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La crisi climatica rischia di destabilizzare l’economia e colpire famiglie, imprese e finanze pubbliche
Il recente ciclone Harry che ha colpito con particolare violenza le coste della Sicilia, della Calabria e della Sardegna, mettendo a segno danni rilevanti, ha riproposto ancora una volta le annose questioni relative alla  gestione del territorio e, soprattutto, al consumo di suolo. La crisi climatica, che rende questi eventi sempre più frequenti e intensi, dovrebbe essere in cima ai pensieri delle amministrazioni ad ogni livello istituzionale. Eventi estremi che si ripetono con sempre maggiore frequenza e intensità e che, oltre a fare vittime e a compromettere il territorio, rappresentano anche un rischio in grado di destabilizzare l’economia e colpire famiglie, imprese e finanze pubbliche. Il WWF ha lanciato di recente il nuovo report “Affrontare il divario nella copertura assicurativa: fare leva su clima e natura per aumentare la resilienza” (“Tackling the Insurance Protection Gap: leveraging climate and nature to increase resilience”) che, concentrandosi sulle economie più avanzate, analizza come crisi climatica e perdita di natura stiano minando il sistema assicurativo globale e propone soluzioni politiche per rafforzare la resilienza e garantire che le società rimangano assicurabili. Come confermato anche dal recente report della compagnia di riassicurazioni svizzera Munich Re, il 2025 si aggiunge alla lista, sempre più lunga, degli anni in cui le perdite assicurate per catastrofi naturali hanno superato la soglia dei 100 miliardi di dollari, con oltre la metà delle perdite non coperta.  Mentre molte analisi identificano già la crisi climatica come il principale fattore ambientale all’origine dell’aumento dei premi assicurativi e dell’ampliamento del divario di protezione, il report WWF mostra come la perdita di natura sia una forza spesso trascurata ma potente, che amplifica i rischi della crisi climatica. Gli eventi meteorologici estremi, infatti, sono sempre più frequenti e gravi e gli ecosistemi degradati non riescono più a mitigarne gli impatti, rafforzando un ciclo distruttivo che si autoalimenta. Ad esempio, il rischio di un’alluvione su larga scala può aumentare fino al 700% in aree colpite da deforestazione. Il risultato è una crescita delle perdite economiche: nel 2023 i disastri hanno causato costi stimati in 2,3 mille miliardi (trillion) di dollari (circa il 2% del PIL globale), considerando anche i costi indiretti e quelli sugli ecosistemi.   Poiché gli assicuratori reagiscono aumentando i premi, limitando la copertura o ritirandosi dalle aree ad alto rischio, sempre più persone e imprese rimangono esposte. Negli USA si stima in 64 miliardi di dollari l’anno (2021-2024), nell’UE in 59 miliardi di euro (2021-2023). Nei Paesi in via di sviluppo supera il 90%.  “La rapidissima evoluzione del settore assicurativo, ha sottolineato Alessandra Prampolini, Direttrice generale del WWF Italia, è la prova più lampante di quanto si stia trasformando il nostro pianeta. Il cambiamento climatico e la distruzione delle difese naturali stanno gradualmente rendendo intere regioni non assicurabili, lasciando milioni di persone esposte a impatti climatici sempre più gravi. Non si tratta solo di una questione ambientale, ma di una profonda sfida sociale, economica e fiscale. Il taglio netto delle emissioni climalteranti e la tutela e il ripristino di ecosistemi come foreste, mangrovie e zone umide sono fondamentali per ridurre l’impatto devastante di questi eventi estremi e devono quindi essere al centro delle strategie globali”.  In Italia, tra il 1980 e il 2023, i danni complessivi provocati da eventi climatici estremi hanno superato i 135 miliardi di euro, posizionando il nostro Paese come il secondo in Europa per perdite economiche legate al clima. Tuttavia, il divario di protezione assicurativa è tra i più alti in Europa: solo il 20% delle perdite da eventi estremi è coperto da polizze, mentre l’80% resta a carico di famiglie, imprese e Stato. Anche il settore turistico è sotto pressione: i premi assicurativi per le strutture ricettive sono aumentati del 10-15% negli ultimi cinque anni, a causa di alluvioni, ondate di calore e altri eventi estremi che colpiscono sempre più spesso le destinazioni turistiche. Dal 2025 è entrato in vigore l’obbligo per le imprese di stipulare polizze contro rischi catastrofali, ma il sistema presenta criticità: non è collegato a misure preventive e l’adesione è ancora bassa.   Il rapporto analizza la questione al di là dell’assicurazione sulla proprietà, dimostrando come i rischi climatici e naturali stiano causando perdite anche nella spesa pubblica, nei settori della sanità, dell’agricoltura, della responsabilità civile, dell’interruzione dell’attività e delle infrastrutture, aumentando i costi sanitari, riducendo la produttività, aumentando i prezzi dei prodotti alimentari e lasciando senza copertura assicurativa le interruzioni della catena di approvvigionamento. Dal report del WWF – realizzato con un gruppo consultivo formato da rappresentanti dell’industria assicurativa, accademici e un regolatore assicurativo – emerge la necessità di una strategia integrata per ridurre il rischio di disastri e aumentare la resilienza, intervenendo sulla riduzione delle cause e valorizzando le capacità del settore assicurativo. Il WWF chiede ai governi e alle autorità di regolamentazione finanziaria di concentrarsi sulla valorizzazione della natura e delle nature based solutions nelle valutazioni dei rischi, sull’integrazione degli ecosistemi nella pianificazione dell’adattamento e della ripresa, sull’allineamento della regolamentazione assicurativa con gli incentivi alla riduzione dei rischi e sull’accelerazione delle azioni per azzerare le emissioni e arrestare la perdita di natura.   Qui per approfondire: https://www.wwf.it/pandanews/societa/crisi-climatica-e-di-natura-causano-perdite-miliardarie/.  Giovanni Caprio
January 28, 2026
Pressenza
CLIMA: AL VIA LA COP30 IN BRASILE. LULA: “INFLIGGIAMO UN’ALTRA SCONFITTA AI NEGAZIONISTI”
Al via a Belem, in Brasile, i lavori della trentesima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima. A inaugurare la Cop30 è il discorso del presidente brasiliano Lula da Silva: “controllano gli algoritmi, seminano odio, diffondono paura, attaccano le istituzioni, la scienza e le università. È il momento di infliggere una nuova sconfitta ai negazionisti”, ha dichiarato Lula con riferimento a coloro che negano l’esistenza della crisi climatica. Nel suo discorso inaugurale Lula ha lanciato anche altri messaggi significativi, in particolare agli assenti illustri, tra i quali Trump, Netanyahu e Meloni: “se quanti fanno la guerra fossero qui a questa Cop, si renderebbero conto che è molto più economico investire 1,3 miliardi per porre fine al problema climatico piuttosto che spendere 2,7 trilioni di dollari per fare la guerra”. Riguardo alla sede scelta per la conferenza, il presidente brasiliano ha spiegato che “portare la Cop nel cuore dell’Amazzonia è stato un compito arduo, ma necessario: l’Amazzonia non è un’entità astratta. Chi vede la foresta solo dall’alto non sa cosa succede alla sua ombra. Il bioma più diversificato della terra è la casa di oltre 50 milioni di persone”. Infine, la proposta: “per andare avanti è necessaria una governance globale più solida, in grado di garantire che le parole si traducano in azioni. Creare un Consiglio per il clima, collegato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è un modo per dare a questa sfida l’importanza politica che merita”. Sulle frequenze di Radio Onda d’Urto la corrispondenza e il commento di Ferdinando Cotugno, giornalista inviato alla Cop30 di Belem, in Brasile, per il quotidiano “Domani”. Ascolta o scarica.
November 10, 2025
Radio Onda d`Urto
Germaica oggi. Il vento che non si ferma
L’uragano Melissa travolge la Giamaica con venti fino a 300 chilometri orari. Tra devastazione, paura e solidarietà, il pianeta sembra gridare nella stessa lingua. Le immagini arrivano dalla Giamaica, oggi. Si sovrappongono, sembrano tutte uguali: case scoperchiate, alberi piegati dal vento, strade sommerse dal fango. Qualche volta facciamo confusione, non ricordiamo più né dove né quando. Oggi è la Giamaica in stato d’allerta, oggi è il suo turno. Indifferentemente potrebbe essere la Florida, New Orleans, le Filippine, la Libia, Rigopiano, Sarno. Oppure, addirittura, potrebbe essere il fiume che passa accanto alla nostra casa a ribellarsi. Un elenco che potrebbe essere infinito. Nessuno può ritenersi al sicuro. Il pianeta sembra ripetere lo stesso grido, in lingue diverse. La Giamaica è un’isola dei Caraibi grande poco più della Sicilia, distesa nel cuore del mare tra Cuba e Haiti. Tre milioni di abitanti, colline di foresta tropicale, piantagioni di canna da zucchero e caffè, coste che si affacciano su un mare di un azzurro quasi irreale. Nella memoria collettiva è Bob Marley, il ritmo del reggae, le spiagge, il turismo che rappresenta quasi un terzo dell’economia nazionale. Ma dietro quell’immagine luminosa ci sono comunità che vivono di pesca, agricoltura e lavori stagionali, spesso in condizioni precarie, in un Paese dove la povertà resta diffusa e la natura, un tempo madre generosa, è diventata sempre più imprevedibile. Ed è proprio questa isola, apparentemente sospesa tra sogno e mare, a essere ora travolta dalla furia dell’uragano Melissa. Un ciclone di categoria 5 che ha raggiunto venti fino a trecento chilometri orari, con onde alte oltre sei metri e piogge torrenziali destinate a proseguire per ore. Le autorità giamaicane hanno dichiarato lo stato d’emergenza e disposto evacuazioni di massa lungo le coste. Secondo i dati disponibili al momento della pubblicazione, si contano tre vittime accertate in Giamaica e almeno sette complessive in tutta l’area caraibica, includendo Haiti e la Repubblica Dominicana. Migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Le abitazioni di lamiera, comuni nelle periferie urbane e nei piccoli villaggi interni, sono state le prime a cedere sotto la forza del vento. In molte zone l’elettricità è interrotta, le comunicazioni difficili, i soccorsi lenti a raggiungere le aree più isolate. Eppure, anche in mezzo alla paura, la solidarietà non si ferma. Le famiglie si aiutano una vicenda, i centri comunitari si trasformano in rifugi, i volontari distribuiscono cibo e acqua potabile. Dalle radio locali si ascoltano voci calme che invitano a mantenere la speranza: “Ricostruiremo, lo facciamo sempre”, ricostruiremo, come sempre. Ogni tempesta come questa racconta una verità più grande: la crisi climatica non è un’ipotesi, è una realtà. Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, la regione dei Caraibi sta sperimentando un aumento medio delle temperature oceaniche di oltre un grado rispetto ai livelli preindustriali, e questo incremento favorisce gli uragani sempre più violenti e imprevedibili. Dietro le statistiche ci sono persone, pescatori che perdono le barche, agricoltori che vedono i raccolti distruttivi, famiglie che ricominciano da zero ogni volta. Sono i nuovi profughi climatici, costretti a lasciare le proprie case non per scelta, ma per sopravvivere. In questo scenario, il lavoro degli attivisti ambientali acquista un significato ancora più profondo. Da anni ci avvertono, ci chiedono di fermarci un momento, di ascoltare. Greta Thunberg è solo un esempio, per la sua giovane età e la forza con cui ha saputo scuotere un’intera generazione. Ma dietro di lei, e accanto a lei, ci sono stati e ci saranno grandissimi guerrieri in questo campo: scienziati, giornalisti, educatori, contadini, uomini e donne che da decenni combattono contro l’indifferenza, spesso nel silenzio. A tutti loro dovremmo riconoscere rispetto e gratitudine, perché non cercano consenso ma coscienza. Ci ricordano che dietro ogni disastro c’è un segnale, e che non basta guardare le immagini: bisogna imparare a soffermarsi, ad ascoltare davvero ciò che vogliono comunicarci. Ogni volta che un uragano colpisce, si misura la distanza tra chi può permettersi di ricostruire e chi no, e si misura la fragilità di un sistema che ha dimenticato la propria interdipendenza. Ma soprattutto, bisognerebbe contare le vite umane spezzate senza avere nessuna colpa, perché è da lì che si comprende la reale entità di una catastrofe. Non nei numeri, ma nelle assenze che lascia dietro di sé. Mentre queste righe vengono scritte, Melissa continua la sua corsa sull’isola. Non sappiamo ancora quale sarà l’entità dei danni, ma sappiamo che, come sempre, saranno i più fragili a pagare il prezzo più alto. Eppure, anche in mezzo al disastro, restano mani, voci, gesti di aiuto che raccontano un’altra parte dell’umanità: quella che non si arrende, che resiste, che ricostruisce. Perché ogni volta che un uragano passa, il vero vento che dovrebbe restare è quello della consapevolezza. Lucia Montanaro
October 28, 2025
Pressenza