Un posto dove giocare

Comune-info - Friday, June 12, 2026

La storia di due porte da calcio rimosse da un parco e approdate al Tiburtino III racconta molto più di una vicenda di quartiere. Parla di spazio pubblico, infanzia, sport popolare e del diritto dei bambini a giocare senza essere schiacciati dalla burocrazia o dalla logica della prestazione. In fondo, dietro quelle porte, c’è un’idea semplice e radicale: una città educa anche quando lascia spazio a un pallone

Finalmente iniziano i mondiali di calcio maschili? No. L’interesse per questa edizione è stato già ampiamente limitato negli ultimi mesi e non certo per l’esclusione, l’ennesima, dell’Italia Finalmente è stato trovato un posto (e che posto!) per le porte che erano state sistemate inizialmente nel parco di Carlo Felice dalla scuola calcio dell’Esquilino Football Club.

Dal parco erano state rapidamente rimosse perché non erano state richieste le autorizzazioni necessarie a sistemarle lì e qualche cittadino “preoccupato” dal fatto che i bambini le stessero effettivamente usando e che effettivamente ci stessero giocando, disturbato forse dall’ormai inusuale rumore, dall’inusuale confusione che tanto “fastidio” arreca alla cittadinanza “per bene”, che vuole “dormire” sonni tranquilli, si era lamentato invitando l’amministrazione a farle rimuovere.

Si poteva forse ragionare sul “senso” di quell’azione e sul risultato prima di toglierle: bambini che nuovamente si ritrovano al parco per giocare a pallone in un paese che ha per decenni, certo, in un’altra era dal punto di vista democratico, fatto dello spazio pubblico il luogo per antonomasia dell’incontro e della formazione motoria, libera e autogestita.

Considerate le riflessioni che in queste settimane hanno occupato le pagine dei giornali, a ridosso dell’inaugurazione dell’ennesima edizione dei mondiali di calcio maschili alla quale non parteciperemo, si poteva forse immaginare una soluzione diversa, ma la preoccupazione rispetto alla legittimità dell’operazione ha prevalso.

Via le porte.

Si poteva forse aprire un tavolo tecnico e verificare insieme alla cittadinanza, all’associazione degli amici del parco, d’accordo con l’Esquilino FC sulla “operazione porte da calcio”, come procedere. Invece si è preferito la strada più breve e veloce. Rimuoverle. La meno coraggiosa, confessiamocelo.

E così, oltre al danno, togliere ai bambini del territorio uno spazio finalmente impreziosito da porte “vere” con cui giocare a pallone come si faceva una volta, per strada, si poteva unire la beffa di vedere abbandonate quelle porte chissà dove.

Ma grazie a una bellissima collaborazione tra il circolo dell’Arci Concetto Marchesi di Tiburtino III, l’Osteria Scuppiata Itinerante Anticapitalista, grazie alle moltissime realtà sociali e culturali che si sono unite e hanno collaborato alla riuscita dell’iniziativa, dalla Borgata Gordiani, all’Atletico San Lorenzo, al Kung-Fu della Luna e la tartaruga dell’Esquilino, dalla Capoeira del Kilombo Urbano, dalla Ciclofficina di Centocelle, allo Yoga Riot, allo Skatebord di Beat SB, le porte hanno trovato una seconda casa al Tiburtino III.

Anche il Tiburtino non è più la borgata dove Vittorio De Seta andò a girare lo sceneggiato televisivo “Diario di un maestro”, all’inizio degli anni Settanta. Quel pullulare di bambini e bambine che scorrazzano nelle immagini dello sceneggiato per le strade del quartiere tra prati e campi sterrati inseguiti dal loro maestro, un vago ricordo.

Nel film il calcio non ha molto spazio, ma le scene in cui Bruno D’Angelo, interpretato da Bruno Cirino, trasposizione cinematografica di Albino Bernardini, figura quasi mitologica della pedagogia democratica nel nostro paese, prova a capire le ragioni dell’emarginazione e dell’insuccesso scolastico dei ragazzi che gli erano toccati, nella classe differenziale alla quale lo avevano assegnato, ancora oggi emozionanti.

Tra caccia alle lucertole, fionde per colpire barattoli abbandonati per la strada, gare di motorini, il maestro Bernardini-D’Angelo segue i suoi ragazzi un po’ ovunque, entra nelle loro baracche, fa lezione in mezzo ai campi e accompagna Remo fino al mercato di Piazza Ungheria ai Parioli. Lì impara che il suo alunno invece di frequentare la scuola vende le teste d’aglio per 100 lire alle ricche borghesi.

Lo sceneggiato mostra come quella del maestro sia un’esperienza di vera e propria “osservazione partecipante”, che fin dai primi giorni di scuola lo mette in condizione di riflettere sulle difficoltà immediate di quei ragazzi che difficilmente potevano essere preoccupati dalla storia del Risorgimento o della Prima guerra mondiale e avevano bisogno di un insegnamento diverso.

Emblematica la scena in cui discute proprio del senso oppressivo della scuola con il direttore che lo viene a trovare nella sua classe e rimane quasi scioccato dal fatto che la predella della cattedra si sia trasformata in una libreria dove ora i ragazzi possono sistemare i loro lavori. Ecco, le riprese interne invece furono girate nelle aulee dell’allora Scuola statale d’arte, oggi Liceo artistico Enzo Rossi di via del Frantoio, proprio a due passi dal circolo dell’Arci dove sono state sistemate le porte.

In qualche modo ci piace pensare che tra quell’esperienza e l’arrivo delle porte al Tiburtino III si sia stabilita una connessione pedagogica e anche politica. La seconda edizione dei “Giochi tiburtini” patrocinata dal comitato romano della Uisp è stata infatti organizzata proprio per informare il quartiere del fatto che un campetto da calcio è ora a disposizione e augurarsi che quegli spazi un tempo così ricchi di umanità si possano riempire di nuovo.  

Anche per correre appresso a un pallone: nel campo ora riqualificato e liberamente accessibile al territorio dove campeggiano le porte che secondo l’amministrazione non potevano rimanere nel Parco di Carlo Felice dove erano state sistemate dai genitori dell’Esquilino FC.

La speranza è che moltiplicando l’esistenza di luoghi come questi, si possa contendere all’approccio competitivo nel quale sono immersi i bambini, oggi egemonico, il loro interesse per il gioco.

La speranza è che organizzando iniziative che si ispirino a un modo diverso di concepire l’attività fisica, lo sport, il gioco, sia possibile per loro fare esperienze più ricche e positive di quanto non avvenga oggi, impegnati come sono in campionati, tornei, partite in cui il desiderio di vittoria, portato ai suoi massimi eccessi, stritola e compire quello del divertimento più spensierato. Peggio. Il divertimento è diventato la vittoria. E se non si ottiene quella si torna tristi e abbattuti a casa come dopo una sconfitta nella finale di champions league.

Come il maestro D’Angelo prova a smontare il sistema oppressivo della scuola autoritaria degli anni Settanta e a segnalare riprendendo una vecchia espressione di Bruno Ciari, che è proprio la scuola a creare il disadattamento dei bambini, così oggi è in corso una partita difficilissima tra chi vorrebbe sottrare il calcio agli interessi economici che lo hanno trasformato in un business e i protagonisti di questa trasformazione violenta e ingiusta.

Quando i genitori di Esquilino FC, durante le giornate delle vacanze di Natale, si diedero appuntamento per fissare le porte al campetto di Carlo Felice a questo pensavano, questo avevano in mente.

Se l’amministrazione nonostante le ripetute sollecitazioni, nonostante il numero enorme di attività promosse in quello spazio, nonostante l’urgenza, non raccoglieva la proposta di ragionare su una ridefinizione di quello spazio di terra, perché potesse ospitare con modalità più “strutturate” il calcio, allora ci avrebbe pensato l’Esquilino FC acquistando con le quote dei soci delle porte e sistemandole nel parco perché i bambini e le bambine del quartiere potessero usarle liberamente.

E funzionava.

Perché i bambini e le bambine del quartiere hanno subito “preso la palla al balzo” e sfruttato la presenza delle porte per ricominciare a giocare liberamente.

Per fortuna, alla fine, alla maggioranza della cittadinanza, ai media che si interessarono alla storia, ad alcuni volenterosi genitori dell’Esquilino FC che cominciarono a scriverne e parlane, sembrò un grande errore.

Per fortuna, per una volta la reazione, se non indignata, sicuramente di incomprensione prevalse e dopo alcune giornate di intesi scambi telefonici con rappresentanti delle istituzioni ci si accordò perché dopo la rimozione delle porte a Carlo Felice si aprisse un ragionamento sulla ridefinizione dell’area, da anni sempre rinviato a data da destinarsi.

Ora un tavolo tecnico si è aperto con l’obiettivo di definire un progetto di collaborazione anche a Carlo Felice ma intanto sapere che quelle bellissime porte non sono state perse e acquistate inutilmente e invece si trovano al Tiburtino III e a disposizione di quel territorio, riempie di orgoglio chi ama il calcio popolare e inclusivo, di chi crede ancora che non ci possa essere emancipazione senza educazione.

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