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GENOVA: SCARCERATI TRE CITTADINI PALESTINESI, IN ATTESA DELLE MOTIVAZIONI MOHAMMED HANNOUN RESTA IN CARCERE
Si incrina il castello accusatorio che a fine dicembre ha portato in carcere nove cittadini palestinesi, accusati di finanziare Hamas, sulla base di “prove” fornite dai servizi segreti israeliani, raccolte durante il genocidio in corso a Gaza dall’ottobre 2023. Per gli avvocati “dal dispositivo emerge una chiara vittoria sul piano dei principi. Pare che il Tribunale abbia escluso l’utilizzabilità della cosiddetta ‘battlefield evidence’ israeliana. È un risultato importante: viene affermato che la giustizia non può essere usata come strumento di guerra. La lotta al terrorismo va combattuta con le regole, non con scorciatoie. Sul resto attendiamo le motivazioni, ricordando che vale per tutti la presunzione di innocenza”. La difesa continuerà “a vigilare con rigorosa attenzione critica su ogni tentativo di piegare il diritto a logiche militari, riservandosi ogni ulteriore valutazione dopo il deposito delle motivazioni”, tra 30 giorni: probabile che, poi, arrivi il ricorso anche in Cassazione. Al momento, comunque, 3 delle 7 misure carcerarie eseguite (altre due persone invece si trovano da tempo all’estero) sono state annullate. Resta invece in carcere – e in isolamento – Mohammad Hannoun, architetto di 64 anni – ben 42 dei quali trascorsi a Genova – fondatore e portavoce dell’Associazione Palestinesi d’Italia. Il commento di uno degli avvocati difensori, il penalista Nicola Canestrini. Ascolta o scarica Il commento del difensore di Mohammad Hannoun, l’avvocato Fabio Sommovigo. Ascolta o scarica
CURAMI – PRIMA DI TUTTO LA SALUTE: “GUERRA O SALUTE”
La prima puntata del 2026 ospita Gavino Maciocco, direttore della rivista salute internazionale e Cecilia Strada, deputata al Parlamento Europeo.   Questa puntata è intitolata “Guerra o salute : Investire nel riarmo significa non solo costruire strumenti per ferire ed uccidere, ma togliere strumenti di cura per i cittadini e le cittadine dei paesi che fanno queste scelte”. Conduce Donatella Albini.  “Curami. Prima di tutto la salute” è una trasmissione di Radio Onda d’Urto in onda il sabato mattina su Radio Onda d’Urto, dalle 12.00 alle 12.30, di Donatella Albini, medica del centro studi e informazione sulla medicina di genere, già delegata alla sanità del Comune di Brescia, e di Antonino Cimino, medico e referente di Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute – di Brescia. La trasmissione viene replicata il mercoledì alle ore 12.30. La puntata di sabato 17 gennaio. Ascolta o scarica
MILANO E FIRENZE IN PIAZZA PER L’IRAN AL GRIDO “DONNA, VITA, LIBERTÀ”
“Una situazione pazzesca” quella che si sta vivendo in Iran, dove prosegue il blocco di internet e le notizie faticano ad uscire dal paese. Così le parole di Behrooz Sarabi, ai nostri microfoni questa mattina, per proporci l’analisi del collettivo Together for Iran e del Collettivo Rivoluzionario Jina, che questo pomeriggio saranno in presidio a Milano, in piazza Cordusio, dalle 15.30 alle 17.30. Numerose le realtà che hanno aderito all’appuntamento: dalla CGIL cittadina all’ARCI Milano, dall’ANPI Provinciale al Centro Sociale Cantiere e Non Una di Meno Milano. In piazza per il popolo iraniano anche i partiti Europa Verde e Sinistra Italiana. Sempre oggi pomeriggio appuntamento con un presidio anche a Firenze, in piazza della Signoria, lato via Gondi, a partire dalle ore 16. L’intervista a Behrooz Sarabi del collettivo Together for Iran e del Collettivo Rivoluzionario Jina. Ascolta o scarica Nel frattempo in Iran continua il blackout di Internet e secondo attivisti iraniani Teheran starebbe pianificando di abbandonare definitivamente l’internet globale, consentendo la connessione online solo a individui controllati dal governo. Lo scrive il Guardian. Difficile quindi capire cosa succeda davvero. Intanto il regime ha aggiornato a 3.000 il numero degli arrestati.
MILANO: ASSEMBLEA PUBBLICA SU SPAZI, CONFLITTI E MOVIMENTI, “CONTRO I PADRONI DELLA CITTÀ, IL GENOCIDIO E IL SUO MONDO”
È iniziata alle 11 a Milano nella ex scuola occupata di via Vallarsa 19 (metro gialla Lodi), l’Assemblea pubblica metropolitana su spazi, conflitti e movimenti. “Contro i padroni della città, il genocidio e il suo mondo. Blocchiamo tutto, liberiamo tutto” le parole d’ordine. L’azione, che sarà temporanea e durerà fino a questa sera, era stata annunciata già ieri. Dopo pranzo ci saranno altri tavoli di confronto e poi alle ore 15 si svolgerà un’assemblea plenaria finale. L’intento degli organizzatori è quello di aprire un confronto allargato con tutte le persone che si sono mobilitate lo scorso autunno e che hanno scosso la vita della città: dal corteo del 6 settembre in seguito allo sgombero del Leoncavallo, agli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre contro il genocidio in corso in Palestina. Una serie di mobilitazioni in “contrapposizione tra una marea popolare solidale e i padroni della città, responsabili dell’attacco economico, sociale e politico ai danni del territorio urbano, di chi lo abita, lo vive e lo attraversa”. L’assemblea di oggi intende fare in modo che non si chiuda la “passata finestra autunnale di conflitto” e capire assieme come continuare a partecipare. Tra le realtà promotrici, la Rete per l’autogestione, il CSA Lambretta, il Laboratorio Occupato Kasciavit e il Collettivo ZAM.  Il collegamento delle ore 11.55 con Francesco della nostra redazione che sta seguendo i lavori. Ascolta o scarica
USA: L’ICE SPARA ANCORA A MINNEAPOLIS, NUOVA NOTTE DI PROTESTE E SCONTRI
Un agente dell’agenzia statunitense ICE ha sparato ad un uomo di origine venezuelana ferendolo a una gamba. Non rischia la vita ma è stato comunque portato in ospedale. È successo nel pomeriggio di mercoledì a Minneapolis, nello stato del Minnesota, dove il 7 gennaio sempre gli agenti dell’ICE hanno ucciso Renee Nicole Good. Immediate le proteste di piazza che sono proseguite durante la notte, tra scontri con la polizia e il governatore del Minnesota Tim Walz che ricordava ai manifestanti il “diritto assoluto di filmare pacificamente gli agenti dell’ICE”. Lo stesso governatore ha chiesto al governo federale di Trump di farla finita con l’occupazione del Minnesota da parte dell’ICE. Dal suo canto il presidente Trump ha annunciato che dal primo febbraio sospenderà tutti i finanziamenti federali a stati e città santuari, accusandoli di proteggere criminali e favorire frodi. La misura riguarda undici stati e decine di città, tra cui New York, Chicago e Seattle, prevalentemente controllati dai Democratici, con leggi che limitano la cooperazione con le autorità federali sull’immigrazione. Ci siamo collegati con lo stato di Washington dove con Elisabetta Valenti, del Seattle Central College, abbiamo fatto il punto sulle minacce di taglio di fondi alle città santuario e sull’attuale frattura tra l’amministrazione Trump e le istituzioni locali. Ascolta o scarica
IRAN: “IL REGIME HA PERSO LEGITTIMITÀ” MA C’È ANCORA CHI LO SOSTIENE. L’ANALISI DELLA PROFESSORESSA FARIAN SABAHI
“Il regime ha perso legittimità perché non è in grado di garantire una vita dignitosa ai suoi cittadini, perché nega le libertà fondamentali, perché non è stato in grado di garantire la sicurezza dei suoi confini con la guerra dei dodici giorni”, lo scorso giugno, con Israele.  Tuttavia pare gli Ayatollah godano ancora del sostegno di una fetta compresa “tra il 10 e il 25 percento della popolazione”. Sono questi alcuni dei passaggi contenuti nell’intervista di Radio Onda d’Urto alla professoressa Farian Sabahi. Intanto le forze di difesa di Teheran hanno sequestrato le antenne di Starlink nella capitale per evitare il collegamento satellitare a internet, dopo giorni di blocco totale delle comunicazioni per cercare di affievolire le proteste contro l’Ayatollah Ali Khamenei e il carovita che ha investito in questi mesi il Paese. Da una parte l’amministrazione statunitense promette di aiutare il popolo iraniano, dall’altra restano aperte le trattative con il regime mediate dall’Oman. “Patrioti iraniani continuate a manifestare, gli aiuti sono in arrivo”, queste le parole nel pomeriggio di oggi del presidente statunitense Trump, che per aiuti lascia alla libera interpretazione, dopo giorni di minacce di bombardamenti e incursioni militari in Iran. Insorgono, a parole, Cina e Russia, che difendono i rapporti economici dopo la “guerra tariffaria” portata avanti dagli Usa contro l’Iran. In mezzo alle speculazioni internazionali, la popolazione civile, di cui ad ora è impossibile stimare le vittime: funzionari iraniani, in forma anonima, alla Reuters parlano di duemila morti tra manifestanti e poliziotti, mentre i media degli oppositori all’estero – come Iran International, basato a Londra e finanziati da investitori sauditi – riferisce di dodicimila morti, in gran parte nel fine settimana, proprio in occasione dello stop di massa alla rete internet in tutto l’Iran. L’analisi di Farian Sabahi, professoressa associata in storia contemporanea all’Università di Varese. Ascolta o scarica
GRAN BRETAGNA: “RISCHIO DI MORTE IMMINENTE” PER 3 ATTIVISTE-I DI PALESTINE ACTION IN SCIOPERO DELLA FAME
Rischia di precipitare la drammatica situazione dei militanti di Palestine Action, in sciopero della fame da oltre due mesi nelle carceri britanniche. Tre dei detenuti — Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello — sono a rischio imminente di morte e in sciopero rispettivamente da 71, 64 e 50 giorni. Un quarto detenuto, il ventenne Umer Khalid, ha ripreso lo sciopero della fame interrotto dopo 13 giorni per motivi di salute. Nel frattempo, decine di intellettuali da tutto il mondo hanno firmato una dichiarazione di solidarietà con i prigionieri, la cui lunga detenzione senza alcun processo, con accuse legate all’attivismo per la Palestina, ha suscitato critiche da parte di diverse organizzazioni per i diritti umani, alle quali si è unita la settimana scorsa Amnesty International. Tra i firmatari della dichiarazione Naomi Klein, Angela Davis e Ilan Pappé, insieme a docenti di varie discipline, fra i quali gli italiani Sandro Mezzadra e Vittorio Morfino. Con lo sciopero della fame, gli attivisti di Palestine Action chiedono: la fine di ogni forma di censura durante la loro detenzione, in particolare, vogliono poter comunicare liberamente; libertà su cauzione immediata, dato che sono ancora in attesa di processo; il diritto ad un processo equo; la revoca della proscrizione di Palestine Action; la chiusura di Elbit Systems, azienda che produce armi (anche) in Gran Bretagna per l’esercito israeliano. Ci aggiorna sulla situazione Carlo Giannuzzi, nostro storico corrispondente sulle questioni irlandesi (e non solo) oltre che co-curatore della rubrica e del podcast “Diario d’Irlanda”. Ascolta o scarica  
SAN GIULIANO MILANESE (MI): “IL COMUNE VUOLE FERMARE LE ATTIVITÀ” DELLO SPAZIO PUBBLICO AUTOGESTITO ETEROTOPIA
L’amministrazione di San Giuliano Milanese all’attacco di Eterotopia. Dopo aver già esercitato pressioni la scorsa primavera, è giunta richiesta ad attiviste e attivisti dello spazio di procedere con una nuova ispezione amministrativa. Per questo a fine dicembre era ripresa la mobilitazione in difesa dello spazio, anche con una partecipata assemblea pubblica, che aveva permesso di rinviare l’ispezione. Eterotopia rischia la chiusura per ragioni amministrative. Viene infatti richiesto, tra l’altro, “di abbattere la cucina, di togliere il palco e di rifare gli impianti”. Il tutto in uno stabile che è in realtà di proprietà del Comune. Il sindaco ha fatto sapere “di non voler mettere in discussione la convenzione” tra Comune ed Eterotopia, che permette di continuare le attività fino al 2028, ma non è nemmeno intenzionato a concedere altri spazi o ad ipotizzare soluzioni alternative. Intanto con l’inizio del nuovo anno, sono riprese le attività nei locali di via Risorgimento 21. Tra queste la mostra permanente “35 anni di vita” che ripercorre la storia di Eterotopia. L’aggiornamento sulla situazione con Giovanni, compagno di Eterotopia. Ascolta o scarica
Abbiamo accettato di de-umanizzare l’altro
Nei due condomini di Lecce gestiti dal progetto SAI del Gus, daI 19 al 23 dicembre, non è mancata neanche quest’anno “L’ora del té con te”, un momento di condivisione e scambio di auguri tra i migranti, gli operatori, le operatrici e le persone che abitano nei condomini. Caffè, tè, cioccolata calda, dolcetti di pasta di mandorla: molto più di un “rito” di buon vicinato -------------------------------------------------------------------------------- C’è un punto, spesso invisibile, in cui una democrazia smette di essere tale e diventa una semplice amministratrice di corpi. È il punto in cui smettiamo di chiederci “è giusto?” e iniziamo a chiederci “funziona?”. Sulla gestione delle migrazioni, l’Europa ha superato questo confine da tempo, costruendo una macchina burocratica fatta per nascondere la verità ai nostri occhi. Un’inchiesta del quotidiano tedesco Neues Deutschland rivela che l’Italia, con finanziamenti della Commissione europea, starebbe realizzando un Centro di coordinamento di soccorso marittimo (RCC) anche nella Libia orientale, sotto il controllo del generale Haftar. Il progetto ricalca quello avviato a Tripoli nel 2017. Mediterranea Saving Humans denuncia come non si tratti di una struttura dedicata al salvataggio, ma di una sala operativa per coordinare le operazioni di intercettazione e cattura in mare delle persone in fuga da parte della cosiddetta Guardia costiera libica: il centro di Bengasi sarebbe una sala operativa destinata a coordinare le intercettazioni delle imbarcazioni di migranti da parte delle autorità libiche. Un sistema che negli anni ha già consentito il respingimento indiretto e il trasferimento forzato di decine di migliaia di persone verso la Libia, dove sono state rinchiuse in centri di detenzione segnati da violenze sistematiche, torture e abusi documentati da Nazioni Unite e organizzazioni indipendenti. Secondo il diritto internazionale, i paesi europei non possono riportare indietro nessuno verso la Libia, perché paese non sicuro. Per aggirare questo ostacolo, l’Italia e l’UE hanno creato una scappatoia: finanziano, addestrano e forniscono radar alle autorità libiche affinché siano loro a intercettare e riportare indietro i migranti. Tecnicamente si chiama pull-back. È un gioco di prestigio morale: noi diamo gli occhi (i radar) e i soldi (milioni di euro), ma sono le mani libiche a compiere l’orrore. Il successo elettorale di queste politiche crudeli svela una verità amara: abbiamo accettato di de-umanizzare l’altro per sentirci, illusoriamente, più sicuri. Ma questa sicurezza è tossica. Nel momento in cui permettiamo che un radar a Tobruk decida della vita e della morte di un uomo senza volto, stiamo distruggendo anche il nostro spazio di diritto. Non è solo il migrante a perdere la dignità; siamo noi a perdere la capacità di riconoscerla, diventando complici di un sistema che usa la paura per nascondere l’ingiustizia sociale che colpisce tutti, italiani compresi. La filosofia di Judith Butler ci mette davanti allo specchio. Lei parla di “vite degne di lutto”. Perché ci indigniamo per le vittime di una guerra e restiamo gelidi davanti a un naufragio o a un centro di tortura libico? Perché abbiamo imparato a non vedere il volto del migrante. Lo abbiamo trasformato in un numero, in un “carico”, in un segnale su un radar. Butler ci avverte: se decidiamo che alcune vite non sono “abbastanza umane” da essere piante, stiamo distruggendo la nostra stessa umanità. La nostra ipocrisia sta nel piangere a comando solo quando la vittima ci somiglia o quando il colpevole è un nemico lontano. Nulla di tutto questo è inevitabile. La costruzione del centro di Bengasi è una scelta. L’indifferenza con cui la accogliamo è una scelta. Essere cittadini consapevoli significa rifiutare l’idea che la nostra sicurezza debba essere costruita sulla negazione della dignità altrui. Non si tratta di essere idealisti, ma di essere onesti: se accettiamo che il diritto sia un lusso per pochi, quel diritto smette di esistere per tutti. La domanda che dobbiamo farci, allora, non è più “come fermiamo i migranti?”, ma “cosa stiamo diventando noi?”. Perché l’Europa non perde la sua anima in un colpo solo; la perde un radar alla volta, un finanziamento alla volta, un silenzio alla volta. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Abbiamo accettato di de-umanizzare l’altro proviene da Comune-info.
ALTRI SPAZI SOCIALI A RISCHIO DI SGOMBERO: DOPO MILANO E TORINO ANCHE FIRENZE, NAPOLI E ROMA
Confermato dal ministro Piantedosi ieri in Senato che altri centri sociali rischiano lo sgombero diretto. Dopo il Leoncavallo di Milano e l’Askatasuna di Torino sotto attacco ci sono lo Spin Time Labs a Roma, l’Officina 99 di Napoli e il Cpa Fi Sud a Firenze. Nello specifico nella città di Firenze Fratelli d’Italia ha presentato in Consiglio comunale un emendamento relativo allo sgombero immediato del Cpa Fi Sud per costruire al suo posto delle case popolari. Dalle parole di Francesco, compagno del centro sociale Fi Sud attivo dal 1989, si tratterebbe di un “attacco sicuramente strutturale e politico da parte del governo a chi si oppone”. A Napoli è stata convocata per sabato 10 gennaio un’assemblea cittadina per contrastare e dire no al possibile sgombero che è stato richiesto dai carabinieri al Comune di Napoli. A questo proposito abbiamo sentito Ubaldo dell’Officina 99 il quale afferma che si “stanno attaccando i simboli della lotta dal basso in questo paese”. A Roma è prevista per sabato 10 gennaio un’assemblea pubblica per manifestare solidarietà verso Spin Time Labs e mobilitarsi contro la minaccia di sgombero che pende sul centro sociale ormai da tre anni. L’intervista con Francesco del Cpa Firenze Sud  Ascolta o scarica. Il collegamento con Ubaldo dell’Officina 99 di Napoli Ascolta o scarica. Abbiamo parlato anche con Andrea Alzetta dello Spin Time di Roma Ascolta o scarica.