Abbiamo accettato di de-umanizzare l’altroNei due condomini di Lecce gestiti dal progetto SAI del Gus, daI 19 al 23
dicembre, non è mancata neanche quest’anno “L’ora del té con te”, un momento di
condivisione e scambio di auguri tra i migranti, gli operatori, le operatrici e
le persone che abitano nei condomini. Caffè, tè, cioccolata calda, dolcetti di
pasta di mandorla: molto più di un “rito” di buon vicinato
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C’è un punto, spesso invisibile, in cui una democrazia smette di essere tale e
diventa una semplice amministratrice di corpi. È il punto in cui smettiamo di
chiederci “è giusto?” e iniziamo a chiederci “funziona?”. Sulla gestione delle
migrazioni, l’Europa ha superato questo confine da tempo, costruendo una
macchina burocratica fatta per nascondere la verità ai nostri occhi.
Un’inchiesta del quotidiano tedesco Neues Deutschland rivela che l’Italia, con
finanziamenti della Commissione europea, starebbe realizzando un Centro di
coordinamento di soccorso marittimo (RCC) anche nella Libia orientale, sotto il
controllo del generale Haftar. Il progetto ricalca quello avviato a Tripoli nel
2017. Mediterranea Saving Humans denuncia come non si tratti di una struttura
dedicata al salvataggio, ma di una sala operativa per coordinare le operazioni
di intercettazione e cattura in mare delle persone in fuga da parte della
cosiddetta Guardia costiera libica: il centro di Bengasi sarebbe una sala
operativa destinata a coordinare le intercettazioni delle imbarcazioni di
migranti da parte delle autorità libiche. Un sistema che negli anni ha già
consentito il respingimento indiretto e il trasferimento forzato di decine di
migliaia di persone verso la Libia, dove sono state rinchiuse in centri di
detenzione segnati da violenze sistematiche, torture e abusi documentati da
Nazioni Unite e organizzazioni indipendenti.
Secondo il diritto internazionale, i paesi europei non possono riportare
indietro nessuno verso la Libia, perché paese non sicuro. Per aggirare questo
ostacolo, l’Italia e l’UE hanno creato una scappatoia: finanziano, addestrano e
forniscono radar alle autorità libiche affinché siano loro a intercettare e
riportare indietro i migranti. Tecnicamente si chiama pull-back. È un gioco di
prestigio morale: noi diamo gli occhi (i radar) e i soldi (milioni di euro), ma
sono le mani libiche a compiere l’orrore.
Il successo elettorale di queste politiche crudeli svela una verità amara:
abbiamo accettato di de-umanizzare l’altro per sentirci, illusoriamente, più
sicuri. Ma questa sicurezza è tossica. Nel momento in cui permettiamo che un
radar a Tobruk decida della vita e della morte di un uomo senza volto, stiamo
distruggendo anche il nostro spazio di diritto. Non è solo il migrante a perdere
la dignità; siamo noi a perdere la capacità di riconoscerla, diventando complici
di un sistema che usa la paura per nascondere l’ingiustizia sociale che colpisce
tutti, italiani compresi.
La filosofia di Judith Butler ci mette davanti allo specchio. Lei parla di “vite
degne di lutto”. Perché ci indigniamo per le vittime di una guerra e restiamo
gelidi davanti a un naufragio o a un centro di tortura libico? Perché abbiamo
imparato a non vedere il volto del migrante. Lo abbiamo trasformato in un
numero, in un “carico”, in un segnale su un radar. Butler ci avverte: se
decidiamo che alcune vite non sono “abbastanza umane” da essere piante, stiamo
distruggendo la nostra stessa umanità. La nostra ipocrisia sta nel piangere a
comando solo quando la vittima ci somiglia o quando il colpevole è un nemico
lontano.
Nulla di tutto questo è inevitabile. La costruzione del centro di Bengasi è una
scelta. L’indifferenza con cui la accogliamo è una scelta. Essere cittadini
consapevoli significa rifiutare l’idea che la nostra sicurezza debba essere
costruita sulla negazione della dignità altrui. Non si tratta di essere
idealisti, ma di essere onesti: se accettiamo che il diritto sia un lusso per
pochi, quel diritto smette di esistere per tutti. La domanda che dobbiamo farci,
allora, non è più “come fermiamo i migranti?”, ma “cosa stiamo diventando noi?”.
Perché l’Europa non perde la sua anima in un colpo solo; la perde un radar alla
volta, un finanziamento alla volta, un silenzio alla volta.
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