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Il Consiglio di Stato smentisce il governo: dovrà diffondere i dati sui traffici di armi
Il Consiglio di Stato ha respinto l’appello delle Dogane di Ravenna e ha dato ragione alla giornalista Linda Maggiori e al suo avvocato Andrea Maestri: i dati aggregati sui traffici di armi nel porto romagnolo devono essere resi pubblici. È così crollata la linea dell’Avvocatura dello Stato, secondo cui la trasparenza avrebbe favorito le potenze nemiche in una «guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia». Rappresentando un precedente giurisprudenziale estremamente significativo, la decisione segna dunque un passaggio importante per la trasparenza sull’export e sul transito di armamenti in Italia, ma anche per la libertà di informazione e il diritto dei cittadini a conoscere attività di rilevanza pubblica. I giudici hanno smontato le ragioni dell’amministrazione doganale, che «evocano interessi pubblici astratti e delineano generici pregiudizi» senza chiarirne la natura né dimostrarne la concretezza. In gioco ci sono soltanto dati numerici, relativi a un periodo già trascorso e già in possesso dell’Amministrazione: renderli noti è un ragionevole punto di equilibrio per non svuotare di effettività la normativa sulla trasparenza. Nessun abuso del diritto, infine: l’accesso civico generalizzato «può essere esercitato anche nell’esercizio dell’attività giornalistica». Pesa poi una contraddizione evidenziata dalla stessa sentenza: altre autorità doganali e capitanerie, di fronte a richieste analoghe, non hanno opposto alcun limite e hanno consegnato i dati, come l’Agenzia di Livorno. Il Collegio parla di una condotta «apparentemente contraddittoria», aggiungendo che «non si comprende per quale motivo analoga regola non debba valere anche per il porto di Ravenna.» La vicenda risale a gennaio, quando la giornalista Maggiori, che è anche collaboratrice de L’Indipendente, aveva chiesto alle Dogane della Romagna le quantità di materiale bellico esportate o transitate nel 2025 dal porto. La risposta era stata un rifiuto totale, per ragioni di sicurezza nazionale e segreto commerciale. A inizio luglio il Tar aveva imposto di fornire i dati aggregati, tenendo riservate le destinazioni. Le Dogane, assistite dall’Avvocatura, hanno però portato il caso davanti al Consiglio di Stato. Davanti ai giudici l’Avvocatura ha sostenuto che il porto ha una «rilevanza militare con una funzione strategica nel dispositivo difensivo nazionale», benché sia classificato come scalo civile e commerciale, e che svelare i numeri avrebbe aiutato le potenze straniere. Un paradosso lampante: il governo ha più volte negato che l’Italia sia in guerra, ma l’Avvocatura ha evocato esplicitamente un conflitto mai dichiarato né deliberato dal Parlamento. Non solo: hanno bollato la richiesta della giornalista come interesse privato e a scopo di lucro, sostenendo che «l’interesse mediatico non equivale all’interesse pubblico». «È una vittoria straordinaria, la più significativa della mia carriera professionale perché corona i miei sforzi, il mio impegno e la mia ostinazione in difesa dei diritti dei più deboli, dei diritti umani e, in particolare, dei diritti del popolo palestinese massacrato con armi che transitano anche dai nostri porti, con la complicità dei nostri governi – ha dichiarato l’avvocato Andrea Maestri -. Una sentenza che ci dice che i cittadini non devono avere paura, anche adesso e proprio adesso che soffiano venti di guerre, ci sono spazi di partecipazione civica e democratica che devono essere riempiti con azioni coraggiose, per contrastare il buio minaccioso di questo tempo». La battaglia, tuttavia, non è conclusa. Le Dogane di Trieste hanno recentemente negato a Maggiori dati analoghi, richiamando motivazioni simili a quelle ora respinte dal Consiglio di Stato. La sentenza potrebbe dunque costituire un tassello fondamentale per le future richieste di trasparenza: sul piano giudiziario, richiami generici alla sicurezza e alle relazioni internazionali non bastano più a sbarrare l’accesso civico. Il Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna rilancia la mobilitazione: il 30 ottobre è prevista in città una manifestazione nell’ambito dello sciopero internazionale dei porti contro la guerra e il traffico di armamenti. The post Il Consiglio di Stato smentisce il governo: dovrà diffondere i dati sui traffici di armi appeared first on L'Indipendente.
October 16, 2026
L'INDIPENDENTE
Gli avvocati del governo dicono che l’Italia è in guerra per nascondere i dati sulle armi
L’Avvocatura dello Stato ha reclamato il «diniego totale» all’accesso ai dati sul transito di armi nel porto di Ravenna con la motivazione che l’infrastruttura ha una «rilevanza militare con una funzione strategica nel dispositivo difensivo nazionale» e che ci troviamo «nel contesto di una guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia» e divulgare questi dati potrebbe favorire le «potenze nemiche». È questa la motivazione con la quale l’Avvocatura (che dipende dal Consiglio dei ministri, quindi da governo) ha fiancheggiato le Dogane nel rifiuto alla richiesta di accesso ai dati sui traffici di armi attraverso il porto romagnolo. Una situazione paradossale dove, da una parte, il governo ha negato ripetutamente che l’Italia sia in guerra mentre, dall’altra, gli avvocati dello stesso governo affermano che il Paese è in guerra al solo fine di negare la trasparenza democratica sulle informazioni strategiche. Ma riavvolgiamo il nastro della vicenda. Il caso è nato in seguito alla richiesta di accesso agli atti presentata da chi scrive, nel gennaio 2026, alle Dogane ufficio Romagna per avere dati aggregati sulle armi in export e in transito dal porto di Ravenna e sulle relative destinazioni: «la quantità di materiale bellico e componenti di armamenti partiti dal porto di Ravenna nel 2025, divisi per quadrimestri e divisi per export-transito». Le Dogane nel giro di un mese mi hanno inviato un diniego totale, per motivi di sicurezza nazionale e per segreto commerciale. Assistita dall’avvocato Andrea Maestri del foro di Ravenna ho quindi fatto ricorso al Tar. A inizio luglio 2026, il Tar di Bologna ha accolto parzialmente il ricorso: si devono divulgare i dati aggregati sulle armi, visto che secondo i giudici non mettono in pericolo la sicurezza nazionale, ma si possono celare le destinazioni. Non una decisione ottimale, perché le destinazioni sono necessarie a capire se quelle armi finiscono in mano a eserciti genocidiari, ma quantomeno si è trattato di un compromesso. Peraltro dal porto di Ravenna è facile capire dove finiscono i carichi, visto che la destinazione più frequente sono proprio i porti di Ashdod e Haifa dove finiscono 1000-2000 container ogni mese, mentre alle altre destinazioni (Emirati Arabi Uniti, Egitto, Libano…) arrivano quantità molto inferiori.  Il blocco di due ore del traffico nel porto di Ravenna, il 28 novembre 2025 Il 7 luglio, una settimana dopo la sentenza del Tar, invio a mezzo pec un sollecito alla Dogane: «in esecuzione della sentenza n.1279/2026, pronunciata dal TAR Emilia-Romagna il 1° luglio 2026 nel ricorso R.G. n. 420/2026, chiedo il rilascio dei dati da me richiesti. Visto il ritardo accumulato nella risposta, chiedo che ai dati del 2025 siano aggiunti anche i dati relativi al 2026. Qualora l’Amministrazione non provveda spontaneamente a dare esecuzione alla sentenza, mi vedrò costretta a promuovere un giudizio di ottemperanza». A questo punto le Dogane, assistite dall’Avvocatura dello Stato (che dipende dal Consiglio dei ministri), si appellano al Consiglio di Stato, massimo organo della giustizia amministrativa in Italia, chiedendo l’annullamento della sentenza e la sospensiva dell’efficacia del provvedimento. Nella memoria di consiglio scritta per l’udienza cautelare, motivano la richiesta di negare totalmente i dati aggregati sulle armi, con il fatto che il porto di Ravenna ha una «rilevanza militare con una funzione strategica nel dispositivo difensivo nazionale» e che ci troviamo «nel contesto di una guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia» e divulgare questi dati avrebbe favorito le “potenze nemiche”:  «La ostensione di dati e informazioni (vieppiù a una giornalista di inchiesta) è idonea ad arrecare gravissimo e irreparabile pregiudizio agli interessi pubblici, […] alla difesa e alle questioni militari. […] La propalazione dei dati e delle informazioni consentirebbe alle potenze straniere di avere contezza del ruolo strategico, per gli interessi nazionali e per le relazioni dello Stato del porto di Ravenna, e ciò è un’evenienza assolutamente da scongiurare nell’attuale contesto storico-politico, in cui, come è a tutti noto, è in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia» si legge nel memoriale. Eppure il porto di Ravenna è classificato come porto civile e commerciale, non militare. Ma come altri porti civili, viene usato sempre più come infrastruttura dual use, anche a seguito delle decisioni europee (military mobility) sulle reti Ten-T che stanno adattando questi “corridoi” ferroviari e portuali al passaggio di armi e truppe.  L’Avvocatura dello Stato aggiunge peraltro che la mia richiesta di accesso generalizzato agli atti è un interesse privato da limitare, finalizzato al lucro (“de lucro captando”) mentre l’export e il transito di armi sono un interesse pubblico da tutelare con il segreto, sottolineano ancora che «l’interesse mediatico non equivale all’interesse pubblico».  Come se i mercanti di morte non lucrassero sul traffico di armi, e come se la professione del giornalismo non fosse un esercizio a tutela della democrazia e di rilevanza pubblica. Ma la cosa più grave, oltre all’offesa del giornalismo, è che l’avvocatura dello stato abbia dichiarato nero su bianco che ci troviamo “parte” di una guerra mondiale, mai dichiarata e mai deliberata dal Parlamento.  Il consiglio di Stato, riunito il 27 agosto per decidere sulla sospensiva, decide di non decidere: chiede a me e al mio avvocato di non esigere i dati almeno fino all’8 ottobre data della successiva udienza di merito. Accettiamo. Nel frattempo si mobilita la società civile, si costituiscono ad adivandum Weapon Watch, il centro di ricerca per la democrazia (Cred), il sindacato USB.  Nonostante ripetuti appelli da parte della società civile e del Coordinamento contro le armi dal porto di Ravenna, il sindaco Alessandro Barattoni e il presidente della Regione Michele De Pascale non si costituscono ad adiuvandum nel ricorso, preferendo agire con moral suasion verso le Dogane: a inizio settembre 2026 scrivono infatti all’ufficio nazionale delle Dogane chiedendo di rendere pubblici tutti i dati sugli armamenti che transitano da tutti i porti italiani. A oggi non ci risulta che abbiano ricevuto risposta.  L’11 settembre l’onorevole Stefania Ascari (M5S) ha chiesto che il Governo venisse in Parlamento a chiarire la rilevanza militare del porto di Ravenna, dopo aver depositato un’interrogazione parlamentare sui quantitativi di materiale d’armamento transitati dal porto di Ravenna nel 2025 e nel 2026. «Siamo in guerra? Da quando l’Italia è coinvolta in una “guerra mondiale a pezzi e ibrida”? Chi lo ha deciso? E quando sono stati informati il Parlamento, i cittadini e le cittadine? L’Avvocatura dello Stato, nel difendere l’Agenzia delle dogane davanti al Consiglio di Stato, ha definito Ravenna un porto di “rilevanza militare’’. Si parla anche di una “guerra mondiale a pezzi e ibrida’’. Parole gravissime, che non possono restare senza risposta, perché sono fatti di interesse pubblico e abbiamo il diritto di sapere. Perciò ho chiesto un’informativa urgente al Ministro Crosetto su quanto sta emergendo attorno al porto di Ravenna. Se dal porto di Ravenna, così come da tutti gli altri porti, transitano armamenti, il Governo deve dire con chiarezza quali materiali passano, verso quali destinazioni, con quali autorizzazioni, in base a quali accordi e perché ai cittadini e alle cittadine viene negato il diritto di sapere. Su Gaza e sulle armi che attraversano i nostri porti non possiamo accettare omertà, segreti e complicità» ha detto la Ascari in Parlamento.  Il presidio dell’8 ottobre a Ravenna mentre a Roma si svolgeva il Consiglio di Stato Hanno presentato interrogazioni simili anche il senatore Marco Croatti (M5S) e il deputato Marco Grimaldi (AVS), senza però, ad oggi ottenere risposte.  L’8 ottobre si è svolta l’udienza finale presso il Consiglio di Stato a Roma, mentre una folla di persone era in presidio a Ravenna. Sono passati ormai 7 giorni e i giudici non hanno emesso alcuna sentenza. L’attesa continua. Nel frattempo, le Dogane di Trieste hanno opposto diniego al mio accesso agli atti per conoscere la quantità di armi transitate nel porto friulano. Anche in questo caso si invoca la sicurezza nazionale e le relazioni tra gli Stati in virtù della quale la trasparenza è vietata: «la pubblicazione dei dati, anche quantitativi, (…) sul transito di armamenti (…) comporterebbe un concreto pregiudizio ai rapporti intercorrenti tra Stati e alle relazioni internazionali, in quanto la pubblicazione dei documenti oggetto dell’Istanza, anche in termini di dati di tipo quantitativo, consentirebbe, ad esempio, di identificare attraverso quali rotte commerciali gli Stati si garantiscono l’approvvigionamento di armamenti o sistemi di difesa e danno attuazione ai propri obblighi internazionali».   Ma la società civile e gli stessi portuali non ci stanno ad accettare la guerra. A Ravenna così come in altri porti italiani e internazionali il 30 ottobre ci sarà lo sciopero internazionale dei portuali contro le guerre. In Italia aderiscono finora USB e Orsa Porti. 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October 15, 2026
L'INDIPENDENTE
8 Ottobre: Le Dogane di Ravenna al Consiglio di Stato contro Linda Maggiori
Presidio a Ravenna per la sentenza del Consiglio di Stato. Le Dogane (reticenti) contro Linda Maggiori. Con il link alla diretta web delle 19.00 PRESIDIO A RAVENNA IN PIAZZA DEL POPOLO: 8 OTTOBRE ORE 18 Sarà sola davanti al Consiglio di Stato giovedì 8 ottobre 2026, senza il sostegno ad adiuvandum del sindaco di Ravenna Alessandro Barattoni e del Presidente della Regione Emilia Romagna Michele De Pascale nonostante sia stato loro richiesto fino all’ultimo. Il Pd ha risposto chiedendo al Governo la trasparenza dei dati delle Dogane di tutti i porti italiani e non solo quello di Ravenna. A seguire Linda Maggiori è l’avvocato Andrea Maestri, attivo da anni per la liberazione dei territori occupati in Palestina. A sostenerla Usb, The Weapon Watch e l’Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei ma anche la mobilitazione spontanea di cittadine/i, Cred e altri giuristi. Alle 19 Linda Maggiori parlerà in conferenza stampa (nella sala stampa della Camera) con la deputata Stefania Ascari e i senatori Marco Croatti e Antonio Ferrara del Movimento 5 Stelle che hanno presentato interrogazioni parlamentari sulla vicenda ma senza ottenere risposte. La coraggiosa giornalista Linda Maggiori a gennaio 2026 chiede un accesso generalizzato agli atti alle Dogane di Ravenna per avere i dati aggregati sulle armi in export e in transito dal porto con relative destinazioni: diniego delle Dogane «per motivi di sicurezza nazionale». Maggiori ha presentato ricorso al Tar di Bologna e la sentenza del Tar uscita a luglio ha dato per metà ragione alla giornalista (riguardo i dati) e per metà no (le destinazioni). Ma le Dogane di Ravenna non hanno accettato di divulgare i dati adducendo che il porto di Ravenna «ha una rilevanza militare nel contesto di una guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia» e hanno fatto ricorso al Consiglio di Stato contro la giornalista. Linda Maggiori aveva iniziato a scoperchiare “la guerra invisibile” che passa nel porto di Ravenna già nell’estate 2025 quando raccontò di container che passavano settimanalmente pieni di materiali dual-use, armi e altre merci verso Israele, tracciando le navi israeliane che attraccavano al porto per poi ripartire. Il transito di merci legate alla guerra viola la legge 185 del 1990 che vieta l’esportazione di armi verso Stati o enti in conflitto armato nonché l’articolo 11 della Costituzione. Inoltre necessiterebbe del visto dell’autorità Uama – Unità per le autorizzazioni di materiali di armamento – che ha il compito di autorizzare il passaggio di carichi militari nelle dogane e nei porti verso Paesi terzi. Interpellata in quel frangente Uama dichiarò : «Dopo il 7 ottobre 2023 (giorno dell’attentato ai cittadini israeliani) il Governo italiano ha sospeso qualsiasi nuova autorizzazione verso Israele ai sensi della legge 185/90». Dalle inchieste e dai fermi di container grazie ai lavoratori portuali – anche Genova e Gioia Tauro -emerse che gli scambi di merci con Israele erano invece più che raddoppiati proprio dopo il 7 ottobre. Tutto ben documentato nel dossier «La flotta del genocidio» pubblicato dalla stessa giornalista per Altreconomia. Da quel momento tante le manifestazioni ravennati contro il transito di armi e altre merci dual use (non sono armamenti ma servono per produrle o innescarle). Nasce il «Coordinamento Popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna». Proprio a settembre 2025 sull’onda di questa presa di coscienza fu impedito a due container con materiale bellico di entrare nel porto di Ravenna, grazie all’intervento (tardivo ma ci fu) delle istituzioni interpellate dai lavoratori portuali. Ci fu poi l’incontro con la «relatrice speciale Onu per i territori palestinesi» Francesca Albanese con i lavoratori del porto, con il sindaco di Ravenna Alessandro Barattoni e gli attivisti. La giornalista Linda Maggiori ha continuato le sue indagini ma la macchina di guerra, soldi e complicità ha continuato a funzionare nonostante le proteste nelle piazze. Il movimento contro le armi nei porti si schiera con Linda Maggiori: > «se il Consiglio di Stato deciderà di oscurare ogni dato, avallando la tesi > che siamo in una guerra permanente e che la democrazia è ridotta, allora noi > andremo fino alla CEDU, la Corte europea dei diritti dell’uomo». Chi non abita a Ravenna (o non può andare al presidio in Piazza del Popolo) può seguire online la diretta dalla sala stampa della Camera dei Deputati dalle 19 circa di giovedì 8 ottobre 2026. webtv.camera.it/conferenze_stampa Su questi temi abbiamo pubblicato molti articoli che potete rintracciare con i tag: Armi, Ravenna, Linda Maggiori, portuali e simili.  > Muro di gomma nel porto di Ravenna (e nelle istituzioni)   Redazione Romagna
October 7, 2026
Pressenza