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La Val di Susa sotto assedio. Ordinanza vieta il campeggio in tutti i comuni
La Val di Susa si è risvegliata sotto assedio. Ieri i blindati e le forze dell’ordine hanno invaso San Giuliano e Traduerivi in concomitanza con l’inizio del “Campeggio della Piana” che si sarebbe dovuto tenere sui terreni espropriati da Telt e in base ad una ordinanza prefettizia hanno istituito una […] L'articolo La Val di Susa sotto assedio. Ordinanza vieta il campeggio in tutti i comuni su Contropiano.
July 31, 2026
Contropiano
Tra resistenza e repressione: la cronaca del corteo NO TAV raccontata da dentro
BUSSOLENO, VAL DI SUSA – Sono tornata alla mia casa, ai grandi alberi che mi accolgono al cancello, agli sguardi amorevoli delle creature che fanno parte della mia vita. Sono tornata dopo giorni in cui è stato bello ritrovare e ritrovarsi. L‘Alta Felicità non è solo lo slogan di un Festival: è la porta che ti riconduce in mezzo alle cose, nel cuore di una collettività attiva e fraterna. Giorni di assemblee, libri, dibattiti, concerti, ma soprattutto incontri: vecchie compagne e compagni che fedelmente ritornano, ma soprattutto giovani, adolescenti che, per la prima volta, sono venuti a vedere, a sentire, a documentarsi. Alta felicità di quanti, contro le sabbie mobili dell’interiorizzazione della sconfitta, riscoprono sogni e possibilità nel senso collettivo della lotta. E puntualmente, contro tutto ciò, Questura e Prefettura assediano il territorio con blocchi stradali non solo sulle statali, ma sulle strade comunali, divieti d’accesso, proibizione di vendere bevande e cibi in vetro e in scatola estesi ai Comuni di mezza Valle. Il controllo militare parte dalla stazione Torino-Porta Nuova, dove i passeggeri della linea Torino – Bardonecchia vengono identificati, fotografati e perquisiti. All’ingresso di Susa c’è folla: sui teli stesi nel piazzale si svuotano gli zaini: indumenti, libri, casseruole, borselli, tutto l’armamentario dei campeggiatori vengono attentamente vagliati da occhiuti censori. Ma, nonostante il clima pesantemente intimidatorio, ormai da dieci anni il Festival dell’Alta Felicità prende il volo, con il suo fitto programma e la gioiosa accampata di tende e cucine, sui prati che, in quel 2005 lontano ma mai dimenticato, furono luogo di lotta e riconquista. Il momento più atteso è come sempre il sabato. Nelle prime ore del pomeriggio parte la manifestazione verso i cantieri del TAV. Quest’anno la marcia si divide su più fronti: le mete si sono moltiplicate perché si sono moltiplicati i cantieri. Il Festival dell’Alta Felicità a Venaus Salbertrand, Traduerivi-San Giuliano, San Didero, la Clarea…A San Didero la statale è bloccata, ma il corteo arriva in treno, scendendo alla stazione di Bruzolo. Pochi passi sull’asfalto, poi si imbocca un viottolo tra i campi verso il nuovo autoporto in fase di ultimazione, opera congiunta di SITAF (la società autostradale) e TELT (la società del TAV). I lacrimogeni partono immediatamente. Il cordone dei poliziotti avanza a tenaglia, calpestando spietatamente il campo di granoturco che i manifestanti hanno rispettato. Reti, lacrimogeni a volontà, qualche fuoco d’artificio che si perde nella vampa incandescente del solleone. Si ritorna alla stazione di Bruzolo. Tutto sembra ormai concluso, non resta che aspettare il treno del rientro.  Ma ecco spuntare DIGOS e poliziotti che occupano la stazione e circondano i presenti.  I treni pendolari sono bloccati per ore, mentre circolano i treni ad Alta Velocità: il TGV francese all’andata e al ritorno da Torino, nonché la Freccia Rossa diretta in Francia. Nei pressi della stazione rallentano; attraverso i finestrini si può scorgere l’interno quasi completamente vuoto. La situazione si sblocca dopo ore, con l’identificazione fotografica di tutti i presenti. Sui sentieri della Clarea le persone sono migliaia. Il cantiere – il primo, il più devastante – si raggiunge attraverso le vie dei boschi. È sempre un colpo al cuore arrivare in vista della voragine che un tempo fu il grande castagneto di alberi centenari e l’abitato dei Mulini di Clarea e che ora è un ammasso di soprelevate, reti, rottami.  Ma  barriere, cancelli. mezzi militari posti a blindare la “Grande Opera ad interesse strategico” questa volta non servono a fermare la rabbia composta e lucida di un popolo stanco di subire. Oggi in quel fortino intasato di mezzi militari e presidiato da truppe in assetto antisommossa, in quel coacervo di ferro, cemento, prefabbricati, ruspe, trivelle, telecamere, torri-faro spiccano gli scheletri anneriti e le grandi scritte della rivolta liberatrice. Un particolare tra tutti, il più simbolico: quello che fu il salone pubblicitario , voluto e intitolato al defunto architetto Mario Virano, il maggior sostenitore del TAV e del modello di vita ad esso sotteso, nonché commissario straordinario per la costruzione della linea ad Alta Velocità Torino-Lyon e direttore generale di TELT, la società italo-francese per la realizazione del tunnel transfrontaliero.  Una costruzione di metallo e vetro che si apre su una grande balconata panoramica, sorta nel punto finale e più alto, dal quale il cantiere è visibile in tutta la sua estensione. La struttura, progettata per diventare il centro nevralgico di un presunto “turismo di cantiere”, sala conferenze, punto informativo di accoglienza per scolaresche e comitive, è diventato per noi il simbolo transgenico del futuro innaturale e disumano che minaccia non solo la nostra Valle, ma l’intero Pianeta. Ora l’edificio scintillante di vetrate e cromature è diventato uno scheletro annerito e non può se non gioirne chi ricorda il paesaggio di un tempo, i prati di narcisi, le piccole vigne di Avanà, la “via dei pellegrini” fiorita di biancospino, che attraversava la foresta popolata di abitazioni mesolitiche sottoroccia per proseguire verso la Francia, sulla strada dei luoghi sacri, verso Santiago di Compostela. Intorno alla Valle che continua a resistere ed al Movimento che rivendica, “senza se e senza ma”, l’azione liberatrice contro il cantiere, è partita ora la “caccia alle streghe”, l’indignazione dei sepolcri imbiancati di sempre. Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni visita i cantieri della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione Gli esponenti del Governo più che mai sordo ai bisogni dei territori ed ostile alle ragioni della lotta si precipitano in cantiere per dare solidarietà al sistema devastatore ed ai suoi servi schiocchi, promettendo l’inferno ai NO TAV ribelli. Quanto al Parlamento italiano ed alle istituzioni ad ogni livello, il “partito trasversale degli affari” ha ritrovato la propria compattezza nella condanna ad un popolo che resiste e che ha deciso di difendersi concretamente. Ma se i potenti ci sono nemici, la solidarietà degli oppressi è un grande abbraccio che ci giunge da ogni parte. Con noi sono le vittime delle “fabbriche della morte”, i malati che non riescono a curarsi per i tagli alla sanità pubblica, gli sfrattati, i pendolari vittime dello smantellamento dei trasporti pubblici, chi per non morire di fame deve ricorrere alle mense per poveri, i popoli che resistono contro guerre e genocidi. E ci sorride la madre terra con tutte le sue forme di vita. Il nostro abbraccio solidale va ai giovani compagni fermati e incarcerati che sentiamo  parte viva di noi.  È più che mai per amore che la nostra lotta continua. The post Tra resistenza e repressione: la cronaca del corteo NO TAV raccontata da dentro appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 30, 2026
L'INDIPENDENTE
NO TAV: PREFETTO VIETA IL CAMPEGGIO LIBERO NELLA PIANA DI SUSA, MASSICCIO DISPIEGAMENTO DI POLIZIA
Val di Susa: poco prima del montaggio del campeggio di lotta No Tav in programma nei prossimi giorni (Radio Onda d’Urto ne ha parlato qui), un massiccio dispiegamento di polizia si è presentato in tutti i punti che saranno interessati dall’iniziativa nella piana di Susa: San Giuliano, Traduerivi e farmacia viva. Per legittimare l’intervento, in massa, delle forze di polizia, il Prefetto di Torino ha emesso ieri – senza nemmeno un minimo di preavviso – un’ordinanza che vieta il campeggio libero a partire dalla mezzanotte di oggi. Di fatto si tratta di un divieto per il campeggio di lotta No Tav. Attivisti e attiviste, comunque, si sono organizzati per spostare il campeggio a Venaus. Gli aggiornamenti con un compagno dalla Val di Susa. Ascolta o scarica.
July 30, 2026
Radio Onda d`Urto
Val Susa, violenza strutturale e violenza contro le cose
CI SONO PUNTI DI VISTA CHE NON ANDREBBERO MAI DIMENTICATI QUANDO SI PARLA DELLA VAL SUSA. AD ESEMPIO CHE LA VIOLENZA NON HA ORIGINE DALLA CONTESTAZIONE, MA DAL SISTEMA SOCIOECONOMICO DOMINANTE CHE CONSIDERA LE MONTAGNE RISORSE SFRUTTABILI NEL GIOCO DELLA COMPETIZIONE/GUERRA ECONOMICA. CHE LA LOTTA DEL MOVIMENTO NO TAV, COME QUELLA DI ALTRI MOVIMENTI, DIMOSTRA QUANTO OGGI SIANO NECESSARIE SIA LE FORME DI LOTTA LEGALI CHE QUELLE NON LEGALI, ANCHE SE NON PER CIÒ ILLEGITTIME, DATA LA VIOLENZA STRUTTURALE. E ANCORA: CHE L’EVENTUALE RICORSO ALLA VIOLENZA VERSO LE COSE DEVE ESSERE ACCOMPAGNATA DA UN INCREMENTO DI RESPONSABILITÀ E DI PENSIERO, “PERCHÉ OGNI VIOLENZA CHE NON SIA SINCERA E TRASPARENTE NELL’ARGOMENTARE E NEL FONDARE LE RAGIONI DELLA PROPRIA LEGITTIMITÀ – SCRIVE FRANCESCO ZEVIO – È PER CIÒ STESSO ILLEGITTIMA, PRIMA ANCORA CHE ILLEGALE…” 24 luglio 2026. Un momento del concerto degli Assalti frontali al Festival Alta felicità. Foto di Luca Perino (qui il servizio completo) -------------------------------------------------------------------------------- I recenti fatti di Val Susa offrono l’occasione per ricordare due ordini di cose. Il primo è innanzitutto rivolto all’esterno, ovvero a quella parte di popolazione che “subisce” le notizie riguardanti questi fatti senza averne una conoscenza personale e di prima mano, senza aver disposto della possibilità di considerare autonomamente e criticamente la storia (oltre trentennale) della contestazione al cantiere per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Il secondo ordine di cose si rivolge innanzitutto a quanti, per un motivo o per l’altro, hanno una maggiore cognizione del progetto di cui sopra e, più in generale, una qualche forma di partecipazione a questo o ad altri movimenti contestatari. Nulla di originale: ma penso valga la pena ricordare, anche solo fare il punto, circa ovvietà che restano essenziali. Primo ordine di cose. Lo Stato, e più in generale i gruppi d’interesse che pesano maggiormente nel definire il tenore della propaganda (in termini etimologici: “cose che vanno fatte circolare”, notizie che per la loro pervasività definiscono il tono e la cornice in cui sarà tenuto a muoversi il discorso pubblico) mediatica, tendono a presentare la violenza contestataria come origine prima della violenza stessa. Nel nostro caso, parliamo della violenza che ha portato a due camionette in fiamme, al ferimento di agenti di polizia e a danni a qualche tratto di cantiere. Questa violenza contestataria viene posta sotto i riflettori per legittimare la violenza repressiva, nonché le politiche di rafforzamento degli aspetti repressivi (decreti sicurezza e simili) dello Stato. La narrazione può riassumersi così: la violenza ha origine nella contestazione e deriva da essa, a questa violenza lo Stato è tenuto a rispondere con la violenza repressiva, nonché a premunirsi per via legislativa accrescendo le proprie capacità repressive. Questa narrazione ignora, volutamente, un’altra realtà: ovvero che la violenza non ha la sua origine nella contestazione, bensì nello stato di cose dovuto all’ordine del sistema socioeconomico in vigore. Questa realtà è ben chiara a quanti conoscano meglio la storia di questo cantiere [https://www.controsservatoriovalsusa.org/tracce-no-tav/home] in particolare e, in generale, la storia del connubio fra entità statali ed entità economiche le quali, attraverso la pianificazione territoriale e il monopolio istituzionale della definizione delle opere d’interesse generale, portano a quella che Ivan Illich definì “guerra alla sussistenza”. Una guerra – una violenza – perpetrata nei confronti di quei gruppi, di quelle culture decise a vivere una relazione col territorio che non sia quella canonica del sistema imperante, la quale considera una montagna, ogni centimetro di suolo e ogni goccia d’acqua, ogni cellula animale o vegetale in quanto risorsa sfruttabile nel gioco della competizione/guerra economica mondiale. La pax œconomica liberale – ricordava appunto Illich, lettore di Karl Polanyi – è maschera di questa guerra alla sussistenza: cioè violenza sistemica verso qualsiasi tentativo di fare comunità a partire da forme di vita e da rapporti col territorio che tendano a sottrarsi all’ortodossia consumistico-produttivista la quale, pur presentandosi come neutra e sottratta a qualsiasi cornice metafisica, risponde a un imperativo che può ben considerarsi tale: ogni cosa è potenzialmente sfruttabile, ogni cosa divenuta sfruttabile deve essere sfruttata. Contrariamente a quanto viene propagandato, la violenza contestataria si manifesta come reazione alla violenza sistemica di un ordine socioeconomico – il nostro – fondato su questo imperativo. Secondo ordine di cose, piuttosto un memento ad uso “interno”. Il problema non sono i Black Bloc, proprio come non lo sono quanti decidono di manifestare pacificamente. Il problema non sono quanti disarmano un bulldozer o rovesciano recinzioni e jersey o tranciano concertina per ostacolare materialmente l’avanzamento di un cantiere e dimostrarne la meravigliosa vulnerabilità a un’azione risoluta e organizzata, proprio come non lo sono quanti prendono le vie dei ricorsi legali, delle petizioni, delle vie istituzionali. Il problema da porsi – qui e altrove, a monte e a valle di qualsiasi evento o azione – mi sembra traducibile in questi termini: ciò che facciamo, come e nei modi in cui intendiamo farlo, giova o nuoce alla nostra causa? Se non credo possa darsi una risposta univoca e recisa a questa domanda, tuttavia penso si possano desumere alcuni elementi di risposta suddividendola in tre ordini di domande più precise e circoscritte. Primo: come è stato percepito (a valle) l’evento da quanti vi hanno partecipato? ha rafforzato la risoluzione dei partecipanti a ritrovarsi e andare avanti, o ha contribuito a creare frustrazione e a diminuirne la motivazione? (da cui l’importanza di riunioni e riscontri a caldo fra tutte le componenti che hanno partecipato alla concretizzazione dell’evento). Secondo: come possiamo immaginare (a monte) che questo evento sarà percepito dai nostri simpatizzanti non direttamente coinvolti nell’evento o nella contestazione? il tipo d’azione e il modo d’azione contribuiranno ad aumentare questa simpatia, magari ad approfondirla, o non rischiano piuttosto di alienarcela? Terzo: come possiamo aspettarci che ciò che faremo sia narrato, strumentalizzato e rigiratoci contro dai nostri antagonisti? come possiamo immaginare che risponderà l’opinione pubblica ignara della nostra lotta, quali saranno i vantaggi che i nostri antagonisti possono sperare raccogliere dalla nostra azione? quale sarà l’entità della repressione e quali sono le nostre forze? Il problema mi sembra consistere in questo groviglio di considerazioni (non esaustive). Ed è un problema che non può essere sciolto da una soluzione, ma solo dalla risoluzione a un costante lavoro pratico e di pensiero che ci permetta di organizzare le forze per agire nel senso del futuro che desideriamo e di prepararci in seguito a reagire a quanto resta d’imprevedibile nelle conseguenze della nostra azione. In ogni caso, non credo ci sia possibile compiere passi in avanti se non ricorrendo a una pluralità di strategie. Sono necessarie tanto le vie legali messe (ancora) a nostra disposizione dallo stato di diritto, quanto quelle non legali – anche se non per ciò illegittime, data la violenza strutturale evocata sopra – del disarmo. Ma quando forme di ricorso alla violenza – come quella verso le cose e la proprietà – vengono integrate in chiave contestataria, essa deve essere assunta. E ciò che di essa deve essere assunto sono prima di tutto le sue implicazioni: la visione politica che sottende, l’ordine e i rapporti socioeconomici che intende indebolire o smantellare, la società e il mondo che delinea. Ad ogni incremento di violenza, insomma, deve corrispondere un incremento di responsabilità e di pensiero – perché ogni violenza che non sia sincera e trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità è per ciò stesso illegittima, prima (e peggio) ancora che illegale. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE C’eravamo, ci siamo e ci saremo. Sempre [Notav.info] Cosa si può ancora fare? [Chiara Sasso] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Val Susa, violenza strutturale e violenza contro le cose proviene da Comune-info.
July 29, 2026
Comune-info
NO TAV: NONOSTANTE LA REPRESSIONE DAL 30 LUGLIO AL 2 AGOSTO TORNANO LE TENDE ALLA PIANA DI SUSA
Restano in carcere i due giovani tedeschi fermati dopo la grande manifestazione in Valle di Susa a seguito delle proteste e del Festival di lotta No Tav svoltosi nel weekend. Tremila persone sono state raggiunge da identificazioni di massa e ondate di Daspo e altre misure durante la permanenza nella Valle che resiste. Ma la mobilitazione non si ferma. Dal 30 luglio al 2 agosto, nei terreni espropriati della piana di Susa, le tende torneranno in valle per quattro giorni di lotta e autogestione, scambi e discussioni collettive. Ne parliamo con un compagno tra gli organizzatori del campeggio Ascolta o scarica  Di seguito il comunicato TENERE IL PUNTO. Sul campeggio di lotta di questo fine settimana. Dal 30 luglio al 2 agosto, nei terreni espropriati della piana di Susa, le tende torneranno in valle per quattro giorni di lotta e autogestione, scambi e discussioni collettive. In un momento come questo, dopo l’importante giornata di lotta del 25 luglio, in una settimana in cui il mondo della politica e dell’opinionismo alza gli scudi a difesa del TAV e dei militari che la difendono, stiamo assistendo a uno spettacolo per quanto eccezionale, estremamente chiaro e normale. Una giornata di lotta da un lato, un tentativo di delegittimazione di chi resiste dall’altro. Questo è quello che accade da 30 anni in val di Susa, e non solo. Questo è quello che accade ogni qual volta il monopolio della violenza dello Stato viene, per un pomeriggio o un’intera nottata, messo in discussione. Non crediamo che in momenti come questi, siamo noi a dover aver paura…ma neanche pensiamo che un fatto vale l’altro. Un giusto equilibrio pensiamo sia importante da mantenere per guardare con coraggio e lucidità alle prossime settimane. Per tenere il punto. Vogliamo affrontare il campeggio di questo fine settimana come una delle tante iniziative di lotta che possiamo portare avanti, ma sappiamo che nulla è semplice, ma neanche impossibile. Facciamo appello alla solidarietà e invitiamo a tenere alta l’attenzione sulle prossime giornate. Giovedi 30, dalle 10 di mattina, invitiamo tutte e tutti a supportare il montaggio del campeggio nel presidio di Traduerivi. Non lasciamo nessuno solo di fronte la vigliaccheria dello Stato, chi devasta sono gli operai di Telt e la polizia. Con il pensiero rivolto ai due compagni tedeschi nel carcere delle Vallette, fermati dopo la manifestazione del 25 luglio, diamo inizio alla settimana di lotta nella Piana di Susa. Tutte le info su franalapiana.org.
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto