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Migranti? Come tonni in una tonnara
Notizia di ieri: 80 morti in mare nel Mediterraneo. Un giovane immigrato che è arrivato qua e sente la notizia si sente passare un brivido lungo la schiena, gli torna in mente quel viaggio, a come magari sia stato vicino a morire, di come abbia pregato su quella barca, di come abbia pianto vedendo Lampedusa. I miei studenti vengono da tutto il mondo, insegno loro l’italiano, lo raccontai in un’intervista diversi anni fa. La trovate QUI Una buona fetta è arrivata in barca, qualcuno dalla Tunisia, la maggior parte dalla Libia. Diversi, soprattutto dal Bangladesh, sono arrivati in aereo a Tripoli. Fatico ad immaginarmi quel momento. Scendi da un aereo, dove probabilmente ti hanno spiegato prima del decollo come affrontare possibili emergenze, le uscite di sicurezza, il salvagente da gonfiare, il fischietto eventuale. Magari qualcuno ha pensato… quasi quasi me lo porto dietro. Invece scendono dall’aereo: per chiunque un aeroporto, un aereo, è simbolo di viaggio comodo, veloce, sicuro, quasi di lusso. Invece arrivano in una terra che li aspetta come i pescatori accolgono i tonni in una tonnara. Dentro la rete. Non hanno bagagli nella stiva, forse uno zainetto, credo che nessuno controlli le dimensioni del bagaglio: due magliette, due mutande, un paio di pantaloni di ricambio, il carica batterie. Punto. Non ho mai osato chiedere cosa succede in quel passaggio dall’aeroporto ad una di queste case dove vengono letteralmente chiusi dentro ad aspettare. Di quel periodo raccontano in classe, in fondo ci possono anche ridere sopra, ora, è superato: tre, quattro, ma anche sette mesi ad aspettare. A non fare NULLA. Spesso non hai neppure il telefono. Mangi pane e acqua o poco più e aspetti, stivati dentro, un paio di bagni per 50 persone. Uscire? Impossibile, sarebbe troppo pericoloso. Qualcuno invece è stato in galera, abbassa gli occhi, fa un gesto con le mani, come a dire: “Terribile, lascia stare.” Ma c’è stato anche chi ha voluto raccontare di quel periodo, aveva voglia di farlo: in galera sono botte, ogni mattina, botte con un bastone, come fosse il buon giorno e il solito messaggio: “Dopo chiamiamo a casa e ti fai mandare dei soldi”. Avanti, avanti, fino a che capiscono che hanno spremuto a sufficienza. Anche noi un limone spremuto lo buttiamo. Certo nell’umido, siamo civili. Insomma, in un modo o in un altro, una notte si ritrovano nella barca. Non è la prima persona che mi racconta che li ha sorpresi la guardia costiera libica e sono dovuti tornare indietro. Al secondo o terzo tentativo ce la fanno. Superano quella linea immaginaria, come fossero tra due calamite, passata quella, passano a gravitare verso l’Italia, e da lì si tratta di riuscire a fare l’ultimo tratto. La maggior parte di loro sono arrivati con la loro imbarcazione fino a Lampedusa, altri sono stati tratti in salvo da ONG o marina militare italiana, poco cambia per loro, bacerebbero chi li ha raccolti, per loro sono gioia e lacrime. Bene, una volta arrivati, chiunque penserebbe: “E’ fatta!” Diciamo invece SI e NO. Guardandoli nei volti, ascoltandoli, stando con loro, sudando insieme di fronte a queste lettere scritte su un quaderno un po’ sgualcito, con matite che sembrano scalpelli, si capisce presto. Lui o lei ha superato il trauma, o almeno così sembra, quest’altro o altra invece se lo porta dentro; la tristezza lo avvolge, come una di quelle bruttissime coperte termiche che li fa sembrare usciti da Star Treck. Ma veniamo al mio carissimo Abubakar (cambio il nome, non vorrei mai…). Viene dalla Costa d’Avorio, giovane, alto, forte, parla sempre con una mano davanti alla bocca, gli dico sempre di toglierla, che non si capisce. Stupido che sono, ha dei denti grossi che sporgono un po’ in fuori, la vergogna esiste in tutto il mondo. Abubakar impara piano piano, fatica, anche se sa il francese, l’italiano gli costa una gran fatica. Vive in uno di questi grandi centri di accoglienza alla periferia di Milano. Da un po’ di tempo mi dice che cerca lavoro, così lo metto in contatto con un mio amico che fa questo servizio, legato ad una parrocchia, lo fa con grande scrupolo, serietà, generosità. Così tre mesi fa il mio amico mi dice: “Avrei trovato da Mac Donald, lo hanno conosciuto, ma vogliono che impari meglio l’italiano, lo rivedranno ai primi di Aprile, cerca di insistere perché migliori.” Così parlo con lui, cerco una seconda scuola che gli permetta di accelerare, gli do compiti in più, arriva prima della nostra lezione e lavoriamo in due. Lui è contento, ma i progressi sono lenti, questo è indubbio. Certo lui mi ha fatto vedere che sognerebbe di fare il saldatore, mi ha mostrato anche due video, lo faceva al suo Paese. Gli dico di aver pazienza, che cominci da qualche parte, poi si migliorerà, si cercherà un corso di formazione, ma che intanto impari bene l’italiano e inizi con questo primo lavoro. Certo dentro di me penso: sono qui che col BDS, ma anche prima, boicottiamo Mac Donald per la pessima qualità del cibo, gli allevamenti a dir poco intensivi che ci stanno dietro, per le paghe da fame che danno, e adesso pure Israele di mezzo. Ma penso a lui e dico: ma sì, che cominci, è pur sempre meglio di niente. Così due giorni fa è tornato; non è Abubakar a dirmi come è andata, me lo scrive il mio amico: nulla da fare. E io penso: questo giovane parte a 17 anni dal suo paese nel cuore dell’Africa, raccolgono tutti i soldi della famiglia per pagare la traversata, fa un viaggio pazzesco, rischia più volte la vita, ci mette quasi un anno ad arrivare qua e finalmente si ritrova a Milano. Certo ci sono tanti giovani come lui, ma la tua famiglia è lontana, i tuoi amici, la tua terra, i tuoi sapori, profumi. E sai che per anni non li potrai sentire, vedere, ci vorranno anni per avere quei documenti che ti permetteranno di andare a trovarli. Ma tieni duro, non perdi il sorriso. E noi? Prepariamo questa forza lavoro, queste braccia, le prepariamo per essere servite in tavola, a puntino, perché siano trangugiate da un sistema che è lo stesso che li fa morire in mare. Coloro che guidano questo circo folle, questo sistema criminale, assassino, questa “roulette russa” dove una buona fetta muore prima dell’arrivo alla casella. Arrivare dove? Ad entrare nel tritacarne dove sarai sfruttato dagli stessi che hanno, indirettamente ma con perfetta consapevolezza, lasciato morire i tuoi fratelli e le tue sorelle. Le aziende occidentali li aspettano: “ma per favore che sappiano bene questa lingua! Non siamo mica qui a perdere tempo!” Come un tempo si vendevano gli schiavi, incatenati su un palchetto, li si guardava, misurava, si guardavano i muscoli, la dentatura. Qui si fa lo stesso, ci si aggiunge anche il saper la lingua. “Cerchiamo forza lavoro qualificata!” “Scusate -dico- avete ragione… dai Abubakar, la prossima volta andrà meglio, adesso prendiamo il libro. Anzi, aspetta, prima vieni che parliamo di qualcos’altro…”   Andrea De Lotto
July 23, 2026
Pressenza
7-13 giugno 2026, “il fiore di Srebrenica”*
Il viaggio organizzato dalle associazioni “Lungo la rotta balcanica” e “Buongiorno Bosnia- Dobardan Venecjia” intende  portare fisicamente  in luoghi di memoria o nella vita che continua chi è interessato a  conoscere un po’ più da vicino gli aspetti di una terra percorsa da persone che cercano degli altrove. Qui si intrecciano anche le evidenze di un negazionismo imperante riguardo alla pulizia etnica di 30 anni fa al tempo delle guerre balcaniche nell’ex Jugoslavia e  al genocidio accertato di Srebrenica in Bosnia nel luglio  1995. Soprattutto chi partecipa a questo tipo di viaggio per la prima volta non sa bene cosa aspettarsi esattamente, ma  ci fidiamo dei nostri formidabili accompagnatori Diego Saccora e Andrea Rizza Goldstein. In questo viaggio siamo sulle tracce  di un doppio negazionismo quello che nega un genocidio di 30 anni fa e quello che invisibilizza chi insegue  un futuro sostenibile, fosse anche solo un sogno per arrivare in Europa  attraverso la rotta balcanica. Luogo di passaggi invisibili perché a una parte del mondo non è dato di poter viaggiare liberamente. Di fronte a un autogrill dove sostiamo in Croazia  ci viene indicata una costruzione grigia, un campo di trattenimento di persone fermate in attesa di rimpatrio. Di fatto, un centro detentivo. Ripreso il viaggio ci imbattiamo nel primo evidente esempio di negazione come ri-semantizzazione che la nostra guida ci rende palese.  A Jasenovac in Croazia ci colpisce un enigmatico e gigantesco fiore di loto in pietra in mezzo a una radura verde con piccoli specchi d’acqua dove galleggiano fiori di loto. Proprio lì c’era un campo di sterminio, il terzo in Europa durante la seconda guerra mondiale, dove sono morti migliaia e migliaia di serbi per mano dei croati, con strumenti orridi usati in esecuzioni one to one.  Il fior di loto ricompone, tenta una narrativa plausibile alla fine della guerra e all’inizio della stagione titina che voleva  una Jugoslavia unita. A pochi kilometri dalla frontiera che separa la Croazia dalla Serbia ci sorprende un piccolo cimitero. Poche tombe scalcinate, o meglio piccole segnalazioni con nomi di giovani o la maggior parte NN che hanno finito il loro viaggio iniziato da molto lontano, presso quelle frontiere, che spesso sono fiumi impietosi come la Drina. Tra questi, Madina, bambina afghana ricacciata indietro con la sua famiglia dalla Croazia e travolta da un treno mentre camminando lungo i binari cercava di tenere una direzione. Sepolta in un lembo di terra serbo ai margini di un cimitero. Una raccolta fondi collettiva da parte di vari gruppi e di singole persone ha sostenuto i costi di una tomba non troppo esile, non troppo provvisoria per non dimenticare questa piccola vita di 8 anni vittima della violenza dei respingimenti. A Belgrado la mostra “Labirinto” curata dalla storica serba Dubravka Stojanovic è un esempio di resistenza alla cancellazione e un coraggioso tentativo di non rimuovere i passi che hanno portato alle guerre e al genocidio. Alcune foto esposte ritraggono le proteste delle Donne in nero che manifestavano contro le decisioni del governo e affollatissime altre proteste di gente scesa in piazza contro la guerra. Il pensiero corre ai nostri giorni, agli scioperi, ai presidi, alle piazze piene per la Palestina. Da 1.000 giorni stiamo assistendo a un genocidio in diretta e viene da pensare che la sua negazione sia l’altra faccia della catastrofe. La resistenza anima anche il movimento delle Donne in nero che collegate e presenti da Belgrado in Serbia fino a Tuzla in Bosnia sono intervenute nelle ricorrenze che ricordavano il genocidio o la scomparsa di molte vittime. Le vittime di quel genocidio che si vuole negare furono 8.372. Se alcune sono sopravvissute, molte altre donne separate dagli uomini sono finite nella macchina degli stupri anche per sostituzione etnica. Arriviamo in camion a una scuola in mezzo agli alberi in una località di montagna sopra Srebenica. Qui ci aspetta Mohammed  Avdic, già alunno di quella scuola, frequentata fino a dieci anni, fino all’abbandono forzato in un esodo imposto e incomprensibile Verso la scuola dove ci aspettava Mohammed Un racconto di tre ore, a tratti congestionato nell’ossessività dei dettagli di chi è riandato mille volte indietro a rivedere la sparizione nel nulla del padre, direttore della scuola; per vent’anni lo ha cercato invano, o ha cercato almeno un barlume di giustizia. Ascoltiamo in silenzio. Ci si può sintonizzare su quel senso di perdita e su quella domanda sottotesto che chiede una risposta? Il calore con cui, dopo l’incontro, ci serve la cena a casa sua, l’accoglienza che ci riserva la sua famiglia, l’ospitalità che traspira da ogni gesto ci parlano dell’importanza per loro della nostra presenza lì, del nostro essere testimoni in quel luogo ormai quasi  spopolato, dove è stata piantata la tenda della resistenza di chi ancora continua a sperare. Il racconto di Zijo Ribic a Skocic, villaggio rom di musulmani vicino a Zvornik, teatro di pulizia etnica a opera dei paramilitari cetnici ha l’oscura potenza di un horror. Abbiamo davanti un uomo che era un bambino al tempo di una mattanza dove ha perso tutta la sua numerosa famiglia insieme ad  altre famiglie rom del villaggio. E’ sopravvissuto da solo, fingendosi morto tra i loro cadaveri. L’odio porterebbe ad assomigliare agli aguzzini, conclude Zijo; per  questo non vuole odiare, ma continuare  a cercare giustizia. Zijo ama la vita. Il suo racconto fatto di sicuro mille volte in tante occasioni sgorga dalle sue parole e dai suoi occhi ed è essenziale essere lì a raccoglierlo, stringergli la mano e abbracciarlo come  riconoscimento di quella vita preziosa. Confida inoltre nel ritrovamento dei resti delle sue sorelle, per riunire tutta la sua famiglia nel piccolo cimitero rom. Il Memoriale di Srebrenica è un grandioso monumento che non può essere concepito a uso e consumo di una spettacolarizzazione. Enorme e in sinergia il lavoro di organizzazioni come Fond za humanitarno pravo di Belgrado che si batte contro il negazionismo del Paese e del governo, raccogliendo richieste di persone da ricercare, aggiornando elenchi che via via crescono di resti ritrovati o riconosciuti tramite analisi del dna dei parenti. Scorcio del cimitero dell’area del Memoriale con le classiche lapidi bianche dei musulmani Nella sede dell’organizzazione Djeluj.ba, il suo fondatore Nihad Suljic ci parla degli interventi con i ragazzi che transitano in Bosnia lungo la rotta balcanica. Incessante portatore di primi soccorsi a chi gli viene segnalato nelle più disparate situazioni di difficoltà, Nihad cerca di sopperire all’assenza istituzionale, coinvolgendo gruppi e singoli, soccorrendo i vivi e anche i morti. Il recupero dei corpi di chi perisce lungo la rotta, con le procedure di riconoscimento per una giusta restituzione alle famiglie richiede un lavoro intenso che per Nihad conosce poche soste. Rejha Avdic racconta a lungo di quegli assembramenti a Srebrenica alla sede degli olandesi che avevano promesso protezione, della separazione dalle figlie, del loro ritrovamento, della sparizione definitiva del marito. Rejha fa parte delle Donne in nero e racconta una vicenda fatta di disobbedienza, di non esecuzione di ordini, di coraggio che le ha permesso di ricomporre sia pur parzialmente la famiglia; ora si preoccupa  di prendersi cura dei figli di altre donne lontane, per rendere più umana la loro vita o più degna la loro morte. Anche Nihad e Rejha ci consegnano la responsabilità di non aver assistito come spettatori al dolore altrui. https://www.lungolarottabalcanica.it/ https://buongiornobosnia.blogspot.com/ *Il fiore di Srebrenica un piccolo fiore bianco con un centro verde con undici petali fatto dalle donne abilissime nel lavoro all’uncinetto: 11 luglio, bianco innocenza, verde speranza. Simbolo che colma un vuoto di conoscenza su un passato recente che ci riporta a mettere un tassello sul presente per contrastare l’oblio del prossimo futuro. Redazione Italia
July 5, 2026
Pressenza
Mauritania, diario di viaggio – Parte 2
Continua il racconto del viaggio, che vede me e Rossana a Zouerat, nella zona mineraria a nord della Mauritania. Il primo sguardo alle case intorno dà subito l’idea di un’immensa povertà: case basse più o meno tenute insieme da muri di blocchi di cemento o di argilla, quasi tutte di un solo piano, a volte con tetti di lamiera e chiuse con porte di fortuna. Le vie sono ben squadrate geometricamente, ma non hanno nome né tantomeno numeri e le poche case aperte sulla strada sono quelle più belle o quelle destinate a piccoli negozi. Molte sono come contenute in muri di cinta, dentro le quali probabilmente convivono più famiglie, capre e quant’altro.  Lungo i muri e le strade solo pattumiera, sacchetti di plastica e rifiuti vari che decine e decine di capre brucano al posto dell’erba. Non c’è sistema di raccolta in strada. I rifiuti prodotti nelle case vengono ritirati da uomini che con asini portano via i sacchetti, dietro pagamento diretto di una somma equivalente a circa 1 euro. Chi non può pagare… I rifiuti raccolti, mi dicono, finiscono ovviamente in una immensa discarica a cielo aperto. I punti di riferimento per non perdersi sono le costruzioni “diverse”: un “albergo” un po’ più alto, un negozio con qualche vetrina, una pompa di benzina, delle strutture basse e ben fatte dedicate alla preghiera. Ce n’è una ad ogni angolo di strada che delimita una zona, con il proprio minareto da dove 5 volte al giorno si chiamano i fedeli attraverso gli altoparlanti. Ad ogni chiamata, decine di uomini di tutte le età escono come per magia dalle case e si dirigono verso le moschee. Non ho mai visto accorrere donne. Il mercato e i negozi Nel mercato “coperto” – un misto di garage e capannoni col tetto di lamiera – i carretti tirati da asini rappresentano il principale mezzo di trasporto delle merci. Non ci sono orti o coltivazioni: viene venduta pochissima frutta e verdura, per lo più importata e di pessima qualità. Occorre quindi acquistare qua e là il meno peggio. Sulle bancarelle di tessuti sono esposte soprattutto centinaia di melfe, teli unici coloratissimi e senza cuciture che, legati con alcuni nodi, coprono l’intero corpo compreso il capo. Ma, non essendovi turismo, la vendita è assai ridotta e non si comprende come possa dare da vivere. Poco altro. Tanti bambini scalzi che, se possono, comprano qualche piccola golosità o lattine di “bibite spazzatura”. Nei negozi piccolissimi locali solitamente senza finestre, viene stipato scatolame vario, acqua in boccioni da 20 litri, pochissima frutta, pesata su vecchie bilance. Si può trovare un po’ di tutto, ma a prezzi tutt’altro che adeguati allo stipendio (quando c’è) di chi lavora, intorno ai 200 euro al mese. Una baguette di 3 etti costa 35 centesimi quindi un kg di pane costa circa 1 euro, un litro di latte 1 euro e mezzo, così come un chilo di banane. La carne si aggira sui 7-10 euro al kg, ma viene consumata prevalentemente nelle grandi feste o in occasioni particolari. Quotidianamente le famiglie consumano soprattutto cous cous di cereali poveri, come il miglio o il più economico riso spezzato, con poche verdure (carote e cipolle) e fagioli. SLIDE SHOW: MERCATO, NEGOZI E VENDITORI AMBULANTI I trasporti Ovunque si vedono taxi verdi, scassati fuori e dentro, che attraversano le strade asfaltate e non, caricando tutte le persone che incontrano finché c’è spazio, a prezzo fisso e popolare. Ne fanno uso tutti, donne con bambini e uomini. In tutta la città non esiste altro mezzo di trasporto pubblico, tantomeno una ferrovia, fatta eccezione per il “treno della miniera” che taglia la Mauritania da nord fino al porto e che occasionalmente porta anche privati cittadini. Per spostarsi da Zouerat solo bus privati con frequenza giornaliera. Poi vi sono decine di auto private, anche belle, o furgoni Toyota che appartengono ai più benestanti. Un giovane, con una battuta, mi dice che le macchine belle sono di dipendenti del governo o della miniera, oppure di chi traffica droga. Leggo infatti che la Mauritania è considerata un hub logistico per il transito della cocaina proveniente dal Sud America, grazie alle sue coste (quando arriva via mare), alla vasta estensione desertica (dove viene spesso stoccata) e ai grandi confini difficilmente controllabili, per transitare poi verso Nord attraverso il Sahara occidentale e il Marocco, o verso est (Mali e Niger) e raggiungere l’Europa. Esiste un legame stretto tra narcotraffico e gruppi terroristici, come Al Quaeda, che offrono protezione al passaggio della droga in cambio di finanziamenti per le armi. Bambine e bambini: il sistema educativo L’età media in Mauritania è di circa 18 anni (in Italia 48 anni), il che significa che metà della popolazione ha meno di 18 anni, con un tasso di fecondità di 4,5 figli per donna ed una mortalità infantile di 70 per mille (in Italia è inferiore al 3 per mille). In Mauritania a fronte di 5 milioni di abitanti nascono circa 178 mila bambini all’anno, cosa che presupporrebbe un investimento enorme nel sistema educativo, oltre che sanitario. A Milano, su 1 milione e mezzo circa di abitanti, ci sono circa 9000 nati all’anno. Nella sola regione di Zouerat, di circa 60 mila abitanti, si stimano 2000 nascite all’anno. Più di cinque volte tanti. Girando per le strade, appare evidente che di bambini/e ce ne sono molti: gironzolano a gruppetti di età varie, ti avvicinano per avere qualche soldo, usando le poche parole in inglese che sanno. Del sistema educativo non sono riuscita a capire molto. Se chiedi, ti dicono che c’è una scuola pubblica primaria che inizia a 6 anni e dura 6 anni, il college, che dura altri 3 anni- e poi… Non si capisce. Alcune statistiche dicono che al primo anno della scuola primaria è iscritto il 110% (!!!!!) dei bambini/e di Zouerat. Una percentuale improbabile, ma che afferma una verità: spesso i bambini arrivano a scuola quando hanno 7-8 anni, poi la abbandonano, e dopo un certo tempo tornano in prima. Quindi al primo anno ci sono più bambini/e di quelli che hanno effettivamente 6 anni. Solo il 65-70% della popolazione infantile arriva a completare la scuola primaria. Per quanto riguarda le donne, la situazione del percorso di formazione scolastica è ancora più grave. Il tasso di abbandono dopo la prima elementare è via via più alto, soprattutto nei villaggi sperduti del deserto: per la distanza delle scuole, per la mancanza di bagni dedicati alle donne, ma soprattutto perché le bambine sono tenute a casa per la cura dei fratelli. Il numero delle bambine che terminano il ciclo della scuola primaria è ancora più basso dei bambini. Poche frequentano la scuola dopo i 10-12 anni e pochissime raggiungono la scuola superiore. Infine una curiosità: girando per le strade non di rado ci si imbatte in strutture basse, uffici blindati con nomi impegnativi scritti in due lingue, arabo e francese, come per esempio “Direction Regional de l’Education e du System d’Enseignement” o altre definizioni di questo tenore. Mi dicono che a volte ci entra qualcuno, forse un funzionario, ma nessuno sa a cosa servano. Sono riuscita ad entrare in uno di questi edifici: bello internamente, con un custode che mi ha mostrato “la sala riunioni”. Nulla di più. Qualcuno, più anziano, a volte parla qualche parola di francese, ma sembra che nelle scuole pubbliche venga insegnato sempre meno… per una questione di identità, dicono. Nella terza parte parleremo delle miniere, della schiavitù e del Governo del paese.   Fine 2^ parte   Testo e foto di Franca Laviola Redazione Italia
June 19, 2026
Pressenza
Viaggio musico-cinematografico tra Iran, Groenlandia, il Jazzfunk elettronico di Herbie Hancock fino al Malawi * SYS 12
Notripforcats vi accompagna in un viaggio sonoro cinematografico proponendovi alcuni bei film e documentari proiettati durante la 12a edizione del Seeyousound international music filmfestival. Ci spostiamo tra vari paesi: partiamo dall’IRAN e dal Canada  con il film lungometraggio Mortician di Abdolreza Kahani (Canada*LP feature), per arrivare in Groenlandia con Tukook di Charlie Miller (UK*into the groove), esperienza cinematografica immersiva nata dal viaggio dei BICEP (duo elettronico di Belfast) in Groenlandia , passando per il Jazz e non solo…di Herbie Hancock con Herbie  di Patrick Savey (Francia*LP doc) e terminare in Malawi con il documentario The banjo boys  di Johan Nayar (Germania,Malawi,UK*Rising sound-music is the weapon). Buon viaggio! avete ascoltato: GOLA con JADOOYE AVAZ, MA ZIADIM (WE ARE MANY), Haghame (It’s My Right) زیرنویس انگلیسی «حقمه» از گل‌آذین a seguire NUIJA & Bicep – Sikorsuit, Niilas & Bicep – Alit, Tarrak & Bicep – Taarsitillugu,  Andachan & Bicep – Aappoq, Andachan & Bicep – Aappoq Herbie Hancock con Agitation-MileDavisQuintet, Toys Blow-Up colonna sonora, Rockit e Safiatou (feat. Santana & Angélique Kidjo). Infine MadalitsoBand con Anafera Chiboda e Ndalakwanji
March 15, 2026
Radio Blackout - Info
Un viaggio lungo 400 anni. La maschera del diritto internazionale tra principio di sovranità degli Stati e vocazione imperiale
IN OCCASIONE DELLA SETTIMANA DI MOBILITAZIONE PER LA LIBERTÀ D’INSEGNAMENTO (CLICCA QUI PER LA PAGINA), PREVISTA DAL 9 AL 13 SETTEMBRE 2026, L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ INSIEME A DOCENTI PER GAZA HA ORGANIZZATO UNA SERIE DI INIZIATIVE E PERCORSI DIDATTICI PER LE SCUOLE. IN QUESTA PAGINA VI PRESENTIAMO IL VIDEO E IL MATERIALE RELATIVO ALL’INTERVENTO DIDATTICO DI MARCO MEOTTO, DOCENTE DI STORIA E FILOSOFIA, COAUTORE DEL MANUALE DI STORIA PER LE SCUOLE SECONDARIE DI SECONDO GRADO TRAME DEL TEMPO, E ATTIVISTA DI SCUOLE PER LA PACE TORINO E PIEMONTE. * * * * * * * INTRODUZIONE È il 1648 e nelle stanze dei palazzi di Münster e Osnabrück, i diplomatici di mezza Europa per mesi e mesi si scambiano documenti, disputano su protocolli, negoziano in sale separate. Alla fine, firmano. Pongono fine alla Guerra dei Trent’anni, un conflitto devastante che aveva dissolto molte certezze. Ma cosa nasce davvero in quelle stanze? Il principio di sovranità dello Stato. È l’autorità del principe su un territorio. È un’idea nuova e potente: entro questi confini, comando io. La mia legge. La mia, persino, religione. È il principio della sovranità territoriale. Ma guardiamo tutto questo da un’altra angolazione. Quel principio non nasce dal nulla, e non nasce puro. Nasce come soluzione a una crisi dell’impero. L’impero universale, quello degli Asburgo di Spagna e Austria – così come il potere universale della Chiesa di Roma – ha fallito nel suo tentativo di imporre un unico ordine. La sovranità è la formula giuridica che cristallizza la sua frammentazione. E qui sta il paradosso che ci accompagnerà per quattro secoli. Quel principio, che promette ordine e limite (“entro questi confini”), diventa immediatamente lo strumento per un nuovo, illimitato disordine. Perché se io sono sovrano nel mio regno, e tu sei sovrano nel tuo, tra di noi non c’è più un’autorità superiore che ci giudica. Ci sono solo il trattato e la forza. La sovranità non cancella l’ambizione imperiale. La rilocalizza. La trasforma da sogno universale in progetti concorrenti. Nasce così un sistema. Un sistema i cui attori principali non sono certo i popoli, ma, in prima battuta, le dinastie regnanti e i loro apparati. Un sistema che ha una doppia anima, una schizofrenia costitutiva. In “casa” (in Europa): la logica della sovranità. Questa si fonda sul riconoscimento formale, equilibrio, diplomazia, trattati tra (quasi) pari. Fuori “casa” – vale a dire, nel resto del mondo – è la logica dell’impero. Espansione, conquista, dominio, assoggettamento senza pari diritti. Il diritto internazionale che inizia in Westfalia non è la legge che mette fine al caos. È il linguaggio giuridico che codifica un doppio standard. È il codice che le potenze si danno per gestire i loro conflitti tra di loro, mentre insieme si spartiscono il mondo. Quella che comincia dalle paci di Westfalia in avanti è la storia di una tensione strutturale tra il principio formale della sovranità (che dice: siamo tutti uguali, autonomi) e la pratica materiale dell’impero (che dice: io comando, tu obbedisci). Nel percorso seguiremo questa tensione. Vedremo come deforma ogni tentativo di creare un ordine globale pacifico. Vedremo alcuni esempi di ipocrisie eclatanti, ma anche forme di resistenza. Questo viaggio dovrebbe permetterci di capire che, in fondo, il diritto internazionale è stato spesso un modo per camuffare esigenze di dominio. Allo stesso tempo proveremo a cogliere le possibilità datesi storicamente di respingere o contenere queste logiche. 1. IL DIRITTO DEI SOVRANI Le paci di Westfalia sono un patto di non interferenza. In fondo si ribadisce ancora il principio “Cuius regio, eius religio“, sancito già cento anni prima ad Augusta, limitatamente alla Germania e ai rapporti tra cattolici e luterani. Questa volta diventa un principio diffuso per tutta l’Europa centro-occidentale: nella sua regione, decide il sovrano la religione. È la fine delle guerre di fede universali. Ma attenzione: non è la fine dei tentativi di conquista di nuovi territori. È solo la sua razionalizzazione. La sovranità è il nuovo codice del club dei sovrani. Definisce chi è dentro e chi è fuori. Il Sultano ottomano, ad esempio, ne è fuori. E lo stesso vale per i popoli indigeni delle Americhe, che, di norma, non sono contemplati. I sovrani dei regni africani? Buoni solo per accordi capestro per appropriarsi di risorse, come fanno portoghesi e olandesi che cercano di monopolizzare la tratta degli schiavi. Insomma, il diritto internazionale tra Seicento e Settecento è un manuale di convivenza per predatori. Stabilisce come spartirsi la preda – cioè il mondo coloniale – senza azzannarsi troppo sul Vecchio Continente. La lezione è che il riconoscimento reciproco della sovranità in Europa serve a rendere più ordinata la corsa imperiale fuori dall’Europa. Basta pensare alle vicende della pirateria e della guerra dei corsari nell’area dei Caraibi e non solo. Anche quando in Europa le grandi potenze coloniali (Francia, Spagna, Inghilterra, Paesi Bassi, Portogallo) sono in pace e i loro rapporti sono regolati da accordi sottoscritti dai rispettivi governi, sui mari e nel mondo coloniale, vale il principio “no peace beyond the line”, nessuna pace oltre la linea. Significa che, al di là di una mutevole e immaginaria linea dell’ammiragliato, che passava nell’Atlantico nei pressi dei Tropici, la guerra, il saccheggio, i massacri erano sempre possibili. 2. LA POLITICA CON ALTRI MEZZI Il Settecento affina il gioco. Le guerre hanno una valenza esclusivamente politica, mai ideologica: che sia la successione al trono, il monopolio commerciale di qualche bene (gli schiavi, ed esempio) o il controllo delle colonie. La parola d’ordine in Europa è “equilibrio”. Quando una potenza – la Francia del Re Sole, ad esempio – diventa troppo minacciosa, tutte le altre si coalizzano per riportare l’ordine. Prendiamo la Guerra di Successione Spagnola. Decine e decine di migliaia di morti per stabilire se un Borbone può sedere sul trono di Madrid. La vera questione, in realtà, è un’altra: si possono unire la Francia e la Spagna sotto una sola corona? No, l’equilibrio sarebbe rotto: nascerebbe un impero in Europa. Alla fine, i trattati di Utrecht e Rastadt altro non sono che l’ennesima riproposizione del principio di equilibrio: un Borbone va a Madrid, ma le corone non si uniranno mai. E l’Inghilterra si prende Gibilterra e la tratta degli schiavi dei portoghesi: è la rincorsa per spiccare il salto e diventare la più grande potenza commerciale e coloniale. In modo simile si svolgeranno le altre guerre europee del Settecento. Quando sarà la Prussia a diventare una minaccia per gli interessi di Austria e Francia, ecco che le due tradizionali nemiche si coalizzeranno per ridimensionare le ambizioni prussiane. Ancora una volta l’Inghilterra, in competizione globale con la Francia, ne approfitterà per impadronirsi di nuovi territori coloniali. La guerra è un calcolo spietato, ma lucido. Non è casuale che un secolo dopo il generale prussiano Von Clausewitz, dirà che la guerra è “la politica con altri mezzi”. L’equilibrio tra gli Stati non è garanzia di vera pace: non lo è nel Settecento e non lo sarà in seguito. Nel Settecento è solo il modo per gestire la competizione, il modo con cui i giocatori più importanti – gli Stati più forti – si accordano per rimanere in partita, mentre fuori dall’Europa la vera sfida – quella per le ricchezze del globo – si gioca senza regole. Il diritto è bifronte: tendenza all’uguaglianza tra pari in Europa, licenza di saccheggio nel resto del mondo. 3. UNA RIVOLUZIONE ANTICOLONIALE: IL DIRITTO NON È PER TUTTI Poi i nodi vengono al pettine e le contraddizioni esplodono nel 1789. La Rivoluzione Francese, attingendo al lessico dell’illuminismo più radicale, fa esplodere il vocabolario giuridico. La sovranità non è più del re, ma del popolo. I diritti sono universali. È un terremoto. E la guerra in Europa riesplode in modo diverso: guerra prima per difendere e poi, con Napoleone – e non senza mille contraddizioni -, per esportare la rivoluzione sulla punta delle baionette. Dall’altra parte – quella delle teste coronate – la guerra è per fermare, cancellare, estirpare la rivoluzione. Torna, in apparenza, a essere una guerra ideologica: diffondere la rivoluzione o riportare l’ordine? Eppure, il terremoto arriva anche dove la Francia meno se lo aspetta: nella sua colonia più ricca, Saint-Domingue, oggi Haiti. Qui, ci sono mezzo milione di schiavi neri, che lavorano nelle piantagioni che rendono la Francia il più importante esportatore di zucchero in tutta Europa. Gli schiavi accolgono le parole universali della Rivoluzione – libertà, uguaglianza – e le rivolgono contro i loro sfruttatori, i piantatori bianchi, i padroni dei latifondi coltivati a canna da zucchero. Nel 1791 insorgono. La loro lotta è così potente che costringe la Convenzione di Parigi, nel 1794, a un atto incredibile: l’abolizione totale della schiavitù. Sembra il trionfo dell’universalismo. Ma la maschera cade presto. Quando Napoleone prende il potere, il suo progetto è ricostruire l’impero coloniale francese e la sua macchina da soldi caraibica: la piantagione schiavista. Nel 1802 manda un esercito a Haiti con un ordine chiaro: ripristinare la schiavitù e sterminare i capi della rivolta. Catturano il leader Toussaint Louverture con l’inganno e lo deportano a morire in una prigione francese. La risposta haitiana, guidata da Dessalines, è una guerra di liberazione totale, cruenta e senza tregua, come saranno sempre, da allora, le guerre di liberazione contro i padroni coloniali. Nel 1804, Haiti dichiara l’indipendenza. L’esercito che in tutta Europa trionfa, quello napoleonico, nei Caraibi è stato sconfitto. Haiti nasce come la prima repubblica nera del mondo, la prima repubblica composta in prevalenza di ex schiavi. La prima vera rivoluzione anticoloniale trionfa, ma il cammino è subito in salita. Nessuna potenza europea la riconosce, gli Stati Uniti si rifiutano di commerciare con Haiti. Il chiaro messaggio, sul piano del diritto internazionale, è questo: la sovranità rivoluzionaria, quando minaccia il cuore economico dell’impero, deve essere schiacciata. L’universalismo si ferma dove iniziano i profitti. Haiti diventa in fretta uno stato paria, boicottato, costretto a pagare un debito mostruoso alla Francia per il “danno” della sua libertà. La sua sovranità non sarà mai considerata uguale. La rivoluzione haitiana mostra chiaramente la tensione tra l’ambizione imperiale europea e il diritto alla sovranità. Al contempo, ha chiarito un nuovo, sovversivo principio: l’autodeterminazione dei popoli è un atto di forza, non arriva come un dono. E questo incrina una volta per tutte il diritto internazionale pensato come equilibrio tra Stati europei. 4. IL TRIONFO DEL DIRITTO INEGUALE E LA SPARTIZIONE DEL MONDO Dopo Waterloo, dove cade definitivamente Napoleone, il Congresso di Vienna non vuole solo ridisegnare la mappa, ancora una volta, in nome dell’equilibrio. Vuole imbrigliare la storia. Nasce il “Concerto d’Europa”: una sorta di direttorio delle grandi potenze che si autoproclama in diritto di intervenire ovunque, per spegnere sul nascere le eventuali fiamme rivoluzionarie. Nel 1820, questo principio diventa dottrina: le potenze della Santa Alleanza (Russia, Austria, Prussia) hanno il “diritto di intervento” per salvare un monarca legittimo dai suoi stessi sudditi ribelli. È una violazione palese della sovranità dei paesi, ma con una causa ben precisa: preservare il sistema reazionario. Il diritto internazionale diventa qui il guardiano armato di un ordine sociale. Le spinte alla trasformazione sono più forti e, in Europa, l’ordine della Restaurazione, sempre più debole, crollerà definitivamente dopo il 1848 Ma c’è un’altra faccia di questo ordine. Se all’interno dell’Europa il Concerto mantiene l’ordine e tutela l’equilibrio reazionario sancito a Vienna, all’esterno promuove l’espansione dei mercati, un sistema che ormai inizia a essere governato dalle leggi del mercato capitalistico. E quando i mercati non si aprono da soli, li si apre con la forza. Guardiamo al caso della Cina. Per secoli, l’Impero Qing aveva regolato rigidamente il commercio con l’Occidente. La bilancia commerciale era fortemente in suo favore: l’Europa comprava tè, seta, porcellana, pagando in argento. Fino a quando la British East India Company non trovò la merce perfetta per ribaltare i flussi: la droga. Così l’oppio, prodotto nell’India sotto il controllo britannico, inizia a essere contrabbandato in massa in Cina. Quando la Cina tenta di fermare questo flusso di sostanze stupefacenti – un vero e proprio flagello per la stabilità interna del paese – confiscando e distruggendo tonnellate di carichi di oppio britannico, la risposta di Londra è la guerra. Anzi, due guerre: una nel 1839 e l’altra nel 1856. Non sono più guerre per conquistare terre, ma per imporre i propri beni commerciali. A vincere sono i cannoni della flotta britannica. I trattati che ne seguono – Nanking nel 1842, Tientsin nel 1858 – sono il manuale di un diritto internazionale asimmetrico: non a caso gli storici li hanno chiamati i “trattati ineguali”. Al saccheggio inglese si aggiunge quello di Francia, Russia e Stati Uniti: oltre una decina di porti cinesi sono aperti forzatamente al commercio straniero, Hong Kong viene ceduta alla Gran Bretagna, la Cina perde il controllo sulle sue tariffe doganali – cosa che manda in fallimento il suo settore manifatturiero – e, infine, viene imposta l’extraterritorialità giuridica per i cittadini britannici, che in Cina non sono più soggetti alla legge cinese, ma a corti consolari britanniche. Lo stesso privilegio verrà esteso in seguito ad americani, francesi, russi. La sovranità cinese viene svuotata: sul suo territorio, in parti delle sue città, vigono leggi europee. Il suo governo non può decidere con chi e a quali condizioni commerciare. Il “libero scambio” smette la maschera del principio astratto economico e svela il suo volto reale: un atto di dominio, sancito da un trattato. Ma la Cina non è un caso isolato. Lo stesso accade al Giappone che, dopo due secoli e mezzo di isolamento, viene costretto ad aprirsi nel 1854 a colpi di cannone dal commodoro americano Matthew Perry. Il trattato di Kanagawa segue lo stesso copione: porti aperti ed extraterritorialità. C’è poi il caso dell’Impero Ottomano, soprannominato “il malato d’Europa”. Il Sultano è ridotto, già dal Settecento, a concedere le famose “Capitolazioni”: privilegi commerciali e giurisdizionali alle potenze europee, che ne erodono l’autorità fino a renderlo una semi-colonia finanziaria. Non è diversa la sorte di paesi formalmente indipendenti come la Persia o il Siam, che sono costretti a firmare trattati con clausole di extraterritorialità e controllo sulle dogane. Questo è il vero volto del “Concerto” fuori dall’Europa. Non c’è equilibrio. C’è una gerarchia razziale e giuridica. Le potenze europee si riconoscono tra loro come sovrani uguali, ma negano quella stessa piena sovranità alle grandi civiltà d’Asia. Il diritto internazionale, in questo momento storico, non è certo universale, è invece un sistema di caste giuridiche: ci sono stati sovrani (europei), stati semi-sovrani (ad esempio Cina, Giappone, Persia, Impero ottomano), e poi c’è il resto del mondo, già spartito, o pronto per la spartizione coloniale. Il principio di Westfalia – l’autorità esclusiva sul proprio territorio – viene così brutalmente smentito appena si varcano i confini d’Europa. Dimostra di valere solo per chi ha sufficienti cannoni e navi da guerra per farlo rispettare. Per tutti gli altri, la sovranità è negoziabile, violabile, svendibile a colpi di trattati ineguali. La forza che straccia le regole non è un’eccezione. È la premessa stessa del sistema. La fine dell’Ottocento è un grande dispiegarsi di questa tendenza e ci mostra la grande corsa all’Africa. Per evitare che la concorrenza sfoci in una guerra tra Stati europei, le potenze fanno una cosa straordinaria: indicono una Conferenza a Berlino nel 1884. Quattordici stati, nessun africano presente. Con riga e squadra, i partecipanti alla Conferenza si spartiscono un intero continente. Stabiliscono regole: per rivendicare un territorio, questo va effettivamente occupato. Burocratizzano la conquista. Formalmente, si impegnano a combattere la schiavitù. In pratica, instaurano il lavoro forzato. Dicono di voler civilizzare popoli arretrati. Nei fatti sfruttano, sottomettono, annientano intere civiltà. È il trionfo della tensione tra il principio della sovranità dello stato e la vocazione imperiale. È proprio questa l’epoca definita dell’imperialismo: la sovranità delle potenze europee – il loro diritto a riunirsi, riconoscendosi reciprocamente e stipulando trattati – viene esercitata per costruire imperi coloniali e negare ogni sovranità ai popoli africani. Il diritto internazionale fornisce così la facciata legale al saccheggio più spudorato. È la perfetta sintesi di forma giuridica e violenza imperialista. 5. DALLA SOCIETÀ DELLE NAZIONI ALL’ONU Ma gli spazi coloniali a un certo punto si esauriscono. La concorrenza tra le potenze europee, invece, non si arresta. A quel punto anche l’equilibrio salta. L’esito è la Prima guerra mondiale. Possiamo dire che è la bancarotta dei princìpi che avevano governato l’Europa sino ad allora. La guerra è un massacro enorme, inimmaginabile prima. Dalle macerie del primo conflitto mondiale nasce la Società delle Nazioni. Il sogno sembra nobile: sicurezza collettiva, arbitrato, disarmo, principio di autodeterminazione nazionale. Ma anche qui esiste un doppio standard. L’autodeterminazione – dichiarata a gran voce e poi applicata alla bell’e meglio nella ridefinizione dei confini europei – non vale ovunque. L’Impero ottomano è spartito tra Francia e Inghilterra. Stesso destino per le colonie tedesche. Nel frattempo, le contraddizioni della guerra hanno portato in Russia a una rivoluzione di ispirazione socialista, la prima che abbia mai avuto successo nella storia dell’umanità. Nella Russia rivoluzionaria i bolscevichi, giunti al potere, prendono a picconate le ipocrisie del diritto internazionale vigente: rendono pubblici i trattati segreti che lo Zar aveva stipulato con le altre potenze europee e svelano che, dietro alle dichiarazioni di facciata dei governi, la guerra nascondeva precisi interessi di spartizione del mondo. La Russia rivoluzionaria, oltre a invitare gli operai di tutto il mondo a unirsi per prendere il potere, persegue il principio internazionalista dell’amicizia tra i popoli, ma allo stesso tempo invita all’autodeterminazione le popolazioni sottomesse al giogo coloniale. Non deve allora stupire che gli Stati vincitori della Prima guerra mondiale, quegli stessi che stanno dando vita alla Società delle Nazioni, si premurino di inviare soldati a supporto delle forze controrivoluzionarie, impegnate in una sanguinosa guerra civile contro la Russia socialista. Il principio di autodeterminazione non vale laddove uno Stato possa mettere a rischio il sistema. La Società delle Nazioni nasce così con il respiro corto, perché i fantasmi del passato sono al tavolo. Troppi interessi materiali da tutelare per i vincitori della guerra. La Francia vuole umiliare la Germania, l’Inghilterra vuole tenersi l’impero, gli Stati Uniti (che poi non entreranno mai nella Società) sono isolazionisti. Di ammettere la Russia sovietica non se ne parla sino al 1934. L’ammissione dell’Urss è giusto di un anno successiva al ritiro volontario della Germania di Hitler, che non vuole accettare le limitazioni all’esercito imposte dai trattati di pace successivi alla Prima guerra mondiale, e del Giappone che, nella sua campagna espansionistica, aveva occupato la regione della Manciuria. D’altra parte, la Società può solo raccomandare, non obbligare i suoi membri. Un episodio che ne segna il destino è nel 1935. L’Italia fascista di Mussolini invade l’Etiopia. L’Imperatore Hailé Selassié denuncia da Ginevra, sede della Società delle Nazioni, l’aggressione fascista e chiede giustizia. La Società decreta delle sanzioni, ma molti Stati non le rispettano e, soprattutto, petrolio e carbone sono esclusi dall’embargo. Sono, in fondo, sanzioni di facciata. Dimostrano che gli interessi di espansionismo imperialista dei singoli stati contano più del diritto collettivo. La sovranità egoistica affonda il primo tentativo di una regolamentazione mondiale dei rapporti tra Stati. La strada per la Seconda Guerra Mondiale è ormai tracciata. La stessa Italia fascista si ritirerà dalla Società delle Nazioni nel 1937, pronta a stringere un’alleanza con la Germania e il Giappone. La Società delle Nazioni, silente e attendista anche nel caso della guerra civile spagnola, riguardo alla quale si trincera dietro l’equidistanza tra fascismo e democrazia, non saprà in nessun modo evitare la guerra più distruttiva di sempre. Il secondo conflitto mondiale rappresenta l’implosione di quel sistema nato a Westfalia trecento anni prima. La sovranità assoluta, svincolata da qualsiasi limite sostanziale, degenera in progetti imperiali totali e inconciliabili. Non è più solo competizione tra Stati, ma scontro tra visioni del mondo che pretendono di ridisegnare con la violenza l’ordine globale, spazzando via persino l’ipocrisia formale del diritto. È la negazione di ogni principio, persino di quello, puramente procedurale, dell’equilibrio. La guerra totale, il genocidio, la sottomissione di interi popoli non come “effetto collaterale” ma come obiettivo politico, mostrano il volto estremo della sovranità quando, spogliatasi di ogni finzione giuridica, si erge a unico fondamento. Il conflitto diventa così la cartina di tornasole di una verità sempre presente ma spesso camuffata: il sistema degli Stati sovrani, senza un sistema di regolazione che ne contenga gli eccessi, porta in sé il germe della propria distruzione. Dalla lezione del fallimento della Società delle Nazioni nasce l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Gli stati fondatori sono però cinici realisti. Sanno che senza le grandi potenze, tutto crolla. Così, accanto all’Assemblea Generale, dove siedono tutti i paesi indipendenti e sovrani, creano un Consiglio di Sicurezza ristretto (solo 15 membri) e danno ai vincitori del secondo conflitto mondiale – USA, URSS, Gran Bretagna, Francia e Cina – un’arma suprema: un seggio permanente e il diritto di veto. È la codificazione della disuguaglianza. L’articolo 2 della Carta proclama la sovranità uguale di tutti gli stati. Ma il veto dice il contrario: alcuni stati sono più sovrani di altri. L’ONU non nasce per superare l’impero, ma per gestire la competizione tra due “blocchi” – quello a guida statunitense e quello a guida sovietica – e prevenirne lo scontro nucleare. È un sistema basato sulla paura, che cristallizza il potere dei vincitori del 1945. A rendere teso questo equilibrio sarà la decolonizzazione, un fenomeno che dilagherà nei decenni successivi alla fine della guerra. L’Assemblea Generale dell’Onu vedrà crescere in modo esponenziale il numero dei propri membri (che quasi quadruplicano dalla nascita dell’Onu a oggi), ma il vero potere resterà nella stanza del Consiglio di Sicurezza. 7. IL BIPOLARISMO E LA SFIDA DEL TERZO MONDO Se l’ONU nasceva con l’ambizione di “salvare le generazioni successive dal flagello della guerra”, la realtà della Guerra Fredda la trasforma rapidamente in un’arena congelata. Il diritto internazionale diventa l’arma diplomatica di un mondo bipolare. Il Consiglio di Sicurezza, paralizzato dal gioco dei veti incrociati tra USA e URSS, non riesce a fermare i conflitti, ma solo a “gestire” la reciproca convivenza tra le due superpotenze, evitando la distruzione assicurata da un eventuale conflitto atomico. Mentre in Europa regna una pace armata e apparente, il resto del pianeta diventa il teatro di guerre per procura (Corea, Vietnam, Afghanistan). In questi scenari, la sovranità degli stati minori è pura finzione: i confini vengono decisi o violati in base alla fedeltà a uno dei due blocchi. Il diritto internazionale di questo periodo è un codice di coesistenza tra due imperi ideologici ed economici. Non si tratta di giustizia, ma di “stabilità”. La legalità viene invocata solo quando serve a denunciare l’avversario, mentre le violazioni proprie vengono giustificate come “difesa della libertà” o “solidarietà socialista”. Sotto la superficie dei trattati sul disarmo, il motore resta lo stesso: il controllo delle zone d’influenza e delle risorse strategiche. Ma mentre i due giganti si sfidano, accade qualcosa di imprevisto: i “popoli senza storia” – alcuni sono quelli di Berlino del 1884 – iniziano a riprendersi la parola. Tra gli anni ’50 e ’70, la decolonizzazione travolge i vecchi imperi europei. Nel 1955, con la Conferenza di Bandung, nasce il movimento dei “Non Allineati”: un Terzo Mondo, oltre a quello del blocco occidentale liberal-capitalista e quello del blocco sovietico comunista. Per la prima volta, il diritto internazionale non è più solo un monologo europeo. I nuovi stati usano l’Assemblea Generale dell’ONU come megafono per rivendicare il vecchio principio dell’autodeterminazione dei popoli, ma declinandola in una nuova modalità. La rivendicazione non si limita all’indipendenza politica, ma richiede anche una “decolonizzazione economica”. È qui che lo scontro si fa durissimo. Questi paesi denunciano che la libertà politica è inutile se i prezzi delle materie prime sono fissati a Londra o New York, e se il debito estero diventa la nuova catena che li lega ai vecchi padroni imperiali. Tentano di proporre un diverso ordine economico internazionale basato sulla sovranità permanente sulle proprie risorse. La risposta dei mercati e delle potenze occidentali sarà brutale: colpi di stato, sanzioni e l’arma del debito. Il diritto dei popoli si scontra contro il muro invalicabile della proprietà e del profitto globale. La sovranità riconquistata con il sangue viene spesso svuotata dalla dipendenza finanziaria. 8. L’ILLUSIONE DI UN “SOLO GENDARME” MONDIALE Il crollo dell’URSS nel ’91 sembra aprire un’era unipolare. Ne è una dimostrazione la guerra del Golfo del 1991, dove l’ONU autorizza una coalizione a guida USA che muove guerra all’Iraq, responsabile dell’invasione del Kuwait. Si capisce subito che, dietro il movente della sovranità del piccolo ma ricco stato del Golfo, c’è l’interesse economico. Nei primi anni ’90, il disastro jugoslavo mostra una realtà. Tentennante, contraddittorio, quando non controproducente, è il ruolo dell’ONU in Bosnia. Tutto questo induce a un maggior protagonismo da parte della NATO che agisce fuori dal mandato ONU: bombardamenti unilaterali in Bosnia nel ’95 e, soprattutto, in sulla Serbia nel ’99, senza mandato del Consiglio di Sicurezza. Si invoca una “legittimità umanitaria” superiore alla legalità internazionale. È la vecchia ambizione imperiale che ora si veste dell’abito buono delle ragioni umanitarie. Altrettanto impotente si rivela l’ONU nel 1994, quando in Rwanda si consuma il genocidio dei Tutsi. Il passo finale lo compie l’amministrazione Bush nel 2003: l’invasione dell’Iraq basata su prove false, un atto di pura aggressione che il Segretario Generale Kofi Annan definirà “illegale”. Il gendarme unipolare agisce dove vuole, usando l’ONU se comodo, ignorandola se di intralcio. La reazione a questo momento unipolare è il mondo di oggi: multipolare e caotico. Russia e Cina, avendo imparato la lezione, usano il veto per bloccare interventi occidentali e invocano la sovranità nazionale come scudo per tutelare i loro spazi d’influenza, praticando a loro volta, però, un imperialismo regionale. L’UE è paralizzata e succube della tradizionale alleanza con gli USA. Intanto, nuovi attori sorgono. Il diritto internazionale non è morto. È più vivo che mai nei tribunali, nei trattati climatici, nelle dispute commerciali. Ma è diventato il campo di battaglia di questa nuova competizione. Tutti ne parlano, tutti lo usano, ma la sua forza dipende ancora, come nel 1648, dalla volontà di rispettarlo da parte di chi detiene il potere. La tensione tra sovranità e impero non è stata risolta. Si è moltiplicata. CONCLUSIONI Abbiamo seguito lo spettro di Westfalia per quattro secoli. Ha preso la forma dell’equilibrio, del concerto, del mandato coloniale, del veto. È la storia di come il potere cerca costantemente una veste legale, e di come quella veste sia sempre troppo stretta, sempre lacerata dalla volontà di dominio. Il diritto internazionale non è la legge che governa il mondo. È il linguaggio con cui il mondo cerca, spesso invano, di governare la forza. Comprenderne la storia non ci dà ancora la soluzione, ma ci toglie l’illusione. E forse, in un mondo di sovranità confliggenti e nuove ambizioni imperiali, non illudersi è l’unico punto da cui partire, per pensare un diritto internazionale che sia, in primo luogo, il diritto dei popoli e non il diritto degli Stati o degli interessi economici che li manovrano. Marco Meotto, Scuole per la Pace di Torino e Piemonte Meotto, Un viaggio di 400 anniDownload -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Viaggio al Paesello Pride con “Cori”
Questa domenica viaggiamo a Sud nella Sicilia montana, tra Cammarata e San Giovanni Gemini, con Cori The Project. Ale, Ivan, Ludo e Martina ci accompagnano a scoprire il Paesello Pride. Buon viaggio! https://coritheproject.com
September 28, 2025
Radio Blackout - Info
Quarto giorno di navigazione per Antonio Mazzeo su Handala: il sogno di vedere gli occhi dei bambini di Gaza
PUBBLICHIAMO IL VIDEO E LA TRASCRIZIONE DEL REPORT DI ANTONIO MAZZEO, DOCENTE, GIORNALISTA E PROMOTORE DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, AL QUARTO GIORNO DI NAVIGAZIONE SU HANDALA DI FREEDOM FLOTILLA ALLA VOLTA DELLA PALESTINA. In questi giorni in tanti mi avete chiesto perché sei partito, perché l’hai fatto, qual è il senso di questa missione. In sincerità, me lo sono chiesto tanto in questi giorni perché sono partito. Probabilmente l’ho fatto perché ero stanco di sentirmi impotente. In questi anni ho scritto tantissimo sui rapporti tra Italia e Israele e  su quanto il nostro governo ha sostenuto e sostiene il genocidio del popolo palestinese attraverso le mani di Netanyahu, delle forze armate israeliane. Ci sono però dei momenti in cui hai bisogno di metterci qualcosa in più che la testa e la tastiera, hai bisogno di metterci le mani, di metterci gli occhi, di metterci il corpo. Ecco, io ho avuto questo bisogno, soprattutto, veramente, sento questo bisogno. Sapete cosa mi piacerebbe tantissimo? È un sogno, quello di poter approdare a Gaza e guardare negli occhi le bambine e i bambini di Gaza e vedere lo stupore che vedi in tutte le bambine e i bambini del mondo quando gli appare qualcosa di strano. Ma ve lo immaginate una barca come l’Handala della Freedom Flotilla che riesce a superare il blocco militare navale d’Israele e serenamente poter approdare nelle acque di Gaza e poter dare questi giocattoli questi peluche a questi bambini. Tornerei indietro di molti anni, come quando avevo vent’anni ero a Comiso e facevo il clown per stupire e divertire i bambini e per fargli riflettere che la guerra non era lontana e che ad ognuno di noi bastava fare un piccolo gesto. Lì la storia era dei coniglietti che per impedire la realizzazione di una grande base missilistica, alla fine si mettevano d’accordo e rosicchia, rosicchia, rosicchia, si mangiavano il missile. Ecco, mi piacerebbe che anche questa storia la potessi raccontare alle bambine e ai bambini di Gaza. Questo è il senso di una missione come quella di Handala, come quella della Freedom Flottiglia, ma è una missione anche politica non è soltanto una missione umanitaria. Io credo che di politica dal basso, di metterci le mani, di sporcarci le mani e non più soltanto del sangue, ma di sporcarci le mani di fango, dell’acqua salata, di questo vento che ti lascia tanta salsedine in corpo, io penso che alla fine un senso ce l’abbiano. Andiamo avanti, veramente mi auguro di poter approdare a Gaza. Sarebbe un sogno bellissimo e credo che farebbe bene tanto alle bambine e ai bambini di Gaza, ma farebbe bene tanto, tanto a casa nostra, anche ai ragazzi e alle ragazzi di casa nostra, perché anche loro hanno bisogno di credere che ancora qualcosa è possibile fare per fermare la catastrofe climatica, per fermare i crimini globali, per fermare l’olocausto di una guerra globale totale che ci si sta preparando da mesi, da anni. Vi abbraccio e spero veramente di rivedervi presto e di potervi trasmettere la gioia attraverso i miei occhi negli occhi delle bambine e dei bambini di Gaza.