Tag - dati

Chi protegge i nostri pagamenti?
Nel breve lasso di tempo tra la strisciata di una carta di credito – oggi, più frequentemente, un tap – e l’approvazione di ogni pagamento, che si tratti di un caffè o di un’automobile, accadono molte cose, tutte piuttosto complesse. In un istante le informazioni viaggiano tra il POS, la […] L'articolo Chi protegge i nostri pagamenti? su Contropiano.
October 16, 2026
Contropiano
Cannabis, la via olandese alla legalizzazione: i primi dati mostrano che normare funziona
Per mezzo secolo l’Olanda è stata l’esempio per la gestione degli stupefacenti, e cannabis in particolare, che tutti citavano e quasi nessuno aveva capito. Nei coffeeshop la vendita al dettaglio era tollerata, non legale: la polizia non interveniva, ma coltivare e rifornire quei negozi restava un reato. Il risultato era un paradosso che gli olandesi chiamavano “il problema della porta di servizio”: davanti si vendeva alla luce del sole, dietro la merce arrivava anche dalla criminalità organizzata. Solo dal 2025 quella porta è stata parzialmente chiusa, con dieci comuni in cui coltivatori autorizzati riforniscono legalmente i distributori, dando vita alla prima filiera della cannabis interamente legale in Europa. Il 9 settembre il governo dell’Aja ha consegnato al Parlamento i primi dati di analisi del progetto in uno studio coordinato dal WODC, il centro di ricerca del ministero della Giustizia, e condotto da tre istituti indipendenti; confronta i dieci comuni dell’esperimento con altri dieci rimasti sotto il vecchio regime, coprendo il periodo che va dal 7 aprile 2025, avvio della fase sperimentale, al primo trimestre del 2026. I risultati smentiscono con precisione le previsioni di chi da anni annuncia catastrofi. Il numero di clienti dei coffeeshop e la frequenza delle visite non sono cambiati. Sul consumo non emerge alcuna differenza rispetto ai comuni di controllo: né nella frequenza d’uso, né nei giorni di consumo al mese, né nella quantità giornaliera. Nulla di rilevante nemmeno su salute percepita e consumo problematico. Sulla vivibilità dei quartieri attorno ai negozi, residenti e lavoratori assegnano un voto medio tra 7,6 e 7,8, in linea con la rilevazione precedente e con la media nazionale. Nel frattempo l’assortimento si è ampliato e il prezzo medio della cannabis è sceso più che nei comuni di confronto. Quel che è cambiato, insomma, è il lato dell’offerta: più scelta, prezzi più bassi e una catena interamente tracciata dalla serra allo scaffale. Non è un caso isolato. A poche centinaia di chilometri, la Svizzera ha scelto una strada diversa ma con la stessa filosofia: prima i dati, poi la legge. Sette progetti pilota autorizzati dall’Ufficio federale della sanità pubblica distribuiscono cannabis controllata a partecipanti iscritti, in farmacia o in punti dedicati. Lo studio Weed Care di Basilea, avviato nel 2023 su circa 370 persone divise per sorteggio fra accesso legale e approvvigionamento illegale, è stato il primo a essere pubblicato su una rivista scientifica internazionale: chi comprava legalmente ha mostrato un calo significativo del consumo problematico, senza aumenti nelle quantità. A Zurigo il progetto Züri Can, partito con oltre 2mila partecipanti, è stato prorogato fino al 2028; secondo le autorità cittadine ha sottratto al mercato nero circa 7,5 milioni di franchi. Nel 2025 la commissione sanità del Consiglio nazionale ha approvato la bozza di una legge federale per regolamentare produzione e vendita. Allargando lo sguardo, il quadro trova nuove conferme. Il Canada ha legalizzato nel 2018, primo Paese del G7, ed è oggi il laboratorio più grande al mondo. L’indagine nazionale del governo federale mostra che nel 2024 il 72% dei consumatori si riforniva da fonti legali, contro il 37% del 2019, mentre chi comprava da fonti illegali era sceso al 3% dal 16%. Nello stesso periodo il consumo fra i sedici-diciannovenni è rimasto stabile, la quota di consumatori quotidiani non si è mossa dal 2018 e chi dichiara di mettersi alla guida dopo aver fumato è passato dal 27% al 18%. Negli Stati Uniti, dove oltre venti Stati hanno regolamentato il mercato, l’indagine federale sul consumo di sostanze pubblicata quest’estate registra l’8,7% di uso annuale fra i dodici e i diciassette anni: nel 2011, prima della prima legalizzazione statale, era il 14,2%. Quattro contesti diversi, con regole diverse, restituiscono lo stesso esito. Regolamentare non ha aumentato il consumo e non ha peggiorato la sicurezza dei quartieri. Ha invece tolto ossigeno al mercato nero, reso i prodotti tracciabili e spostato una quota crescente di denaro dai criminali allo Stato, oltre ad aver permesso un fisiologico calo dei reati inerenti gli stupefacenti, permettendo alle forze dell’ordine di concentrarsi di più su altri crimini. Restano problemi da affrontare, come la difficoltà di far scendere i prezzi legali sotto quelli del mercato nero, ad esempio. Ma sono i problemi di chi governa un mercato dopo averlo fatto emergere da sotto il tappeto, non di chi finge che non esista.   The post Cannabis, la via olandese alla legalizzazione: i primi dati mostrano che normare funziona appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 14, 2026
L'INDIPENDENTE
CONTINUA IL DEFINANZIAMENTO DELLA SANITÀ PUBBLICA, L’ITALIA ULTIMA DEL G7 PER SPESA. INTERVISTA AL PRESIDENTE DI MEDICINA DEMOCRATICA
Salute pubblica in svendita. Grazie ai dati diffusi dalla Fondazione Gimbe emerge come in Italia la spesa sanitaria pubblica pro-capite – cioè quanti soldi lo stato mette per ospedali e salute pubblica – è scesa al 6,2% del Pil contro una media europea del 7,1%, in calo rispetto al 6,3% del 2024 e nettamente inferiore alla media OCSE. L’Italia inoltre è ultima nel G7 per spesa sanitaria in rapporto al Pil. “Una svendita che va avanti da oltre 15 anni“, sottolinea Marco Caldiroli, presidente di Medicina Democratica ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Le politiche di governo in Italia hanno strutturalmente indebolito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale: nel solo 2025 sono 5,8 i milioni di italiani rinunciano a curarsi. Il commento di Marco Caldiroli, presidente di Medicina Democratica. Ascolta o scarica.
September 3, 2026
Radio Onda d`Urto
“Mai parlare di Palantir”: il problema  per l’Onu
Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite sta finalizzando il rinnovo quinquennale del suo contratto con la società statunitense di programmi per l’analisi dati Palantir, nonostante le “importanti preoccupazioni sulla riservatezza” sollevate da un’analisi interno del 2025 trapelato. L’analisi, visionata da PassBlue e FRANCE 24, rivela i timori dell’ONU riguardo […] L'articolo “Mai parlare di Palantir”: il problema  per l’Onu su Contropiano.
August 16, 2026
Contropiano
Accordo tra Europol e Israele per scambio di dati sensibili. Da abolire
Non è certo un mistero che Israele sia da diversi decenni uno dei partner privilegiati dell’Unione europea. Il problema è che continua ad esserlo nonostante i procedimenti della giustizia internazionale per il genocidio dei palestinesi. Un ulteriore problema è che non lo è solo sul piano economico e militare, ma […] L'articolo Accordo tra Europol e Israele per scambio di dati sensibili. Da abolire su Contropiano.
August 6, 2026
Contropiano
Suno ha scaricato brani da YouTube e Deezer per addestrare l'AI
Suno non ha mai voluto dire cosa c’è nei propri dataset di addestramento. Adesso lo sappiamo, non perché lo ha rivelato lei, ma perché un hacker ha rubato il codice sorgente dell’azienda e lo ha condiviso con 404 Media, link qui. I file mostrano istruzioni di scraping per estrarre audio da YouTube Music, Deezer, Genius, Pond5, Jamendo, Freesound e l’International Music Score Library Project. Un file relativo a YouTube Music indica che Suno aveva consumato 2.013.545 clip da YouTube Music al momento dell’ultimo aggiornamento. Suno ha anche cercato di scaricare circa un milione di ore di podcast tramite PodcastIndex. Tutto per addestrare il suo modello AI. "I modelli AI di Suno sono stati addestrati su file musicali disponibili pubblicamente e metadati correlati accessibili su siti web di terze parti nell’Internet aperto". ha detto un portavoce di Suno. Ma disponibili pubblicamente e accessibili non significa scaricabili legalmente per l’addestramento AI. YouTube, Deezer e Genius hanno termini di servizio che vietano lo scraping. Suno dice che è fair use. La RIAA dice che è violazione del copyright. I tribunali decideranno. Notizia qui
Il Parlamento Europeo approva il “Chat Control” e apre la strada alla sorveglianza di massa
La UE sta sdoganando la sorveglianza di massa, strumento molto utile per una classe dominante in crisi in tempi in cui l’unica promessa che è sicura di mantenere verso i popoli che governa è quella di cacciarli in un’escalation bellica senza fine. Ma nel voto appena avvenuto a Strasburgo ci […] L'articolo Il Parlamento Europeo approva il “Chat Control” e apre la strada alla sorveglianza di massa su Contropiano.
July 12, 2026
Contropiano
Quando i dati spariscono: l’opacità dell’editoria sotto la lente degli strumenti open
Un’analisi pubblicata nel 2025 sulla diminuzione della copertura dei metadati di affiliazione nell’infrastruttura aperta OpenAlex, basata su oltre 13 milioni di articoli pubblicati da grandi editori commerciali tra il 2018 e il 2025, conclude che il fenomeno è “probabilmente” dovuto al fatto che alcuni editori non hanno fornito a Crossref metadati di affiliazione sufficienti e vengono citati esplicitamente editori come Elsevier e Springer Nature. Tradotto: non basta dire che “mancano i dati”; bisogna ammettere che spesso qualcuno ha scelto di non depositarli in modo completo. Il problema, allora, non è semplicemente che “OpenAlex ha buchi”. Il problema è che una parte rilevante dell’ecosistema editoriale internazionale continua a beneficiare dell’uso pubblico dei risultati della ricerca senza restituire al pubblico metadati completi, aggiornati e interoperabili. E quando gli strumenti aperti fanno emergere questa carenza, il bersaglio polemico diventa il tool che la mostra, non l’attore che la produce. È il solito gioco: privatizzare il controllo dell’informazione e socializzare i costi dell’opacità. Se oggi si prova a costruire una lettura critica della comunicazione scientifica usando infrastrutture aperte, ci si imbatte subito in due strumenti interessanti: Journal Trends e Author Trends di cui si parla anche in un recente articolo su Nature. Il primo è un tool che visualizza, per una rivista, l’andamento delle pubblicazioni nel tempo, le distribuzioni per paese, istituzione e autore, e aggiunge segnali di integrità come i flag del Problematic Paper Screener (PPS) e lo stato di indicizzazione o delisting in Scopus. Il secondo fa qualcosa di analogo sul versante dei singoli ricercatori: mostra statistiche di pubblicazione anno per anno, citazioni, collaborazioni, geografia, temi, retractions e altri segnali di rischio, sempre a partire da dati aperti (OpenAlex). Entrambi si presentano, correttamente, come strumenti di visualizzazione e analisi costruiti su dati aperti, non come oracoli infallibili. Ed è proprio qui che comincia il problema vero. Perché quando questi strumenti mostrano buchi, coperture incomplete o metadati mancanti, la reazione più comune è sempre la stessa: “vedete? gli strumenti aperti non sono affidabili”. Il punto, però, non è solo che il dato manca. Il punto è capire perché manca. Su questo la letteratura recente è molto meno indulgente di quanto non siano molti commentatori. Un’analisi pubblicata nel 2025 sulla diminuzione della copertura dei metadati di affiliazione in OpenAlex, basata su oltre 13 milioni di articoli pubblicati da grandi editori commerciali tra il 2018 e il 2025, conclude che il fenomeno è “probabilmente” dovuto al fatto che alcuni editori non hanno fornito a Crossref metadati di affiliazione sufficienti, pur segnalando anche possibili problemi tecnici nella transizione a una nuova versione di OpenAlex. Nel testo vengono citati esplicitamente editori come Elsevier e Springer Nature. Dunque: non solo limiti dell’infrastruttura aperta, ma anche — e in modo rilevante — limiti nella condivisione a monte dei metadati da parte degli editori. Questo punto è essenziale, perché ribalta una narrazione diventata quasi automatica. Gli editori raccolgono informazioni sulle affiliazioni, sugli autori, sui finanziamenti, sulle versioni, sui DOI e sugli apparati editoriali nei loro flussi di submission e produzione. Eppure, quando si tratta di restituire queste informazioni in forma aperta, interoperabile e riutilizzabile, la completezza evapora. Non sempre, certo. Non allo stesso modo per tutti. Ma abbastanza spesso da produrre effetti strutturali sui sistemi che poi quei metadati dovrebbero usare per il monitoraggio, la valutazione e l’analisi. Uno studio del 2026 su PLOS One osserva che è ampiamente noto come molti editori rendano disponibili alcuni metadati ma non altri, e mostra che editori che usano lo stesso sistema di submission possono avere livelli di completezza molto diversi: segno che il problema non è soltanto tecnologico e che “sono in gioco anche altre considerazioni”. Tradotto: non basta dire che “mancano i dati”; bisogna ammettere che spesso qualcuno ha scelto di non depositarli in modo completo. A rendere il quadro ancora più istruttivo è la posizione di Crossref* stessa. Nella documentazione ufficiale, Crossref ricorda ai propri membri che far parte della comunità significa condividere i metadati con il mondo della ricerca, che i record devono essere mantenuti “clean, complete and up-to-date”, che è possibile correggere omissioni o errori e che non ci sono costi per aggiornare i metadati dopo la registrazione iniziale (basta volerlo). Raccomanda inoltre di depositare metadati ricchi e di completare anche i record retrospettivi. Insomma: la scusa dell’inevitabilità tecnica regge poco. Se i metadati mancano, non è perché il sistema aperto non li vuole; molto spesso è perché chi controlla i contenuti non li ha depositati, non li ha aggiornati o non li ha resi disponibili in forma adeguata. La stessa documentazione di OpenAlex è sorprendentemente esplicita. Quando un’istituzione non trova le proprie pubblicazioni correttamente collegate, OpenAlex indica tra le cause più comuni il fatto che i metadati di affiliazione nel record dell’opera siano inaccurati o incompleti, e suggerisce di farlo presente all’editore, che potrebbe dover aggiornare i record registrati presso un’agenzia DOI come Crossref. È un’ammissione importante: il problema dei metadati mancanti non nasce nel momento in cui OpenAlex li usa, ma in quello in cui la filiera editoriale li deposita male, parzialmente o non li deposita affatto. A questo punto diventa più chiaro anche il valore reale di Journal Trends e Author Trends. Non sono interessanti soltanto perché producono grafici eleganti o aggiungono segnali di integrità. Sono interessanti perché rendono visibile il non detto. Journal Trends mostra che una rivista può avere una quantità significativa di articoli per cui i dati geografici sono assenti, e proprio per questo ha introdotto una categoria “unknown” per evitare che il grafico simuli una copertura completa che non esiste. Author Trends, dal canto suo, visualizza per i ricercatori non solo citazioni e collaborazioni, ma anche retractions, segnali provenienti dal Problematic Paper Screener e pubblicazioni in riviste dismesse da Scopus, presentandosi come un tool beta che dipende dai dati di OpenAlex e che mette in guardia sugli errori di attribuzione dei profili. In entrambi i casi il merito non è l’illusione della perfezione, ma la trasparenza sull’imperfezione. Ed è proprio questa trasparenza a risultare scomoda. Perché per anni il sistema della valutazione ha tollerato, e spesso interiorizzato, l’idea che i database commerciali fossero una sorta di natura fatta sistema: opachi, costosi, poco contestabili, ma considerati affidabili per definizione. Le infrastrutture aperte come OpenAlex spezzano questo automatismo non perché siano magicamente prive di problemi, ma perché espongono i problemi alla vista. Uno studio del 2024 su otto banche dati accademiche aperte rileva che i database di terza parte, tra cui OpenAlex, hanno in generale più metadati e una maggiore completezza rispetto ai motori accademici, ma soffrono anche di perdite di informazione dovute all’integrazione di fonti diverse. Questo non è un argomento contro l’open; è un argomento contro la favola secondo cui si possa fare valutazione seria ignorando come i dati vengono prodotti, depositati e trasformati. Il problema, allora, non è semplicemente che “OpenAlex ha buchi”. Il problema è che una parte rilevante dell’ecosistema editoriale internazionale continua a beneficiare dell’uso pubblico dei risultati della ricerca senza restituire al pubblico metadati completi, aggiornati e interoperabili. E quando gli strumenti aperti fanno emergere questa carenza, il bersaglio polemico diventa il tool che la mostra, non l’attore che la produce. È il solito gioco: privatizzare il controllo dell’informazione e socializzare i costi dell’opacità. Bisognerebbe dirlo con chiarezza: l’assenza di metadati non è una fatalità naturale del mondo aperto; è spesso il prodotto di una scelta, di una trascuratezza o di una gerarchia di interessi dentro la filiera editoriale. Journal Trends e Author Trends non risolvono questo problema. Ma hanno almeno il merito di renderlo finalmente visibile. E in un sistema abituato a chiamare “qualità” ciò che in realtà è solo opacità ben confezionata, non è poco * Crossref è un’infrastruttura no‑profit che raccoglie e collega i metadati delle pubblicazioni scientifiche e assegna i DOI per renderle identificabili, citabili e interoperabili
July 3, 2026
ROARS
La sicurezza dei dati nasce dalla progettazione del software
“Privacy by design e by default devono diventare il nuovo standard nello sviluppo dei software gestionali per il settore sanitario”. Roma, 1 luglio 2026 – La trasformazione digitale della sanità impone un cambio di paradigma anche nella tutela dei dati personali. La protezione delle informazioni sanitarie non può più essere considerata un semplice adempimento burocratico, ma rappresenta un elemento essenziale della qualità del servizio, della fiducia tra paziente e professionista e della sicurezza dell’intero sistema sanitario. È questo il messaggio lanciato da AssoSoftware, l’associazione italiana produttori software,alla luce della crescente centralità della cybersecurity e della protezione dei dati nel settore sanitario. “Oggi i dati sanitari costituiscono uno degli asset più delicati da proteggere. Cartelle cliniche, referti, immagini diagnostiche, dati biometrici e informazioni amministrative raccontano la storia più intima delle persone. Proteggerli significa tutelare non solo un diritto fondamentale, ma anche garantire la continuità e la qualità delle cure”, scrive l’associazione in una nota. Secondo AssoSoftware, il percorso verso una sanità realmente digitale passa inevitabilmente anche attraverso una diversa concezione del software. La sicurezza non può essere aggiunta alla fine del processo di sviluppo, ma deve essere prevista fin dalla progettazione delle applicazioni che ogni giorno gestiscono milioni di dati sanitari. “Le software house – prosegue AssoSoftware – non possono più limitarsi a fornire strumenti tecnologicamente efficienti. Devono progettare soluzioni che incorporino fin dall’origine i principi di privacy by design e privacy by default, mettendo a disposizione dei professionisti sanitari sistemi capaci di garantire autenticazione sicura, gestione dei profili di accesso, tracciabilità delle operazioni, backup affidabili e configurazioni orientate alla protezione dei dati. La sicurezza dei dati nasce dalla progettazione del software: è lì che si costruisce la fiducia degli utenti e si rafforza la resilienza dell’intero sistema sanitario”. In questo contesto assume particolare rilievo il Codice di Condotta per il trattamento dei dati personali effettuato dalle imprese di sviluppo e produzione di software gestionale, promosso da AssoSoftware e approvato dal Garante per la protezione dei dati personali. «Il Codice rappresenta un importante passo avanti perché introduce un modello concreto di responsabilità e trasparenza. Non si limita ad affermare principi, ma accompagna le imprese nello sviluppo di prodotti sempre più sicuri e conformi alla normativa europea, offrendo al mercato un riferimento qualificato e verificabile. È un’opportunità per le aziende del software e, allo stesso tempo, una garanzia per professionisti, strutture sanitarie e cittadini». Per AssoSoftware la sfida riguarda l’intero ecosistema della sanità digitale. “La tecnologia, da sola, non basta. Servono organizzazioni consapevoli, professionisti formati e fornitori affidabili. La tutela dei dati personali deve diventare un elemento strutturale della qualità dei servizi sanitari. Solo così sarà possibile accompagnare l’evoluzione verso una sanità sempre più digitale, innovativa e sicura, nella quale proteggere le informazioni del paziente significa proteggere anche la sua salute e la fiducia riposta nel sistema di cura”. da AssoSoftware Redazione Italia
July 1, 2026
Pressenza
IL PARADOSSO DEI DATA CENTER IN ITALIA: COLOSSI ENERGIVORI IN UNA TERRA IN PIENA CRISI ENERGETICA.
In piena crisi energetica, è arrivata in Italia la corsa all’oro dei data center. Da una parte ci sono investimenti miliardari legati all’intelligenza artificiale e ai suoi server, dall’altra la preoccupazione di chi abita e lavora in territori dove ora si vorrebbero costruire grandi hub per la raccolta dati. Già contestati negli Stati Uniti, i data center sono altamente energivori e hanno bisogno di un elevato consumo di acqua per il raffreddamento delle macchine. In un tempo di crisi energetica, di blackout localizzati e rincari nelle bollette, l’Italia di Giorgia Meloni vuole diventare l’hub digitale del Mediterraneo. Una rete infrastrutturale su cui si gioca una nuova partita che riguarda lo sfruttamento, il consumo di suolo, lo sperpero idrico e lo (scarso) impatto per quanto riguarda i posti di lavoro. I data center tendono a essere localizzati in territori dove c’è maggiore richiesta: è il caso della Lombardia, dove si concentrano ad oggi i maggiori progetti realizzativi dei data center. Secondo le stime, sul territorio si concentrano 67 dei 168 impianti censiti in Italia nel 2024. E, come sottolinea la giornalista freelance Rita Cantalino, intervistata da Radio Onda d’Urto sul tema: “le richieste di connessione alla rete di alta tensione presentate a Terna hanno raggiunto quasi i 40 GW nella sola Lombardia: circa la metà degli 80 GW richiesti a livello nazionale”. E’ proprio la Lombardia ad aver approvato, martedì 26 maggio 2026, il progetto di legge che dovrebbe regolamentare l’apertura di nuovi data center per la Regione. Sulla carta la legge servirebbe per disincentivare i colossi a realizzare gli hub per la raccolta dati in territori “vergini”, come campi agricoli o aree verdi. La costruzione dei data center in terreni vergini non è stata però vietata: sono aumentati gli oneri di costruzione, del 100% in più rispetto ad oggi nelle aree agricole e il 200% in più nei parchi. Briciole per i giganti economici dei servizi cloud e AI. Dal mondo agricolo alle associazioni, fino ai privati cittadini e ai sindacati, però, sono molte le proteste in Lombardia. Ne abbiamo parlato con Rita Cantalino, giornalista freelance che si occupa di ambiente e diritti umani. Ascolta o scarica.
June 1, 2026
Radio Onda d`Urto