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Chiudete il centro di Gjader, in Albania
-------------------------------------------------------------------------------- Foto TAI -------------------------------------------------------------------------------- Il 23 e 24 febbraio una delegazione del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI, insieme alla deputata Rachele Scarpa), ha effettuato un nuovo accesso al centro di Gjader. Quanto emerso accerta uno scenario grave e per molti versi paradossale: nonostante i due rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea – il secondo dei quali sulla firma del protocollo stesso – il governo non solo non sospende i trattenimenti, ma aumenta in modo significativo i trasferimenti forzati dai CPR italiani verso l’Albania. Nelle ultime due settimane si sono registrati due trasferimenti di circa 35 persone ciascuno. Oggi sono circa 90 le persone trattenute a Gjader: il numero più alto dall’apertura del centro, nell’ottobre 2024. Per dieci mesi i trasferimenti sono avvenuti con numeri molto più contenuti, in media circa dieci persone per volta, con una presenza complessiva intorno alle venti persone. Oggi si arriva a circa 90 presenze. I numeri segnalano un’accelerazione evidente e indicano la volontà del governo di normalizzare il funzionamento del centro, consolidandolo come parte strutturale del sistema di detenzione amministrativa, nonostante i rinvii pendenti alla CGUE. L’esercizio del diritto alla difesa è limitato dalla distanza geografica e il diritto alla salute compromesso, come emerge dal registro degli eventi critici e dal numero di persone che soffrono vulnerabilità psicofisiche e che nonostante ciò, vengono trasferite nel CPR. Dalle testimonianze raccolte emerge che i trasferimenti verso l’Albania avvengono, anche nell’ultimo periodo, con un uso generalizzato dei dispositivi di coercizione per l’intera durata del viaggio, senza una valutazione individuale sulla necessità e proporzionalità della misura. Le persone riferiscono di non aver ricevuto ordini formali di trasferimento ed è tanto più grave in considerazione del fatto che l’autorità giudiziaria ha già ritenuto illegittima la mancanza di un ordine formale di trasferimento. Ancora non sono noti i criteri in base ai quali vengono selezionate le persone. I profili sono estremamente eterogenei per storia personale, anzianità di presenza in Italia e nazionalità, elemento che rafforza l’opacità delle procedure adottate. L’arrivo massivo delle ultime settimane ha generato forte confusione e disorientamento tra le persone trattenute. Il dato è riscontrabile anche nell’aumento delle annotazioni riportate nel registro degli eventi critici, segnale di una tensione crescente all’interno della struttura. Finora, la maggior parte delle persone trasferite in Albania è stata poi riportata in Italia a seguito della presentazione di una domanda di asilo. Moltissime sono rientrate anche per la rivalutazione dell’idoneità al trattenimento per ragioni sanitarie. I rimpatri effettivamente eseguiti sono stati pochi e, in ogni caso, sempre successivi al ritorno delle persone in Italia, escluso il caso dei cinque cittadini egiziani rimpatriati direttamente via Tirana a maggio 2025. Dagli accessi agli atti risulta inoltre che, in tutti i casi in cui l’ente gestore ha convocato la Commissione per la valutazione delle vulnerabilità, le persone sono state trasferite in Italia in quanto riconosciute vulnerabili e inadatte al trattenimento. Segnale che, per moltissime persone, il trasferimento in Albania non doveva avere luogo proprio alla luce delle loro condizioni psicofisiche. Tra le persone trattenute vi è una persona che si trovava nel CPR di Bari e che è stato il primo soccorritore del 25enne Simo Said, deceduto il 12 febbraio all’interno del CPR pugliese. Questo ragazzo, che dovrebbe essere sentito dalle autorità nell’ambito dell’incidente probatorio sulla morte di Simo Said, è stato inspiegabilmente portato a Gjader, e, anche alla luce di quell’evento traumatico, presenta un grave stato di sofferenza psicologica e numerosi episodi di autolesionismo che non sembrano essere stati oggetto di una rivalutazione dell’idoneità alla permanenza in CPR. È trattenuta anche una persona proveniente dall’Iran, nonostante l’attuale clima politico del Paese renda di fatto impossibile il rimpatrio. Colpisce inoltre la presenza di moltissime persone che avevano un lavoro regolare in Italia, lo hanno perso e, a seguito di ciò, hanno perso anche il permesso di soggiorno: persone inserite nel tessuto sociale e lavorativo, poi trasferite coattivamente in Albania. Emerge poi un elemento che rende il meccanismo ancora più grave: almeno due delle persone incontrate erano già state trattenute a Gjader, poi riportate in Italia e ora nuovamente trasferite in Albania. Un rimbalzo forzato che evidenzia la natura profondamente lesiva e propagandistica di questo sistema. Per la prima volta è stato utilizzato il carcere presente nella struttura di Gjader, per la detenzione di una persona accusata di aver commesso un reato mentre si trovava nel CPR. Il giorno successivo la persona è stata trasferita in Italia. L’incremento dei trasferimenti e l’ampliamento delle presenze segnano un passaggio di estrema gravità: il cosiddetto “modello Albania” si colloca fuori dal perimetro giuridico europeo di riferimento e il protocollo non è compatibile neanche con le disposizioni contenute nei regolamenti connessi al Patto europeo su migrazione e asilo. I costi umani ed economici dell’esperimento albanese continuano a salire davanti all’ostinazione del governo. Quando saranno i tribunali a prendere atto dell’incompatibilità, i giudici saranno di nuovo incolpati del mancato funzionamento del centro? Il Tavolo Asilo e Immigrazione e l’on. Rachele Scarpa chiedono al governo la sospensione immediata di tutti i trasferimenti verso il CPR di Gjader e la chiusura del centro, struttura che continua a operare fuori dal perimetro del diritto, in un quadro di radicale contrasto con i principi fondamentali. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Chiudete il centro di Gjader, in Albania proviene da Comune-info.
March 2, 2026
Comune-info
C’è chi di fatto impedisce di chiedere asilo
Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Suo fratello è stato ucciso dalla Guardia Costiera tunisina, nello speronamento del barcone. Lui è stato venduto al lager di Al-assah. Dopo diversi tentativi di suicidio, riusciamo a fare evacuare R. con un corridoio umanitario, ma la Questura di Roma gli impedisce di presentare domanda d’asilo. Sveglia all’alba per mettersi in fila all’Ufficio immigrazione, ma una volta dentro, viene invitato ad andarsene. “C’è carenza di personale, deve andare via”. Questo prima. “Il suo appuntamento non risulta”. Questo dopo. L’attivista di Baobab mostra il foglio della Questura di Roma con la convocazione di R. Il personale dice di aspettare. Passa un’ora. Passano due ore. Passano tre ore. L’attivista di Baobab ferma una mediatrice di passaggio che sbuffando prende il foglio dell’appuntamento di R. e scompare per altre due ore. Quando scende un altro mediatore urlando il nome di R., l’attivista è al telefono con un’avvocata di Baobab. Il mediatore spagnolo mette in mano a R. – che parla arabo – una penna e gli dice di firmare. R. firma inconsapevolmente un nuovo appuntamento per tre mesi dopo. L’attivista chiede di visionare il foglio firmato da R. e gli operatori minacciano di chiamare la polizia, rimproverando R. – che nel frattempo inizia a sentirsi male – di immaturità. R. strappa il foglio dell’appuntamento e chiede di tornare a casa: non sta bene. Si rifugia in un angolo e si addormenta a terra, stanco, provato. Nulla valgono le considerazioni dell’attivista sulle fragilità documentate del ragazzo e sul trattamento degradante al quale veniva sottoposto da ore. Alla fine R. se ne va, di nuovo sconfitto, senza rispondere più al telefono. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo C’è chi di fatto impedisce di chiedere asilo proviene da Comune-info.
March 2, 2026
Comune-info
Il punto di approdo di chi resta fuori
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Per il tredicesimo anno consecutivo, Medici per i Diritti Umani (MEDU) – come racconta nel rapporto “Gli insediamenti dell’esclusione” – è intervenuta nella Piana di Gioia Tauro, garantendo nei mesi di gennaio e febbraio 2026 supporto socio-legale e orientamento sanitario ai braccianti che vivono nel campo container di Contrada Russo e nella Tendopoli di San Ferdinando. Sono state prese in carico 40 persone regolarmente soggiornanti, provenienti da diversi Paesi dell’Africa occidentale. Il 70% vive stabilmente in Italia da oltre tre anni e si sposta stagionalmente seguendo i cicli agricoli. Trenta erano già state supportate negli anni precedenti: un dato che conferma la cronicizzazione della marginalità abitativa e lavorativa. La paga media dichiarata è di circa 50 euro al giorno. Si registra un maggiore ricorso a contratti formali, ma restano diffusi contratti brevi e giornate non registrate. Le giornate in busta paga (12–20 al mese) raramente coincidono con quelle effettivamente lavorate. La stagione agrumicola è stata inoltre più breve e meno favorevole, anche a causa della ridotta resa produttiva legata alla siccità dell’anno precedente. La Tendopoli ha ospitato quest’anno in media circa 500 persone, mentre in passato è arrivata a ospitarne fino a 1.200. Una soluzione nata come temporanea è divenuta uno spazio di marginalità permanente. Servizi igienici deteriorati, assenza di illuminazione, accumulo e combustione di rifiuti, tende usurate e mancanza di misure di sicurezza rendono le condizioni di vita gravemente inadeguate. Nella giornata di martedì ancora un campanello di allarme: un incendio ha coinvolto due tende e si è reso necessario il trasporto in ospedale di un giovane residente. Negli anni scorsi, roghi analoghi hanno già provocato vittime all’interno dell’insediamento. Non si tratta di fatalità, ma dell’esito prevedibile di condizioni strutturalmente insicure. Si registra inoltre un aumento della presenza di persone con dipendenze, di cittadini stranieri con disagio psichico e di lavoratori segnati dal fallimento del Decreto Flussi: persone entrate regolarmente in Italia ma rimaste escluse dalla procedura di assunzione e dalla regolarizzazione, precipitate in una condizione di invisibilità istituzionale. Gli insediamenti della Piana non sono soltanto spazi di precarietà abitativa: rappresentano il punto di approdo di chi resta fuori dai meccanismi formali di accesso ai diritti. MEDU torna a chiedere alle istituzioni interventi essenziali e non più rinviabili: il superamento dell’approccio emergenziale con un piano strutturale di accoglienza diffusa; la garanzia effettiva dell’accesso a residenza, codice fiscale e assistenza sanitaria; controlli efficaci lungo tutta la filiera agricola; una revisione profonda del Decreto Flussi per evitare che produca nuova esclusione. Finché la risposta resterà temporanea, la marginalità continuerà a riprodursi, lasciando centinaia di lavoratori intrappolati tra precarietà abitativa e ricattabilità lavorativa. -------------------------------------------------------------------------------- Leggi il rapporto completo “Gli insediamenti dell’esclusione” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il punto di approdo di chi resta fuori proviene da Comune-info.
March 1, 2026
Comune-info
RADIO AFRICA: I RUOLI DEL CONTINENTE NELLA GUERRA RUSSIA-UCRAINA E IL CONFLITTO INFINITO IN SUDAN
Radio Africa: nuova puntata, giovedì 26 febbraio, per l’approfondimento quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro la Cassetta degli attrezzi. In questa trasmissione torneremo a parlare di Sudan con gli aggiornamenti che ci ha fornito Roberto Valussi, della redazione della rivista Nigrizia, che tra l’altro ha organizzato un incontro a Verona il prossimo giovedì 5 di marzo. L’iniziativa si intitola Tiny Africae, una serata a metà tra attualità giornalistica e musica dal vivo presso l’Osteria Ai Preti, interrato dell’acqua morta 27, a partire dalle 18.30. Andremo poi a Nairobi, Kenia, dove ci siamo collegati con il giornalista Andrea Spinelli Barrile, co-fondatore della testata giornalista Slow-News.com, firma del Manifesto e di Africa rivista. Con lui per riprendere i legami tra il continente africano e la guerra russo-ucraina, ma anche per parlare dell’evento che sta seguendo in questi giorni, l’Africa Media Festival. La puntata di Radio Africa, in onda giovedì 26 febbraio alle ore 18.45 e in replica venerdì 27 febbraio, alle ore 6.30. Ascolta o scarica
February 26, 2026
Radio Onda d`Urto
SCIOPERO NAZIONALE TRASPORTO PUBBLICO, “ALTE ADESIONI NEGLI SCALI DI LOMBARDIA, BOLOGNA, ROMA E CATANIA”
Sono 300 i voli cancellati a livello nazionale, con l’87% di adesione all’astensione, proclamata – con diverse modalità e in diversi ambiti – da confederali, Usb e dalla Cub oltre al personale aereo ha esteso lo sciopero – 24 ore – a tutto il personale di terra, quello che in media ha la situazione reddituale e di diritti più pesante e precaria. Secondo il sindacato, “le aziende del comparto aereo-aeroportuale continuano a rifiutarsi di riconoscere a lavoratrici e lavoratori i loro diritti, e a versare loro quanto dovuto e gli arretrati maturati” – e aggiungono – “Il paradosso è che queste aziende, spesso con la complicità di alcune sigle sindacali che sottoscrivono accordi al ribasso, tentano di aggirare il pronunciamento dei Tribunali e delle Corti di Appello nelle cause promosse dalla Cub Trasporti, come nel caso della quantificazione degli arretrati dovuti per il mancato lavaggio dei DPI”. Gli aggiornamenti alle ore 12 con Antonio Amoroso, Cub trasporti, che anticipa anche quello che sarà lo sciopero di domani nel settore dei trasporti ferroviari, che si fermerà a partire dalle ore 21. Ascolta o scarica
February 26, 2026
Radio Onda d`Urto
VOGHERA (PV): CONDANNATO A 12 ANNI L’EX ASSESSORE LEGHISTA ALLA SICUREZZA PER L’OMICIDIO DI YOUNS EL BOUSSETTAOUI
E’ stato condannato a 12 anni di carcere per omicidio volontario Massimo Adriatici, al tempo dei fatti assessore leghista alla Sicurezza del comune di Voghera: il 20 luglio 2021 Adriatici ha ucciso, nella piazza centrale della paese pavese, con un colpo di pistola sparato al petto, il trentanovenne Youns El Boussettaoui. La sentenza che ha condannato l’ex assessore già poliziotto, è arrivata dopo il giudizio abbreviato. Grande soddisfazione è stata espressa dalla famiglia El Boussettaoui tramite le parole dell’avvocata Debora Piazza anche se “certamente nessuno potrà riportare in vita Youns”. Oltre alla condanna a 12 anni per l’ex assessore leghista, il giudice ha disposto anche il risarcimento provvisionale di 380mila euro per i familiari della vittima. Già agente in servizio a Voghera, Adriatici era già salito agli onori della cronaca per l’uso da sceriffo della polizia locale. Abbiamo ripercorso la vicenda e la battaglia per l’ottenimento di verità e giustizia con Alberto, compagno dell’assemblea per il diritto alla casa di Pavia. Ascolta o scarica Ai microfoni di Radio Onda d’Urto anche il commento dell’avvocata Debora Piazza, che ricorda tra l’altro che “purtroppo di Youns El Boussettaoui ce ne sono molti. Pensiamo a Bruna, la ragazza transessuale malmenata dalla polizia locale il cui processo è in corso; pensiamo a Sofian, ragazzo marocchino ucciso barbaramente dieci anni fa da un poliziotto; pensiamo a Fares. Sono tutte persone ai margini della società, gli indifendibili, che però non valgono meno o più rispetto ad altre che commettono un reato”. Ascolta o scarica 
February 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Asilo, un diritto sotto pressione
-------------------------------------------------------------------------------- Parma, 14 febbraio: presentazione del Report Migrantes 2025 “Il diritto d’asilo”, presso la sede dei Missionari Saveriani. Foto di Nicola Masnadi (che ringraziamo), pubblicata anche sulla pag. fb di una delle più importanti esperienze di accoglienza in Italia, quella del Ciac -------------------------------------------------------------------------------- Un abitante del pianeta su 67. Questo secondo le stime dell’UNHCR è il dato che fotografa la gravità dello sradicamento forzato a livello globale alla fine del 2024, quando è stato toccata la cifra record di 123,2 milioni di persone in fuga. E se le cause della migrazione forzata continuano a peggiorare, la crisi dell’asilo – soprattutto nel cosiddetto Nord globale – sembra ormai diventata una condizione permanente. È il quadro che emerge dal Rapporto 2025 sul diritto d’asilo della Fondazione Migrantes, intitolato significativamente Richiedenti asilo: le speranze recluse. Anche se a metà 2025 il dato globale è leggermente sceso (117,3 milioni), soprattutto per alcuni rientri in Paesi come Afghanistan, Siria e Sudan, non si può non notare come si tratti di ritorni in condizioni precarie, che non garantiscono una reale reintegrazione. Le cause restano le stesse, ma sempre più intrecciate: conflitti armati, persecuzioni politiche, crisi economiche, disuguaglianze e cambiamenti climatici. Nel solo 2024 quasi 46 milioni di persone sono state costrette a spostarsi a causa di eventi ambientali. E, contrariamente alla percezione diffusa in Europa, tre rifugiati su quattro continuano a essere accolti in Paesi a basso o medio reddito. A fronte di un incremento esponenziale delle spese militari, la cooperazione allo sviluppo, che potrebbe potenzialmente migliorare le condizioni di vita in certi contesti e prevenire la necessità di fuga da parte di alcune componenti della popolazione locali, è ai minimi storici. Il confronto è inquietante e smaschera qualsiasi retorica dell’“aiutiamoli a casa loro”: il 2,5 del PIL globale è dedicato alla spesa militare globale, mentre la spesa complessiva per gli aiuti allo sviluppo umano e alla cooperazione si va addirittura contraendo e corrisponde a solo lo 0,33% del PIL globale. L’Italia è ferma allo 0,28%, con la beffa di conteggiare in questa cifra le spese per l’esternalizzazione e il primo anno di accoglienza delle persone che fanno domanda d’asilo. Il rapporto evidenzia quindi una tendenza preoccupante: la gestione delle migrazioni forzate viene sempre più trattata come una questione di sicurezza e controllo, più che di protezione. Politiche un tempo considerate eccezionali – respingimenti, accordi con Paesi terzi, procedure accelerate o extraterritoriali – stanno diventando la norma. L’Unica norma che sembra attrarre fondi e consenso. Anche l’Europa si muove in questa direzione. Nel 2024 le domande di asilo per la prima volta nell’Unione sono diminuite a circa 913 mila (-13% rispetto al 2023), ma la percezione politica resta quella di una pressione crescente. Intanto i tassi di riconoscimento mostrano segnali di contrazione e, nei primi mesi del 2025, le decisioni positive risultano in forte calo. Sul fronte degli arrivi irregolari, i dati indicano una diminuzione complessiva, ma il prezzo umano resta altissimo. Nei primi nove mesi del 2025 si contano quasi 1.300 morti o dispersi nel Mediterraneo, con il rischio di morte sulla rotta centrale pari a un caso ogni 58 arrivi. Tra i nodi più controversi emerge la crescente esternalizzazione delle politiche migratorie. Il cosiddetto “modello Albania”, analizzato nella parte dedicata all’Italia, viene interpretato come un laboratorio per spostare fuori dai confini nazionali la gestione dell’asilo, sollevando interrogativi sul rispetto delle garanzie giuridiche e sul futuro stesso del diritto di protezione. Tutte preoccupazioni che diventano ancora più concrete nel 2026, anno della concreta implementazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo che renderà il diritto d’asilo e la libertà di movimento ancora più difficile da rivendicare ed esigere. Il quadro che ne emerge è quello di una trasformazione profonda: l’emergenza diventa normalità e il diritto d’asilo rischia di essere progressivamente svuotato. Ma il rapporto invita anche a una lettura diversa. Le guerre non sono il nostro destino ineluttabile, così come non lo è la corsa al riarmo. Il diritto internazionale, il diritto d’asilo, la diplomazia e la ricerca del bene comune possono e devono tornare al centro. La solidarietà, insieme al rispetto per la terra, sono valori che possiamo e dobbiamo continuare a coltivare. Invertire la marcia rispetto a un orizzonte di sgretolamento dei meccanismi di tutela dei diritti umani e di messa in discussione del diritto d’asilo non solo è possibile, ma necessario. L’orrore e la sofferenza inflitti alle persone nei luoghi d’origine e lungo i percorsi di fuga non possono essere ridotti a errori collaterali o al segno di un tempo in declino. Così come non possiamo accettare che la reclusione o i rimpatri, sempre più privi di garanzie legali, vengano presentati come un’alternativa al diritto d’asilo e all’accoglienza di chi cerca protezione. -------------------------------------------------------------------------------- Una sintesi del volume può essere consultata a questo link, dove si trovano anche indicazioni sulle modalità di acquisto e sull’organizzazione di presentazioni a livello locale. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FULVIO VASSALLO PALEOLOGO: > L’Europa demolisce il diritto di asilo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Asilo, un diritto sotto pressione proviene da Comune-info.
February 23, 2026
Comune-info
CURAMI – PRIMA DI TUTTO LA SALUTE: LE 13 PROPOSTE DELLE OPPOSIZIONI PER SALVARE IL SERVIZIO SANITARIO LOMBARDO
La trasmissione di sabato 21 febbraio ospita Miriam Cominelli del Partito Democratico e Paola Pollini del Movimento 5 Stelle. Questa puntata è intitolata “Le opposizioni presentano 13 proposte per salvare il servizio sanitario in Lombardia”. Conduce Antonino Cimino.  “Curami. Prima di tutto la salute” è una trasmissione di Radio Onda d’Urto in onda il sabato mattina su Radio Onda d’Urto, dalle 12.00 alle 12.30, di Donatella Albini, medica del centro studi e informazione sulla medicina di genere, già delegata alla sanità del Comune di Brescia, e di Antonino Cimino, medico e referente di Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute – di Brescia. La trasmissione viene replicata il mercoledì alle ore 12.30. La puntata di sabato 21 febbraio. Ascolta o scarica
February 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Per la libertà di movimento
“LA LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE DIPENDE DA NASCITA E CITTADINANZA: CHI HA PASSAPORTO FORTE O RICCHEZZA PUÒ MUOVERSI QUASI SENZA LIMITI, CHI HA PASSAPORTO DEBOLE O È POVERO HA LIBERTÀ QUASI NULLA. SIAMO DI FRONTE A UNA DISEGUAGLIANZA DETERMINATA DA FATTORI DEL TUTTO INDIPENDENTI DAI COMPORTAMENTI DEGLI INDIVIDUI…”. ESTRATTO DI UN CAPITOLO DEL LIBRO DI GENNARO AVALLONE, LIBERTÀ DI MOVIMENTO. NESSUNA PERSONA DEVE MORIRE DI FRONTIERE (DERIVEAPPRODI) PUBBLICATO SU EFFIMERA. IL LIBRO SI SVILUPPA ATTRAVERSO CINQUE INTERVISTE CHE DIALOGANO TRA LORO, I CUI PROTAGONISTI SONO NAWAL SOUFI, SOUMAILA DIAWARA, NANCY PORSIA, YASMINE ACCARDO E GIANLUCA VITALE. PREFAZIONE DI JASON W. MOORE Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- La libertà di movimento delle persone si presenta nel contesto che abbiamo presentato finora come una necessità per trasformare radicalmente la situazione corrente da diversi punti di vista. Abbiamo visto nelle pagine precedenti come la libertà di movimento sia una necessità all’interno della lotta di classe per rafforzare il lavoro. Nell’analisi di David Harvey sul neoliberismo quest’ultimo viene definito come un progetto di classe, quel progetto seguito dalla borghesia transnazionale per ridurre il potere che il lavoro aveva conquistato in diversi contesti nazionali nei primi decenni dopo il 1945 e ricondurla alla subordinazione politica e ideologica. Di questo progetto fa parte anche il governo della mobilità degli esseri umani funzionale tanto alle cosiddette esigenze del mercato del lavoro quanto alla diffusione delle ideologie fondate su merito, colpa e paura, orientate a sostenere l’individualizzazione della società e la rottura delle solidarietà collettive. La messa in discussione del progetto di classe neoliberista richiede, pertanto, la critica pratica anche delle sue politiche di mobilità, del regime di mobilità neoliberista, fondate su un regime di deportazione e criminalizzazione. Essa si collega alla più ampia analisi sul rapporto tra mobilità e capitale sviluppata nel capitolo precedente, in cui la libertà di movimento è stata riconosciuta come componente essenziale del potere del lavoro. Il tema della libertà di movimento richiama quello più ampio delle disuguaglianze globali. Zygmunt Bauman riconobbe questo nesso già alla fine del ‘900. Nella sua analisi, «la mobilità assurge al rango più elevato tra i valori che danno prestigio e la stessa libertà di movimento, da sempre una merce scarsa e distribuita in maniera ineguale, diventa rapidamente il principale fattore di stratificazione sociale dei nostri tempi» (Bauman 2001, 4). […] La libertà di circolazione dipende da nascita e cittadinanza: chi ha passaporto forte o ricchezza può muoversi quasi senza limiti, chi ha passaporto debole o è povero ha libertà quasi nulla. Siamo di fronte a una diseguaglianza determinata da fattori del tutto indipendenti dai comportamenti degli individui. Possiamo definirla una diseguaglianza di circolazione apparentemente ascritta agli individui, che, in realtà, cela i rapporti di forza tra gli Stati e la specifica collocazione nella struttura di classe mondiale e nella divisione internazionale del lavoro. Questa disuguaglianza è l’espressione di una ingiustizia globale che fa collegare la libertà di movimento a considerazioni anche di tipo etico: noi viviamo in un mondo nel quale una parte delle persone che emigrano incontrano morte o sofferenze. Queste morti e sofferenze sarebbero evitabili se ci fossero visti, altri documenti o altre misure politiche radicalmente diverse da quelle vigenti che consentissero alle persone di viaggiare in sicurezza. Le Nazioni Unite hanno fatto esplicito riferimento all’interno dei loro documenti elaborati negli ultimi vent’anni alla necessità di avere processi migratori ordinati e sicuri, culminati nel «Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration» approvato il 19 dicembre 2018. Più le Nazioni Unite hanno ufficialmente espresso questi obiettivi, più è aumentato il numero di persone morte lungo le frontiere, nel Mediterraneo, nel deserto e internate in campi, centri di detenzione e prigioni. Più le Nazioni Unite e i singoli stati membri hanno espresso formalmente l’obiettivo della sicurezza delle migrazioni, più i processi migratori sono diventati insicuri, mortali e pregiudizievoli per le condizioni di vita di una parte della popolazione migrante. Questa enorme contraddizione pone un problema di responsabilità individuale e collettiva non eludibile, anche al cospetto delle politiche vigenti, le quali hanno registrato, negli ultimi tre decenni, un aumento, e non una riduzione, di morti, violenze e afflizioni. Il tema etico riguarda questa domanda: gli stati, e più complessivamente le popolazioni, possono accettare di avere morti e sofferenze quando queste morti e sofferenze sono evitabili adottando altre politiche? La proposta della libertà di circolazione ritiene che queste morti siano tutte evitabili se ci fossero le condizioni politiche e anche amministrative per consentire alle migrazioni di svolgersi in sicurezza. Questo può accadere solo superando la logica delle frontiere e l’idea che le migrazioni siano una minaccia per l’ordine sociale e per l’ordine politico nazionale. È evidente la connessione con una critica del modo in cui le società e le istituzioni politiche rappresentano, definiscono e governano i processi migratori. Le migrazioni sono considerate in molte parti del mondo come una minaccia. Le persone che emigrano o potrebbero farlo sono un potenziale da tenere lontano, controllare, espellere, selezionare: in ogni caso, combattere. In modo da tenerle subalterne. Secondo questa costruzione, nella società globale attuale, soprattutto le persone che si muovono fuori dalle autorizzazioni e dalle richieste statali diventano il nemico interno, la figura privilegiata dell’inimicizia. Le migrazioni sono coerentemente governate in accordo con un approccio che ricorda quello di Carl Schmitt (1984, 108) fondato sulla categoria amico-nemico: «la specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici è la distinzione di amico (Freund) e nemico (Feind). Non v’è bisogno che il nemico politico sia moralmente cattivo […]. Egli è semplicemente l’altro, lo straniero». La politica si è organizzata pensando e governando le migrazioni come il nemico interno nella società globale. Le persone migranti – e complessivamente il fenomeno migratorio – sono state sottoposte a un processo di criminalizzazione. Il fatto stesso di emigrare-immigrare è un atto che richiama la dimensione del reato e, di conseguenza, della punizione. La riproduzione di questa costruzione è quotidiana, fatta di discorsi oltre che di politiche e procedure amministrative. Essa è essenziale a confermare le necropolitiche dominanti. Chi avversa l’arrivo di persone mai viste e sconosciute, dunque mere figure, semplici rappresentazioni, spettri, lo fa esprimendo negazione e rifiuto radicale, un odio diretto contro anonime persone non viste nella loro umanità, nelle loro necessità, nei loro diritti, ma come ombre da allontanare, rischi da azzerare, pericoli da scongiurare. La negazione dell’altro ribadisce un’idea proprietaria del territorio, declinato come una comunità chiusa, esclusiva, serrata al suo interno contro chi viene costruito come un pericolo anche se non lo si conosce, non lo si è mai incontrato: uniti contro l’altro, pensato e vissuto come nemico proprio in quanto altro. Questi discorsi di sbarramento, fondati sull’inimicizia e il disprezzo, esprimono un odio tranquillamente manifestato, esplicito, per niente camuffato o nascosto. Anzi, ostentato, espressione di una posizione politica limpida: quella che fa suoi slogan basati sull’esclusione radicale, come «prima gli italiani» o «padroni a casa nostra», e che non si ferma agli immigrati richiedenti asilo, ma va oltre, alimentando l’idea che il mondo possa essere diviso in confini e gerarchie e che sia giusto che alcuni siano privilegiati e altri debbano stare e restare in posizioni subalterne, privi del diritto a cercare una vita più giusta. La messa in discussione di questa grande costruzione non può avvenire solo sul piano delle statistiche o della razionalità strumentale. Essa richiede sentimenti radicalmente differenti: una razionalità non solo orientata da altri valori ma da un altro sentire, che ponga al centro la volontà e il desiderio di vivere tra uguali in opposizione alla proposta dominante di rapporti sociali necessariamente gerarchici. In questo senso, la sola razionalità dei calcoli, delle cifre, delle tabelle è insufficiente per costruire sentimenti e volontà divergenti verso l’ordine sociale ed emotivo. Un altro sentimento significa un altro senso comune, un altro senso in comune, e, pertanto, altre prospettive di vita: in altre parole, la voglia di vivere in comune nel desiderio di giustizia. Come scrive Paul Gilroy (2004, 4): «dobbiamo considerare se la scala su cui vengono calcolate somiglianze e differenze possa essere modificata in modo produttivo, in modo che la stranezza degli stranieri esca dal fuoco dell’attenzione e altre dimensioni della somiglianza possano essere riconosciute e rese significative. Dobbiamo anche riflettere su come un coinvolgimento consapevole con le storie di sofferenza del ventesimo secolo possa fornire risorse per una pacifica convivenza tra le alterità, in relazione a una fondamentale comunanza». […] È la prospettiva politica, in definitiva, a essere chiamata in causa. Il sentire risignifica la politica. Una politica della comune umanità richiede di assumere che la sofferenza umana è sempre una questione politica. In altre parole, sostenere la libertà di movimento necessita un lavoro su sentimenti e forme di convivenza, su quale rapporto sociale fondamentale le società vogliono condividere. Il riconoscimento di questa libertà assume un orizzonte politico e ideale internazionalista, in cui lo straniero in movimento non solo non è nemico, ma è alleato, è parte in comune della propria umanità, è costitutivo della propria – individuale e collettiva – realtà sociale. In questa prospettiva internazionalista è la giustizia sociale sovranazionale a essere centrale, perché è la comune umanità – e non la gerarchia suprematista – a porsi come riferimento tanto politico quanto ideale. La prospettiva della libertà di movimento è contro l’ideologia suprematista, lavora per la democratizzazione dei rapporti sociali e, dunque, delle frontiere […]. Empatia, solidarietà di classe, antirazzismo, internazionalismo, giustizia sociale diventano le parole che sostengono la libertà di movimento: una necessità per pensare un ordine socioecologico e politico di eguaglianza. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per la libertà di movimento proviene da Comune-info.
February 20, 2026
Comune-info
È permesso?
Il sistema degli ingressi per lavoro continua a produrre risultati preoccupanti: a quasi due anni dai click day del 2024, a fronte di 146.850 persone programmate per gli ingressi, risultano 24.858 permessi di soggiorno richiesti, pari a un tasso di successo del 16,9%. Solo 17 persone circa su 100 riescono a entrare in Italia e risultano avere un lavoro e un regolare titolo di soggiorno. Per il 2025 il quadro non pare migliorare: su 181.450 quote da decreto sono 14.349 i permessi di soggiorno richiesti, il 7,9%, e cioè circa 8 persone su 100 hanno finalizzato la procedura a dicembre 2025. Sono i dati inediti che la campagna Ero straniero presenta nel IV rapporto annuale sugli esiti della procedura d’ingresso per lavoro della programmazione flussi triennale 2023-25, aggiornati a dicembre 2025. Una analisi che monitora l’intera filiera del decreto flussi – dalle domande ai nulla osta, dai visti agli ingressi, fino alla firma del contratto di soggiorno – attraverso i dati ottenuti da accessi civici ai ministeri competenti (Interno, Lavoro e MAECI) e alla Presidenza del consiglio. La campagna è promossa da A Buon Diritto, ActionAid, ASGI, Federazione Chiese Evangeliche Italiane, Oxfam, Arci, CNCA, CILD. Altro dato da evidenziare riguarda i visti concessi: per il 2024, risultano 35.287 visti rilasciati, pari al 48,5% dei nulla osta emessi. Relativamente ai flussi 2025, i visti rilasciati sono 32.968, pari al 66,25% dei nulla osta. Anche il passaggio dei visti vede numerosi esiti negativi: 10.611, cui si aggiungono 4.171 pratiche pendenti. Tali risultati vanno collegati alla decisione del governo di intensificare i controlli verso i quattro paesi ritenuti “a rischio” rispetto a truffe e illeciti: gli esiti negativi delle persone originarie di Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka e Marocco sono il 34% circa del totale, le domande pendenti rappresentano il 90% del totale, segno dell’impatto dei controlli in fase pre-istruttoria e della sospensione delle domande imposta dal decreto legge 145 del 2024. Il sistema oggi appare più “pulito” solo sulla carta: meno domande, meno pratiche sospese, meno visti formalmente non rilasciati ma, in realtà, i nuovi filtri e i controlli introdotti hanno spostato il blocco ad inizio procedura, allungando i tempi prima del rilascio del visto e restringendo l’accesso ai canali regolari, con il rischio concreto di spingere lavoratori e lavoratrici verso canali irregolari. Quante persone sono entrate in Italia senza poi essere state assunte e sono a rischio irregolarità? La quantificazione di questo dato è difficile da ottenere, non essendo possibile conoscere dalle banche dati dei ministeri competenti quante persone sono effettivamente entrate in Italia, ma si può effettuare una stima basandosi sui dati ottenuti. Se sottraiamo al numero dei visti concessi quello delle persone con in mano nulla osta e visto che sono ancora nei paesi di origine nella posizione di “attesa ingresso”, dovremmo avere una stima delle persone che sono effettivamente giunte in Italia. Togliendo il totale delle pratiche andate a buon fine da questa cifra, possiamo ipotizzare una stima delle persone entrate col decreto flussi e rimaste senza titolo di soggiorno attualmente in Italia. Per i flussi 2024 si può stimare che siano effettivamente arrivate circa 26.700 persone, pari appena a poco più del 18% della forza lavoro programmata: di queste il 7% vive il concreto rischio di scivolare nell’irregolarità. Quanto al 2025, delle 26.000 persone che hanno fatto ingresso in Italia- a dicembre scorso – risultavano a rischio irregolarità 11.686 persone, circa la metà. Si tratta, spesso, di lavoratori e lavoratrici vittime di vere e proprie truffe e comportamenti illegittimi, che hanno pagato alcune migliaia di euro a presunti intermediari, datori di lavoro o aziende fittizie in cambio dell’assunzione, salvo arrivare in Italia e non avere da loro più notizie. Una soluzione a legislazione invariata per evitare che queste persone diventino irregolari, contrastando precarietà e sfruttamento, già esiste. Si tratta della possibilità, prevista da una circolare del ministero dell’interno, di concedere un permesso di soggiorno per attesa occupazione al lavoratore o alla lavoratrice che, una volta in Italia, rilevi l’indisponibilità del datore o della datrice di lavoro a finalizzare l’assunzione, quando tale situazione non è loro imputabile. Finora, il ricorso a tale tutela è stato minimo e andrebbe incentivato e reso più automatico presso l’amministrazione dell’interno. Una novità rispetto al passato riguarda il calo considerevole delle domande inviate nel 2025, che sono state 222.617, un numero superiore alle quote ma molto lontano da quelli registrati negli anni precedenti all’introduzione della pre-compilazione on line: nel 2024 le richieste erano quasi cinque volte di più dei posti messi a disposizione. Rispetto al passaggio successivo del rilascio del nulla osta, i flussi 2024, a due anni dai click day, confermano la natura strutturalmente inefficace del meccanismo. Su 720.848 domande, i nulla osta rilasciati sono stati 72.704. Molto elevati invece gli esiti negativi: le pratiche rigettate, revocate, archiviate o rinunciate a dicembre 2025 sono state127.783. Per il 2025, seppur con dati provvisori, si registra una situazione analoga e risultano49.762 nulla osta rilasciati e 33.777 esiti negativi. A fronte di tali esiti sfavorevoli, tuttavia, pochissime, poco più del 3% degli esiti negativi nei due anni considerati,sono le quote inutilizzate che vengono successivamente redistribuite, come prevede la legge. Migliaia di posti previsti dal decreto restano così di fatto da subito inservibili, nonostante il fabbisogno di manodopera dichiarato. Va, infine, sottolineato come le quote per gli ingressi concretamente utilizzabili – perché assegnate alle singole prefetture italiane dal ministero del lavoro a fine 2025 – sono solamente il 63,7% delle quote stabilite per il 2025 e l’81,6% per i flussi 2024: di fatto, già in partenza, si perdono alcune migliaia di posti disponibili previsti nella programmazione triennale del governo. Da segnalare, l’impatto positivo che hanno avuto sul meccanismo d’ingresso le modifiche più sostanziali introdotte negli ultimi anni in termini di maggiore flessibilità nella procedura e di superamento del sistema rigido delle quote e cioè il coinvolgimento delle associazioni datoriali nella procedura insieme a conversioni e ingressi fuori quota, nel settore dell’assistenza alla persona e di lavoratori formati all’estero. Questa è, evidentemente, la strada da seguire verso una più generale riforma del sistema di ingresso per lavoro, come quella che da tempo la campagna propone, a partire dall’introduzione di canali diversificati e flessibili disegnati per far effettivamente incontrare domanda e offerta e a partire non solo dalle esigenze del nostro mercato del lavoro, ma anche tenendo conto delle aspettative di lavoratrici e lavoratori dei paesi terzi, in modo da evitare che rischino le proprie vite affidandosi ai trafficanti. All’analisi dei dati, nel dossier si aggiungono le testimonianze raccolte da persone coinvolte nella procedura del decreto flussi nei diversi ruoli – lavoratrici e lavoratori, datori e datrici di lavoro, rappresentanti dei patronati e associazioni di categoria e di tutela – al fine di far emergere in maniera più chiara e diretta quali sono le conseguenze di un sistema che non funziona sulla vita di decine di migliaia di persone (vedi la raccolta di testimonianze a questo link). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo È permesso? proviene da Comune-info.
February 20, 2026
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