Export armi. Respinto l’appello dell’Agenzia delle Dogane di RavennaSulla recentissima sentenza del Consiglio di Stato pubblichiamo una riflessione
di Gianni Alioti (The Weapon Watch)
Accogliamo positivamente l’insperata sentenza del Consiglio di Stato che ha
respinto l’appello dell’Agenzia delle Dogane di Ravenna (con il supporto legale
dell’Avvocatura Generale dello Stato) contro la sentenza del TAR dell’Emilia
Romagna.
Il TAR a inizio luglio aveva accolto parzialmente il ricorso della giornalista
investigativa Linda Maggiori e dell’avvocato Andrea Maestri, ai quali le Dogane
di Ravenna avevano negato la richiesta di accesso agli atti sul transito nel
porto romagnolo di armi, munizioni ed esplosivi.
Linda Maggiori ha potuto finalmente liberarsi della tensione accumulata in
questi mesi scrivendo sui social “Il Consiglio di Stato ci ha dato ragione, ha
respinto l’appello delle Dogane di Ravenna che non vogliono rivelare quante armi
passano dal porto e che tramite avvocatura di Stato hanno invocato il segreto
per via della guerra mondiale a pezzi nella quale l’Italia è coinvolta.
Con una guerra non dichiarata volevano erodere la democrazia. No. Non ci stiamo.
Oggi facciamo la storia della trasparenza. La lunga vertenza legale per capire
quante armi passano dal porto di Ravenna è giunta al termine e abbiamo vinto.
Ora dobbiamo iniziare a bloccarle”.
Come The Weapon Watch non abbiamo voluto lasciare sola Linda Maggiori ricorrendo
ad adiuvandum insieme ad altri, non solo perché è una collaboratrice del nostro
osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei, ma perché la sua
determinazione e la sua lotta per la trasparenza è anche la nostra.
La sentenza del Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta):
“[…] Le motivazioni e gli argomenti opposti dall’amministrazione delle Dogane,
anche per come integrati in sede difensiva, sotto questo profilo sono
insufficienti, in quanto evocano interessi pubblici astratti e delineano
generici pregiudizi che l’ostensione di un dato meramente numerico potrebbe
arrecare, di cui tuttavia non viene chiarita la natura e non si dimostra la
concretezza.
Ritiene il Collegio che la ostensione di questi dati – soltanto numerici
riferiti ad un periodo già decorso – nel doveroso contemperamento tra opposti
interessi operato dal T.a.r. possa rappresentare un ragionevole punto di
equilibrio per non svuotare di effettività la normativa sulla trasparenza.
[…] Risulta inoltre che altre autorità doganali o capitanerie, a fronte di
analoga istanza, non hanno invece opposto alcun interesse limite e fornito i
dati richiesti (tra cui l’Agenzia delle Dogane di Livorno) configurandosi quindi
apparentemente contraddittoria l’azione dell’amministrazione. Non si comprende
per quale motivo analoga regola non debba valere anche per il porto di Ravenna.
Per le ragioni sopra esposte l’appello deve essere respinto”.
E questo avviene in un momento nel quale prevale l’opacità e il desiderio dei
decisori politici di secretare il più possibile le loro scelte sul riarmo e
l’economia di guerra, evitando il dibattito pubblico e le procedure
democratiche.
Come fatto dalla Commissione Europea nell’imporre il suo programma Rearm Europe.
Senza trasparenza non c’è democrazia. E senza trasparenza la società civile,
oltre le istituzioni democratiche, non possono esercitare un controllo “a ragion
veduta” sull’effettivo rispetto della legislazione italiana e dei trattati
internazionali sottoscritti dal nostro paese in materia di esportazione,
importazione e transito di materiale d’armamento.
E di fronte alla logica “business is business” dei fabbricanti e mercanti
d’armi, che aggirano i vincoli e le restrizioni normative previste, abbiamo il
diritto a sapere e il dovere di bloccare questi traffici illeciti, sul piano
etico e giuridico, anche quando sono autorizzati dai Governi.
Per questo sosteniamo, attraverso la ricerca e il monitoraggio sull’industria
militare in Italia e sulla logistica della guerra nei porti europei e
mediterranei e nelle rotte marittime, le azioni dirette dei lavoratori portuali
di contrasto al traffico di armamenti, munizionamenti ed esplosivi (e di materie
prime, semilavorati, tecnologie dual use impiegate in campo militare) destinati
a paesi in guerra, coinvolti in genocidi e/o che violano il diritto umanitario
internazionale.
Per questo sosteniamo lo sciopero internazionale dei lavoratori portuali in
programma il 30 ottobre 2026 contro le guerre, il riarmo, il genocidio in
Palestina e l’uso dei porti per trasportare armi, munizioni, equipaggiamenti
militari o truppe verso zone di guerra, promosso nella riunione di Istanbul nel
maggio 2026 da 7 sindacati di categoria dell’area mediterranea.
Sciopero che si è esteso a livello internazionale con l’adesione di altri
sindacati europei, del nord America e dell’India, coinvolgendo ad oggi un
centinaio di porti di 11 paesi: Cipro, Francia, Grecia, India, Irlanda, Italia,
Marocco, Messico, Spagna, Stati Uniti e Svezia.
Non finisce qui.
Redazione Italia