CPR: si continua a morire--------------------------------------------------------------------------------
PH: Stop CPR Roma
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Nel CPR di Bari-Palese muore un ragazzo di 25 anni mentre il governo approva
nuove norme per rafforzare trattenimenti ed espulsioni. Nello stesso giorno, a
Torino, arriva la condanna dell’ex direttrice del centro per la morte di Moussa
Balde: riconosciuta la responsabilità del gestore, ma resta fuori quella dello
Stato.
Nello stesso momento in cui il Consiglio dei ministri approvava l’ennesimo
disegno di legge in continuità con la linea repressiva degli ultimi anni (più
detenzione amministrativa, più espulsioni, più procedure accelerate di
frontiera, meno diritti), nel CPR di Bari un giovane di circa 25 anni, di
origine marocchina, veniva trovato privo di vita.
Le prime informazioni parlano di arresto cardiocircolatorio, di “cause
naturali“. Sul posto, secondo quanto riportato dai quotidiani locali, sarebbe
intervenuta la polizia che non avrebbe rilevato segni di violenza. Gli
accertamenti sono in corso, ma c’è un elemento che precede ogni esito: un altro
ragazzo è morto mentre era sotto “custodia” dello Stato.
È l’ennesima morte in un luogo di trattenimento amministrativo, dove le persone
vengono private della libertà fino a 18 mesi (!), in attesa di un improbabile
rimpatrio. Se lo Stato decide di rinchiudere qualcuno, il minimo che deve
garantire è la tutela della sua vita e della sua integrità. E invece, dentro i
CPR, la lista dei morti continua ad allungarsi.
Intanto il governo rivendica una nuova “riforma organica volta a potenziare gli
strumenti di contrasto all’immigrazione illegale e a garantire una gestione più
rigorosa dei flussi migratori”: detto in termini più comprensibili, il disegno
di legge rafforza il trattenimento, amplia le ipotesi di espulsione, accelera le
procedure di frontiera in perfetta continuità con un impianto securitario che
considera la migrazione e la solidarietà un problema di ordine pubblico. Mentre
a Palazzo Chigi si parla di “sicurezza e controllo”, dentro i CPR si muore.
LE DENUNCE IGNORATE
Sul CPR di Bari-Palese le criticità e le proteste delle persone trattenute non
sono una novità. A settembre 2025, dopo un sopralluogo effettuato anche a
seguito delle rivolte esplose nei mesi estivi, la Commissione CPR dell’Unione
Camere Penali Italiane insieme alla Camera penale di Bari aveva lanciato un
allarme sulle condizioni di vita all’interno della struttura.
La parlamentare Rachele Scarpa e l’europarlamentare Cecilia Strada, esprimendo
«un pensiero di vicinanza va alla famiglia e agli affetti del ragazzo deceduto»,
hanno chiesto subito che sia fatta piena luce sulla morte: «Chiediamo che venga
accertata con rapidità e trasparenza la causa e la dinamica dei fatti e che sia
fornita al più presto una ricostruzione completa di quanto accaduto».
Da anni le parlamentari insieme ad associazioni, garanti e avvocati denunciano
nei CPR un deterioramento grave del benessere psicofisico delle persone
trattenute: autolesionismo, tentativi di suicidio, isolamento, uso massiccio di
psicofarmaci – che tra gli effetti collaterali possono avere anche l’arresto
cardiaco – difficoltà di accesso a cure adeguate e alla difesa legale.
Troppo spesso le morti vengono archiviate come “naturali“. Ma cosa significa
“naturale” quando avvengono in un contesto di restrizione forzata, violenza e
assenza di tutele? Quando una persona muore in “custodia” dello Stato, lo Stato
non può fare finta di nulla.
A Torino c’è un giudice, ma non basta
Nello stesso giorno della morte a Bari, a Torino si è concluso il processo per
la morte di Moussa Balde, il giovane guineano che il 23 maggio 2021 si tolse la
vita nel CPR di corso Brunelleschi.
Balde era stato brutalmente pestato a Ventimiglia da tre uomini mossi dall’odio
razziale. Invece di essere inserito in un percorso di cura e tutela, venne
rinchiuso nel CPR con un decreto di espulsione. Dopo nove giorni di isolamento
nell’“ospedaletto” del CPR, si impiccò.
La sua vicenda è stata raccontata come l’emblema del sistema razziale e punitivo
italiano nei confronti delle persone straniere.
Il tribunale ha condannato in primo grado per omicidio colposo Annalisa Spataro,
l’allora direttrice del centro gestito dalla multinazionale Gepsa, a un anno di
reclusione con pena sospesa, disponendo il risarcimento immediato di più di
300mila euro ai familiari della vittima, parte civile con l’avvocato Gianluca
Vitale. Il medico responsabile è stato assolto.
Per l’avvocato Gianluca Vitale, «la sentenza deve essere un monito per chiunque
voglia gestire luoghi come il CPR, che non dovrebbero esistere. Deve sapere che
poi potrebbe essere chiamato a rispondere, anche penalmente, di ciò che lì
succede.
Il tribunale ha riconosciuto la responsabilità dell’ente gestore del centro
nella morte di Balde. Purtroppo, è rimasto al di fuori di questo processo la
responsabilità dello Stato nella gestione del CPR e in tutto ciò che lì
succedeva, perché non c’era nessun controllo reale da parte della prefettura».
È una condanna che almeno segna un importante precedente, anche se lascia
intatto il nodo politico della responsabilità sistemica dei governi che hanno
costruito e continuano a sostenere il sistema della detenzione amministrativa in
Italia.
Un sistema da abolire che produce violenza istituzionale
Il filo che unisce Bari e Torino è la natura stessa dei CPR: luoghi di
segregazione amministrativa dove lo Stato esercita un potere pieno e arbitrario
su persone che sono prive di un titolo di soggiorno.
Ogni morte non è solo una tragedia individuale che colpisce una comunità
immigrata e una famiglia. È la riprova più evidente delle condizioni materiali
dei CPR, dell’isolamento, dell’assenza di controllo pubblico sui gestori
privati, della compressione delle possibilità di difesa legale e di
comunicazione con l’esterno, di semplice richiesta di aiuto.
Mentre il governo procede nella stretta, rafforzando trattenimenti ed
espulsioni, la realtà restituisce un’immagine nitida: i CPR sono luoghi di morte
che dovrebbero essere chiusi immediatamente.
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Pubblicato su Melting pot (sostieni)
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