Allarme per l’unità della Repubblica
Il voto referendario sulla magistratura ha detto con forza e chiarezza che la
Costituzione non si tocca e non
si deve toccare, a difesa dei diritti di libertà e sociali, e ha sostanzialmente
cancellato dall’agenda politica il
premierato.
Giovani e Mezzogiorno, con il loro voto, hanno sconfitto Giorgia Meloni. Con
questo voto
referendario si sono cancellate due deforme della Costituzione.
Tuttavia siamo allarmati. E vogliamo trasmettere il nostro allarme.
C’è un’insidia che continua a minacciare il nostro Paese, l’Autonomia
Differenziata; il ministro leghista
Calderoli lavora in silenzio, ma con determinazione, portandola avanti: troppi –
distratti – la considerano archiviata con la sentenza 192/2024 della Corte
Costituzionale.
La Consulta, ponendo dei paletti, certamente ha modificato la drammaticità della
situazione precedente; però il Governo deliberatamente li ignora, e così – con
le pre-Intese con quattro Regioni del Nord e con il ddl Calderoli sui LEP,
attualmente in Senato – l’Autonomia differenziata ha ripreso il cammino; che va,
invece, bloccato.
Passo dopo passo, nell’indifferenza generale, si va avanti, assegnando diritti a
chi già ne ha e – di conseguenza – negandoli a chi ne ha già pochi.
Basta leggere anche solo superficialmente le parole del presidente della regione
Lombardia, Attilio Fontana, uno dei potenziali beneficiari delle regalie di
questa de-forma costituzionale, che istituzionalizza le diseguaglianze: “Bisogna
trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese,
in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […].
L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la
forma dello Stato in senso
federale.” Ecco, come – con poche, ma inequivocabili parole – si dà voce a
quello che il razzismo nostrano
pensa da tempo, forse da sempre: che esista una parte “sana” (e quindi una
malata) nel Paese. Come liberarsi
di questa “palla al piede” che è il Meridione è presto detto: il federalismo
secessionista consentirà alle regioni
del Nord di unirsi alla “locomotiva europea”, per proteggere la propria
industria, “per esempio a cominciare
dall’automotive”.
In linea di continuità con tali, sconcertanti affermazioni, il quotidiano
“Libero”, il 24 marzo
titolava l’esito referendario in modo inequivocabile: “Il no sfonda soprattutto
tra i ceti improduttivi del
Meridione e i giovani pro Pal”. Inefficienti e pure improduttivi, dunque.
Ma non basta. Sulla scorta del “modello” (per modo di dire) di Roma Capitale,
che impone un’ulteriore
modifica della Carta, quella dell’art. 114, sponsorizzato convintamente dal
sindaco Gualtieri, il sindaco Sala a
Milano e a Venezia il segretario del PD, Martella, coadiuvato dall’ex presidente
della Regione, Zaia,
caldeggiano proposte analoghe. Ogni potentato locale rivendica più potere; ma
non è la scissione dell’atomo,
è la secessione dei ricchi: è la frammentazione progressiva delle istituzioni
per spartirsi la torta del potere. E
l’unità della Repubblica? E l’uguaglianza dei diritti di tutti/e i/le cittadini,
ovunque risiedano? E il
Mezzogiorno?
In un mondo sconvolto dalle guerre e in un Paese segnato dalle diseguaglianze
queste parole e questi
provvedimenti significano una sola cosa: vadano avanti i potenti e i ricchi, che
per di più rivendicano il merito
di esserlo, mentre godono solo dei privilegi del potere e della ricchezza; gli
altri si arrangino, se riescono. E,
comunque, non disturbino il progetto della secessione.
Però: il risultato del voto referendario ci racconta un’altra storia; ci parla
di un altro progetto, quello del
rispetto e dell’attuazione della Costituzione, fondata sull’antifascismo, sui
diritti politici e sociali. Più bello,
più socialmente responsabile, più democratico. Perché è un progetto di
uguaglianza sostanziale.
È un progetto popolare; che, con il referendum del 23 marzo, ha fondato la
propria affermazione sul voto dei
giovani e sul Meridione, inedito connubio e forza liberatrice. Ignorarlo sarebbe
diabolico. Almeno quanto
ignorare il fatto che quel voto del Sud è una condanna delle parole di Fontana,
dei volgari commenti di
“Libero” e – più in generale – dell’autonomia differenziata. E’ un voto che
-superando stanchezza e delusione,
frutti di un’oppressione antica – esprime e sprigiona energie nuove. È un voto
contro le diseguaglianze e
l’ingiustizia.
Con i referendum del 2006, del 2016 e con quest’ultimo, cittadini e cittadine
hanno inviato un messaggio
forte e chiaro: la Costituzione non si tocca. Ma la Costituzione è già stata
toccata nel 2001 con la deforma del
suo Titolo V. Ed è stata violata al punto da contraddire i suoi principi
fondamentali. Meloni e Calderoli ora
vogliono far passare in quel varco le autonomie differenziate e, con pre-Intese
e Intese, realizzare le
secessioni regionali, che aggraveranno disuguaglianze sociali e territoriali.
Sta a noi tutti/e impedire la
realizzazione di questo disegno di frammentazione dell’unità della Repubblica.
Si può riparare il danno del
2001, impedendo ora che prosegua il processo delle Intese e poi provvedendo a
cancellare il comma 3
dell’articolo 116 e a ridefinire i rapporti tra i diversi livelli istituzionali
secondo i principi del regionalismo
cooperativo.
Da tempo, pressoché inascoltati, gridiamo che la sentenza 192 della Corte
Costituzionale non ha archiviato
la questione; e che l’autonomia differenziata sta procedendo. Le prime due
colonne del patto scellerato –
controriforma del CSM e premierato, che tenevano coese le forze delle destre –
sono state demolite; ora
dobbiamo fronteggiare la rabbia degli sconfitti, che si accaniranno sul punto
sopravvissuto del loro progetto,
il più grave: l’autonomia differenziata, che non solo diversificherà i diritti
delle persone sulla base del
certificato di residenza, ma modificherà drammaticamente l’assetto istituzionale
del Paese, mettendo in
discussione la forma di Stato, la Repubblica democratica. Temiamo possa essere
l’unica deforma che andrà
avanti.
È per questo che lanciamo un grido di allarme: presto le pre-Intese siglate dal
Governo con Veneto,
Lombardia, Liguria e Piemonte su 4 materie “non LEP” (nonostante la sentenza
della Consulta) approderanno
in un Parlamento defraudato della sua prerogativa istituzionale e
costituzionale, trattato come un organo
passacarte, prono al volere del Governo. E la legge Calderoli sui LEP, AS 1623,
sta continuando il suo iter in
Senato. Nulla è concluso, dunque; tutto continua sottotraccia, nel silenzio e
nella disinformazione.
Con questo nostro Allarme ci appelliamo a tutte le forze democratiche del Paese
– dalle associazioni, ai
sindacati, ai partiti politici – affinché assumano la responsabilità di non
lasciare questo appello inascoltato. E
per lanciarlo, organizzeremo un’Assemblea nazionale a Napoli il 6 giugno
prossimo. Segnate la data, siate
presenti.
Auspichiamo che tutte /i coloro che hanno detto no al Referendum del 22- 23
marzo si mobilitino per bloccare
il disegno dell’Autonomia differenziata, per dire alto e forte No alla
secessione dei ricchi.
Vi aspettiamo a Napoli.
Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della
Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e
Tavolo NO AD