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Un viaggio lungo 400 anni. La maschera del diritto internazionale tra principio di sovranità degli Stati e vocazione imperiale
IN OCCASIONE DELLA SETTIMANA DI MOBILITAZIONE PER LA LIBERTÀ D’INSEGNAMENTO (CLICCA QUI PER LA PAGINA), PREVISTA DAL 9 AL 13 SETTEMBRE 2026, L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ INSIEME A DOCENTI PER GAZA HA ORGANIZZATO UNA SERIE DI INIZIATIVE E PERCORSI DIDATTICI PER LE SCUOLE. IN QUESTA PAGINA VI PRESENTIAMO IL VIDEO E IL MATERIALE RELATIVO ALL’INTERVENTO DIDATTICO DI MARCO MEOTTO, DOCENTE DI STORIA E FILOSOFIA, COAUTORE DEL MANUALE DI STORIA PER LE SCUOLE SECONDARIE DI SECONDO GRADO TRAME DEL TEMPO, E ATTIVISTA DI SCUOLE PER LA PACE TORINO E PIEMONTE. * * * * * * * INTRODUZIONE È il 1648 e nelle stanze dei palazzi di Münster e Osnabrück, i diplomatici di mezza Europa per mesi e mesi si scambiano documenti, disputano su protocolli, negoziano in sale separate. Alla fine, firmano. Pongono fine alla Guerra dei Trent’anni, un conflitto devastante che aveva dissolto molte certezze. Ma cosa nasce davvero in quelle stanze? Il principio di sovranità dello Stato. È l’autorità del principe su un territorio. È un’idea nuova e potente: entro questi confini, comando io. La mia legge. La mia, persino, religione. È il principio della sovranità territoriale. Ma guardiamo tutto questo da un’altra angolazione. Quel principio non nasce dal nulla, e non nasce puro. Nasce come soluzione a una crisi dell’impero. L’impero universale, quello degli Asburgo di Spagna e Austria – così come il potere universale della Chiesa di Roma – ha fallito nel suo tentativo di imporre un unico ordine. La sovranità è la formula giuridica che cristallizza la sua frammentazione. E qui sta il paradosso che ci accompagnerà per quattro secoli. Quel principio, che promette ordine e limite (“entro questi confini”), diventa immediatamente lo strumento per un nuovo, illimitato disordine. Perché se io sono sovrano nel mio regno, e tu sei sovrano nel tuo, tra di noi non c’è più un’autorità superiore che ci giudica. Ci sono solo il trattato e la forza. La sovranità non cancella l’ambizione imperiale. La rilocalizza. La trasforma da sogno universale in progetti concorrenti. Nasce così un sistema. Un sistema i cui attori principali non sono certo i popoli, ma, in prima battuta, le dinastie regnanti e i loro apparati. Un sistema che ha una doppia anima, una schizofrenia costitutiva. In “casa” (in Europa): la logica della sovranità. Questa si fonda sul riconoscimento formale, equilibrio, diplomazia, trattati tra (quasi) pari. Fuori “casa” – vale a dire, nel resto del mondo – è la logica dell’impero. Espansione, conquista, dominio, assoggettamento senza pari diritti. Il diritto internazionale che inizia in Westfalia non è la legge che mette fine al caos. È il linguaggio giuridico che codifica un doppio standard. È il codice che le potenze si danno per gestire i loro conflitti tra di loro, mentre insieme si spartiscono il mondo. Quella che comincia dalle paci di Westfalia in avanti è la storia di una tensione strutturale tra il principio formale della sovranità (che dice: siamo tutti uguali, autonomi) e la pratica materiale dell’impero (che dice: io comando, tu obbedisci). Nel percorso seguiremo questa tensione. Vedremo come deforma ogni tentativo di creare un ordine globale pacifico. Vedremo alcuni esempi di ipocrisie eclatanti, ma anche forme di resistenza. Questo viaggio dovrebbe permetterci di capire che, in fondo, il diritto internazionale è stato spesso un modo per camuffare esigenze di dominio. Allo stesso tempo proveremo a cogliere le possibilità datesi storicamente di respingere o contenere queste logiche. 1. IL DIRITTO DEI SOVRANI Le paci di Westfalia sono un patto di non interferenza. In fondo si ribadisce ancora il principio “Cuius regio, eius religio“, sancito già cento anni prima ad Augusta, limitatamente alla Germania e ai rapporti tra cattolici e luterani. Questa volta diventa un principio diffuso per tutta l’Europa centro-occidentale: nella sua regione, decide il sovrano la religione. È la fine delle guerre di fede universali. Ma attenzione: non è la fine dei tentativi di conquista di nuovi territori. È solo la sua razionalizzazione. La sovranità è il nuovo codice del club dei sovrani. Definisce chi è dentro e chi è fuori. Il Sultano ottomano, ad esempio, ne è fuori. E lo stesso vale per i popoli indigeni delle Americhe, che, di norma, non sono contemplati. I sovrani dei regni africani? Buoni solo per accordi capestro per appropriarsi di risorse, come fanno portoghesi e olandesi che cercano di monopolizzare la tratta degli schiavi. Insomma, il diritto internazionale tra Seicento e Settecento è un manuale di convivenza per predatori. Stabilisce come spartirsi la preda – cioè il mondo coloniale – senza azzannarsi troppo sul Vecchio Continente. La lezione è che il riconoscimento reciproco della sovranità in Europa serve a rendere più ordinata la corsa imperiale fuori dall’Europa. Basta pensare alle vicende della pirateria e della guerra dei corsari nell’area dei Caraibi e non solo. Anche quando in Europa le grandi potenze coloniali (Francia, Spagna, Inghilterra, Paesi Bassi, Portogallo) sono in pace e i loro rapporti sono regolati da accordi sottoscritti dai rispettivi governi, sui mari e nel mondo coloniale, vale il principio “no peace beyond the line”, nessuna pace oltre la linea. Significa che, al di là di una mutevole e immaginaria linea dell’ammiragliato, che passava nell’Atlantico nei pressi dei Tropici, la guerra, il saccheggio, i massacri erano sempre possibili. 2. LA POLITICA CON ALTRI MEZZI Il Settecento affina il gioco. Le guerre hanno una valenza esclusivamente politica, mai ideologica: che sia la successione al trono, il monopolio commerciale di qualche bene (gli schiavi, ed esempio) o il controllo delle colonie. La parola d’ordine in Europa è “equilibrio”. Quando una potenza – la Francia del Re Sole, ad esempio – diventa troppo minacciosa, tutte le altre si coalizzano per riportare l’ordine. Prendiamo la Guerra di Successione Spagnola. Decine e decine di migliaia di morti per stabilire se un Borbone può sedere sul trono di Madrid. La vera questione, in realtà, è un’altra: si possono unire la Francia e la Spagna sotto una sola corona? No, l’equilibrio sarebbe rotto: nascerebbe un impero in Europa. Alla fine, i trattati di Utrecht e Rastadt altro non sono che l’ennesima riproposizione del principio di equilibrio: un Borbone va a Madrid, ma le corone non si uniranno mai. E l’Inghilterra si prende Gibilterra e la tratta degli schiavi dei portoghesi: è la rincorsa per spiccare il salto e diventare la più grande potenza commerciale e coloniale. In modo simile si svolgeranno le altre guerre europee del Settecento. Quando sarà la Prussia a diventare una minaccia per gli interessi di Austria e Francia, ecco che le due tradizionali nemiche si coalizzeranno per ridimensionare le ambizioni prussiane. Ancora una volta l’Inghilterra, in competizione globale con la Francia, ne approfitterà per impadronirsi di nuovi territori coloniali. La guerra è un calcolo spietato, ma lucido. Non è casuale che un secolo dopo il generale prussiano Von Clausewitz, dirà che la guerra è “la politica con altri mezzi”. L’equilibrio tra gli Stati non è garanzia di vera pace: non lo è nel Settecento e non lo sarà in seguito. Nel Settecento è solo il modo per gestire la competizione, il modo con cui i giocatori più importanti – gli Stati più forti – si accordano per rimanere in partita, mentre fuori dall’Europa la vera sfida – quella per le ricchezze del globo – si gioca senza regole. Il diritto è bifronte: tendenza all’uguaglianza tra pari in Europa, licenza di saccheggio nel resto del mondo. 3. UNA RIVOLUZIONE ANTICOLONIALE: IL DIRITTO NON È PER TUTTI Poi i nodi vengono al pettine e le contraddizioni esplodono nel 1789. La Rivoluzione Francese, attingendo al lessico dell’illuminismo più radicale, fa esplodere il vocabolario giuridico. La sovranità non è più del re, ma del popolo. I diritti sono universali. È un terremoto. E la guerra in Europa riesplode in modo diverso: guerra prima per difendere e poi, con Napoleone – e non senza mille contraddizioni -, per esportare la rivoluzione sulla punta delle baionette. Dall’altra parte – quella delle teste coronate – la guerra è per fermare, cancellare, estirpare la rivoluzione. Torna, in apparenza, a essere una guerra ideologica: diffondere la rivoluzione o riportare l’ordine? Eppure, il terremoto arriva anche dove la Francia meno se lo aspetta: nella sua colonia più ricca, Saint-Domingue, oggi Haiti. Qui, ci sono mezzo milione di schiavi neri, che lavorano nelle piantagioni che rendono la Francia il più importante esportatore di zucchero in tutta Europa. Gli schiavi accolgono le parole universali della Rivoluzione – libertà, uguaglianza – e le rivolgono contro i loro sfruttatori, i piantatori bianchi, i padroni dei latifondi coltivati a canna da zucchero. Nel 1791 insorgono. La loro lotta è così potente che costringe la Convenzione di Parigi, nel 1794, a un atto incredibile: l’abolizione totale della schiavitù. Sembra il trionfo dell’universalismo. Ma la maschera cade presto. Quando Napoleone prende il potere, il suo progetto è ricostruire l’impero coloniale francese e la sua macchina da soldi caraibica: la piantagione schiavista. Nel 1802 manda un esercito a Haiti con un ordine chiaro: ripristinare la schiavitù e sterminare i capi della rivolta. Catturano il leader Toussaint Louverture con l’inganno e lo deportano a morire in una prigione francese. La risposta haitiana, guidata da Dessalines, è una guerra di liberazione totale, cruenta e senza tregua, come saranno sempre, da allora, le guerre di liberazione contro i padroni coloniali. Nel 1804, Haiti dichiara l’indipendenza. L’esercito che in tutta Europa trionfa, quello napoleonico, nei Caraibi è stato sconfitto. Haiti nasce come la prima repubblica nera del mondo, la prima repubblica composta in prevalenza di ex schiavi. La prima vera rivoluzione anticoloniale trionfa, ma il cammino è subito in salita. Nessuna potenza europea la riconosce, gli Stati Uniti si rifiutano di commerciare con Haiti. Il chiaro messaggio, sul piano del diritto internazionale, è questo: la sovranità rivoluzionaria, quando minaccia il cuore economico dell’impero, deve essere schiacciata. L’universalismo si ferma dove iniziano i profitti. Haiti diventa in fretta uno stato paria, boicottato, costretto a pagare un debito mostruoso alla Francia per il “danno” della sua libertà. La sua sovranità non sarà mai considerata uguale. La rivoluzione haitiana mostra chiaramente la tensione tra l’ambizione imperiale europea e il diritto alla sovranità. Al contempo, ha chiarito un nuovo, sovversivo principio: l’autodeterminazione dei popoli è un atto di forza, non arriva come un dono. E questo incrina una volta per tutte il diritto internazionale pensato come equilibrio tra Stati europei. 4. IL TRIONFO DEL DIRITTO INEGUALE E LA SPARTIZIONE DEL MONDO Dopo Waterloo, dove cade definitivamente Napoleone, il Congresso di Vienna non vuole solo ridisegnare la mappa, ancora una volta, in nome dell’equilibrio. Vuole imbrigliare la storia. Nasce il “Concerto d’Europa”: una sorta di direttorio delle grandi potenze che si autoproclama in diritto di intervenire ovunque, per spegnere sul nascere le eventuali fiamme rivoluzionarie. Nel 1820, questo principio diventa dottrina: le potenze della Santa Alleanza (Russia, Austria, Prussia) hanno il “diritto di intervento” per salvare un monarca legittimo dai suoi stessi sudditi ribelli. È una violazione palese della sovranità dei paesi, ma con una causa ben precisa: preservare il sistema reazionario. Il diritto internazionale diventa qui il guardiano armato di un ordine sociale. Le spinte alla trasformazione sono più forti e, in Europa, l’ordine della Restaurazione, sempre più debole, crollerà definitivamente dopo il 1848 Ma c’è un’altra faccia di questo ordine. Se all’interno dell’Europa il Concerto mantiene l’ordine e tutela l’equilibrio reazionario sancito a Vienna, all’esterno promuove l’espansione dei mercati, un sistema che ormai inizia a essere governato dalle leggi del mercato capitalistico. E quando i mercati non si aprono da soli, li si apre con la forza. Guardiamo al caso della Cina. Per secoli, l’Impero Qing aveva regolato rigidamente il commercio con l’Occidente. La bilancia commerciale era fortemente in suo favore: l’Europa comprava tè, seta, porcellana, pagando in argento. Fino a quando la British East India Company non trovò la merce perfetta per ribaltare i flussi: la droga. Così l’oppio, prodotto nell’India sotto il controllo britannico, inizia a essere contrabbandato in massa in Cina. Quando la Cina tenta di fermare questo flusso di sostanze stupefacenti – un vero e proprio flagello per la stabilità interna del paese – confiscando e distruggendo tonnellate di carichi di oppio britannico, la risposta di Londra è la guerra. Anzi, due guerre: una nel 1839 e l’altra nel 1856. Non sono più guerre per conquistare terre, ma per imporre i propri beni commerciali. A vincere sono i cannoni della flotta britannica. I trattati che ne seguono – Nanking nel 1842, Tientsin nel 1858 – sono il manuale di un diritto internazionale asimmetrico: non a caso gli storici li hanno chiamati i “trattati ineguali”. Al saccheggio inglese si aggiunge quello di Francia, Russia e Stati Uniti: oltre una decina di porti cinesi sono aperti forzatamente al commercio straniero, Hong Kong viene ceduta alla Gran Bretagna, la Cina perde il controllo sulle sue tariffe doganali – cosa che manda in fallimento il suo settore manifatturiero – e, infine, viene imposta l’extraterritorialità giuridica per i cittadini britannici, che in Cina non sono più soggetti alla legge cinese, ma a corti consolari britanniche. Lo stesso privilegio verrà esteso in seguito ad americani, francesi, russi. La sovranità cinese viene svuotata: sul suo territorio, in parti delle sue città, vigono leggi europee. Il suo governo non può decidere con chi e a quali condizioni commerciare. Il “libero scambio” smette la maschera del principio astratto economico e svela il suo volto reale: un atto di dominio, sancito da un trattato. Ma la Cina non è un caso isolato. Lo stesso accade al Giappone che, dopo due secoli e mezzo di isolamento, viene costretto ad aprirsi nel 1854 a colpi di cannone dal commodoro americano Matthew Perry. Il trattato di Kanagawa segue lo stesso copione: porti aperti ed extraterritorialità. C’è poi il caso dell’Impero Ottomano, soprannominato “il malato d’Europa”. Il Sultano è ridotto, già dal Settecento, a concedere le famose “Capitolazioni”: privilegi commerciali e giurisdizionali alle potenze europee, che ne erodono l’autorità fino a renderlo una semi-colonia finanziaria. Non è diversa la sorte di paesi formalmente indipendenti come la Persia o il Siam, che sono costretti a firmare trattati con clausole di extraterritorialità e controllo sulle dogane. Questo è il vero volto del “Concerto” fuori dall’Europa. Non c’è equilibrio. C’è una gerarchia razziale e giuridica. Le potenze europee si riconoscono tra loro come sovrani uguali, ma negano quella stessa piena sovranità alle grandi civiltà d’Asia. Il diritto internazionale, in questo momento storico, non è certo universale, è invece un sistema di caste giuridiche: ci sono stati sovrani (europei), stati semi-sovrani (ad esempio Cina, Giappone, Persia, Impero ottomano), e poi c’è il resto del mondo, già spartito, o pronto per la spartizione coloniale. Il principio di Westfalia – l’autorità esclusiva sul proprio territorio – viene così brutalmente smentito appena si varcano i confini d’Europa. Dimostra di valere solo per chi ha sufficienti cannoni e navi da guerra per farlo rispettare. Per tutti gli altri, la sovranità è negoziabile, violabile, svendibile a colpi di trattati ineguali. La forza che straccia le regole non è un’eccezione. È la premessa stessa del sistema. La fine dell’Ottocento è un grande dispiegarsi di questa tendenza e ci mostra la grande corsa all’Africa. Per evitare che la concorrenza sfoci in una guerra tra Stati europei, le potenze fanno una cosa straordinaria: indicono una Conferenza a Berlino nel 1884. Quattordici stati, nessun africano presente. Con riga e squadra, i partecipanti alla Conferenza si spartiscono un intero continente. Stabiliscono regole: per rivendicare un territorio, questo va effettivamente occupato. Burocratizzano la conquista. Formalmente, si impegnano a combattere la schiavitù. In pratica, instaurano il lavoro forzato. Dicono di voler civilizzare popoli arretrati. Nei fatti sfruttano, sottomettono, annientano intere civiltà. È il trionfo della tensione tra il principio della sovranità dello stato e la vocazione imperiale. È proprio questa l’epoca definita dell’imperialismo: la sovranità delle potenze europee – il loro diritto a riunirsi, riconoscendosi reciprocamente e stipulando trattati – viene esercitata per costruire imperi coloniali e negare ogni sovranità ai popoli africani. Il diritto internazionale fornisce così la facciata legale al saccheggio più spudorato. È la perfetta sintesi di forma giuridica e violenza imperialista. 5. DALLA SOCIETÀ DELLE NAZIONI ALL’ONU Ma gli spazi coloniali a un certo punto si esauriscono. La concorrenza tra le potenze europee, invece, non si arresta. A quel punto anche l’equilibrio salta. L’esito è la Prima guerra mondiale. Possiamo dire che è la bancarotta dei princìpi che avevano governato l’Europa sino ad allora. La guerra è un massacro enorme, inimmaginabile prima. Dalle macerie del primo conflitto mondiale nasce la Società delle Nazioni. Il sogno sembra nobile: sicurezza collettiva, arbitrato, disarmo, principio di autodeterminazione nazionale. Ma anche qui esiste un doppio standard. L’autodeterminazione – dichiarata a gran voce e poi applicata alla bell’e meglio nella ridefinizione dei confini europei – non vale ovunque. L’Impero ottomano è spartito tra Francia e Inghilterra. Stesso destino per le colonie tedesche. Nel frattempo, le contraddizioni della guerra hanno portato in Russia a una rivoluzione di ispirazione socialista, la prima che abbia mai avuto successo nella storia dell’umanità. Nella Russia rivoluzionaria i bolscevichi, giunti al potere, prendono a picconate le ipocrisie del diritto internazionale vigente: rendono pubblici i trattati segreti che lo Zar aveva stipulato con le altre potenze europee e svelano che, dietro alle dichiarazioni di facciata dei governi, la guerra nascondeva precisi interessi di spartizione del mondo. La Russia rivoluzionaria, oltre a invitare gli operai di tutto il mondo a unirsi per prendere il potere, persegue il principio internazionalista dell’amicizia tra i popoli, ma allo stesso tempo invita all’autodeterminazione le popolazioni sottomesse al giogo coloniale. Non deve allora stupire che gli Stati vincitori della Prima guerra mondiale, quegli stessi che stanno dando vita alla Società delle Nazioni, si premurino di inviare soldati a supporto delle forze controrivoluzionarie, impegnate in una sanguinosa guerra civile contro la Russia socialista. Il principio di autodeterminazione non vale laddove uno Stato possa mettere a rischio il sistema. La Società delle Nazioni nasce così con il respiro corto, perché i fantasmi del passato sono al tavolo. Troppi interessi materiali da tutelare per i vincitori della guerra. La Francia vuole umiliare la Germania, l’Inghilterra vuole tenersi l’impero, gli Stati Uniti (che poi non entreranno mai nella Società) sono isolazionisti. Di ammettere la Russia sovietica non se ne parla sino al 1934. L’ammissione dell’Urss è giusto di un anno successiva al ritiro volontario della Germania di Hitler, che non vuole accettare le limitazioni all’esercito imposte dai trattati di pace successivi alla Prima guerra mondiale, e del Giappone che, nella sua campagna espansionistica, aveva occupato la regione della Manciuria. D’altra parte, la Società può solo raccomandare, non obbligare i suoi membri. Un episodio che ne segna il destino è nel 1935. L’Italia fascista di Mussolini invade l’Etiopia. L’Imperatore Hailé Selassié denuncia da Ginevra, sede della Società delle Nazioni, l’aggressione fascista e chiede giustizia. La Società decreta delle sanzioni, ma molti Stati non le rispettano e, soprattutto, petrolio e carbone sono esclusi dall’embargo. Sono, in fondo, sanzioni di facciata. Dimostrano che gli interessi di espansionismo imperialista dei singoli stati contano più del diritto collettivo. La sovranità egoistica affonda il primo tentativo di una regolamentazione mondiale dei rapporti tra Stati. La strada per la Seconda Guerra Mondiale è ormai tracciata. La stessa Italia fascista si ritirerà dalla Società delle Nazioni nel 1937, pronta a stringere un’alleanza con la Germania e il Giappone. La Società delle Nazioni, silente e attendista anche nel caso della guerra civile spagnola, riguardo alla quale si trincera dietro l’equidistanza tra fascismo e democrazia, non saprà in nessun modo evitare la guerra più distruttiva di sempre. Il secondo conflitto mondiale rappresenta l’implosione di quel sistema nato a Westfalia trecento anni prima. La sovranità assoluta, svincolata da qualsiasi limite sostanziale, degenera in progetti imperiali totali e inconciliabili. Non è più solo competizione tra Stati, ma scontro tra visioni del mondo che pretendono di ridisegnare con la violenza l’ordine globale, spazzando via persino l’ipocrisia formale del diritto. È la negazione di ogni principio, persino di quello, puramente procedurale, dell’equilibrio. La guerra totale, il genocidio, la sottomissione di interi popoli non come “effetto collaterale” ma come obiettivo politico, mostrano il volto estremo della sovranità quando, spogliatasi di ogni finzione giuridica, si erge a unico fondamento. Il conflitto diventa così la cartina di tornasole di una verità sempre presente ma spesso camuffata: il sistema degli Stati sovrani, senza un sistema di regolazione che ne contenga gli eccessi, porta in sé il germe della propria distruzione. Dalla lezione del fallimento della Società delle Nazioni nasce l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Gli stati fondatori sono però cinici realisti. Sanno che senza le grandi potenze, tutto crolla. Così, accanto all’Assemblea Generale, dove siedono tutti i paesi indipendenti e sovrani, creano un Consiglio di Sicurezza ristretto (solo 15 membri) e danno ai vincitori del secondo conflitto mondiale – USA, URSS, Gran Bretagna, Francia e Cina – un’arma suprema: un seggio permanente e il diritto di veto. È la codificazione della disuguaglianza. L’articolo 2 della Carta proclama la sovranità uguale di tutti gli stati. Ma il veto dice il contrario: alcuni stati sono più sovrani di altri. L’ONU non nasce per superare l’impero, ma per gestire la competizione tra due “blocchi” – quello a guida statunitense e quello a guida sovietica – e prevenirne lo scontro nucleare. È un sistema basato sulla paura, che cristallizza il potere dei vincitori del 1945. A rendere teso questo equilibrio sarà la decolonizzazione, un fenomeno che dilagherà nei decenni successivi alla fine della guerra. L’Assemblea Generale dell’Onu vedrà crescere in modo esponenziale il numero dei propri membri (che quasi quadruplicano dalla nascita dell’Onu a oggi), ma il vero potere resterà nella stanza del Consiglio di Sicurezza. 7. IL BIPOLARISMO E LA SFIDA DEL TERZO MONDO Se l’ONU nasceva con l’ambizione di “salvare le generazioni successive dal flagello della guerra”, la realtà della Guerra Fredda la trasforma rapidamente in un’arena congelata. Il diritto internazionale diventa l’arma diplomatica di un mondo bipolare. Il Consiglio di Sicurezza, paralizzato dal gioco dei veti incrociati tra USA e URSS, non riesce a fermare i conflitti, ma solo a “gestire” la reciproca convivenza tra le due superpotenze, evitando la distruzione assicurata da un eventuale conflitto atomico. Mentre in Europa regna una pace armata e apparente, il resto del pianeta diventa il teatro di guerre per procura (Corea, Vietnam, Afghanistan). In questi scenari, la sovranità degli stati minori è pura finzione: i confini vengono decisi o violati in base alla fedeltà a uno dei due blocchi. Il diritto internazionale di questo periodo è un codice di coesistenza tra due imperi ideologici ed economici. Non si tratta di giustizia, ma di “stabilità”. La legalità viene invocata solo quando serve a denunciare l’avversario, mentre le violazioni proprie vengono giustificate come “difesa della libertà” o “solidarietà socialista”. Sotto la superficie dei trattati sul disarmo, il motore resta lo stesso: il controllo delle zone d’influenza e delle risorse strategiche. Ma mentre i due giganti si sfidano, accade qualcosa di imprevisto: i “popoli senza storia” – alcuni sono quelli di Berlino del 1884 – iniziano a riprendersi la parola. Tra gli anni ’50 e ’70, la decolonizzazione travolge i vecchi imperi europei. Nel 1955, con la Conferenza di Bandung, nasce il movimento dei “Non Allineati”: un Terzo Mondo, oltre a quello del blocco occidentale liberal-capitalista e quello del blocco sovietico comunista. Per la prima volta, il diritto internazionale non è più solo un monologo europeo. I nuovi stati usano l’Assemblea Generale dell’ONU come megafono per rivendicare il vecchio principio dell’autodeterminazione dei popoli, ma declinandola in una nuova modalità. La rivendicazione non si limita all’indipendenza politica, ma richiede anche una “decolonizzazione economica”. È qui che lo scontro si fa durissimo. Questi paesi denunciano che la libertà politica è inutile se i prezzi delle materie prime sono fissati a Londra o New York, e se il debito estero diventa la nuova catena che li lega ai vecchi padroni imperiali. Tentano di proporre un diverso ordine economico internazionale basato sulla sovranità permanente sulle proprie risorse. La risposta dei mercati e delle potenze occidentali sarà brutale: colpi di stato, sanzioni e l’arma del debito. Il diritto dei popoli si scontra contro il muro invalicabile della proprietà e del profitto globale. La sovranità riconquistata con il sangue viene spesso svuotata dalla dipendenza finanziaria. 8. L’ILLUSIONE DI UN “SOLO GENDARME” MONDIALE Il crollo dell’URSS nel ’91 sembra aprire un’era unipolare. Ne è una dimostrazione la guerra del Golfo del 1991, dove l’ONU autorizza una coalizione a guida USA che muove guerra all’Iraq, responsabile dell’invasione del Kuwait. Si capisce subito che, dietro il movente della sovranità del piccolo ma ricco stato del Golfo, c’è l’interesse economico. Nei primi anni ’90, il disastro jugoslavo mostra una realtà. Tentennante, contraddittorio, quando non controproducente, è il ruolo dell’ONU in Bosnia. Tutto questo induce a un maggior protagonismo da parte della NATO che agisce fuori dal mandato ONU: bombardamenti unilaterali in Bosnia nel ’95 e, soprattutto, in sulla Serbia nel ’99, senza mandato del Consiglio di Sicurezza. Si invoca una “legittimità umanitaria” superiore alla legalità internazionale. È la vecchia ambizione imperiale che ora si veste dell’abito buono delle ragioni umanitarie. Altrettanto impotente si rivela l’ONU nel 1994, quando in Rwanda si consuma il genocidio dei Tutsi. Il passo finale lo compie l’amministrazione Bush nel 2003: l’invasione dell’Iraq basata su prove false, un atto di pura aggressione che il Segretario Generale Kofi Annan definirà “illegale”. Il gendarme unipolare agisce dove vuole, usando l’ONU se comodo, ignorandola se di intralcio. La reazione a questo momento unipolare è il mondo di oggi: multipolare e caotico. Russia e Cina, avendo imparato la lezione, usano il veto per bloccare interventi occidentali e invocano la sovranità nazionale come scudo per tutelare i loro spazi d’influenza, praticando a loro volta, però, un imperialismo regionale. L’UE è paralizzata e succube della tradizionale alleanza con gli USA. Intanto, nuovi attori sorgono. Il diritto internazionale non è morto. È più vivo che mai nei tribunali, nei trattati climatici, nelle dispute commerciali. Ma è diventato il campo di battaglia di questa nuova competizione. Tutti ne parlano, tutti lo usano, ma la sua forza dipende ancora, come nel 1648, dalla volontà di rispettarlo da parte di chi detiene il potere. La tensione tra sovranità e impero non è stata risolta. Si è moltiplicata. CONCLUSIONI Abbiamo seguito lo spettro di Westfalia per quattro secoli. Ha preso la forma dell’equilibrio, del concerto, del mandato coloniale, del veto. È la storia di come il potere cerca costantemente una veste legale, e di come quella veste sia sempre troppo stretta, sempre lacerata dalla volontà di dominio. Il diritto internazionale non è la legge che governa il mondo. È il linguaggio con cui il mondo cerca, spesso invano, di governare la forza. Comprenderne la storia non ci dà ancora la soluzione, ma ci toglie l’illusione. E forse, in un mondo di sovranità confliggenti e nuove ambizioni imperiali, non illudersi è l’unico punto da cui partire, per pensare un diritto internazionale che sia, in primo luogo, il diritto dei popoli e non il diritto degli Stati o degli interessi economici che li manovrano. Marco Meotto, Scuole per la Pace di Torino e Piemonte Meotto, Un viaggio di 400 anniDownload -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
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Quarto giorno di navigazione per Antonio Mazzeo su Handala: il sogno di vedere gli occhi dei bambini di Gaza
PUBBLICHIAMO IL VIDEO E LA TRASCRIZIONE DEL REPORT DI ANTONIO MAZZEO, DOCENTE, GIORNALISTA E PROMOTORE DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, AL QUARTO GIORNO DI NAVIGAZIONE SU HANDALA DI FREEDOM FLOTILLA ALLA VOLTA DELLA PALESTINA. In questi giorni in tanti mi avete chiesto perché sei partito, perché l’hai fatto, qual è il senso di questa missione. In sincerità, me lo sono chiesto tanto in questi giorni perché sono partito. Probabilmente l’ho fatto perché ero stanco di sentirmi impotente. In questi anni ho scritto tantissimo sui rapporti tra Italia e Israele e  su quanto il nostro governo ha sostenuto e sostiene il genocidio del popolo palestinese attraverso le mani di Netanyahu, delle forze armate israeliane. Ci sono però dei momenti in cui hai bisogno di metterci qualcosa in più che la testa e la tastiera, hai bisogno di metterci le mani, di metterci gli occhi, di metterci il corpo. Ecco, io ho avuto questo bisogno, soprattutto, veramente, sento questo bisogno. Sapete cosa mi piacerebbe tantissimo? È un sogno, quello di poter approdare a Gaza e guardare negli occhi le bambine e i bambini di Gaza e vedere lo stupore che vedi in tutte le bambine e i bambini del mondo quando gli appare qualcosa di strano. Ma ve lo immaginate una barca come l’Handala della Freedom Flotilla che riesce a superare il blocco militare navale d’Israele e serenamente poter approdare nelle acque di Gaza e poter dare questi giocattoli questi peluche a questi bambini. Tornerei indietro di molti anni, come quando avevo vent’anni ero a Comiso e facevo il clown per stupire e divertire i bambini e per fargli riflettere che la guerra non era lontana e che ad ognuno di noi bastava fare un piccolo gesto. Lì la storia era dei coniglietti che per impedire la realizzazione di una grande base missilistica, alla fine si mettevano d’accordo e rosicchia, rosicchia, rosicchia, si mangiavano il missile. Ecco, mi piacerebbe che anche questa storia la potessi raccontare alle bambine e ai bambini di Gaza. Questo è il senso di una missione come quella di Handala, come quella della Freedom Flottiglia, ma è una missione anche politica non è soltanto una missione umanitaria. Io credo che di politica dal basso, di metterci le mani, di sporcarci le mani e non più soltanto del sangue, ma di sporcarci le mani di fango, dell’acqua salata, di questo vento che ti lascia tanta salsedine in corpo, io penso che alla fine un senso ce l’abbiano. Andiamo avanti, veramente mi auguro di poter approdare a Gaza. Sarebbe un sogno bellissimo e credo che farebbe bene tanto alle bambine e ai bambini di Gaza, ma farebbe bene tanto, tanto a casa nostra, anche ai ragazzi e alle ragazzi di casa nostra, perché anche loro hanno bisogno di credere che ancora qualcosa è possibile fare per fermare la catastrofe climatica, per fermare i crimini globali, per fermare l’olocausto di una guerra globale totale che ci si sta preparando da mesi, da anni. Vi abbraccio e spero veramente di rivedervi presto e di potervi trasmettere la gioia attraverso i miei occhi negli occhi delle bambine e dei bambini di Gaza.
Terzo giorno di navigazione per Antonio Mazzeo, report da Handala in viaggio verso la Palestina
PUBBLICHIAMO IL VIDEO E LA TRASCRIZIONE DEL REPORT DI ANTONIO MAZZEO, DOCENTE, GIORNALISTA E PROMOTORE DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, IN VIAGGIO SU HANDALA DI FREEDOM FLOTILLA ALLA VOLTA DELLA PALESTINA. Buongiorno, terzo giorno di viaggio. Una giornata bellissima, sole, mare per fortuna un po’ più calmo di quello di ieri. È una giornata in cui ti viene da pensare, ti viene da pensare che abbiamo già percorso quasi un terzo del viaggio che separa Gallipoli da Gaza e nonostante le orribili, pessime notizie che continuano ad arrivare dalla Striscia, abbiamo la sensazione che questa missione possa veramente raggiungere l’obiettivo, cioè quello di attraversare il blocco navale militare di Israele e poter approdare nel porto di Gaza. Lo sentiamo perché qualcosa oggettivamente sta cambiando, perlomeno a livello internazionale, anche in quei Paesi come il nostro, che ha giocato e continua a giocare un ruolo determinante nel sostegno politico, militare, diplomatico ed economico di Israele, cresce enormemente il dissenso e non soltanto tra le popolazioni, ma cresce anche da quelle forze politiche che sostengono questi governi. È di ieri la sottoscrizione di un documento che comunque rappresenta un cambio di linea, un cambio di visione. C’è una richiesta, per quanto possa sembrare cinica dopo che si sono fornite le armi a Israele, di chiudere, di smettere di sparare sulle popolazioni. Stanotte i carri armati entrati a Gaza City hanno sparato sulle tende che ospitavano i rifugiati palestinesi. Ci sono già dati: tra i 15 e i 20 morti uccisi dalle bombe di questi carri armati. Eppure, ripeto, qualcosa si muove e perlomeno, dopo la Cumbre a Bogotà con i Paesi che hanno di fatto sostenuto le politiche di embargo e di invio di armi e la richiesta che veramente la Corte internazionale possa giudicare Netanyahu e i criminali di guerra, cresce anche tra quei paesi sostenitori, supporter di Israele, più di un mal di pancia. Ecco, questo è un segnale e, comunque vada, consentitemi di dire già il primo grande risultato questa missione di Handala lo ha avuto. Sta crescendo enormemente l’attenzione internazionale e soprattutto la volontà di arrivare da qui alla fine dell’estate a mettere su una grande missione internazionale con decine e decine di unità da barche come la Handala a barche più grandi, è stato fatto anche un appello agli armatori internazionali per mettere a disposizioni grandi navi proprio per poter riempirle di donne e uomini solidali con la lotta del popolo palestinese e soprattutto che vogliono aiutare direttamente, concretamente quelle bambine e bambini a cui da due anni viene negata qualsiasi possibilità di avere cibo, di avere acqua, di poter frequentare una scuola. Ecco questo è già un primo grande risultato, probabilmente Handala sarà l’ultima missione con un’imbarcazione, sarà l’ultima missione, consentitemi, di simbolismo di pace, di simbolismo e di relazione tra i popoli. Ad Handala probabilmente presto seguiranno le flotte di solidarietà di tante unità che vogliono rompere l’imbarco che vogliono rompere il silenzio dei media e che vogliono rompere la modalità di collaborazione criminale di buona parte dei Paesi, di buona parte delle industrie, di buona parte dell’economia e delle banche col genocidio israeliano del popolo palestinese.
Un viaggio a Balau Jati: dove antiche mani intrecciano storie nel deserto
A volte i viaggi più profondi iniziano con i momenti più semplici. Il mio è iniziato durante una tranquilla passeggiata serale al Khan Market di Nuova Delhi con il mio amico Saransh, il tipo di vagabondaggio senza meta che chi vive in città conosce bene. Ma da qualche parte tra il familiare caos dei venditori e la tiepida aria notturna di Delhi, abbiamo preso una decisione che avrebbe cambiato qualcosa di fondamentale nel mio modo di vedere il mondo. “Andiamo a Jodhpur per incontrare il signor Jairoopa Rao?” Saransh disse, quasi distrattamente. Mi ci buttai subito. Perché? Pura curiosità. Come lavorano queste persone dietro le quinte? Che tipo di vita conducono in quella zona deserta? Queste domande mi ronzavano in testa mentre prenotavamo i biglietti aerei lì sul posto, impegnandoci a visitare i tessitori di un villaggio a 80 chilometri da Jodhpur, dove le temperature raggiungono i 45 °C e l’antica arte sopravvive contro ogni previsione. La storia di come siamo venuti a conoscenza di questo posto parla della magia del viaggio autentico. Durante il COVID-19, Saransh e la sua compagna Cici avevano guidato da Dharamshala al Tamil Nadu con una sola missione: trovare persone che potessero ispirare in tempi difficili. Quando chiese a un perfetto sconosciuto dove potesse trovare questi artigiani, quell’incontro casuale lo portò a Jairoopa Rao. A volte le scoperte migliori accadono quando si è semplicemente aperti all’inaspettato. L’aeroporto di Jodhpur funge anche da base dell’aeronautica militare indiana, e scendere dall’aereo alle 14:00 è stato come entrare in un altro pianeta. Il caldo secco ha annunciato immediatamente che eravamo entrati in territorio desertico, di quelli che ti fanno capire la geografia in modi che le mappe non potrebbero mai fare. Le due ore di taxi per incontrare Jairoopa Rao mi hanno dato il tempo di riflettere sulle mie domande. Cosa avremmo trovato? Come saremmo stati accolti? Il paesaggio che scorreva oltre i finestrini offriva indizi: sabbia infinita, vegetazione rada e una vastità che ti fa sentire insignificante e profondamente vivo. Quando ho visto Jairoopa Rao per la prima volta, ho capito che incarnava tutto ciò che non mi aspettavo: folti baffi, il tradizionale dhoti-kurta e un sorriso che faceva sentire subito a proprio agio anche uno sconosciuto. Ma è stato quello che è successo dopo a cogliermi di sorpresa. Appena scesi dall’auto, bambini sono comparsi da ogni dove. Non solo qualche bambino curioso, ma un’intera schiera di volti eccitati che raramente avevano visto un’auto da vicino. C’erano persone emarginate economicamente, spesso emarginate dalla società dominante, eppure dotate di competenze che avrebbero umiliato qualsiasi artigiano moderno. L’ambiente sembrava mitico: sabbia che si estendeva ovunque, pavoni che si pavoneggiavano in paesaggi ricchi di flora e fauna perfettamente adattate a condizioni estreme. Per Saransh, era familiare. Per me, era come entrare in un modo diverso di esistere. Mentre il sole iniziava a tramontare, i bambini mi hanno portato a fare un giro nel villaggio, che è diventato una di quelle esperienze che si portano dentro per sempre. Mi hanno tempestato di domande, mi hanno preso in giro con delicatezza (cosa che ho adorato) e mi hanno mostrato una cosa rara: i bambini che vivono appieno il momento. Quando li ho sfidati a correre verso un albero lontano, sono esplosi di gioia. Questi bambini non erano incollati allo schermo: stavano creando il loro divertimento, le loro connessioni. Questi bambini correvano, saltavano, litigavano, giocavano insieme, assaporando appieno la vita senza la mediazione degli schermi. Quando li ho sfidati a correre verso un albero lontano e tornare indietro, sono esplosi di gioia ed energia. Erano intelligenti, persino brillanti, ma non avevano bisogno di telefoni. Avevano qualcosa di più raro: una presenza totale nelle loro vite. Guardarli mi ha ricordato quanto abbiamo perso nel nostro mondo digitale. Questi ragazzi non erano incollati agli schermi o a intrattenimento artificiale. Si creavano il loro divertimento, i loro giochi, le loro connessioni. Erano, semplicemente, pieni di vita. Dopo che Saransh ebbe finito il suo pisolino e dopo aver condiviso il tè – quel gesto universale di ospitalità – Jairoopa Rao e suo fratello ci condussero al loro laboratorio. Ciò a cui assistetti mi rese profondamente umile. Ogni tappeto, ogni durrie, è creato interamente a mano su telai tradizionali. Nessuna macchina, nessuna scorciatoia, solo mani umane guidate da generazioni di sapere. I costi di manodopera sono inevitabilmente elevati perché ogni pezzo rappresenta ore, giorni, settimane di lavoro umano individuale. Quando Jairoopa ci ha detto che ci vogliono dai 7 ai 10 giorni a seconda della metratura, ho iniziato a capire perché il loro lavoro incute rispetto. Una donna della loro famiglia ha mostrato il procedimento, muovendo le mani con una sicurezza che tradiva anni di esperienza nella padronanza di quest’arte. Vedere quei motivi intricati emergere filo dopo filo è stato ipnotico: tecniche antiche che creano un’arte destinata a sopravvivere a tutti noi. La cena mi ha fatto conoscere una cucina che non avrei mai immaginato. Sangri di verdure, fatto con fagioli secchi dell’albero khejri, originario delle regioni desertiche del Rajasthan, abbinato al bajre ki roti (focaccia di miglio perlato). Jairoopa mi ha spiegato come questi cibi non fossero solo preferenze culturali, ma saggezza di sopravvivenza: il bajre ki roti aiuta la digestione e rinfresca il corpo, adattandosi perfettamente al caldo estremo. L’albero khejri, ho imparato, è come un’ancora di salvezza in questo ambiente ostile, fornendo sia nutrimento che medicine. Ogni aspetto della loro dieta rifletteva una profonda comprensione di come prosperare dove altri potevano solo sopravvivere. Eravamo profondamente grati per questo pasto, non solo per i sapori ma anche per la generosità nel condividere con degli sconosciuti le loro risorse, sapientemente adattate. Quella che seguì fu una di quelle serate magiche che accadono solo quando si è completamente aperti all’esperienza. Sotto un cielo stellato più luminoso di quanto qualsiasi abitante di città possa mai vedere, ci ritrovammo a partecipare a un improvvisato incontro musicale. Saransh suonava il flauto, Jairoopa Rao l’armonium e io, pur non conoscendo la musica classica indiana, provai a recitare i raga. I bambini si unirono a noi, canticchiando e suonando strumenti, creando questa meravigliosa cacofonia di connessioni che trascendeva qualsiasi barriera linguistica. La musica divenne il nostro linguaggio universale, colmando qualsiasi lacuna esistesse tra i nostri mondi diversi. Era spontanea, imperfetta e assolutamente meravigliosa. Dormivamo sui khatiya (charpai in alcune regioni), letti tradizionali in corda, veri e propri capolavori di design e praticità. La struttura in legno con corde in fibra naturale offre una ventilazione perfetta per i climi caldi, una soluzione semplice che è rimasta invariata per generazioni perché funziona. Ma dormire sotto il cielo aperto del deserto portava con sé le sue sfide. La notte era ventosa, e la sabbia ci entrava negli occhi e in bocca, mentre i cani abbaiavano in lontananza. Ci siamo svegliati verso le 5 del mattino con suoni e sensazioni completamente estranei alla vita urbana. La routine mattutina prevedeva una passeggiata fino ai bagni del villaggio, costruiti a 10-15 metri dalle case, senza tubature, ma solo con secchi d’acqua e il tradizionale metodo di pulizia delle mani che, onestamente, ha una sua logica e pulizia se eseguito correttamente. La nostra passeggiata mattutina con Jairoopa Rao ha rivelato la dura realtà dietro la bellezza. Mentre il sole dipingeva il cielo di splendide tonalità arancio-rossastre e il vento fresco offriva sollievo dal caldo di ieri, Jairoopa ha condiviso storie che mi hanno sconvolto nel profondo. Mancanza di acqua pulita e servizi igienici. I servizi moderni di base sono ancora assenti dopo 75 anni di indipendenza. Ci ha mostrato un ritaglio di rivista degli anni ’90 e ci ha spiegato che anche adesso, nel 2025, il 90% dei loro guadagni viene destinato all’acqua potabile. Trentacinque anni dopo, nulla è cambiato. I funzionari governativi vengono qui per scattare foto con questi talentuosi artigiani, ma le soluzioni concrete non si materializzano mai. Ci sono persone che preservano antichi mestieri, creano bellezza con le proprie mani, e non hanno accesso a qualcosa di così fondamentale come l’acqua pulita. Questa conversazione ha cambiato qualcosa nel modo in cui percepivo la loro realtà quotidiana. Non si trattava solo di sopravvivere alle condizioni del deserto, ma di una negligenza sistematica che li costringe a spendere quasi tutto ciò che guadagnano per i bisogni umani fondamentali. Alle 7 del mattino, abbiamo fatto visita a un parente di Jairoopa che ci ha subito offerto tè e afeem (oppio), un rituale tradizionale che non mi aspettavo. L’anziano ci ha spiegato che era la loro usanza per dare il benvenuto ai visitatori. Saransh rifiutò, ma la mia curiosità ebbe la meglio. Volevo capire la loro realtà, e per queste persone che lavorano sotto il sole cocente, l’afeem fornisce l’energia necessaria per continuare a lavorare senza sfinimento. Non è un’attività ricreativa, è un adattamento funzionale a condizioni di lavoro difficili. Abbiamo scalato dune di sabbia per godere di una vista panoramica della zona, avvistando alberi khejri e pavoni lungo il percorso. Da quel punto di osservazione, si potevano ammirare sia l’isolamento che la bellezza del loro mondo: un deserto infinito che si estendeva in tutte le direzioni, il loro villaggio una piccola oasi di persistenza umana. Dopo una colazione a base delle stesse deliziose specialità locali – bajre ki roti e prodotti di khejri tree con latticello salato – Jairoopa ci ha mostrato la sua collezione di tappeti. La complessità, la tessitura dettagliata, la precisione dei dettagli mi hanno completamente sorpreso. Alla fine ho comprato un tappeto in misto lana e juta, mentre Saransh ne ha comprati due e una borsa in pelle. Ma abbiamo anche chiesto a Jairoopa di farci dei campioni, un modo per creare un legame e un supporto duraturi. L’unica persona in famiglia che sapeva usare uno smartphone era Mahendra, nipote di Jairoopa. Gli abbiamo chiesto di fotografare i tappeti e di inviarci i dettagli, unendo la loro arte tradizionale alla comunicazione moderna. Anche ora, mentre scrivo questo blog da Shillong, Mahendra continua a inviare foto: un legame che mantiene viva l’esperienza. La nostra ultima sessione fotografica con Jairoopa Rao e tutti i bambini è stata come catturare qualcosa di prezioso: volti e sorrisi che avevano già cambiato il mio modo di vedere il mondo. Poi siamo partiti per l’aeroporto, portando con noi molto più di tappeti e ricordi. Questo viaggio mi ha insegnato la resilienza, l’autenticità e le complesse realtà che si celano dietro la bellezza dell’artigianato. Mi ha mostrato bambini che hanno imparato l’arte di essere pienamente presenti, famiglie che si sono adattate con ingegno ad ambienti difficili e artigiani le cui capacità meritano riconoscimento e un giusto compenso. Ma ha anche messo in luce scomode verità sulla disuguaglianza, la negligenza e la facilità con cui trascuriamo le persone che creano bellezza mentre lottano per i beni di prima necessità. La decisione spontanea presa al Khan Market ha portato a qualcosa di molto più profondo del semplice turismo. È diventata un promemoria del fatto che alcune delle esperienze più profonde della vita accadono quando seguiamo la curiosità ovunque ci porti, quando siamo disposti a dormire su letti di corda sotto le stelle del deserto e quando ci apriamo a vite completamente diverse dalla nostra. A volte i viaggi migliori non riguardano la destinazione, ma le persone che incontri e il modo in cui cambiano il modo in cui vedi tutto il resto. Fino ad allora, Khamma Ghani, Kumno e Namaste. Ashutosh Kumar e Saransh Sharma   Pressenza IPA
June 19, 2025
Pressenza