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GRAN BRETAGNA: NEGATO NUOVO CONTRATTO A ELBIT SYSTEMS, ATTIVISTI/E DI PALESTINE ACTION INTERROMPONO LO SCIOPERO DELLA FAME
Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello annunciano la loro decisione di porre fine allo sciopero della fame, poiché a Elbit Sytems UK è stato negato un contratto governativo cruciale: è stata quindi accolta una richiesta fondamentale degli scioperanti. I tre attivisti di Palestine Action erano a rischio imminente di morte poiché in sciopero della fame rispettivamente da 73, 66 e 52 giorni. Gli attivisti hanno iniziato a rialimentarsi in conformità con le linee guida sanitarie. Tra i motivi principali dell’interruzione della protesta, come riportato dal sito Prisoners for Palestine, l’annuncio che Elbit Systems ha perso un contratto da 2 miliardi di sterline che avrebbe consentito loro di addestrare 60.000 soldati britannici ogni anno. Dal 2012, la filiale britannica dell’azienda di armi israeliana Elbit, si è aggiudicata oltre 10 appalti pubblici. Il contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe visto Elbit fornire addestramento all’esercito britannico per un periodo di dieci anni, è andato perso nonostante gli sforzi dei funzionari del Ministero della Difesa e dell’esercito britannico, che erano in combutta sia con Elbit Systems UK che con la sua società madre Elbit Systems in riunioni riservate e “tour” nella capitale della Palestina, Gerusalemme. Attiviste e attivisti hanno sottolineato in un comunicato la svolta significativa dello scorso venerdì 9 gennaio, quando i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria penitenziaria avevano finalmente incontrato i rappresentanti dei prigionieri in sciopero della fame, su richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere le condizioni carcerarie e le raccomandazioni terapeutiche. Inoltre Prisoners for Palestine ha annunciato una serie di vittorie dello sciopero della fame, elencandole in una dichiarazione: “vogliamo cogliere l’occasione per rivelare le varie vittorie ottenute durante lo sciopero della fame: solo nelle ultime settimane, 500 persone si sono iscritte per intraprendere un’azione diretta contro il complesso militare-industriale genocida, più di quante ne abbiano intraprese con Palestine Action durante gli ultimi 5 anni. Durante questa campagna quinquennale, 4 fabbriche di armi israeliane sono state chiuse”. Altra vittoria riguarda il trasferimento di Heba Muraisi in un carcere dove potrà essere più vicina alla propria famiglia. “Gli scioperanti della fame hanno fatto la storia britannica, partecipando al più grande e lungo sciopero della fame coordinato della Gran Bretagna, durato complessivamente 73 giorni, con Heba Muraisi che si è concluso a 73 giorni” commenta il gruppo di attivisti Prisoners for Palestine, che hanno anche sottolineato che “la vittoria più importante dello sciopero della fame è stata l’aumento dell’impegno per l’azione diretta”. L’aggiornamento con Carlo Gianuzzi, nostro storico corrispondente sulle questioni irlandesi (e non solo) oltre che co-curatore della rubrica e del podcast “Diario d’Irlanda”. Ascolta o scarica
GRAN BRETAGNA: “RISCHIO DI MORTE IMMINENTE” PER 3 ATTIVISTE-I DI PALESTINE ACTION IN SCIOPERO DELLA FAME
Rischia di precipitare la drammatica situazione dei militanti di Palestine Action, in sciopero della fame da oltre due mesi nelle carceri britanniche. Tre dei detenuti — Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello — sono a rischio imminente di morte e in sciopero rispettivamente da 71, 64 e 50 giorni. Un quarto detenuto, il ventenne Umer Khalid, ha ripreso lo sciopero della fame interrotto dopo 13 giorni per motivi di salute. Nel frattempo, decine di intellettuali da tutto il mondo hanno firmato una dichiarazione di solidarietà con i prigionieri, la cui lunga detenzione senza alcun processo, con accuse legate all’attivismo per la Palestina, ha suscitato critiche da parte di diverse organizzazioni per i diritti umani, alle quali si è unita la settimana scorsa Amnesty International. Tra i firmatari della dichiarazione Naomi Klein, Angela Davis e Ilan Pappé, insieme a docenti di varie discipline, fra i quali gli italiani Sandro Mezzadra e Vittorio Morfino. Con lo sciopero della fame, gli attivisti di Palestine Action chiedono: la fine di ogni forma di censura durante la loro detenzione, in particolare, vogliono poter comunicare liberamente; libertà su cauzione immediata, dato che sono ancora in attesa di processo; il diritto ad un processo equo; la revoca della proscrizione di Palestine Action; la chiusura di Elbit Systems, azienda che produce armi (anche) in Gran Bretagna per l’esercito israeliano. Ci aggiorna sulla situazione Carlo Giannuzzi, nostro storico corrispondente sulle questioni irlandesi (e non solo) oltre che co-curatore della rubrica e del podcast “Diario d’Irlanda”. Ascolta o scarica  
La nonviolenza è terrorismo
-------------------------------------------------------------------------------- Disegno di Gianluca Costantini (realizzato nel 2024) -------------------------------------------------------------------------------- L’arresto lampo a Londra di Greta Thunberg – prelevata durante in sit-in e trattenuta per qualche ora – è stato registrato dai media con la pigrizia tipica del giornalismo di regime (espressione da intendersi, naturalmente, in senso figurato). Eppure la vicenda nasce da un caso politico, culturale, etico dirompente, che riguarda la deriva illiberale delle democrazie europee e il triste ma anche nocivo tramonto delle socialdemocrazie del continente. Thunberg è stata arrestata mentre era seduta a terra con un cartello di sostegno agli otto attivisti del gruppo Palestine Action, detenuti da tempo e in sciopero della fame in carcere da cinquanta giorni. Sul cartello era scritto: “Sostengo i detenuti di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio”. Palestine Action è un gruppo che pratica l’azione diretta nonviolenta in sostegno alle rivendicazioni del popolo palestinese, ma qualche mese fa, all’inizio di agosto, è stata qualificata come “organizzazione terroristica” dal governo laburista (!) guidato da Keir Starmer. Proprio così: per il governo britannico la nonviolenza, la disobbedienza civile sono assimilabili al terrorismo. Il tutto è avvenuto all’indomani di un’azione condotta da alcuni attivisti in una base della Royal Air Force, con l’imbrattamento di due aerei con vernice rossa. Scriviamolo con chiarezza: a genocidio in corso, mentre le case, le moschee, gli ospedali, le scuole saltavano in aria nella Striscia di Gaza, mentre l’esercito israeliano uccideva migliaia di palestinesi e rendeva inabitabile il territorio col sostengo politico e diplomatico di Londra e delle altre cancellerie occidentali, il Regno Unito additava come terroristi un pugno di attivisti impegnati a segnalare con un getto di vernice rossa lo scandalo e l’orrore in atto. Ci sarebbe da chiedersi quale degrado di civiltà renda possibili simili eventi. E invece il caso Gran Bretagna, la sua deriva autoritaria e illiberale, non suscita interesse, è registrata con uno sbadiglio. Gli otto attivisti in sciopero della fame contestano la lunga carcerazione preventiva e rifiutano la qualificazione di Palestine Action come organizzazione terroristica, un fatto che produce, fra gli effetti collaterali, anche una spaventosa compressione del diritto di parola e di dissenso, perché anche il sostegno politico e verbale a Palestine Action diventa passibile di conseguenze giudiziarie. Dopo cinquanta giorni di digiuno, la salute e la stessa vita degli attivisti sono ormai a rischio e la memoria corre alla tragica fine di Bobby Sands, il militante dell’Ira morto in carcere per fame nel 1981, durante il digiuno di protesta per le condizioni di detenzione: all’epoca fu Margaret Thatcher, la premier della destra, a scegliere la strada dell’intransigenza. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La nonviolenza è terrorismo proviene da Comune-info.
INGHILTERRA: 8 ATTIVISTI/E DI PALESTINE ACTION DETENUTI SONO IN SCIOPERO DELLA FAME DA OLTRE 50 GIORNI
C’è anche l’attivista svedese Greta Thunberg tra i manifestanti arrestati a Londra mentre partecipavano a una manifestazione di solidarietà con otto detenuti del gruppo Palestine Action che stanno conducendo una sciopero della fame a oltranza da più di 50 giorni per protestare contro la loro condizione processuale e carceraria. Sono infatti in stato di reclusione preventiva da mesi, a margine della contestatissima messa al bando per “terrorismo” voluta dal governo di Keir Starmer per l’organizzazione di cui fanno parte. Il ricorso all’Alta Corte è atteso entro fine anno. Si tratta del più lungo sciopero della fame dai tempi del tragico “hunger strike” del 1981, quando il militante repubblicano irlandese Bobby Sands e altri 9 compagni nel carcere di Maze morirono di stenti dopo che non fu concesso loro il riconoscimento dello status di prigionieri politici dalla Thatcher. Per raccontare la vicenda è intervenuto, su Radio Onda d’Urto, il giornalista Carlo Gianuzzi, nostro collaboratore e curatore del podcast “Diario d’Irlanda”. Ascolta o scarica.  
Your Party, una sinistra per sé
Articolo di Bhaskar Sunkara Quanto a esordi bizzarri di nuove formazioni di sinistra, è giusto dire che la Gran Bretagna gode di una certa notorietà. Nel 2014, prima della spettacolare ascesa del corbynismo, era nata una formazione nota come International Socialist Network (Isn). Questa scissione dal Socialist Workers Party avvenne in un clima di grande ottimismo: sembrava più giovane, più democratica e più in sintonia con lo spirito del tempo rispetto ai rivali della sinistra rivoluzionaria. Un ottimismo di breve durata. Pochi mesi dopo la fondazione dell’Isn, il partito fu coinvolto in una spaccatura. Con il senno di poi, ci si sarebbe aspettati una discussione interna sul programma di austerità del governo di coalizione, o magari sull’approccio da tenere verso il Partito laburista e le elezioni generali dell’anno successivo, o persino sulla guerra civile siriana, che infuriava in quel periodo. E invece, quel partito ha visto ben sette dimissioni dal suo esecutivo nazionale a causa delle discussioni sulla cosiddetta «sedia razzista», cioè se un essere umano che, in un’opera d’arte, posa come una sedia sia da considerare sexy o razzista. Difficile credere che un simile episodio potesse essere superato in assurdità da qualsiasi altro nuovo partito della sinistra britannica. Eppure ora abbiamo sicuramente chi può rivaleggiare con quello. Il lancio di Your Party all’inizio di quest’estate è stato accolto con un entusiasmo molto maggiore di quanto potesse mai ottenere l’Isn, a testimonianza del miglioramento della condizione della politica socialista dopo gli anni Dieci. Ma il nuovo partito si è trasformato in un’aspra guerra tra fazioni con minacce persino di azioni legali, rischiando così di contribuire a una ben più profonda demoralizzazione. Il progetto si è rivelato irto di insidie fin dall’inizio. Nel luglio 2025, Zarah Sultana ha annunciato che avrebbe lasciato il Partito Laburista e lanciato una nuova formazione di sinistra in collaborazione con Jeremy Corbyn, nominando sé stessa e Corbyn come co-leader. Tuttavia, il gruppo di Corbyn non aveva formalmente accettato alcun elemento del lancio, né il suo status di co-leader, e non aveva idea che lei avrebbe fatto quell’annuncio. Le tensioni sui meccanismi decisionali e sulle strutture interne sono rimaste latenti per tutta l’estate. La situazione è precipitata la scorsa settimana, quando Sultana ha inviato un’e-mail ai sostenitori annunciando un portale per gli iscritti. Ha insistito sul fatto che l’iniziativa facesse parte della «road map» concordata per la costruzione del partito e ha dato notizia di oltre 20.000 iscrizioni nel giro di poche ore. Il gruppo di Corbyn, tuttavia, l’ha denunciata come prematura e non autorizzata, esortando i sostenitori ad annullare qualsiasi pagamento dell’iscrizione. Sultana, da parte sua, ha affermato di essere stata messa da parte da quello che ha definito un «club di soli uomini sessisti». Dopo una settimana di recriminazioni e minacce, entrambe le parti hanno fatto un passo indietro rispetto all’escalation. I piani per una conferenza fondativa a novembre restano in piedi, ma l’episodio ha creato imbarazzo a livello internazionale e ha minato lo slancio del progetto. UN PARTITO DI ATTIVISTI E ATTIVISTE C’è una regola generale nella politica socialista: più la sinistra si concentra su sé stessa, più assurde saranno le conseguenze. In questo caso, la discussione si è svolta tra due schieramenti che ruotano attorno ai parlamentari fondatori del partito, Corbyn e Sultana. Le battaglie non hanno riguardato questioni politiche. Si sono invece concentrate in modo miope su processo e struttura: quando sarebbe stato fondato il nuovo partito, come avrebbe condotto la sua prima conferenza, se avrebbe avuto dei co-leader, come avrebbe regolato le iscrizioni formali, chi avrebbe fatto parte del suo esecutivo o avrebbe ricoperto ruoli dirigenziali, se avrebbe dato voce sufficiente ai suoi attivisti e attiviste. Si è scritto molto negli ultimi giorni sui dettagli di ciascuno di questi disaccordi, con le ricadute più esplosive sull’appartenenza al partito. Ma si è scritto molto meno su quanto questi disaccordi, guardati complessivamente, rappresentino un problema molto più profondo: il fatto che, in Gran Bretagna e altrove, la sinistra sia sempre più concentrata su sé stessa piuttosto che sulla classe che intende mobilitare e rappresentare. Your Party [il nome provvisorio del partito che potrebbe rimanere stabile, Ndt] è stato lanciato a luglio, ma l’iniziativa era in incubazione da molto più tempo. Corbyn è stato sospeso dal Partito laburista cinque anni fa. Sultana è stata sospesa dai laburisti appena un mese dopo l’insediamento del nuovo governo, nell’estate del 2024. Le discussioni su questo nuovo partito sono in corso da un anno o più. Eppure, in tutto questo tempo, il progetto non è riuscito a trovare una coerenza nemmeno attorno a un programma politico da presentare per avviare la campagna elettorale e definire sé stesso. Ciò è particolarmente irritante, visti i pessimi risultati del governo laburista. Questo infatti ha offerto una miriade di opportunità: i tagli all’indennità di riscaldamento invernale, il mancato smantellamento del limite massimo di assegno sociale per i due figli, il fallito tentativo di imporre tagli generalizzati al welfare, l’indebolimento della legislazione sui diritti dei lavoratori. Forse la cosa più dannosa di tutte è che non è riuscito ad affrontare la crisi del costo della vita: l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico prevede che la Gran Bretagna avrà l’inflazione più alta del G7 quest’anno. Si potrebbe immaginare una potente campagna nazionale sulle bollette energetiche e sulla proprietà pubblica, ma, sebbene la dichiarazione fondativa di Your Party abbia fatto dei cenni in questa direzione, nulla del genere è stato fatto. Invece di focalizzarsi verso l’esterno, il messaggio di Your Party fin dal suo lancio è stato chiaro: le masse vengono dopo. Noi, a sinistra, dobbiamo dedicare qualche mese a concentrarci su noi stessi, impegnandoci in un lungo e articolato processo che faccia sentire meglio la nostra base di attivisti, e poi, forse, condurremo la battaglia contro Keir Starmer e Nigel Farage e contro gli immensi e potenti interessi che cospirano per peggiorare la vita di milioni di lavoratori e lavoratrici in tutta la Gran Bretagna. Senza dubbio, ci sono delle spiegazioni per questa posizione. Molti sosterranno che si tratta di democrazia di partito, spietatamente schiacciata nel Partito laburista da Starmer e dalla sua cricca. Ma l’ideale socialista di democrazia è di massa, si basa sulla mobilitazione e l’emancipazione di milioni di lavoratori verso una società più partecipativa basata sulla proprietà comune. Poi esiste un altro tipo di democrazia, che la sinistra conosce fin troppo bene: una democrazia fittizia che porta costantemente a una partecipazione sempre maggiore da parte di una cerchia sempre più ristretta di attivisti. Un processo progettato per soddisfare una base esistente piuttosto che per costruirne una più ampia. Per evitare questa trappola, i progetti socialisti devono concentrarsi sul contatto con le masse e sulla canalizzazione delle istanze popolari. Troppo spesso, l’attenzione rivolta alla nostra base di attivisti ci intrappola in un circolo vizioso di settarismo e marginalità. Invece di sottolineare ciò che ci unisce come socialisti e portare la nostra causa alle persone, scivoliamo in dibattiti su oscuri punti teorici o tecnicismi su questioni strutturali che convincono persino persone politicamente schierate come Corbyn e Sultana di rappresentare due fazioni nemiche. Quel che è peggio: questo processo, di fatto, non prefigura le sfide di una futura società democratica: la guerra interna della sinistra ha poco in comune con le battaglie per conquistare alle nostre idee le persone sul posto di lavoro o nei quartieri. NON CI SONO ABBASTANZA CUOCHI IN CUCINA Certamente, nessuno può negare che Your Party  goda di un certo appeal. Ottocentomila iscritti al sito web nelle sue prime settimane suggeriscono che esiste un desiderio di un’alternativa a Starmer e Farage. Le 20.000 adesioni durante la breve e sfortunata campagna di iscrizioni suggeriscono che la formazione sia sulla buona strada per raggiungere un totale considerevole, seppur forse meno impressionante. Centomila iscritti rappresenterebbero una pietra miliare storica per un partito alla sinistra del Labour, più numeroso dei comunisti britannici nel dopoguerra. Ma sarebbero comunque molto meno del mezzo milione che ha ingrossato le fila del Labour sotto la guida di Corbyn. Questo ci porta a un’altra evidente assenza dalle prime fasi di vita di Your Party: il movimento sindacale. Gli ideali socialisti di democrazia, come abbiamo detto, si basano sulla partecipazione di massa di lavoratori e lavoratrici. Questo è un obiettivo difficile da raggiungere, senza dubbio, in un’epoca di arretramento della sinistra. Ma il nascente progetto di Your Party si distingue dai predecessori per la distanza dal movimento operaio organizzato. Sarebbe davvero troppo aspettarsi che una storica scissione a sinistra del Partito laburista possa realizzarsi con  l’adesione di diversi sindacati? E che dire di un processo che coinvolgesse i numerosi sindacati – molti dei quali guidati da socialisti – non affiliati al partito? Anche se si potesse sostenere che è troppo presto per l’affiliazione, quanti sindacalisti di spicco sono associati a Your Party fin dall’inizio? Purtroppo, queste domande sembrano un ripensamento. Non è certamente un piano alternativo, tuttavia, la proposta di selezionare i partecipanti alla conferenza inaugurale di Your Party tramite sorteggio. Si è molto parlato di come questa idea debba il suo nome al marxista trinidadiano CLR James e al suo opuscolo ispiratore Every Cook Can Govern. Ma poca attenzione è stata prestata a chi James immaginava prendesse parte a questo esercizio democratico emancipatorio. «Il parlamentare laburista medio in Gran Bretagna andrebbe su tutte le furie – scrisse – se gli venisse suggerito che qualsiasi lavoratore scelto a caso potrebbe svolgere il lavoro che sta svolgendo lui». L’opuscolo prosegue affermando che la partecipazione democratica dovrebbe essere considerata «parte della giornata lavorativa» e include un’intera sezione sulla lotta di classe. Per essere coerente con la visione di democrazia di James, Your Party deve aspirare a essere – nel senso classico del termine – un partito di massa della working class. Ma quali prove ci sono che questa sia la sua base? Chiaramente, senza un resoconto pubblico delle sue iscrizioni o dei suoi iscritti, non è possibile esserne certi. Ma la sua distanza dal movimento operaio organizzato solleva interrogativi. Lo stesso vale per i primi sondaggi, ampiamente riportati come incoraggianti dai media di sinistra. Tuttavia, quando questi sondaggi sono stati suddivisi per livello sociale, hanno raccontato una storia diversa. Mentre il 17% degli elettori del C2DE (operai e disoccupati) prenderebbe in considerazione l’idea di votare per YP in una possibile elezione generale, un molto più rilevante 72% non lo farebbe. Non è un problema esclusivo della sinistra britannica. In tutto l’Occidente, i socialisti hanno faticato a costruire una coalizione di classe negli ultimi anni. Invece, siamo arrivati a rappresentare sempre più solo una frazione di quella classe: giovani laureati urbani e, in una certa misura, elettori delle minoranze. Non si tratta certo di una base da trascurare, ma non è nemmeno un elettorato che spiana la strada a vittorie elettorali o a maggioranze sociali. Anzi, spesso ci lascia impantanati in coalizioni impegnate in «guerre culturali» che speriamo di evitare. Il Partito Verde, un’altra forza che ha visto un’impennata di iscritti nelle ultime settimane, è ancora più limitato in questo senso. ALL’ALTEZZA DEL MOMENTO La questione di classe è particolarmente preoccupante per quanto riguarda YP a causa delle minacce all’orizzonte. Gran parte della Gran Bretagna concorda chiaramente con la sinistra sul fatto che l’attuale governo laburista sia un fallimento, ma lungi dal trovare soluzioni alternative stanno trovando le loro altrove. L’estrema destra del Reform Party di Farage gode da mesi di un netto vantaggio nei sondaggi ed è il favorito per formare il prossimo governo nel 2029. Sarebbe un risultato catastrofico per i lavoratori e le lavoratrici di tutta la Gran Bretagna, scatenando un’ondata di attacchi ai sindacati, una limitazione dei diritti civili, l’abrogazione di una serie di leggi sociali e attacchi senza precedenti a beni pubblici come il Servizio sanitario nazionale. Forse la realtà più dannosa che la sinistra britannica si trova ad affrontare è che, se Reform dovesse vincere le prossime elezioni generali, lo farà grazie ai voti in quella che un tempo era la sua roccaforte. Nel Nord-Est dell’Inghilterra, nel collegio che ospita il Durham Miners’ Gala, le recenti elezioni locali hanno visto Reform spazzare via il partito laburista dal potere per la prima volta in un secolo. Le proiezioni basate sugli ultimi sondaggi suggeriscono che Reform vincerà ogni singolo seggio nel Nord-Est nel 2029. Questa non solo sarebbe una tragedia, ma sarebbe anche evitabile. Alcuni commentatori si sono affrettati a liquidare le comunità postindustriali come irrecuperabili e a voler rimodellare la sinistra come un movimento interclassista di progressisti concentrati nelle grandi città. Ma, contrariamente a quest’analisi, i lavoratori del Nord-Est non si sono estinti con la scomparsa dell’industria. Anzi, la regione ha la più alta percentuale di lavoratori e lavoratrici sindacalizzate in Inghilterra, quasi il doppio di quella di Londra e del Sud-Est. Qualsiasi iniziativa socialista degna di questo nome dovrebbe iniziare con un programma che miri a raggiungere questi lavoratori, che offra soluzioni concrete ai problemi che devono affrontare e inizi a ricostruire le comunità trascurate dai governi succedutisi. Smaschererebbe la demagogia superficiale di Farage e di Reform e si concentrerebbe sull’offerta di un’alternativa collegata alla vita quotidiana delle persone. Fondamentalmente, si rivolgerebbe verso l’esterno, verso persone in cerca di soluzioni, piuttosto che verso l’interno, verso il comfort della propria base di attivisti. Qualsiasi altra scelta sarebbe un immenso fallimento in questo momento storico. Il compito, dopotutto, è costruire una classe per sé, non una sinistra per sé. *Bhaskar Sunkara è il fondatore e direttore di Jacobin , il presidente della rivista Nation e l’autore di Manifesto socialista per il XXI secolo (Laterza, 2021). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Your Party, una sinistra per sé proviene da Jacobin Italia.
La Gran Bretagna ha imposto una carestia all’Irlanda, ora sta prendendo parte al genocidio di Gaza
The Electronic Intifada. Di David Cronin. Le persone sepolte nel Cimitero dei Poveri non compaiono nelle storie dell’Impero Britannico. Un visitatore non conoscerà i loro nomi, saprà solo che appartenevano ai “poveri, diseredati, handicappati e indigenti di Wexford”, come recita un’iscrizione sotto una croce celtica. Molti avevano vissuto e erano morti nell’ospizio di questa città sulla costa sud-orientale dell’Irlanda. L’ospizio fu istituito nel 1845, l’anno in cui iniziò la Grande Carestia d’Irlanda. L’ospizio era, di fatto, una prigione per i poveri. I detenuti venivano separati dalle loro famiglie e costretti a lavorare duramente per 11 ore al giorno. La logica alla base di condizioni estremamente dure era che solo i più disperati avrebbero cercato aiuto – se questa è la parola giusta – da un’istituzione del genere. Mentre passeggiavo per il Cimitero dei Poveri a Wexford all’inizio di questa settimana, ho pensato a Refaat Alareer, l’eloquente e coraggioso studioso palestinese assassinato da Israele nel dicembre 2023. Refaat ha tracciato parallelismi tra Palestina e Irlanda. Nell’ottobre 2023 ha pubblicato sui social media che usava per informare gli studenti di come “la Gran Bretagna abbia contribuito ad aggravare la carestia irlandese avvenuta 170 anni fa”, prima di osservare che “gli Stati Uniti e il Regno Unito stanno aiutando Israele a far morire di fame i palestinesi a Gaza”. Il mese successivo, ha scritto che “la carestia è un’arma puramente europea nei tempi moderni”, citando l’esempio dell’Irlanda e del Bengala. > I used to angrily tell my student how Britain helped exacerbate the Irish > Famine that happened 170 years ago. Can you imagine people starving in the > 1840s?! > Well, the US/UK are helping Israel starve Palestinians in Gaza. > People are literally slimming down and it shows on their… > pic.twitter.com/7Rjv4zhHsN > > — Refaat in Gaza 🇵🇸 (@itranslate123) October 22, 2023 Ho pensato anche a Donald Trump – lo ammetto, è difficile non pensarci. Tra una partita a golf e l’altra dello scorso fine settimana, il presidente degli Stati Uniti si è lamentato del fatto che nessuno abbia espresso apprezzamento per gli aiuti americani a Gaza. Trump – intenzionalmente o meno – ha attribuito connotazioni negative al termine “umanitario”. Mentre un tempo il termine era associato all’altruismo e alla compassione, ora è indissolubilmente legato alla Gaza Humanitarian Foundation, che promette aiuti ai palestinesi che poi vengono massacrati quando vanno a cercarli. Questo, a quanto pare, è l’aiuto “umanitario” finanziato dagli Stati Uniti per il quale Trump si aspetta di essere ringraziato. Grati per le briciole? L’idea che un popolo affamato debba essere grato quando i suoi oppressori gli gettano qualche briciola non è nuova. Nel 1848, il quotidiano The Yorkshireman descrisse le presunte misure di soccorso della Gran Bretagna per la carestia irlandese come “doni d’oro” versati “in grembo al popolo scontento e infelice”. La Gran Bretagna si era fatta avanti “magnanimamente”, secondo il giornale, solo per incontrare la “più profonda ingratitudine” da parte degli irlandesi. Refaat Alareer ha giustamente sottolineato che la Gran Bretagna ha aggravato la carestia in Irlanda. Quando il raccolto di patate fallì nel 1845, gli inglesi inizialmente fecero in modo che il mais venisse importato in Irlanda dall’America. Le importazioni furono interrotte dopo che John Russell del Partito Liberale sostituì Robert Peel dei Conservatori come Primo Ministro nel 1846. I Liberali decisero che la quantità di cibo importata in Irlanda dovesse essere determinata dalle forze di mercato. Riempire le casse di mercanti e produttori di grano era un imperativo politico. Le pance degli irlandesi si svuotarono. La carestia che affligge Gaza è il risultato di una politica deliberata. Le agenzie internazionali hanno una grande riserva di cibo stazionata accanto e in prossimità dei valichi controllati da Israele. Per diversi mesi, Israele ha bloccato la consegna di tali aiuti. Il nuovo annuncio di Israele di sospendere “l’attività militare” per 10 ore al giorno in alcune zone di Gaza – formalmente per facilitare la consegna degli aiuti – non attenua la sua colpevolezza. Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, è ancora ufficialmente ricercato dalla Corte penale internazionale per aver usato la fame come arma di guerra. Anche gli irlandesi furono deliberatamente derubati di cibo negli anni ’40 dell’Ottocento. Invece di essere utilizzati per soddisfare i bisogni del paese, grano, burro, pesce e bestiame furono esportati in grandi quantità dall’Irlanda in quel periodo. Molte delle spedizioni avvenivano sotto scorta armata. Incanalare la rabbia irlandese. La Convenzione delle Nazioni Unite sul Genocidio entrò in vigore quasi un secolo dopo la Grande Carestia irlandese. Ciò nonostante, è inconfutabile che la crisi alimentare imposta all’Irlanda abbia implicato un genocidio, nel senso odierno del termine: l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, religioso o razziale. La sofferenza degli irlandesi fu “causata dalla loro stessa malvagità e follia”, sosteneva l’Economist nel 1846. Morte di fame per milioni di palestinesi “potrebbe essere giusto e morale”, dichiarò nell’agosto del 2024 Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze israeliano, lamentando che “il mondo non ce lo permetterà”. La protesta di Smotrich era inutile. Gli stati più potenti del mondo hanno permesso a Israele di farla franca causando fame di massa, così come hanno permesso a Israele di commettere massacri su massacri e distruggere quasi tutte le infrastrutture civili di Gaza. Tra gli stati più potenti del mondo c’è la Gran Bretagna. La Grande Carestia degli anni ’40 e ’50 dell’Ottocento non fu l’ultima crisi di fame in Irlanda. Livelli elevati di fame si verificarono nuovamente negli anni ’70 e ’90 dell’Ottocento, un decennio che iniziò con Arthur James Balfour a capo dell’amministrazione coloniale britannica in Irlanda. In seguito, nella sua veste di Ministro degli Esteri, egli emanò la Dichiarazione Balfour del 1917. Attraverso di essa, la Gran Bretagna divenne lo sponsor imperiale della colonizzazione sionista in Palestina. Oggi la Gran Bretagna è direttamente coinvolta in un genocidio. I voli della Royal Air Force su Gaza, che decollano da una base “sovrana” britannica a Cipro, vengono utilizzati per fornire “intelligence” a Israele mentre massacra i palestinesi affamati. Gli irlandesi provano ancora rabbia nei confronti dello stato britannico – non, ci tengo ad aggiungere, nei confronti della gente comune britannica. Abbiamo ragione di essere arrabbiati. Dimenticare i crimini della Gran Bretagna sarebbe un affronto ai nostri antenati. Come l’Irlanda, la Palestina è vittima della perfidia della Gran Bretagna. Il modo più produttivo per incanalare la nostra rabbia oggi è chiedere la libertà della Palestina. Traduzione per InfoPal di Stefano Di Felice
PALESTINA: INTERVISTA DA LONDRA A SAM WEINSTEIN DELLA RETE EBRAICA ANTISIONISTA INTERNAZIONALE
L’International Jewish Anti-Zionist Network è una rete attiva in diversi paesi, tra i quali Stati Uniti, Argentina, Regno Unito, Spagna, Canada e Francia. A Londra organizza azioni e manifestazioni per sostenere il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, condannando il genocidio in corso e chiedendo “la distruzione dello Stato sionista”. Nell’intervista abbiamo chiesto a Sam di raccontarci in che modo lo Stato di Israele tradisce la lunga storia della lotta ebraica per la liberazione e l’emancipazione dei popoli. Sam ci ha anche spiegato come Israele, e chi lo sostiene incondizionatamente, stia di fatto svuotando il significato della parola antisemitismo. Abbiamo infine chiesto a Sam un commento rispetto alle tenue sanzioni imposte dalla Gran Bretagna ai ministri israeliani Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich per le loro posizioni su Gaza e la Cisgiordania. L’intervista completa con Sam Weinstein della Rete Ebraica AntiSionista Internazionale. Ascolta o scarica