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#lascuolavaallaguerra #Bari, Liceo Cartesio, giovedì 19 febbraio ore 15 - Corso di #Educazione alla #Pace per docenti - Incontro con Antonio Mazzeo: "L'educazione alla pace nella scuola come alternativa all'educazione militare. Limiti e prospettive". #istruzione
February 18, 2026
Antonio Mazzeo
#stopthegenocideingaza🇵🇸 #Bari, lunedì 16 febbraio, ore 18, Auditorium della Chiesa di San Carlo Borromeo. Proiezione del documentario "Jenin Jenin" (2002) di Mohammad Bakri, e a seguire, il dibattito con esperti e attivisti. Intervengono Donne in Nero Bari, Shoukri Hroub, Nabil Bey, Taysir Hasan , Antonio Mazzeo, Don Angelo Cassano. Introduce Francesca Amoruso. Sosteniamo #Gaza e la #Palestina! Freedom #Flotilla Italia
February 16, 2026
Antonio Mazzeo
CPR: si continua a morire
-------------------------------------------------------------------------------- PH: Stop CPR Roma -------------------------------------------------------------------------------- Nel CPR di Bari-Palese muore un ragazzo di 25 anni mentre il governo approva nuove norme per rafforzare trattenimenti ed espulsioni. Nello stesso giorno, a Torino, arriva la condanna dell’ex direttrice del centro per la morte di Moussa Balde: riconosciuta la responsabilità del gestore, ma resta fuori quella dello Stato. Nello stesso momento in cui il Consiglio dei ministri approvava l’ennesimo disegno di legge in continuità con la linea repressiva degli ultimi anni (più detenzione amministrativa, più espulsioni, più procedure accelerate di frontiera, meno diritti), nel CPR di Bari un giovane di circa 25 anni, di origine marocchina, veniva trovato privo di vita. Le prime informazioni parlano di arresto cardiocircolatorio, di “cause naturali“. Sul posto, secondo quanto riportato dai quotidiani locali, sarebbe intervenuta la polizia che non avrebbe rilevato segni di violenza. Gli accertamenti sono in corso, ma c’è un elemento che precede ogni esito: un altro ragazzo è morto mentre era sotto “custodia” dello Stato. È l’ennesima morte in un luogo di trattenimento amministrativo, dove le persone vengono private della libertà fino a 18 mesi (!), in attesa di un improbabile rimpatrio. Se lo Stato decide di rinchiudere qualcuno, il minimo che deve garantire è la tutela della sua vita e della sua integrità. E invece, dentro i CPR, la lista dei morti continua ad allungarsi. Intanto il governo rivendica una nuova “riforma organica volta a potenziare gli strumenti di contrasto all’immigrazione illegale e a garantire una gestione più rigorosa dei flussi migratori”: detto in termini più comprensibili, il disegno di legge rafforza il trattenimento, amplia le ipotesi di espulsione, accelera le procedure di frontiera in perfetta continuità con un impianto securitario che considera la migrazione e la solidarietà un problema di ordine pubblico. Mentre a Palazzo Chigi si parla di “sicurezza e controllo”, dentro i CPR si muore. LE DENUNCE IGNORATE Sul CPR di Bari-Palese le criticità e le proteste delle persone trattenute non sono una novità. A settembre 2025, dopo un sopralluogo effettuato anche a seguito delle rivolte esplose nei mesi estivi, la Commissione CPR dell’Unione Camere Penali Italiane insieme alla Camera penale di Bari aveva lanciato un allarme sulle condizioni di vita all’interno della struttura. La parlamentare Rachele Scarpa e l’europarlamentare Cecilia Strada, esprimendo «un pensiero di vicinanza va alla famiglia e agli affetti del ragazzo deceduto», hanno chiesto subito che sia fatta piena luce sulla morte: «Chiediamo che venga accertata con rapidità e trasparenza la causa e la dinamica dei fatti e che sia fornita al più presto una ricostruzione completa di quanto accaduto». Da anni le parlamentari insieme ad associazioni, garanti e avvocati denunciano nei CPR un deterioramento grave del benessere psicofisico delle persone trattenute: autolesionismo, tentativi di suicidio, isolamento, uso massiccio di psicofarmaci – che tra gli effetti collaterali possono avere anche l’arresto cardiaco – difficoltà di accesso a cure adeguate e alla difesa legale. Troppo spesso le morti vengono archiviate come “naturali“. Ma cosa significa “naturale” quando avvengono in un contesto di restrizione forzata, violenza e assenza di tutele? Quando una persona muore in “custodia” dello Stato, lo Stato non può fare finta di nulla. A Torino c’è un giudice, ma non basta Nello stesso giorno della morte a Bari, a Torino si è concluso il processo per la morte di Moussa Balde, il giovane guineano che il 23 maggio 2021 si tolse la vita nel CPR di corso Brunelleschi. Balde era stato brutalmente pestato a Ventimiglia da tre uomini mossi dall’odio razziale. Invece di essere inserito in un percorso di cura e tutela, venne rinchiuso nel CPR con un decreto di espulsione. Dopo nove giorni di isolamento nell’“ospedaletto” del CPR, si impiccò. La sua vicenda è stata raccontata come l’emblema del sistema razziale e punitivo italiano nei confronti delle persone straniere.  Il tribunale ha condannato in primo grado per omicidio colposo Annalisa Spataro, l’allora direttrice del centro gestito dalla multinazionale Gepsa, a un anno di reclusione con pena sospesa, disponendo il risarcimento immediato di più di 300mila euro ai familiari della vittima, parte civile con l’avvocato Gianluca Vitale. Il medico responsabile è stato assolto. Per l’avvocato Gianluca Vitale, «la sentenza deve essere un monito per chiunque voglia gestire luoghi come il CPR, che non dovrebbero esistere. Deve sapere che poi potrebbe essere chiamato a rispondere, anche penalmente, di ciò che lì succede. Il tribunale ha riconosciuto la responsabilità dell’ente gestore del centro nella morte di Balde. Purtroppo, è rimasto al di fuori di questo processo la responsabilità dello Stato nella gestione del CPR e in tutto ciò che lì succedeva, perché non c’era nessun controllo reale da parte della prefettura». È una condanna che almeno segna un importante precedente, anche se lascia intatto il nodo politico della responsabilità sistemica dei governi che hanno costruito e continuano a sostenere il sistema della detenzione amministrativa in Italia.  Un sistema da abolire che produce violenza istituzionale Il filo che unisce Bari e Torino è la natura stessa dei CPR: luoghi di segregazione amministrativa dove lo Stato esercita un potere pieno e arbitrario su persone che sono prive di un titolo di soggiorno. Ogni morte non è solo una tragedia individuale che colpisce una comunità immigrata e una famiglia. È la riprova più evidente delle condizioni materiali dei CPR, dell’isolamento, dell’assenza di controllo pubblico sui gestori privati, della compressione delle possibilità di difesa legale e di comunicazione con l’esterno, di semplice richiesta di aiuto. Mentre il governo procede nella stretta, rafforzando trattenimenti ed espulsioni, la realtà restituisce un’immagine nitida: i CPR sono luoghi di morte che dovrebbero essere chiusi immediatamente. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Melting pot (sostieni) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo CPR: si continua a morire proviene da Comune-info.
February 12, 2026
Comune-info
I portuali disertano la guerra
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Immaginati la guerra non come violenza generica, ma morte su grande scala pianificata nel dettaglio; una enorme macchina di propaganda, logistica, produttiva. Dove in particolare è fondamentale la capacità di dislocare armi nel mondo. La protesta dei portuali contro guerra e traffico di armi di questo 6 febbraio è fondamentale (in coda gli appuntamenti in Italia): coinvolgerà almeno 21 tra i più grandi e importanti porti europei e mediterranei, (Bilbao, Tangeri, Pireo, Mersin, Genova, Livorno…). È un’azione internazionale che indica la via, anche nel posizionamento del movimento sindacale rispetto al riarmo. Non abbiamo accettato il ricatto ambiente/lavoro, non accetteremo quello morte/salario, l’idea che il contenuto del lavoro sia neutro e indifferente, purché produca qualche forma di occupazione. Il riarmo è morte, impoverimento, tagli allo stato sociale. Può produrre momentaneamente un salario diretto per te, ma è tutta la tua classe a venirne indebolita. E anche tu, con ogni probabilità, perderai in salario indiretto quello che una commessa bellica sembra portarti nell’immediato. Ma se l’economia di guerra è la nuova normalità, impossibile fermare a oltranza l’intera economia senza una alternativa alla fonte: nella produzione. La lotta alla logistica di guerra si unisce a quella contro la produzione di guerra, per una riconversione radicale di tutte le produzione belliche e inquinanti a favore di produzioni di pace ed ecologiche. Questo piano di conversione ecologica si compone di ragioni, dati, statistiche, dimostrazioni della propria superiorità per il benessere generale. Ma, come ci ha dimostrato la flotilla, un esempio concreto vale più di mille parole per lo sviluppo del movimento reale. Per questo riteniamo chiave buttare giù il muro di gomma che oggi boicotta la possibile reindustrializzazione ecologica della ex Gkn. Per quello abbiamo fatto appello all’azionariato popolare: per salpare anche solo con un piccolo pezzo di fabbrica socialmente integrata. -------------------------------------------------------------------------------- Appuntamenti in Italia del 6 febbraio: Genova, ore 18,30: Varco San Benigno Livorno, ore 17,30: Piazza 4 Mori Trieste, ore 17,30: Via K. Ludwig Von Bruck (Autorità portuale) Ravenna, ore 15: Via Antico Squero 31 (Autorità Portuale) Ancona, ore 18: Piazza del Crocifisso Civitavecchia, ore 18: Piazza Pietro Gugliemotti Salerno, ore 17: Varco principale al porto Bari, ore 16: Terminal Porto Crotone, ore 17,30: Piazza Marinai d’Italia (c/o entrata del porto) Palermo, ore 16,30: Varco Santa Lucia Cagliari, ore 17: Via Roma lato porto -------------------------------------------------------------------------------- [Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI STEFANO ROTA: > Il vento di Genova -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I portuali disertano la guerra proviene da Comune-info.
February 3, 2026
Comune-info
CPR: “COSTI ELEVATISSIMI E RIMPATRI AI MINIMI STORICI”, LA DENUNCIA DI ACTIONAID ED UNIBA
Il lavoro di ricerca di Action Aid e dell’Università di Bari, ha fatto emergere nuovi dati che riguardano i 14 centri di reclusione per persone considerate non in regola con i documenti, in Italia e in Albania. Dall’analisi dei dati dai quali parte la denuncia, emergono costi elevatissimi e rimpatri ai minimi storici. Nel frattempo sono 287 i migranti giunti a Lampedusa dopo che le motovedette di guardia costiera, Frontex e Guardia di Finanza hanno soccorso 5 barconi.  Due dei migranti, con intossicazione da idrocarburi, sono stati trasferiti in elisoccorso al Civico di Palermo. Sui barconi, salpati da Zuwara e Zawija in Libia, gruppi di egiziani, siriani, iraniani, bengalesi, eritrei, pakistani e somali. “Il più costoso, inumano e inutile strumento nella storia delle politiche migratorie italiane”. Con queste parole ActionAid e l’Università degli studi di Bari definiscono il CPR di Gjader che, nel 2024, è stato “effettivamente operativo” per appena 5 giorni per un costo giornaliero di 114 mila euro. Il dossier, pubblicato sul portale “Trattenuti”, esamina i costi e l’efficienza del centro albanese, nato in seguito alla stipula del discusso protocollo tra Roma e Tirana. A fine marzo 2025, spiegano ActionAid e Unibari – a Gjader erano stati realizzati 400 posti. “Per la sola costruzione (compresa la struttura non alloggiativa di Shengjin) sono stati sottoscritti contratti, con un uso generalizzato dell’affidamento diretto, per 74,2 milioni – si legge nella ricerca. L’allestimento di un posto effettivamente disponibile in Albania è costato oltre 153mila euro. Il confronto con i costi per realizzare analoghe strutture in Italia è impietoso: nel 2024 il Cpr di Porto Empedocle è costato 1 milione di euro per realizzare 50 posti effettivi (poco più di 21.000 euro a posto)”. Inoltre, secondo i dati pubblicati sul portale, per l’ospitalità e la ristorazione delle forze di polizia impiegate sul territorio albanese, l’Italia ha speso una cifra che si aggira attorno ai 528 mila euro.  Nell’aggiornamento dei dati su tutti i Cpr presenti in Italia, ActionAid e l’Ateneo pugliese evidenziano inoltre come nel 2024 si sia registrato il minimo storico dei rimpatri negli ultimi dieci anni. Ci espone i dati della ricerca di ActionAid ed UniBari, Fabrizio Coresi, esperto migrazione di Action Aid. Ascolta o scarica
July 24, 2025
Radio Onda d`Urto