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Il 21 marzo il “Nuestra América Convoy” romperà l’assedio di Cuba
Sono passati pochi giorni dal lancio della “Nuestra América Flotilla”, una missione per rompere l’assedio criminale portato avanti dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba. L’obiettivo era quello di costruire un movimento di solidarietà intorno a una missione tutta politica, che porterà anche medicinali e altri aiuti al popolo cubano condotto verso la crisi umanitaria dall’imperialismo yankee. La risposta solidale è stata però così immediata e vasta che i vari promotori hanno annunciato che la Flotilla si è trasformata in un Convoglio. “In risposta alla travolgente solidarietà mondiale con Cuba – è stato scritto in un documento inviato ad Agence France-Press – l’idea iniziale della Flotilla è diventata un Convoglio coordinato via aria, terra e mare, che convergerà all’Avana il 21 marzo“. Manca precisamente un mese, dunque, a quella che si preannuncia una grande missione di solidarietà con il popolo cubano, ispirata dalle Flotille che lo scorso autunno si sono dirette contro l’assedio genocida di Gaza da parte di Israele. E infatti, dopo Thiago Ávila, anche Greta Thunberg ha dichiarato il proprio sostegno pubblico al movimento solidale con Cuba. “Gli Stati Uniti stanno compiendo in questo momento un atto brutale di punizione collettiva contro il popolo cubano“, ha detto l’attivista svedese. Ha poi aggiunto: “Sostengo questo convoglio a Cuba […] perché la solidarietà internazionale è l’unica forza abbastanza potente da poter affrontare figure imperiali come Trump e Netanyahu“. Il riconoscere una continuità tra le politiche imperialiste di Washington in Medio Oriente, attraverso lo stato sionista, e i crimini condotti per oltre 60 anni col bloqueo (o più recentemente con il sequestro di Nicolás Maduro) contro tutte le esperienze alternative latinoamericane è centrale, perché evidenzia tutto il carattere antimperialista di iniziative come quella del Nuestra América Convoy. Anche in questo caso, come era per Gaza, il nodo è tutto politico. Sul sito del convoglio si legge: “Insieme possiamo rompere l’assedio, salvare vite umane e difendere la causa dell’autodeterminazione cubana“. Non è solo una missione umanitaria, ma è anzi innanzitutto un tassello di una più larga lotta politica per rompere l’embargo statunitense sull’isola e difendere la sovranità del popolo cubano, impegnato nella propria transizione socialista. Che la risposta solidale sia stata così ampia fa ben sperare, ma è importante mantenere alta l’attenzione e rendere quanto più possibile “visibile” il movimento intorno alla missione di rottura dell’assedio statunitense. Ovvero, mettere in campo iniziative pubbliche di sostegno, in tutte le forme possibili. È questa la forza di cui ha parlato Greta Thunberg. Una forza che potrebbe incrinare ulteriormente l’operato dell’amministrazione Trump, che già non sta riscuotendo grandi successi, oltre ad alienargli molte delle “simpatie” passate. Alla campagna del Convoy hanno aderito Megan Romer e Ashik Siddique, che co-presiedono i Democratic Socialists of America e già in passato l’opinione dei cittadini statunitensi ha spesso rivelato che non c’è più un reale sostegno all’embargo, che anzi viene visto persino come dannoso per la stessa economia stelle-e-strisce. Per far fronte a questa situazione, si è già messa in moto la propaganda di media asserviti e gusanos che oggi vivono negli States (il cui esponente di punta è certamente “Narco” Rubio). Ad esempio, tra i circoli dell’esilio cubano è stata stigmatizzata la presenza di Mariela Castro Espín (figlia di Raúl Castro) nel Consiglio consultivo – in cui è presente anche Gustavo Petro, presidente della Colombia – che deve decidere gli indirizzi strategici della rete di solidarietà. L’operazione, dicono, è tutta “un’opera di propaganda dell’Avana“. Gli organizzatori sono stati invece chiari sul fatto che l’obiettivo è tutto politico e riguarda anche la difesa dell’autodeterminazione del popolo cubano, che da 67 anni resiste all’imperialismo. Al momento, i dettagli specifici sui porti e gli aeroporti di partenza rimangono riservati per evitare possibili impedimenti diplomatici o legali, ma nel frattempo è necessario far sì che da qui al 21 marzo queste polemiche strumentali vengano fatte sparire sotto il rumore delle piazze solidali con Cuba.   Redazione Italia
February 22, 2026
Pressenza
Senza petrolio, senza turismo, senza rifornimenti, quanto può resistere Cuba?
Pochi giorni fa Cuba è stata colpita da una burrasca inusuale con una temperatura di zero gradi la più bassa mai raggiunta. Il vento furioso sparge la spazzatura che si accumula agli angoli delle strade e non c’è combustibile per questo sevizio pubblico tanto necessario. Nonostante questa debolezza estrema, Cuba è stata qualificata come «Minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza e alla politica estera statunitense». La preoccupazione in una cittadinanza abituata alle minacce del suo vicino è evidente e nelle conversazioni si mescola l’inquietudine di come arrivare a casa dopo il lavoro a causa della scarsezza dei trasporti, il black out, i prezzi esorbitanti del cibo e il record delle temperature. Cuba arriva con una economia azzoppata a questo nuovo attacco economico. Dal 2019 le cose sono andate di male in peggio. Prima ci furono le nuove misure di Trump che hanno rafforzato il blocco e hanno fatto arretrare le timide aperture di Obama. Poi venne la pandemia, il crollo del turismo, la mancanza di combustibile per i prodotti di base, l’emigrazione massiccia dei giovani e il black out di oltre venti ore al giorno. > Dice Francisco Rodrigues, giornalista de La Revista Trabajadores: «Credo che > la cosa più grave che ci è successo con il blocco dopo tanto tempo è che lo > percepiamo come naturale e lo svalutiamo come argomento per spiegare quello > che ci succede. Tuttavia, non c’è nessun paese al mondo che potrebbe vivere > neppure sei mesi nelle condizioni nelle quali sopravvive l’economia cubana». > (…) «È sicuro che non tutta la responsabilità è del blocco. Il governo ha commesso molti errori nell’economia», sostiene Dixie Edith Trinquete, professora del Centro de Estudios Demograficos de l’Avana e fa l’esempio dell’unificazione monetaria. «Una misura che se si fosse presa per tempo, magari il turismo si sarebbe ripreso». IL BLOCCO IN CIFRE Nel 2024 a causa del blocco le perdite furono calcolate in 7 miliardi e mezzo di dollari cioè un aumento del 49% rispetto all’anno prima secondo l’ultimo rapporto presentato da Cuba all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il ministro degli esteri spiegò in quella occasione che due mesi di applicazione del blocco equivalgono al costo del combustibile necessario per coprire la domanda nazionale di elettricità. A questa crisi ha contribuito l’obsolescenza. Cuba ha sofferto l’obsolescenza statunitense e quella sovietica, dice la professora: «Sto pensando agli impianti termoelettrici, alle raffinerie, ossia noi abbiamo dovuto sostituire una struttura teconologica negli anni Sessanta con una struttura tecnologica sovietica e ora non abbiamo come sostituirle, sono due paradigmi tecnologici differenti e li stiamo sostituendo con una tecnologia cinese che però dobbiamo pagare e non possiamo perché siamo indebitati». (…) > L’Ufficio nazionale di statistica di Cuba ha reso noto che nel 2025 si chiuse > con una cifra di 1,8 milioni di turisti contro il 4,7 milioni del 2018. Questa > caduta tanto allarmante della seconda industria dell’isola che è fonte vitale > di valuta ha a che vedere secondo questo organismo statale con la scarsezza > del combustibile, la diminuzione dei trasporti, la persistente crisi economica > e le imitazioni nei servizi di base che coinvolgono direttamente i turisti. > (…) Per di più Trivago, Expedia e Booking hanno eliminato le strutture alberghiere cubane dalle loro piattaforme. Si calcola una perdita annua di 70 milioni di dollari oltre alla chiusura di attività economiche nell’Avana vecchia. (…) La penuria di prodotti di base che Cuba patisce si può osservare a cominciare dall’aeroporto di Madrid. La comunità cubana emigrata che risiede in Spagna ha sostituito quasi per intero i turisti sugli aerei che vanno a Cuba. Il carico fatturato di valigie di tutte le grandezze parte carico di cibo, medicine e prodotti di base per i familiari dei viaggiatori e per il piccolo commercio. Basilio (nome fittizio) spiega che viaggia verso l’isola ogni quattro mesi: «I miei genitori sono molto anziani, vivono soli in una casa di Santa Clara e io non posso dormire pensando che soffrono la fame. La penuria generalizzata ha obbligato il governo cubano dopo la pandemia ad allargare le maglie della legge e consentire l’ingrasso di una quantità imponente di prodotti comprese medicine e alimenti. > Con una inflazione annua del 14% nel 2025 nel mercato legale la rivalutazione > delle pensioni non basta per mangiare. Elizer (nome fittizio) ha lavorato in > un mezzo di comunicazione come tecnico e ha una pensione di poco più di 4000 > pesos: «Una confezione di uova costa 2800 pesos. Come credi che possa > mantenermi?». (…) Secondo cifre ufficiali, Cuba importa 2 miliardi di dollari l’anno in cibo delle 600 mila tonnellate di riso che si consumano ogni anno se ne producono a Cuba solo 80 mila tutti gli analisti concludono che il governo ha fallito almeno per quanto riguarda la sovranità alimentare. Il ruolo predominante dello stato in tutto il processo produttivo è indicato come una delle cause di questo fallimento. UN ALTRO PERIODO ESPECIAL? «C’ è una grande differenza tra la crisi del Periodo especial e la situazione che stiamo vivendo dal 2019. Quando crollò l’Unione Sovietica venivamo da una situazione di benessere avevano la leadership di Fidel e tutta la generazione storica della rivoluzione stava nei principali ruoli del Paese era un capitale politico e simbolico importante. Ora è un’altra generazione che sta nei posti di responsabilità e ha di fronte una sfida importante», dice Rodriguez e sottolinea che in quell’epoca c’erano meno disuguaglianze sociale rispetto a oggi disuguaglianze che sono state prodotte dai cambiamenti che si sono introdotti nel modello economico per cercare di alleggerire le sanzioni. Il cosiddetto Periodo especial ha coinciso con la caduta della Unione sovietica, il principale sostegno nel 1991 e si prolungò per tutto il decennio. Gli anni più duri, dove c’era scarsezza di alimenti e di combustibili furono il 1993 e ’94. La popolazione cubana chiamava scherzosamente “alumbrones” (schiarite) le poche ore di cui godeva per l’energia elettrica. Per affrontare la risi in quell’epoca il governo cubano promosse una serie di misure come la depenalizzazione dell’uso di valute estere, l’allargamento dei permessi alla comunità cubana all’estero per visitare l’isola, l’ampliamento degli investimenti stranieri la creazione del peso cubano convertibile e le cadecas, luoghi di scambio di valuta. Ma una delle più significative furono le nuove forme di proprietà, anche quella statale, per lo sviluppo dell’attività economica. Nel 1993 appare il “Quentapropismo” soprattutto nel settore dei servizi che cambia il panorama delle città cubane con l’apparizione dei ristoranti privati (“paladares”) e delle case di ospitalità. Le nuove generazioni, nate all’inizio del secolo, hanno vissuto sempre con la doppia moneta, con la disuguaglianza con l’obiettivo di lavorare nell’impresa privata più che studiare per avere una carriera universitaria, dice Rodriguez. LA SITUAZIONE ATTUALE La “emergenza nazionale” dichiarata da Trump basata su minacce militari, pericoli per la sicurezza nazionale, il rischio di immigrazione di massa, non è la prima nella storia della rivoluzione però lo stato di deterioramento economico in cui si trova Cuba la rende molto più dannosa. Lo stesso Trump ha dichiarato: «non credo che Cuba possa sopravvivere». Il governo cubano ha riconosciuto che c’è uno scambio di messaggio con gli USA ma afferma con chiarezza che non è disposto a negoziare un cambio del suo sistema di governo. Nella sua comparsa davanti ai media di recente il presidente cubano, Miguel Diaz-Canel ha affermato che le nuove misure di Trump evidenziano la natura fascista, criminale, genocida di una cosca che ha sequestrato gli interessi del popolo statunitense per fini esclusivamente personali. E ha assicurato che la resa non è una opzione. «È ampiamente documentata la disposizione storica di Cuba ad avere con il governo degli Stati uniti un dialogo serio e responsabile basato sul diritto internazionale», ha aggiunto. La presidenta messicana Claudia Sheinbaum ha evitato di rivelare se continuerà a inviare o no petrolio all’isola e invece ha dichiarato che era pronta una nave che arriverà questa settimana. > Diaz Canel, presidente cubano, ha ammesso che dal dicembre scorso non arriva > combustibile all’isola e, una volta eliminato il Venezuela come principale > fornitore, gli occhi si voltano verso il Messico, secondo e ormai unico > fornitore. D’altra parte il governo cinese ha fornito qualche settimana fa 80 > milioni di dollari e 60 mila tonnellate di riso confermando il suo sostegno a > Cuba e denunciano energicamente il blocco Usa. Intanto, il governo cubano prende misure di emergenza per il risparmio di combustibile per evitare il collasso. Il giorno dopo il discorso televisivo di Canel i ministri hanno elencato le misure da prendere nelle loro aree di competenza per dare priorità ai sevizi essenziali di produzione di alimenti, emergenze ospedaliere e attività come il turismo che generano valuta straniera. La restrizione della vendita di combustibile, la diminuzione della giornata lavorativa e del trasporti o la riduzione dell’orario scolastico sono alcuni dei cambiamenti più importanti per fare fronte ad una realtà drammatica. Al bancone di un bar di un hotel a 4 stelle che si trova nel Degado, il quartiere centrale dell’Avana, un uomo chiede un espresso. Dopo averne bevuto un sorso comincia a gridare “se tanto vi piace il comunismo, Diaz Canel se ne vada in Russia o in Cina e lasci tranquilli noi cubani”. Si stava sfogando, spiega uno dei camerieri che esprime la sua opinione con rabbia contenuta: «Che vengano le navi e gli aerei che devono venire e che finisca presto questo incubo. Che vengano gli americani, che facciamo gli affari che vogliono e noi finalmente smetteremo questi sacrifici». > Fuori, nell’Avenida 23, una delle principali arterie della capitale, davanti > all’hotel Abana Libre, la gente si ammucchia attorno allo scarso trasporto > privato che arriva. Nel tumulto corre la voce del prezzo: 400! La scarsità dei > trasporti fa salire i prezzi una corsa che tre giorni prima costava 250 pesos, > ora ne costa 400. Lo stesso tragitto nel trasporto pubblico, al momento > razionato, costa 10 pesos. Se il salario medio a Cuba, secondo fonti ufficiali, è attorno ai 7000 pesos, e prima in questa situazione i trasporti erano già l’incubo dei cubani, ora è diventato esasperante, come spiega la cameriere di un hotel: “Ieri mi è toccato camminare due chilometri per arrivare a casa dopo aver pagato un’auto pubblica. La mia casa è oltre il municipio 10 ottobre e il mio salario non è sufficiente per pagare i trasporti. Speriamo che qualche paese ci aiuti”. Anche l’impresa privata ha riorganizzato la giornata lavorativa. Ariel (nome fittizio) cameriere di un animato ristorante situato non lontano dalla famosa Torre Cappa, l’hotel più lussuoso dell’Avana, lavora due giorni 12 ore e riposa altri due giorni per abbassare i costi del trasporto. Negli ultimi 5 anni l’abbandono del posto di lavoro è aumentato a causa dei problemi di trasporto e dal o nessun potere di acquisto del salario provocato dall’inflazione. Il razionamento del combustibile ha colpito la famosa Feria Internacional del Libro dell’Avana arrivata alla trentaquattresima edizione, che è stata cancellata. L’incontro molto atteso perché cominciò dal 1982 e a partire dal 2000 divenne un appuntamento annuale. La fiera costituisce un incontro culturale importante di case editrici latino americane e spagnole accompagnate da decine di eventi che includono concerti . > In questi cinque anni di crisi generalizzata si è prodotto il peggior esodo di > popolazione dal 1959. Trinquete chiarisce che la migrazione cubana non fugge > dalla dittatura come dicono i media ma è economica, molti giovani soffrono ad > andar via dall’isola. Arnaldo (nome fittizio) lavora come cameriere in un bar e ha già comprato il viaggio verso la Spagna per il 9 marzo: “Sono medico ma non voglio terminare la specializzazione perché a quel punto diventa più difficile ottenere il permesso del governo”, spiega. Verso sera, nel magnifico patio dell’hotel Nacional dell’Avana, considerato monumento nazionale, i turisti si chiudono dentro per prendere un cocktail al calore della musica di un’orchestra dal vivo. In questo spazio privilegiato non manca nulla. I turisti sono fonte di valuta necessaria perché il paese continui a funzionare. Fuori, tutto è oscurità e incertezza. Il tempo dirà se Cuba sopravviverà e in che modo dall’ultima aggressione statunitense. La traduzione dell’articolo originale, pubblicato da El Salto diario il 15 febbraio 2026, è a cura di Anna Pizzo e Pierluigi Sullo La copertina è di Pedro Szekely (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Senza petrolio, senza turismo, senza rifornimenti, quanto può resistere Cuba? proviene da DINAMOpress.
February 19, 2026
DINAMOpress
Raccolta fondi “Let Cuba Live”
Il blocco del carburante imposto da Trump sta privando Cuba di energia, paralizzando ospedali e scuole e tentando di provocare una carestia. Da qualche giorno è partita la raccolta fondi “Let Cuba Live”, che ha l’obiettivo di sostenere il Paese caraibico nell’acquisto di generatori e pannelli a energia solare. L’iniziativa è a cura di diverse realtà statunitensi che negli ultimi anni si sono distinte nel contrasto alle politiche imperialistiche dei vari governi succedutisi nel Paese e nella difesa della democrazia dai feroci attacchi dell’ultimo. Tra i primi firmatari compaiono organizzazioni come Codepink, Jewish Voice for Peace, Veterans for Peace, People’s Forum e Democratic Socialists of America, gli attori Jane Fonda, Mark Ruffalo, Ed Harris, Kal Penn e Susan Sarandon, il musicista Roger Waters, l’attivista nativo americano Leonard Peltier e molti altri. Il People’s Forum, tra i promotori della campagna, scrive in un breve comunicato che è responsabilità del popolo americano aiutare i vicini a mantenere le luci accese negli ospedali. Cuba dista dalla Florida solo 145 kilometri. Tra le mille difficoltà di un embargo attivo da quasi settant’anni il Paese è sempre riuscito a sopravvivere e conservare la sua sovranità, ma l’attuale crisi è stata creata ad arte per farlo crollare; sono scelte politiche criminali che abbiamo imparato a conoscere come “guerra ibrida”; proprio come ogni conflitto provocano danni economici e psicologici all’intera popolazione e uccidono in modo più subdolo delle bombe. Tutti ci chiediamo quale minaccia rappresenti il piccolo Stato caraibico per una potenza nucleare come gli Stati Uniti… In tempo di crisi pandemica, quando l’Italia da sola non riusciva a soddisfare le richieste d’intervento per infezione da Covid 19 e gli ospedali erano in difficoltà, Cuba inviò in nostro aiuto personale medico specializzato e in varie città si aprirono presidi sanitari diretti da dottori cubani. A quei tempi eravamo noi in una crisi umanitaria e lo Stato socialista, fedele al principio di solidarietà fra le genti, venne in nostro soccorso. Inutile sperare in qualche forma di riconoscenza da parte delle nostre istituzioni, ma dal momento che anche il popolo italiano è debitore a Cuba e ai suoi bravi medici, forse a qualcuno farà piacere contribuire a questa particolare raccolta fondi, anche se non siamo vicini di casa. “Particolare” perché l’idea di investire in energia solare potrebbe, lo speriamo tutti, essere vincente e assicurare al Paese caraibico l’autonomia per la quale lotta e soffre da anni. Cuba, che diversamente da Venezuela e Messico non possiede giacimenti di petrolio, lo ha capito da tempo e con l’aiuto cinese sta sostenendo le proprie strutture civili (ospedali per primi) con sistemi energetici alternativi ai carburanti fossili.  E allora vuoi vedere che diventerà il primo vero Stato a impatto 0? L’Avana finirà col far da modello alle presuntuose smart city europee? Oggi, mentre il mondo più fortunato litiga su transizione energetica si, transizione energetica no o ni – perché ogni decisione per il bene comune deve sempre portare un tornaconto economico –, i cubani affrontano ogni giorno sfide vitali e trovano soluzioni creative. Aiutiamoli. https://www.letcubalive.info https://www.letcubalive.info/donate     Marina Serina
February 15, 2026
Pressenza
Cuba sotto attacco, ma pronta a lottare
Cuba è sotto attacco, assediata come mai prima d’ora. Forse uno dei momenti più difficili per la più grande delle Antille e la sua rivoluzione, anche se non è una novità. Infatti, questo mese ricorre il 64° anniversario dell’inizio del criminale bloqueo economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti contro l’isola. Un embargo che ha causato danni per oltre 629 milioni di dollari al mese, con ripercussioni molto profonde sulla vita quotidiana della popolazione. A prezzi correnti, i danni accumulati in oltre sei decenni di guerra economica superano i 164 miliardi di dollari. L’attuale congiuntura politica in America Latina, con una significativa avanzata della destra e dell’estrema destra in quasi tutta la regione, la rimilitarizzazione imperiale dei Caraibi e le persistenti minacce contro quei governi che non si piegano agli interessi di Washington, complica notevolmente lo scenario. Allo stesso modo, l’obsolescenza e la rapida perdita di influenza degli organismi multilaterali come l’Onu, la profonda crisi del diritto internazionale, l’attacco criminale contro il Venezuela e il suo legittimo presidente e la più recente direttiva emanata da Donald Trump, segnano e contribuiscono all’inasprimento dell’offensiva contro Cuba. Se c’è una cosa che non dobbiamo mai dimenticare è che l’obiettivo di tutte le amministrazioni statunitensi, senza eccezioni, è sempre stato uno solo: smantellare un processo rivoluzionario che, nonostante l’assedio criminale imposto dalla Casa Bianca, le cose positive e gli errori commessi nella ricerca di misure che facessero fronte all’embargo, continua a godere di una notevole coesione tra il gruppo dirigente, la base sociale e il progetto. Possono esserci state modifiche della strategia, come ad esempio durante il governo di Obama, ma l’obiettivo è sempre stato quello di spazzare via la rivoluzione. Più pressione È indubbio che durante i due mandati di Donald Trump ci sia stato un profondo inasprimento della pressione sull’isola. Dopo aver ripristinato dure restrizioni e sanzioni al flusso di denaro, merci e persone verso Cuba durante il suo primo periodo (attivazione del titolo III della legge Helms-Burton), Trump ha reinserito Cuba nell’elenco dei paesi che sostengono il terrorismo, causando gravi ripercussioni economiche, finanziarie e legali. La nomina di Marco Rubio a Segretario di Stato e la recente firma di un ordine esecutivo che stabilisce che Cuba rappresenta “una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”, insieme all’imposizione di dazi aggiuntivi ai paesi che le forniscono petrolio, inaspriscono ulteriormente l’assedio criminale. La risposta del governo cubano non si è fatta attendere. “Con un pretesto mendace e privo di argomenti, […] il presidente Trump intende soffocare l’economia cubana imponendo dazi ai paesi che commerciano petrolio con Cuba in modo sovrano”, ha affermato il presidente Díaz-Canel. Queste misure, ha continuato, dimostrano “la natura fascista, criminale e genocida di una cricca che ha sequestrato gli interessi del popolo statunitense per fini puramente personali”. Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez ha definito l’ordine esecutivo un ricatto affinché i paesi si uniscano alla “politica di embargo contro Cuba, universalmente condannata […] in violazione di tutte le norme del libero commercio”. Immediata anche la reazione delle istituzioni cubane per affrontare la crisi. Durante una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri, Díaz-Canel ha ribadito la sua convinzione che il Paese e il suo popolo sapranno superare questa situazione. “La vita ci ha dimostrato, come lezione della rivoluzione, che ci saranno sempre soluzioni anche per i problemi più complessi”, ha affermato il presidente cubano. “Cuba non si fermerà, Cuba non si arrenderà, nessuno ci fermerà”, ha aggiunto il primo ministro Manuel Marrero Cruz. Nel frattempo, verrà accelerato il programma di generazione di energia fotovoltaica e da altre fonti rinnovabili, adottando al contempo misure straordinarie per far fronte alla carenza di carburante e informando “in modo obiettivo, ampio e tempestivo la popolazione su queste misure”. Un popolo coraggioso “Trump assume uno dei volti più selvaggi e crudi delle politiche contro Cuba, parallelamente alla militarizzazione dei Caraibi e all’attacco criminale contro il Venezuela”, ha spiegato Magdiel Sánchez, attivista sociale e filosofo messicano. “L’apparente facilità, e sottolineo la parola apparente perché non si è mai voluto rendere noto il costo umano dell’operazione, frutto della resistenza delle truppe venezuelane e del coraggioso personale cubano, con cui gli Stati Uniti hanno portato a termine il sequestro del presidente Maduro, instaura la percezione che Trump possa mettere in atto tutte le sue minacce, compresa quella contro Cuba”, ha aggiunto. Tuttavia, l’attivista di ALBA Movimientos, si dice fiducioso che Cuba e il suo popolo abbiano la capacità di resistere anche a questo tremendo attacco imperiale. “A Cuba c’è un processo di resistenza molto profondo che si è rafforzato dopo il sacrificio dei 32 compagni cubani a Caracas. Il momento è difficile, con un impero che cerca di soffocarti, di generare una crisi sociale, di fomentare una rivolta popolare e di costringere la leadership a negoziare da una posizione di estrema debolezza”. “Tuttavia, questo non accadrà. Il popolo cubano ha una forte capacità di resistenza, forgiata in anni di lotta e disciplina. Sono convinto che il sentimento di unità di fronte all’aggressione imperialista non permetterà agli Stati Uniti di raggiungere i loro obiettivi”, ha affermato Sánchez. Solidarietà indispensabile Per decenni Cuba ha costruito reti di solidarietà che ora sono ancora più visibili. “La reazione è stata molto buona, ma non è sufficiente. I paesi e i loro governi devono mettere in pratica la condanna contro l’embargo che ogni anno esprimono con il loro voto alle Nazioni Unite”, ha affermato l’attivista messicano. Il filosofo e membro di ALBA Movimientos ha condannato con forza la decisione degli Stati Uniti di includere nella loro strategia di sicurezza nazionale 2025-2026 il reclutamento di governi, in particolare in America Latina, sotto un “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe. In questo modo, assicura Washington, si cerca di dare priorità alla stabilità regionale, al contenimento di Cina e Russia nella regione, al controllo dell’immigrazione e della criminalità organizzata. In pratica, governi fantoccio che agiscono in linea con gli interessi economici, politici, commerciali e geopolitici di Washington, pena sanzioni gravissime. “È fondamentale che la solidarietà e la resistenza popolare internazionale concentrino la loro azione nel fare pressione sui propri governi affinché non rispettino questo ordine criminale”, ha avvertito Sánchez. Il filosofo ha puntato il dito in particolare contro quei governi “che si definiscono progressisti e che non hanno voluto adottare misure politiche ed economiche coerenti con il sostegno sociale che li ha portati al potere, aprendo così la strada alla più acuta restaurazione del neoliberismo”. “Quello che stiamo vivendo ora – ha concluso Sánchez – non permette più di essere timorosi Continuare ad esserlo apre la porta alle peggiori forme di governo. Dobbiamo riprendere l’esempio di Cuba che, in un contesto così ostile, in una profonda asimmetria rispetto all’impero, è riuscita a sostenersi, non ha ceduto in nulla, è rimasta salda e non si sta aprendo a qualsiasi tipo di negoziazione. Continua a difendere la sua sovranità, perché solo una resistenza ferma e decisa potrà fermare questa gente”. Fonte: LINyM (spanolo) Giorgio Trucchi
February 9, 2026
Pressenza
Cuba sotto assedio,si stringe la morsa dell’embargo yankee
«Siamo sotto assedio», dice il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, respingendo la narrazione che vorrebbe lo Stato caraibico al centro di un collasso endogeno. Accusa gli Stai Uniti e le minacce del presidente Donald Trump, ultimo tassello di un domino destabilizzante iniziato oltre 60 anni fa con l’embargo decretato da Kennedy. Il popolo cubano sta vivendo una crisi economica senza precedenti ,forse peggiore del “periodo especial” susseguito al crollo dell’URSS ,la carenza di carburante ha innestato una serie di conseguenze che si riflettono sulla vita quotidiana dei cubani. Senza elettricità gli ospedali non possono tenere in vita i pazienti; il cibo e i farmaci marciscono nei frigoriferi spenti; le pompe dell’acqua si fermano, aprendo la strada a epidemie; i trasporti collassano; scuole, servizi, comunità intere vengono paralizzate. Questo non è un rischio futuro. È la realtà quotidiana . Al di là delle responsabilità del “bloqueo” criminale le riforme economiche di Diaz Canel non hanno fatto altro che immettere elementi di protocapitalismo senza intaccare le condizioni delle classi popolari e non hanno risolto i problemi strutturali di approvvigionamento energetico e sopratutto l’accesso a prezzi accessibili ai beni di prima necessità . Si sono create sacche di disuguaglianza e settori legati all’esercito hanno goduto di posizioni di rendita aumentando così lo scontento dei cubani che affrontano le conseguenze della crisi pur rimanendo fermi nella convinzione di difendere la dignità e la sovranità dell’isola . Ne parliamo con Andrea Cegna giornalista freelance collaboratore di varie testate ,esperto di America Latina
February 9, 2026
Radio Blackout - Info
Appello contro lo strangolamento di Cuba
Come Cuba Mambí Gruppo di Azione Internazionalista, lanciamo questo appello pubblico perché quanto sta accadendo oggi a Cuba non può essere normalizzato, relativizzato, né coperto dal silenzio. In questi giorni riceviamo decine di telefonate, messaggi, richieste da compagne e compagni, da persone di diverse nazionalità e orientamenti politici, che ci chiedono con urgenza: come si può aiutare Cuba? La risposta parte da una verità che va detta con chiarezza: Cuba non è in crisi. Cuba è sotto assedio. Non esistono solo le guerre combattute con i missili e le bombe. Esistono guerre economiche, finanziarie, energetiche, che colpiscono direttamente la popolazione civile e producono morte, sofferenza, distruzione sociale. Quella contro Cuba è una guerra deliberata, portata avanti attraverso il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America, con l’obiettivo storico di piegare un popolo che ha scelto di non sottomettersi. Lo ha affermato con chiarezza il Presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Díaz-Canel, nella sua recente conferenza stampa straordinaria: la grave emergenza energetica che colpisce il paese non è frutto del caso, ma il risultato diretto di pressioni esterne che mirano a impedire a Cuba perfino l’accesso al combustibile. Privare un paese del petrolio non è diplomazia. È un atto di guerra. Senza carburante non c’è elettricità. Senza elettricità: gli ospedali non possono tenere in vita i pazienti; il cibo e i farmaci marciscono nei frigoriferi spenti; le pompe dell’acqua si fermano, aprendo la strada a epidemie; i trasporti collassano; scuole, servizi, comunità intere vengono paralizzate. Questo non è un rischio futuro. È la realtà quotidiana che il popolo cubano sta già affrontando, come dimostrano i provvedimenti di emergenza adottati nei territori: blackout programmati, chiusura delle scuole, sospensione delle attività non essenziali, drastica riduzione dei trasporti, blocco della vita economica e sociale. A denunciare la gravità della situazione non è solo Cuba. Anche le Nazioni Unite hanno lanciato un allarme esplicito per il rischio di collasso umanitario, riconoscendo che la carenza di carburante mette in pericolo sanità, acqua, cibo ed energia per milioni di persone. Di fronte a tutto questo, la domanda è politica e morale insieme: perché colpire Cuba?. Cuba non invade altri paesi. Non esporta terrorismo. Non possiede armi nucleari. Non rappresenta una minaccia per l’umanità. Cuba ha invece esportato solidarietà. Ha inviato medici internazionalisti nei luoghi più colpiti da guerre, epidemie e catastrofi naturali. Ha combattuto l’Ebola in Africa occidentale. Ha mandato brigate sanitarie durante la pandemia di Covid-19, anche in Italia, quando il nostro paese era in ginocchio. Cuba ha formato gratuitamente decine di migliaia di medici, provenienti da America Latina, Africa, Palestina, Sahara Occidentale e dalle comunità più povere degli Stati Uniti, perché tornassero a curare i propri popoli. Cuba ha sviluppato ricerca scientifica e vaccini sotto assedio, condividendo conoscenza invece di trasformarla in arma di ricatto. Cuba non ha basi militari nel mondo. Non impone modelli con la forza. Non fa della guerra uno strumento di politica estera. Eppure viene punita perché ha osato scegliere una strada diversa. Noi di Cuba Mambí dichiariamo senza ambiguità il nostro sostegno alla Rivoluzione cubana e al diritto del popolo cubano all’autodeterminazione. Ma questo appello non è rivolto solo a chi condivide la nostra ideologia. È rivolto a chiunque rifiuti l’idea che un popolo possa essere affamato, isolato e strangolato per essere piegato. Come ci ha insegnato Vittorio Arrigoni, restare umani significa scegliere da che parte stare quando la violenza diventa sistema. La vita di un popolo non è una leva geopolitica. Lo strangolamento energetico è un crimine politico e morale. Oggi tocca a Cuba. Domani toccherà a chiunque osi sottrarsi all’ordine imposto. Per questo diciamo con forza: si aiuta Cuba rompendo il silenzio, denunciando il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America, pretendendo il rispetto del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU, sostenendo la solidarietà concreta e organizzata, costruendo mobilitazione, informazione, pressione politica. Non esiste neutralità di fronte a un assedio. Non esiste equidistanza di fronte alla punizione collettiva. Difendere Cuba oggi significa difendere la dignità di tutti i popoli. Significa scegliere la vita contro l’imperialismo. Significa non voltarsi dall’altra parte. Contro l’assedio. Contro la guerra economica. Con Cuba. Sempre. Per Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista, Federica Cresci, Maria Luisa Niccoli, Alessandro Landi, Ida Garberi, Francesco Cecco Sabuzi, Ilaria Raggi, Jacopo Sandrucci, Chiara Dal Canto. Redazione Italia
February 8, 2026
Pressenza
Contro la violenza dei coloni in Cisgiordania servono scelte vincolanti
La violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania contro la popolazione palestinese è in costante escalation. Le cronache e i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani documentano migliaia di attacchi negli ultimi due anni, registrando un record assoluto proprio lo scorso ottobre con almeno 264 attacchi in un mese: incursioni armate nei villaggi, pestaggi, distruzione sistematica di case, campi e infrastrutture, furti e saccheggi. Uno degli episodi più recenti è avvenuto nella zona di Ein al-Dujuk, vicino a Gerico: quattro attivisti – un canadese e tre italiani – sono stati aggrediti nel sonno, picchiati e derubati da un gruppo di coloni mascherati, armati di bastoni e fucili. È l’ennesima prova di una violenza di tipo squadrista, resa possibile dall’impunità garantita dalle autorità israeliane, che mira strategicamente a terrorizzare la popolazione palestinese per spingerla ad abbandonare la propria terra. Ogni giorno palestinesi subiscono gli stessi attacchi terroristici – spesso ancora più violenti e con esito letale – lontano dalle telecamere e dall’attenzione dei governi occidentali: «Siamo stati aggrediti nel sonno, picchiati, derubati di documenti, telefoni, carte di credito e di tutti i nostri effetti personali. Quello che è accaduto a noi è la realtà quotidiana dei palestinesi: siamo qui a supporto della popolazione e per documentare quanto accade, perché la nostra esperienza sia cassa di risonanza della loro quotidianità.», ci ha raccontato uno dei volontari aggrediti. Di fronte all’aggressione a Ein al-Dujuk, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani si è limitato a un commento generico, minimizzando l’accaduto, condannando timidamente a Israele e invitandolo a fermare le azioni dei coloni in Cisgiordania. Non è sufficiente: il governo Meloni deve assumere decisioni concrete, all’altezza della gravità delle violazioni del diritto internazionale da parte dell’entità sionista. «L’Italia deve agire nei confronti di Israele alla stregua di quanto la comunità internazionale fece contro il regime di apartheid sudafricano, adottando misure non simboliche ma vincolanti, per isolare un regime criminale» ha dichiarato Maria Elena Delia, portavoce italiana di GMTG/GSF. «Per questo chiediamo che il governo italiano assuma immediatamente i seguenti impegni concreti»: * embargo sulle armi e sui componenti militari destinati a Israele; * sospensione degli accordi di cooperazione politica, commerciale, militare, di sicurezza e ricerca strategica che rafforzano l’occupazione; * disinvestire e smantellare ogni forma di collaborazione nelle arene politiche, culturali e sportive, finché non sarà messo fine all’occupazione e i responsabili del genocidio saranno perseguiti e chiamati a rispondere dei propri crimini. A Gaza, intanto, centinaia di migliaia di persone affrontano l’inverno in tende allagate e insicure, con accesso limitato a cibo, acqua e cure mediche. Chiediamo con forza al ministro Tajani di utilizzare tutti gli strumenti a disposizione del governo per ottenere l’apertura di corridoi umanitari permanenti e rimuovere gli ostacoli politici e burocratici all’ingresso degli aiuti. La credibilità di una nazione si misura sulla capacità di trasformare le dichiarazioni di facciata in scelte concrete, nel rispetto degli obblighi internazionali che l’Italia ha sottoscritto e ratificato. Global Movement to Gaza
December 4, 2025
Pressenza
Genova per noi #2 | Intervista a Riccardo Degl’Innocenti sugli scioperi dei portuali a sostegno alla Sumud Flotilla – a cura di Lidia Demontis e Roberto Faure
Una seconda intervista di Effimera sulla situazione genovese e sugli scioperi dei portuali a sostegno alla Sumud Flotilla. Parla Riccardo Degl’Innocenti, genovese, esperto di porti, attivista di The Weapon Watch, Osservatorio sulle armi nei porti europei (www.weaponwatch.net), da sempre al fianco del CALP di Genova.  ***** 1. La vostra mobilitazione è stata un successo, [...]
September 30, 2025
Effimera
L’acciaio di Sidenor destinato a Israele rimane nel porto di Barcellona
Sono ancora nel porto di Barcellona i container con 40 lotti di acciaio dell’azienda basca Sidenor, che la nave ZIM Luanda aveva programmato di portare in Israele il 1° luglio, destinati all’azienda di armi IMI Systems. La Rete Solidale contro l’Occupazione in Palestina (RESCOP) chiede al governo di indagare sulla vicenda. Secondo fonti a cui hanno avuto accesso la RESCOP e la Campagna “End the Arms Trade with Israel”, il carico dovrebbe essere trasferito in Israele il 15 luglio a bordo della nave ZIM Iberia, un’imbarcazione gestita dalla stessa compagnia di navigazione israeliana ZIM, direttamente collegata alle forniture militari dell’esercito israeliano. Prima di allora è prevista una sosta a Valencia. Sidenor ha annunciato pubblicamente il 1° luglio, dopo aver spedito il suddetto carico al porto di Barcellona, che avrebbe posto fine alle vendite di acciaio a Israele. Secondo fonti consultate da RESCOP, i container rimangono nel porto di Barcellona in attesa di essere spediti nei prossimi giorni. Se il governo o le autorità portuali non trattengono e sequestrano questo materiale, tutto lascia pensare che Israele lo utilizzerà per la fabbricazione di armi che verranno poi usate contro la popolazione palestinese in un contesto di genocidio, occupazione illegale, colonialismo e apartheid. RESCOP chiede al governo spagnolo di confermare, attraverso un’ispezione approfondita, che l’acciaio si trovi ancora nel porto di Barcellona e, in caso affermativo, di impedirne il carico sulla nave ZIM Iberia a Barcellona il 14 luglio. RESCOP ha inoltre chiesto al governo spagnolo di adottare le misure necessarie per garantire che né questo acciaio né qualsiasi altro carico militare o di materiale a doppio uso proveniente dai porti spagnoli raggiunga Israele e di decretare, senza ulteriori ritardi, un embargo militare completo e permanente. Una misura che potrebbe essere presa durante la riunione del Consiglio dei Ministri prevista per martedì della prossima settimana. La Coalició Prou amb Israel ha indetto una manifestazione di protesta davanti all’Autorità portuale di Barcellona il 14 luglio alle 19.00 per chiedere al Governo e alle autorità portuali di impedire l’uscita dal porto di tutte le navi dirette in Israele e di applicare un embargo sulle armi. -------------------------------------------------------------------------------- Stampa e comunicazione: Txus Blanco. T- 650 68 19 28 – proucomplicitat@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dallo spagnolo di Thomas Schmid. Redacción Madrid
July 11, 2025
Pressenza
PALESTINA: ANCHE IN ITALIA LA CAMPAGNA PER L’EMBARGO MILITARE CONTRO ISRAELE. 20 GIUGNO SCIOPERO GENERALE CONTRO GUERRA E RIARMO
La lotta per fermare il flusso di armamenti verso Israele sta assumendo una nuova dimensione in Italia, grazie alla campagna “Mask off Maersk”. Lanciata su scala internazionale da diverse organizzazioni palestinesi, tra cui il Palestinian Youth Movement (PYM), la campagna chiede l’immediato blocco delle spedizioni di armi, come i caccia F-35, destinate a Israele. Questo appello è stato rilanciato anche in Italia dai Giovani Palestinesi, in collaborazione con cinque sindacati di base (ADL Cobas, SCUB, Sicobas, SGB, USB), che da tempo lottano contro la complicità occidentale nei crimini commessi contro il popolo palestinese. La campagna contro l’invio degli F-35 e altre armi verso Israele non è solo una battaglia contro l’industria militare, ma anche una lotta per denunciare la complicità del governo italiano. L’Italia è  il terzo paese esportatore di armamenti verso Israele, dopo Stati Uniti e Germania, e la Leonardo S.p.A. è una delle aziende chiave nella produzione degli F-35, che vengono utilizzati nei bombardamenti e nelle operazioni militari in Palestina. Uno degli appuntamenti cruciali di questa campagna è lo sciopero generale del 20 giugno, che vedrà i sindacati di base scendere in piazza per protestare contro il genocidio e la guerra e chiedere un cambiamento radicale nelle politiche economiche e militari del governo italiano. Se ne parla ai microfoni di Radio Onda d’Urto con Youssef di Giovani Palestinesi d’Italia e Josè Nivoi, del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova e di Usb – Unione Sindacale di Base. Ascolta o scarica ________ Di seguito la dichiarazione della campagna #MaskOffMaersk: “Fermare le spedizioni di F-35 a Israele – Porre fine alla complicità di Maersk nel Genocidio – Porre fine all’impunità per Leonardo S.p.A 16 Giugno 2025 Noi, rappresentanti dei movimenti e organizzazioni sottoscritte, siamo uniti nell’opposizione ai continui trasferimenti illegali di forniture militari a Israele, che consentono il genocidio in corso contro 2,3 milioni di palestinesi a Gaza, ai brutali attacchi e alla pulizia etnica nella Cisgiordania occupata e al regime di apartheid coloniale contro i palestinesi. Chiediamo urgente azione di mobilitazione contro le correnti spedizioni di equipaggiamento per la catena di approvvigionamento degli F-35 e di altro materiale militare (inclusi prodotti a duplice uso civile/militare) trasportato dalle navi della compagnia Maersk dallo stabilimento n.4 dell’aeronautica militare statunitense, gestito da Lockheed Martin, a Fort Worth in Texas, alla base aerea di Nevatim. Questa base ospita la flotta dell’aeronautica militare israeliana che sta conducendo una campagna genocida contro il popolo palestinese a Gaza e contro altre popolazioni nella regione araba. La prima struttura è l’appaltatore principale del consorzio internazionale che produce i jet F-35; la seconda è specializzata nella produzione, manutenzione e riparazione degli F-35 israeliani lungo tutta la catena della logistica. Sappiamo che l’Italia ha un ruolo centrale nella produzione degli F-35: dal 2019 la compagnia Leonardo S.p.a. ha effettuato 165 spedizioni di componenti di questi velivoli dall’Italia alla Lockheed Martin Aeronautics – tutte trasportate dalla Maersk. È sempre in Italia, nello specifico a Cameri, dove avviene la fase finale di assemblamento degli F-35. Invitiamo tutti i movimenti, le organizzazioni, i singoli individui e i lavoratori a: – fare pressione su Maersk affinché interrompa immediatamente tutti i trasporti di carichi militari diretti al Ministero della Difesa israeliano e di altri carichi che possano contribuire o favorire i crimini di guerra e il genocidio israeliani;. – mobilitarsi contro la produzione, commercializzazione e trasporto di F-35 e altre componenti militari della società Leonardo;. – mobilitarsi e organizzarsi affinché la catena di approvvigionamento degli F-35 si interrompa, a cominciare dall’Italia: non possiamo più accettare che le istituzioni italiane, locali e nazionali, siano direttamente complici nel genocidio;. – esercitare pressioni sulle autorità interessate affinché neghino a Maersk Detroit e Nexoe Maersk l’ingresso nei porti del Mediterraneo e interrompano ogni partecipazione al trasbordo di carichi militari destinati all’esercito israeliano, come già accaduto in Francia e in Marocco. Facilitare queste spedizioni rende qualunque Stato vi partecipi complice di un genocidio, violando la chiara volontà dei popoli, che rifiutano a larga maggioranza la normalizzazione e il crescente consenso internazionale contro i trasferimenti di armi a Israele;. – attuare mobilitazioni popolari nei porti di transito della Maersk Detroit e della Nexoe Maersk;. – fare pressione su governi, autorità portuali e aziende della logistica affinché blocchino il flusso di armi verso Israele e interrompano qualsiasi complicità nel trasferimento di carichi militari e di altro tipo che favoriscano o facilitino gli atroci crimini israeliani. Ci uniamo alla stragrande maggioranza dei sindacati palestinesi che hanno invitato i lavoratori di tutto il mondo ad agire per intensificare le campagne #BlocktheBoat e #MaskOffMaersk e fermare le spedizioni illegali che consentono i crimini atroci israeliani. Facciamo inoltre eco alla Federazione Generale Palestinese dei Sindacati di Gaza, che ha chiamato i lavoratori di tutto il mondo ad agire per fermare il flusso di armi verso Israele. Invitiamo i sindacati a essere solidali con il popolo palestinese e a proteggere i lavoratori nei porti, sulle navi, nelle aziende e negli uffici governativi dal coinvolgimento in trasferimenti criminali, il più delle volte a loro insaputa e/o senza il loro consenso. Esortiamo i sindacati, i lavoratori portuali e le organizzazioni della società civile a organizzarsi contro la vergognosa normalizzazione e complicità dei loro governi. Questo è il momento di resistere agli attacchi di Stati Uniti e Israele alla lotta palestinese. Dobbiamo intensificare le azioni e chiarire che il popolo rifiuta la normalizzazione e la complicità nel genocidio come un tradimento della lotta di liberazione palestinese. Il popolo sta con Gaza! Embargo sulle armi ora!”
June 17, 2025
Radio Onda d`Urto