Dunque, quelli che non strisceranno dietro ai leaderini impegnati a ritagliarsi un posto nei listini bloccati di Renzi o Vannacci, e non si accontenteranno delle regalie del “governatore” Occhiuto, potrebbero decidere di abbracciare un programma di sinistra, addirittura socialista. Se fuori dallo spettacolo social, ce ne fosse uno. Non bisogna confondere questi agricoltori in lotta con i feudatari capopolo che agitano la protesta. La piccola proprietà agricola, quella da pochi ettari, si è formata spaccandosi la schiena, ai margini dei grandi possedimenti terrieri, in molti casi accumulati nel corso del ‘900 da famiglie che li hanno racimolati con la forza, approfittando dello sfaldamento degli antichi latifondi, accaparrando con ricatti e minacce le proprietà dei calabresi costretti all’emigrazione. Da quel moto predatorio discende la mafia borghese, quella che oltre al capitale originario ha accumulato terreni e adesso, senza sporcarsi le mani di sangue in prima persona, assorbe la manodopera sottopagata e arruolata dai caporali. > Erano gli stallieri e i porcari dei latifondisti, adesso sono dei Mazzarò, > padroni di terreni e mezzi di produzione. Non hanno più bisogno di trattare > direttamente con i “coyote” intermediari. Sono costretti a farlo per loro le > aziende locali del commercio agricolo, anch’esse in crisi, che comprano i > prodotti quando sono ancora sugli alberi o nei terreni e rivendono alla grande > distribuzione. Le norme europee consentono di qualificare come “italiano” un prodotto in base al luogo di trasformazione e confezionamento. Chiunque può importare, da dove vuole, il grano, le carni per insaccati, le olive da olio, per poi apporre un’etichetta: “Prodotto in Italia”. Così la grande distribuzione strozza le piccole produzioni. Gli acquirenti impongono prezzi globalizzati: la farina costa 40 euro a quintale in Calabria, ma chi la ammassa nei silos, per rivenderla alle grandi aziende della pasta, impone prezzi stracciati ai produttori locali. In alternativa a loro, la compra dalle multinazionali che al porto di Corigliano la vendono a 22. E come si difende chi coltiva la terra? Sinora hanno adottato ogni stratagemma possibile. Le chiamano “frodi”, ma sono tattiche di sopravvivenza. Il combustibile agricolo rivenduto per altri usi e i finti braccianti assunti a tempo determinato per spillare all’Inps i contributi della disoccupazione sono espedienti analoghi a quelli degli insegnanti emigrati al nord, che con 1400 euro al mese soffrono la fame e acquistano elettrodomestici col bonus Carta Docente. Ogni agricoltore compila un “quaderno di campagna”, un piano di produzione, in base al quale ottiene il combustibile a prezzi agevolati. Con recente delibera, la Regione ha restituito il 30 percento del carburante già acquistato. Un’azienda agricola da pochi ettari, che ha praticato il credito d’imposta, recupera 400 euro sul quadrimestre gennaio – aprile. Questi benefici, come il “buono carburante”, sono validi per le aziende costituite, quelle in regola. Tante però non riescono a stare nei parametri di legge per le difficoltà che le norme comportano. Qualcuna ci sguazza pure. Ci sono attività che hanno un fatturato da 7mila euro, il forfettario, eppure comprano trattori da 100mila. Sono funzionali a scimmiottare una presenza istituzionale, pertanto risultano grottesche, le recenti operazioni dell’antimafia dopo la strage di Amendolara, che ha portato alla riscoperta del caporalato. Colpendo nel mucchio le aziende agricole locali, si camuffa la cruda realtà di un sistema di per sé fraudolento e sanguisuga. Le soluzioni? Tassare gli extraprofitti, imporre regole alla grande distribuzione, sgravare dalle gabelle i piccoli agricoltori, calmierare i prezzi del combustibile, premiare le reti dell’economia solidale. Ci vorrebbe una nuova riforma agraria, in chiave contemporanea. Stavolta, magari, applicata sul serio. Rivedi la nostra puntata del podcast sulla produzione di cibo: Tutte le immagini di Claudio Dionesalvi Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. 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October 21, 2026
DINAMOpress
CALABRIA, SICILIA, CAMPANIA, PUGLIA, BASILICATA, MOLISE. AGRICOLTORI E TRASPORTATORI BLOCCANO IL SUD. CHI SONO E COSA CHIEDONO?
Contro il caro-carburanti protestano da giorni, al Sud, agricoltori e autotrasportatori, che minacciano un blocco nazionale dopo quelli in Calabria, Puglia, Basilicata e Sicilia, in corso fino a martedì. Da venerdì intanto la mobilitazione è arrivata anche in Molise e Campania; chiusa prima l’uscita dell’A30 a Nola, poi quella di Nocera-Pagani. In Calabria mezzi pesanti e trattori stazionano a bordo strada senza attuare blocchi totali ma provocando forti rallentamenti in punti nevralgici. La protesta degli autotrasportatori ha interessato ieri, per la prima volta, anche il territorio della Locride, oltre a essersi registrati blocchi e presidi ovunque a Sud, in provincia di Campobasso, poi da Eboli a Gela, da Brindisi a Catania. Bloccata anche l’entrata del Porto di Palermo. Una convergenza di lotte tra studenti e lavoratori si è registrata a Corigliano Rossano dove gli studenti delle scuole superiori sono scesi in corteo al fianco degli agricoltori sulla SS 106. Stessa cosa per Trebisacce, Cosenza, uno dei luoghi scelti per l’attuazione dei presidi dei Tir che stanno provocando disagi alla circolazione, dove gli studenti sono scesi in strada al fianco di autotrasportatori e agricoltori nelle loro proteste contro il caro carburante. Il governo prova a correre ai ripari convocando un tavolo per il 27 ottobre. Intanto in Calabria, Puglia e Basilicata manca già il carburante in diverse stazioni di servizio, dopo il blocco alla raffineria Eni di Taranto. Radio Onda d’Urto ha intervistato il giornalista e scrittore Pietro Comito, che segue da giorni le proteste in Calabria. Ascolta o scarica.
October 17, 2026
Radio Onda d`Urto
Naufragio di Cutro, processo d’appello rinviato all’11 novembre
Doveva essere l’udienza conclusiva del processo d’appello per il naufragio del caicco Summer Love, avvenuto il 26 febbraio 2023 davanti alle coste di Steccato di Cutro. Il 14 ottobre, la Corte d’Appello di Catanzaro ha invece rinviato il procedimento all’11 novembre. Davanti al tribunale, il Collettivo AltraMarea e il Comitato Oltre i Confini – Scafiste tutte hanno organizzato un presidio di solidarietà per i tre imputati, che si trovano in carcere da oltre tre anni. Durante l’udienza, Sami Fuat ha ribadito la propria innocenza: > «Io sono arrivato in Italia come migrante, ma sono stato arrestato. Non ci > sono prove contro di me: non ci sono fotografie, non ci sono video, non c’è > nulla che mi colleghi a queste accuse». La difesa ha contestato l’attendibilità delle testimonianze raccolte dopo il naufragio, richiamando le criticità legate all’impiego di interpreti improvvisati e le dichiarazioni di alcuni sopravvissuti che avrebbero denunciato pressioni da parte degli inquirenti. Il procuratore generale ha chiesto 12 anni di reclusione per Khalid Arslan e 17 anni ciascuno per Sami Fuat e Hasab Hussain, oltre a pesanti sanzioni pecuniarie. Nel comunicato diffuso dopo il presidio, AltraMarea e il Comitato Oltre i Confini contestano una narrazione che concentra l’attenzione sui presunti responsabili della traversata, lasciando sullo sfondo le politiche migratorie. «Chi sopravvive a un naufragio non diventa per questo automaticamente colpevole. Essere migranti non è un reato. Sopravvivere non è una prova di responsabilità», scrivono le due realtà. Per i promotori del presidio, la ricerca di giustizia per le 94 persone morte a Cutro deve accompagnarsi all’accertamento rigoroso delle responsabilità individuali, senza sacrificare le garanzie processuali. Notizie ACCUSATI DI SCAFISMO, CONDANNATI ALL’OBLIO Storie dimenticate di alcuni detenuti in Calabria 14 Ottobre 2026 Il comunicato richiama anche le responsabilità politiche di un sistema che restringe le possibilità di raggiungere l’Europa attraverso percorsi sicuri e legali, mentre affida sempre più spesso la gestione della mobilità umana a strumenti di controllo e repressione. La prossima udienza è fissata per l’11 novembre, quando il processo d’appello dovrebbe arrivare alla conclusione.
Autostrade bloccate e presidi: al sud la protesta di camion e trattori si allarga
Nella notte tra martedì e mercoledì, nel Foggiano, i tir sono rimasti dov’erano da domenica 11 ottobre: ai caselli di Poggio Imperiale e di Cerignola, sulla Statale 17 all’altezza di Lucera, nelle aree di servizio lungo la 16. Accanto a loro agricoltori con i loro trattori, olivicoltori, ambulanti e armatori, uniti contro il prezzo del gasolio, che dal 6 ottobre ha perso anche l’ultimo sconto fiscale e alla pompa viaggia intorno ai 2,25 euro al litro. La Capitanata è oggi il cuore di una mobilitazione nata a fine settembre tra Calabria e Sicilia, arrivata in Puglia, Basilicata e con i primi episodi in Campania, e che ha già toccato l’A14 e l’A2. Il momento più duro è stato lunedì, quando la Prefettura di Campobasso ha chiuso in via cautelativa l’A14 tra Termoli e Poggio Imperiale, con mezzi pesanti in sosta e materiali sulla carreggiata. Il tratto è stato riaperto all’ora di pranzo, ma il casello di Poggio Imperiale è ancora presidiato. A Brindisi un autoarticolato messo di traverso sulla tangenziale, all’altezza dello svincolo per Bozzano, ha fermato a intermittenza la circolazione anche dopo l’incontro tra una delegazione di camionisti e il prefetto Guido Aprea. «Lo Stato deve vedere che se si ferma il trasporto si ferma il mondo», ha evidenziato la portavoce Cinzia Turco, titolare di un’impresa di trasporti. In Calabria i trattori occupano da giorni lo svincolo di Falerna, nel Lametino, e l’accesso all’A2 dalla Statale 18. A Castrovillari una cinquantina di trattori e una ventina di camion sono fermi sullo snodo di contrada Bianchino. A inizio ottobre, a Pizzo, un uomo seduto sull’asfalto dello svincolo autostradale, in lacrime davanti alle forze dell’ordine, era diventato l’immagine di tutta la protesta. La stessa quantità di gasolio che prima costava circa millecinquecento euro oggi ne costa duemilacinquecento: mille euro in più ogni quattro giorni di lavoro, spiegano i camionisti brindisini, mentre in Sicilia gli autotrasportatori stimano perdite tra settecento e novecento euro al giorno per ogni mezzo. Le richieste vanno da un tetto al prezzo del gasolio riservato alla categoria a pedaggi più bassi, passando per i costi minimi di sicurezza per arrivare allo sblocco immediato dei crediti d’imposta. Gli agricoltori aggiungono concimi, energia e la concorrenza di prodotti importati da Paesi dove lavoro e controlli costano meno. Ridurre tutto al caro benzina, ha scritto il comitato nato tra Cassano, Castrovillari, Cerchiara e Firmo, significa «non aver capito nulla». Le risposte del governo sono ritenute insufficienti, perché il taglio delle accise è scaduto e il decreto annunciato sulle accise mobili in Gazzetta Ufficiale non si è mai visto. Le associazioni di categoria avevano chiesto un incontro urgente già il primo ottobre e Salvatore Bella, alla guida degli autotrasportatori siciliani, racconta di aver chiesto un incontro a Salvini e al viceministro Rixi senza ricevere risposta. Nel frattempo Eni ha applicato uno sconto del venti per cento anche al gasolio agricolo e per la pesca venduto all’ingrosso, fuori dalla rete dei distributori, lasciando però fuori i camionisti. Martedì undici sigle nazionali dell’autotrasporto hanno scritto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi denunciando che, tra Foggia e Brindisi, alcuni autisti che non aderivano alla protesta sarebbero stati costretti a entrare nelle aree di servizio e lì trattenuti da mezzi messi di traverso. Chiedono più forze dell’ordine sulle strade e una risposta entro ventiquattro ore, ma, nella stessa lettera, sono concordi nel definire esorbitante il costo del gasolio. E nel frattempo le proteste aumentano: oggi la CIA ha portato gli agricoltori davanti a Montecitorio, mentre dal 16 al 20 ottobre si fermeranno gli autotrasportatori siciliani, con i camion nei piazzali e i semirimorchi immobili nei porti, oltre a quelli calabresi, con blocchi parziali lungo la Statale 18. Dal 21 il Movimento Popolare Nazionale annuncia un’azione congiunta con il trasporto, il 22 tocca ai pescatori, il 27 si torna in piazza a Roma. Sullo sfondo c’è lo Stretto di Hormuz, dove il traffico petrolifero arranca da quando, a fine febbraio, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran e mentre il governo ragiona su accise, crediti d’imposta e possibili tavoli tecnici, nei piazzali di Brindisi e Foggia il ragionamento è molto semplice: le singole misure non bastano, serve un intervento strutturale per cambiare la situazione. The post Autostrade bloccate e presidi: al sud la protesta di camion e trattori si allarga appeared first on L'Indipendente.
October 14, 2026
L'INDIPENDENTE
Accusati di scafismo, condannati all’oblio
COMITATO OLTRE I CONFINI. SCAFIST3 TUTT3 1 Maysoon Majidi, Marjan Jamali, Amir Babai, Khalid Arslan 2: questi nomi sono balzati agli onori delle cronache nazionali per le vicende giudiziarie che li hanno visti accusati di scafismo 3 e detenuti nelle carceri calabresi in attesa del processo 4.  La loro notorietà è stata però effimera. Per un breve periodo, le loro storie hanno trovato spazio nell’informazione italiana, anche grazie alle numerose iniziative, manifestazioni ed eventi promossi da gruppi solidali per chiederne la liberazione, soprattutto nei territori calabresi, ma non solo. Eppure, non erano le uniche. E non lo sono tuttora. Prima e dopo di loro, centinaia di persone sono finite nelle carceri calabresi con l’accusa di scafismo. In pochi casi, hanno scontato soltanto la misura cautelare in attesa della conclusione del processo. Più spesso, le accuse si sono tradotte in condanne, diventate più pesanti negli ultimi anni con il Decreto Cutro.  Le pene si attestano mediamente tra i sei e gli otto anni, ma non mancano casi definiti “straordinari” in cui si arriva a 15, 18 o persino 20 anni di reclusione. Sono storie esemplari, nelle quali l’individuo diventa spesso un capro espiatorio su cui scaricare la responsabilità delle morti in mare, come nel caso di Gun Ufuk, condannato a 20 anni per la strage di Cutro 5. Una condanna che diventa anche un monito rivolto a chi si trova dall’altra parte del mare: «Non venite». Nella maggior parte dei casi, il passaggio dal barcone alla prigione è immediato. L’identificazione dei presunti scafisti avviene spesso già al momento dell’approdo, attraverso domande e interrogatori sommari rivolti alle persone presenti sull’imbarcazione.  Tra gli elementi raccolti figurano, per esempio, aver fatto da interprete tra persone che parlano lingue diverse, essere rimasti sul ponte durante il viaggio o aver distribuito cibo e acqua agli altri passeggeri. Per gli organi giudiziari, questi comportamenti possono costituire indizi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È così che molte di queste persone finiscono rapidamente nel dimenticatoio: diventano un trafiletto sui giornali locali – «Arrestati due scafisti a Reggio Calabria», «Condannato a 18 anni lo scafista della strage» – e scompaiono dalle cronache 6. Nel frattempo, trascorreranno almeno i successivi sei anni della loro vita dietro le sbarre, lontane dagli affetti e dalle relazioni, circondate da una lingua che non conoscono. Come Comitato Oltre i confini. Scafist3 tutt3, cerchiamo di monitorare quanto accade in Calabria e di offrire supporto a chi rimane intrappolato nelle maglie del sistema giudiziario, sia per una semplice accusa, che comporta comunque l’attesa del giudizio in carcere, sia in seguito a una condanna definitiva. Parliamo di capitani e capitane che arrivano sulle nostre coste. La Calabria è una terra di approdi e, a volte, anche di naufragi. Alcuni diventano tristemente noti, come nel caso della strage di Cutro; altri scivolano via silenziosamente, come il naufragio avvenuto il 17 giugno 2024 a 120 miglia dalla costa di Roccella Jonica, costato la vita a 56 persone.  Allo stesso modo, le vicende di chi conduce le imbarcazioni scompaiono dai radar mediatici e spesso anche da quelli della politica dal basso, complice la difficoltà di rintracciare le persone che finiscono in carcere con queste accuse. Come rete, cerchiamo innanzitutto di capire cosa accade sul nostro territorio, attraverso i contatti con chi svolge attività legale, chi si occupa di mediazione e chi lavora nelle carceri. Quando possibile, entriamo in contatto diretto con le persone accusate o condannate per scafismo, per esprimere solidarietà e offrire un supporto concreto. È così che veniamo a conoscenza delle loro storie e recuperiamo una memoria capace di sovvertire la narrazione dominante sugli scafisti, restituendo valore, prima di tutto, alle persone.  Sono storie che ci insegnano che non esistono scafisti buoni e scafisti cattivi, ma persone nate nella parte non privilegiata del mondo, costrette dalla chiusura dei confini a trovare un modo, anche pericoloso, per costruirsi una vita migliore o, più semplicemente, per vivere la vita che desiderano.  Qualcosa che anche noi calabresi abbiamo fatto a lungo nel secondo dopoguerra, seppure con modalità differenti e non necessariamente meno rischiose. Potremmo raccontarvi la storia di O., un giovane libico che si trova in carcere da un decennio, ha subito torture psicologiche durante la detenzione e oggi è rinchiuso da solo in una cella molto piccola, «a causa dei suoi problemi psichici».  Oppure quella di A., originario dell’Egitto, che ha bisogno di ausili ortopedici per potersi muovere e che, al nostro ultimo contatto, non aveva ancora ricevuto alcun sostegno di questo tipo in carcere.  C’è K., iraniano, ormai prossimo alla fine della pena, che ha un solo desiderio: ricongiungersi con la moglie e i figli. E c’è G., proveniente dalla Turchia, che dopo aver scontato la pena è stato trasferito direttamente nel CPR di Bari. Grazie al ricorso presentato dal suo avvocato, è riuscito a uscirne. Oggi è di nuovo libero, lavora e sta imparando l’italiano, in attesa che venga esaminata la sua richiesta di asilo. Queste sono le storie che conosciamo. Decine di persone che attraversano le nostre frontiere scompaiono senza lasciare traccia e non vengono identificate, se non quando la loro identità è ritenuta rilevante nel processo contro il presunto o la presunta scafista.  Per ogni persona di cui abbiamo raccontato la storia, ce ne sono decine di cui abbiamo perso le tracce, inghiottite – o, meglio, fatte sparire – nel vuoto burocratico che circonda chi cerca di migrare senza disporre delle risorse economiche necessarie o della possibilità di ottenere un visto. Ci sono, però, anche storie che finiscono diversamente. Recentemente, in Calabria, due giovani di nazionalità diverse sono stati assolti con formula piena dall’accusa di scafismo in primo grado.  Come tante persone prima di loro, potranno iniziare un percorso per ricostruirsi una vita e immaginare un futuro. Non sono stati risparmiati dalla detenzione preventiva, trascorsa tra l’approdo e il processo, ma almeno potranno evitare anni di ingiusta detenzione prima di una possibile assoluzione in appello, come accade frequentemente. Siamo consapevoli che il nostro lavoro rappresenta soltanto un tassello di un puzzle molto più grande. La maggior parte delle storie e delle vite ci sfugge, perché a molte persone è negata la possibilità di comunicare, chiedere aiuto e ricevere un supporto adeguato.  Oggi sappiamo che circa un quinto di tutte le persone accusate di scafismo si trova in Calabria: un numero molto più alto di quello che le storie qui raccontate riescono a restituire. Eppure, crediamo che ogni piccola goccia possa contribuire a produrre un cambiamento. Che da quella goccia si possa diventare prima marea, poi mareggiata e infine uragano, capace di abbattere i muri del silenzio e dell’indifferenza e di restituire voce e libertà a chi ne è statə privatə. 1. Il Comitato “Oltre i confini: scafiste tutte” è una rete di attivisti e solidarietà nata in Calabria nel marzo 2024 per denunciare la criminalizzazione indiscriminata delle persone migranti accusate ingiustamente di essere “scafisti” o trafficanti ↩︎ 2. Il 14 ottobre, davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro, si concluderà il processo a Khalid Arslan, Hasab Hussain e Sami Fuat, tre degli imputati per il naufragio della Summer Love, la strage di Cutro nella quale il 26 febbraio 2023 morirono 94 persone. Leggi l’articolo: Naufragio della Summer Love, presidio a Catanzaro per i tre imputati, Melting Pot (13 ottobre 2026) ↩︎ 3. Si legga: Capitani, criminalizzazioni e contronarrazioni – Progetto dal Mare al Carcere nel numero 1 della rivista Controfuoco ↩︎ 4. La costruzione politico-giuridica dello “scafista”, Melting Pot (marzo 2026) ↩︎ 5. “È uno scafista”: l’alibi securitario per la condanna, L’Espresso (31 marzo 2026) ↩︎ 6. Crocevia Mediterraneo: Scafisti o capitani? Melting Pot (luglio 2024) ↩︎
Calabria: «Il mare da dove nascono i miti»
Giuseppe Berto fra Veneto e Calabria. di Pierluigi Pedretti E appena oltre gli ulivi c’è il mare, e la prima cosa che viene in mente scorgendolo è che di là è passato Ulisse, forse appena passato. I mostri sacri del mito sono sempre lì, annidati nelle acque cupe. Giuseppe Berto Giuseppe Berto fu un irregolare, un inclassificabile, anticonformista e indipendente,
October 14, 2026
La Bottega del Barbieri
Naufragio della Summer Love, presidio a Catanzaro per i tre imputati
Mercoledì 14 ottobre, alle ore 9, il Collettivo L’AltraMarea sarà davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro per un presidio di solidarietà nei confronti di Khalid Arslan, Hasab Hussain e Sami Fuat, tre degli imputati nel processo per il naufragio della Summer Love, che giungerà a conclusione nella stessa giornata. Notizie NAUFRAGIO CUTRO, QUANDO IL SOPRAVVISSUTO DIVENTA IMPUTATO La vicenda giudiziaria di Khalid Arslan Redazione 10 Agosto 2026 La strage di Cutro del 26 febbraio 2023 causò la morte di 94 persone. A oltre tre anni da quella notte, il processo d’appello riporta al centro la vicenda dei tre imputati, condannati in primo grado per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e morte in conseguenza del favoreggiamento, ma assolti dall’accusa di naufragio colposo. Le difese hanno impugnato la sentenza. Con il presidio, L’AltraMarea vuole esprimere solidarietà ai tre uomini e richiamare l’attenzione sul contesto politico e sociale in cui è maturata quella traversata. «Non vogliamo che tre imputati diventino il capro espiatorio di un sistema che lascia le persone senza alternative sicure e poi affida al mare le conseguenze di questa assenza», scrivono gli organizzatori nell’appello. «Il Mediterraneo» – sottolinea il collettivo – «non è diventato una frontiera soltanto perché lo abbiamo chiamato così. È diventato una frontiera perché per migliaia di persone l’ingresso in Europa continua a essere affidato a viaggi pericolosi, a imbarcazioni inadatte e alla fortuna». «Le politiche europee continuano a processare chi si trova su una barca. Continuano stabilire responsabilità individuali. Ma non possono pensare di risolvere il problema delle morti nel Mediterraneo limitandosi a cercare, dopo ogni naufragio, un colpevole da portare davanti a un tribunale». La vicenda della Summer Love non può essere separata dalla progressiva restrizione delle possibilità di raggiungere l’Europa attraverso percorsi sicuri. Per chi fugge da guerre, persecuzioni e condizioni di vita insostenibili, l’assenza di alternative accessibili rende il mare una delle poche possibilità rimaste. «Quando una persona è costretta a scegliere tra il rischio del mare e l’assenza di una via sicura, non possiamo fermarci a domandare soltanto che cosa sia accaduto su quella barca», si legge nell’appello. «Dobbiamo avere il coraggio di chiederci anche quale mondo quella barca abbia incontrato, quali alternative fossero realmente disponibili e perché, ancora oggi, tante persone siano costrette ad affidare la propria vita a un viaggio così pericoloso». Una riflessione che riguarda il sistema europeo di controllo delle frontiere e la responsabilità politica di un modello che cerca di impedire le possibilità di movimento, mentre le persone continuano a cercare protezione. Il presidio di Catanzaro vuole quindi essere anche un momento per ricordare le persone morte a Cutro e impedire che la vicenda venga ridotta esclusivamente alla dimensione processuale. «Essere presenti davanti alla Corte significa anche ricordare che dietro un processo ci sono persone, vite e storie che meritano di essere ascoltate», scrive L’AltraMarea. L’appuntamento è per mercoledì 14 ottobre, alle ore 9, davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro. «Per non lasciare soli Khalid Arslan, Hasab Hussain e Sami Fuat. Perché nessuno diventi il capro espiatorio di una tragedia più grande di lui e perché la ricerca della giustizia non perda mai di vista l’umanità».
Calabria. Il crollo dell’olio e la guerra dei trattori
Chi guida la protesta agricola in Calabria, chi paga la crisi — e dove possiamo stare noi La Calabria blocca le strade Questo documento costituisce una suggestione sviluppata nel corso di una presenza materiale sui presidi di lotta; non ha alcuna pretesa di analisi approfondita, né intende giungere a conclusioni […] L'articolo Calabria. Il crollo dell’olio e la guerra dei trattori su Contropiano.
October 6, 2026
Contropiano
Catanzaro. L’accanimento repressivo sui fragili
Ci risiamo! Dopo l’episodio di alcuni mesi fa, nella nostra città l’ennesimo caso di marginalità sociale viene presentato come situazione di degrado e insicurezza.  La realtà che sta dietro a questa narrazione è ben altra! Sbattere le fragilità sociali in prima pagina per giustificare l’utilizzo di un intero impianto repressivo, non […] L'articolo Catanzaro. L’accanimento repressivo sui fragili su Contropiano.
September 26, 2026
Contropiano